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domenica 29 marzo 2009

la fabbrica


Non era neppure tanto lontano.
Si trovava alla fine del villaggio creato decenni prima da un gruppo di hippies europei. Avevano deciso di popolare le sponde del fiume senza urbanizzarle, godendo nello stesso modo dello splendore della natura e delle sue insidie. Avevano costruito abitazioni rozze ma accoglienti, assurde e divertenti. Colorate.
E fu proprio nelle menti di quel manipolo di pazzi che venne partorita questa assurdità.
Dare al cielo colore e alla terra sollievo. Un volto al vento e un riparo alla luce.

Là, dove il canale svoltava leggermente verso nord, nascosta dalla fitta vegetazione, proprio là si trovava la fabbrica.
La fabbrica delle nuvole.

sabato 27 settembre 2008

invece di andare a teatro


C’è una cosa che voglio dire.
Ed è che a volte siamo proprio ostinati. Pensiamo il futuro e lo incastriamo. Osserviamo la situazione, analizziamo i dati e ipotizziamo dove porteranno. Meglio. Decidiamo dove porteranno. Siamo così incredibilmente testardi che non importa se le situazioni cambiano, i dati variano e il presente ci smentisce. Non importa. Ormai abbiamo deciso e così sarà. Come una fatalità.
Come quando decidiamo (decidiamo) lucidamente di abbandonare qualcuno, stabiliamo che non è possibile nessuna reale amicizia là dove siamo, imponiamo che questo non sia il nostro posto, aspettando un altrove. Non ci accorgiamo neppure che facciamo di tutto per far sì che tutto vada nella direzione della nostra ipotesi-decisione. Non pensiamo che se solo agissimo con più fiducia, lasciando per lo meno spazio all’imprevisto, smettendo di remare costantemente contro … non ci pensiamo. Perché abbiamo deciso che sarà così, e così sarà. Perché abbiamo bisogno di dimostrarci che il nostro star male dipende dalle condizioni e non da noi. Perché riversare sull’intorno un’incapacità a ricercare ciò che desideriamo ci fa sentire meno sbagliati.
E allora continuiamo così. A dimostrare con il nostro malessere la veridicità del nostro verdetto. Con la nostra mancata felicità la nostra diversità.
Continuiamo ad autopunirci, a evitare il confronto con ciò che sembra impedirci di stare bene.
Continuiamo a stare di fronte a ‘sto cazzo di monitor, questa sera, invece che andare a teatro.

martedì 6 maggio 2008

bianco spuma- cap 6


- Dio mio. È tremendo – sussurrò Brandàn.
- Quella donna era un demonio – fece Krad grattandosi la peluria che aveva in testa.
- Non credo. Solo non ebbe mai il coraggio di scegliere tra la vita che aveva e quella che desiderava. La debolezza fu la sua sola colpa.
Negli occhi della barista si poteva leggere una profonda tristezza. Come se potesse intuire quella che per anni aveva accompagnato la donna.
- Se mia moglie mi avesse ingannato così l’avrei data in pasto agli squali! – disse in un impeto il gallego sbattendo il boccale sul bancone, come suo solito.
- Se tua moglie ti avesse ingannato così neppure te ne saresti accorto. Sei sempre in giro per i mari, idiota! – sottolineò Krad con la sua solita grazia.
- Poi Bris fece la cazzata di avvicinarsi alla donna e dirle che non sarebbe dovuta essere lì, ma che era contento di rivederla, dopo tanto tempo – incalzò il capitano perché Sara continuasse.
- Ovviamente Farrel non lo poteva sopportare. Vide negli occhi di Nnersi quello che da anni era scomparso. La luce di quella gioventù che l’aveva affascinato anni prima. Prese la cassa degli strumenti e la gettò addosso ai due. “Perché cazzo hai voluto portarla qui, traditore figlio di un cane?” disse fuori di sé. “Non ti bastava che ti punissi? Vuoi proprio che vi uccida entrambi?” “Non mi ha detto proprio nulla, Farrel. È dal giorno delle nozze che io e tuo fratello non ci parliamo più. È stato Ertmo. Mi disse che Bris gli aveva chiesto se una notte in mare avrebbe peggiorato di molto le sue condizioni. Gli scappò detto che era con te che doveva incontrarsi. In preda al panico il dottore venne a visitarmi e mi raccontò tutto” “Quel lurido verme. E io che mi sono fidato di lui in tutti questi anni. Non ha neppure le palle per affrontarmi a viso aperto” “Non è la sua guerra, Farrel. Ci è capitato in mezzo. Non lo voleva, ma l’abbiamo coinvolto. Abbiamo condannato anche la sua di esistenza senza che ce lo chiedesse” “Che siate dannati! È mai possibile che in questo paese nessuno abbia il fegato di affrontare i suoi errori?” ruggì “Deve sempre essere il sangue a estinguere le colpe?” e così dicendo prese il fratello e lo scaraventò contro il parapetto del ponte. “Ha colpe chi conserva i segreti altrui?” disse la donna con una voce che ormai non aveva più un briciolo di vita dentro. Il marito si avvicinò fino ad un palmo dal suo viso. “Ha colpa chi tradisce e continua a vivere nel tradimento.” “Non l’ho più visto da allora …” “Ha colpa chi tradisce e scappa alle sue responsabilità” “Voleva evitarti …” “Ha colpa chi conosce il peccato e lo nasconde” “E non ha forse colpa chi giura amore di fronte a Dio e poi se ne dimentica di fronte alla propria moglie?!” gridò Bris saltando al collo del fratello e sbattendolo a terra. Poi fu questione di un attimo. Il pescatore raccolse la fiocina da terra, si voltò e sparò. Bris non fece neppure in tempo a sentire il dolore alla spalla. Si rese solo conto che stava volando oltre il parapetto, dentro al nero mare.
Krad ebbe un singulto. Qualcosa dentro gli si bloccava ogni volta che raccontavano di uomini sommersi dalle acque.
Il vento sibilava tra le assi del tetto della baracca, ma nessuno sentiva nulla più che la voce sconosciuta di Nnersi ed un inspiegabile dolore alla spalla.
- Suo marito prese un coltello e le si avvicinò. Lei non si mosse. Nel mezzo del ponte, su quella nave che si lasciava trasportare dalla furia del mare, solo un soffio li separava. La guardò negli occhi e sentì il vuoto. Non c’era né desiderio di vendetta né liberazione. Né odio né paura. Quegli occhi erano morti, ora lo vedeva. “Tu non mi hai mai amato” disse serrando la mano sul coltello. “Io ti ho amato, ma non era di te che ero innamorata” rispose senza colore, in una maschera di lacrime. Alzò la lama e la appoggiò sulla gola di lei. Senza smettere di guardarla, con la voce rotta dalla rabbia e dal dolore, le disse: “Avrei potuto perdonarti. Avrei potuto fingere che mi amassi. Ma tu smettesti di vivere. Smettesti di parlare, di uscire, di ridere. Mi lasciasti solo a farlo per entrambi. La pena che volevi portare da sola, che non volevi condividere con me, ha finito per uccidere tutti e due. Perché se tu affondavi, io affondavo. Non esiste una colpa così imperdonabile come smettere di vivere, smettere di provarci. Non odiavo mio fratello perché ti amava. Lo odiavo perché la sua assenza era più importante della mia presenza. Non ti odio perché non mi amasti. Ti disprezzo perché lasciasti la tua vita al bivio, quando non riuscisti a decidere per nessuno di noi due.” Respirò profondamente, inchiodando i suoi occhi a quelli di lei “E mi sono odiato profondamente, nel silenzio delle nostre notti, quando scoprii di aver preferito la tua presenza alla tua felicità.” Fece correre la lama e vide quegli occhi scintillare, prima di spegnersi definitivamente e cadere fuori dalla sua vista.
Sara rimase in silenzio e chiuse gli occhi. Come se il coltello avesse aspirato la sua di vita. Gli altri abbassarono lo sguardo cercando sollievo nel fondo dei bicchieri.

lunedì 5 maggio 2008

bianco spuma - cap 5


Sara si fermò un attimo. Lunghi brividi le correvano per la schiena e le mani le formicolavano d’emozione. Sentiva quello che stava raccontando, lo poteva vedere. Era il mare che infuriava e che cullava il peschereccio. Era la tempesta che aspettava il sangue per sprigionarsi. Era Tierry che chiudeva gli occhi per la paura e trovava finalmente il senso di quello che sua mamma chiamava pregare. Era l’ombra che usciva nella notte.
Spostò il suo sguardo dall’orizzonte al suo pubblico. Brandàn, Krad e Abner stavano seduti sui loro panchetti ad ascoltarla con la bocca aperta, come grossi pesci trascinati in secca e in attesa del loro destino. I loro occhi erano fissi su di lei, pieni di desiderio. Evitava sempre di porsi la domanda se era lei che desideravano, in quei momenti, o la fine della storia. Prese fiato e proseguì.
- Bris non accennava a reagire. Farrel stava per sferrargli un colpo alla testa quando qualcuno incominciò a parlare, qualcuno di cui non riconosceva la voce. “Ti sbagli. Non è stata colpa loro”. Farrel si fermò, con il braccio alto nella tempesta. Pensava che fossero soli sulla nave e invece qualcuno li aveva seguiti. Questo complicava le cose. Cercò di capire chi fosse ma né il tono duro delle sue parole, né i lineamenti nascosti nel buio della notte lo potevano aiutare. Portava una lunga veste nera che la pioggia aveva bagnato ad arte. Fu allora che comprese. Sbiancò in viso e il tubo gli cadde dalle mani rotolando lontano. Sotto quel velo di lutto si celava un corpo che lasciava ancora intuire quella potenza che gli anni e la malattia tentavano di portarsi via. Nnersi gli si fermò di fronte e riprese a parlare: “Sì, Farrel. Questa è la mia voce. Parlo la tua lingua. Sono malata e sto morendo. E sì, il mio errore ci ha condannati tutti questi anni, e continuerà a farlo finché non saremo tutti sul fondo del mare. Come vedi ci sono molte cose che non sai di me, che non ti sei mai sforzato di capire”. Con il braccio ancora alzato il pescatore non riusciva a credere alle sue orecchie. Una rabbia incontenibile cominciò a crescere in lui. La coscienza di aver vissuto per anni accanto a un’estranea. Di aver dedicato a suo modo la vita ad una persona che non era con lui che desiderava invecchiare. “Non saresti dovuta venire …” le disse Bris dolcemente, mentre con una mano tentava di tamponare il sangue che gli usciva da un orecchio. “Fu un errore. L’errore più grosso della mia vita” proseguì la donna rivolta al falegname. “Mi lasciai conquistare dalla tua dolcezza quella notte, ma non riuscii a dire di no a quell’uomo che mi prometteva una vita prospera, quell’uomo a cui col silenzio avevo legato la mia vita. Non sai quanto mi sono pentita in tutti questi anni di non aver mai saputo scegliere. Di non aver mai avuto il coraggio di vivere la mia vita o abbandonarla per ricominciarla con chi realmente sentivo che mi amava. Il dubbio mi mordeva per dentro. Per anni pensai che non scegliendo di fatto avevo scelto una vita di rimorsi. Quello che durò una sola notte con te, Bris, mi tormentò per anni come un peccato da espiare. Ma la solitudine e il silenzio non erano abbastanza. Fortunatamente poco dopo scoprii che non erano solo il dubbio e il pentimento a mordermi per dentro. Ma il frutto del peccato”. Nnersi si toccò il ventre, come ricordando. Ancora accasciato per terra il falegname sgranò gli occhi per lo stupore e balbettò: “Oh mio Dio, Nnersi … tu …” “Sì. Non mi lasciasti dentro solo la tua malattia, ma qualcosa che cresceva molto più in fretta” “Non è possibile!” scoppiò Farrel fuori di sé. “Me ne sarei accorto! Non si può nascondere una gravidanza!” “Era la stagione della pesca. Tu rimanesti per mesi in alto mare ed io non uscii mai di casa. Nessuno aveva mai parlato con me in paese e questo mi aiutò a scomparire. Per tutti quei mesi vissi di quello che produceva il nostro orto. Quando poi giunse la notizia che in qualche settimana saresti ritornato il bambino era già all’ottavo mese. Non so se lo capì o se le mie paure lo spinsero ad uscire, ma nacque precoce, all’improvviso. E così ci salvò ad entrambi. Quella stessa notte lo portai fino alla porta del convento dei frati; al tuo ritorno ero sola e chiamasti il dottore perché curasse quella che pensavi essere febbre. Ovviamente quando mi visitò capì che avevo appena partorito. Non fece domande, pensando probabilmente che volessimo tenere segreto un aborto. Nel frattempo incominciarono a manifestarsi anche i sintomi della malattia. Il dottor Ertmo non poteva credere a quel che il mio corpo gli diceva e diagnosticò malattie che non avevo. Senza le dovute cure il male avanzò velocemente. Poi, qualche tempo fa, tuo fratello parlò con lui e gli spiegò tutto. Ma era già troppo tardi.” Farrel era senza parole. Le sue pupille dilatate erano un covo d’ira e la rabbia gli stava esplodendo dentro, ma non riusciva a dire una sola parola. In un istante tutto il suo mondo era crollato al suolo. Come quella pioggia che tanto aveva atteso in cielo e finalmente si rovesciava a terra devastando tutto. Come questa pioggia che da allora non ci lascia tregua.

venerdì 2 maggio 2008

bianco spuma - cap 4


Sara si appoggiò con la schiena alla parete e continuò. Non distoglieva mai gli occhi dal mare là fuori, come se vi potesse leggere tutto quello che stava negli occhi del ragazzo ma che nelle sue parole non trovava spazio. Come se la storia fosse scritta là dove era finita.
- Appena salpati Farrel disse che sua moglie era malata, che stava morendo. Bris ascoltava in silenzio ma non sembrava sorpreso. Anzi, rispose che non ci voleva un genio per capire che Nnersi non stava bene. Il pugno di Farrel arrivò improvviso e sbatté Bris al suolo senza che potesse reagire. “Ho dovuto costringerlo” disse il pescatore “però alla fine il dottor Ertmo mi ha detto tutto. Mi ha spiegato perché era certo che non saremmo riusciti a curarla. Mi ha raccontato che questo male da anni uccide i componenti di una famiglia del paese e che nessuno ancora è riuscito a curarlo. È da quando esercita la professione che li controlla e li ha visti morire tutti, uno dopo l’altro. Solo ogni tanto ne nasce qualcuno stranamente sano che, per ironia della sorte, provvede a trasmetterlo ai suoi figli. Gli chiesi chi era questa famiglia. E sai qual è?” si fermò per guardare negli occhi il fratello prima di continuare. “La nostra. La nostra, cazzo!” e così dicendo gli sferrò un calcio allo stomaco.
- Che stronzo di merda – sussurrò Krad, quasi parlando con se stesso.
-“Ho pensato che fossi spacciato, che non me ne fossi accorto ma che stessi morendo. Eppure mi sentivo così pieno di forze. Chiesi al dottore quali erano i sintomi e scoprii che non ne avevo nessuno. A quanto pare ero stato risparmiato. Ma com’era possibile allora che Nnersi avesse potuto contrarlo se io non ne ero affetto? Mi sono scervellato per giorni e giorni. Ma poi ho capito. Ho capito perché papà ti proteggeva sempre. Ho capito perché decidesti di andare ad abitare da solo nella foresta, lontano da tutti. Ho capito che la lezione che ti avevo dato il giorno del mio matrimonio evidentemente non era bastata.” Farrel sputò in faccia al fratello che nel frattempo tentava di rimettersi in piedi appoggiato alla cabina di pilotaggio. “Non so perché cazzo non ti uccisi quel giorno, su quella rupe. Invece che spaccarti la faccia e minacciarti avrei dovuto buttarti giù. Già, perché non ero io, quello malato, vero Bris? Eri tu. Me l’avete sempre tenuto nascosto tu, mamma e papà, ma non c’erano molte altre possibilità. E il dottor Ertmo me l’ha confermato.” “Tu l’hai rovinata, Farrel. Tu l’hai condannata all’infelicità. Non puoi che rimproverare te stesso per averla uccisa prima del tempo.” “Io l’amavo. E le ho sempre dato tutto quello che desiderava.” “Come puoi sapere cosa desiderava se neppure la capivi? Se neppure ci parlava con te!” “Le ho dato tutto ciò di cui poteva aver bisogno. Una casa, un marito e …” “e la totale incomprensione. Non hai mai provato a capire perché fosse così triste. Perché invecchiasse così precocemente. Qual era il male che la mangiava dentro? Ti bastava averla lì, in casa, quando tornavi.” “Io ero la sua famiglia. Tu l’hai condannata. Tu le hai attaccato il male che la sta uccidendo, questa è la colpa che vi portate entrambi per aver tradito il nostro matrimonio …” “Non è la malattia che la sta uccidendo. L’hai mai sentita parlare? Nella nostra lingua intendo.” “…” “Io le ho insegnato. Con nessun altro che con me parlava la nostra lingua. A me solo confidava quello che la divorava dentro, la nostalgia della sua terra, la paura del nostro peccato …” Un cazzotto in pieno viso gli impedì di continuare.
- Come puoi sapere … – azzardò Brandàn, ma subito Krad lo zittì, interessatissimo.
- Chiudi quel culo e ascolta.
Nessuno più si azzardava neppure a bere. Tutti ascoltavano. Abner conosceva la storia della madre di Tierry, ma tutto quello non c’era. Eppure neanche per un secondo dubitò della veridicità di ciò che sentiva. Sara guardava il ventre del mare, e dava voce alle sue onde. Chiunque avesse conosciuto i due fratelli sapeva che quelle parole avrebbero potuto uscire dalle loro labbra.
- “Tu continuasti ad desiderarla, alle mie spalle, alle spalle di tuo fratello!” “Tu la sposasti nonostante sapessi che io l’amavo, nonostante sapessi che lei mi amava! Lo facesti apertamente, certo, ma questo non cambia nulla. Quella mattina, quando ti dissi che non potevo essere tuo testimone perché volevo sposarla, quasi mi ammazzasti. Probabilmente hai ragione, avresti fatto meglio ad uccidermi allora. Ma non l’hai fatto, e ci hai condannati tutti ad una vita meschina e di tradimenti” “Tu … tu … dovevi solo restartene fuori, e tutto sarebbe andato per il meglio. Invece no. Hai finto di scomparire ma poi te la facevi con lei in mia assenza, le attaccasti il tuo morbo quando io ero lontano, in alto mare” e così dicendo sferrò un altro pugno. Un fiotto di sangue uscì dal suo naso per andare ad imbrattare la cabina. “Ti sbagli. Tutto questo successe prima. Rispettai il tuo matrimonio, Farrel, contro la mia volontà. Non vidi più Nnersi dopo che vi sposaste, anche se non sai quanto avrei voluto. Avevo tutte le ragioni per distruggere la vostra unione. Mi dissero che non avevi scelto altri testimoni. Che il matrimonio non era valido. Mi dissero che Nnersi stava male, che aveva cominciato a spegnersi da dentro. E dai racconti che mi giungevano potevo leggere in lei i sintomi dello stesso male che mi perseguita. Ma invece di tornare mi convinsi che dovevo stare lontano, vivere isolato, fuori dalla vista di tutti, dove nessuno potesse riconoscere che era lo stesso demone quello che ci distruggeva pian piano. Poi però peggiorò, e tu non sapevi far altro che accusare il dottor Ertmo dell’inutilità delle sue cure. Durante una visita gli confessai quello che già da tempo sospettava ma che non aveva mai osato chiedere. Gli feci giurare di non dire nulla sulla nostra malattia. Mi raccontò che il ritardo nella diagnosi aveva aggravato le sue condizioni e che il tempo che le rimaneva purtroppo non era molto” “Lo vedi?! Tu e quel dannato dottore da quattro soldi l’avete uccisa. Vi dovrei impiccare a entrambi!” Farrel si chinò sulla cassa che si trovava sul ponte, prese un tubo di ferro e sferrò un colpo tremendo colpendolo al fianco. Tierry, dal bordo della stiva chiuse gli occhi per lo spavento. Scese nuovamente, impaurito, e si rifugiò in un cantuccio. Si chiudeva le orecchie, voleva solo scomparire. Che il mare se li mangiasse tutti e lo lasciasse tornare dalla sua famiglia. Fu solo allora che si accorse di non essere solo nella stiva. Vide uscire dall’ombra nell’angolo opposto una sagoma; la vide alzarsi e uscire sul ponte.

martedì 29 aprile 2008

bianco spuma- cap 3


Farrel era il figlio maggiore del falegname. Nell’alba di una domenica di aprile, una decina di anni addietro, mentre tornava dalla pesca mattutina aveva incontrato una bella straniera di nome Nnersi che vagava per il porto. La ragazza parlava una lingua sconosciuta e nessuno aveva idea di come fosse arrivata fino al paese. Farrel la osservò per qualche minuto e non poté fare a meno di pensare che quel corpo non era fatto per stare coperto. Il vestito le stava addosso come per errore, come un incidente che casualmente si era materializzato su di lei. Quella sensualità unita al mistero che la natura aveva inspiegabilmente donato ai suoi silenzi convinsero il pescatore che non poteva desiderare una donna migliore. E il matrimonio venne fissato per il mese successivo.
- Quella domenica il sole era malato – continuò Sara – e, nonostante la stagione, gli invitati rabbrividivano nella piccola chiesina del paese. Poco prima dell’inizio della cerimonia scoprirono che il fratello del pescatore, il giovane Bris, unico testimone degli sposi, era inspiegabilmente scomparso. Farrel non ne volle sapere di rimandare e, dopo molte pressioni, padre Ura acconsentì a celebrare comunque il matrimonio. All’uscita dalla chiesa il cielo era completamente coperto di nubi minacciose e l’aria immobile, come sospesa; ma non una goccia cadde in terra. Farrel disse che era un buon auspicio, che la pioggia non aveva avuto il coraggio di scendere per non rovinare una giornata così gioiosa.
- Ma gli anziani non erano d’accordo – aggiunse il capitano, guardando fuori come se rivedesse le stesse nuvole – Dissero che la pioggia si stava solo trattenendo per scendere poi a devastare tutto quando fosse giunto il momento. Dissero che c’era qualcosa di strano in quel matrimonio e che quel cielo nero portava solo una gran sfiga. Padre Ura mi confidò una volta che probabilmente un matrimonio senza testimoni non si poteva neppure considerare valido. Però si cagava addosso di mettersi contro Farrel e non fece mai nulla.
- Dannazione, non potevamo certo immaginare quello che era successo – fece eco Krad.
- Tutte stronzate. Credete che il cielo si fosse incazzato perché non l’avevano invitato? – sogghignò Brandàn ironico.
- Merda, a volte penso che i pesci rossi dicano cose più intelligenti di te, Brandàn – gli rispose Krad.
- Bris tornò a casa quattro giorni dopo – proseguì Sara con quella voce trasognata che catalizzava l’attenzione di tutti – Era ferito, disidratato, affamato. Non raccontò a nessuno cos’era successo e dov’era stato in tutti quei giorni. In paese pensavano che la rabbia che da allora nutriva per il fratello era dovuta al fatto che il matrimonio fosse stato celebrato comunque, in sua assenza, e che Farrel non avesse mandato nessuno a cercarlo. Da allora si trasferì a vivere da solo nella foresta alle pendici della montagna, dove aveva trasferito la falegnameria del padre da poco deceduto.
- Nessuno ricorda Nnersi felice. Ma siccome nessuno la conosceva neppure prima, tutti pensarono che fosse semplicemente il suo carattere e, forse, la nostalgia di casa – disse Abner porgendo il boccale alla barista perché glielo riempisse nuovamente.
- Per le palle di Nettuno – confermò a suo modo Krad - era fottutamente triste. Mi rovinava l’intera giornata se solo mi capitava di vederla. A volte per tirarmi su di morale mi toccava andare a vedere i gabbiani che spolpavano qualche pesce sulle scogliere.
- Questo non significa che i vecchi avessero ragione. Può essere un caso. Magari era solo incapace di essere felice e non c’era niente che non andasse nel suo matrimonio.
- Non capisci, Brandàn. Era una tristezza contagiosa, silenziosa, malata. Era come se qualcosa se la stesse mangiando da dentro. Sfioriva interiormente. Nonostante fosse giovanissima cominciò ad invecchiare. Gli occhi erano spenti ed ormai nessuno più ricordava il suono della sua voce. Nnersi passò gli ultimi dieci anni in silenzio, morendo poco a poco per dentro. Fino a quattro giorni fa.
Sara si fermò. Non sapeva fino a che punto dovesse raccontare a Brandàn le pene di quella donna che, senza motivo, sentiva così vicina. Era vero che lo spagnolo sbarcava ogni tre mesi su quei lidi, ma era pur sempre un estraneo. Il capitano la tolse dall’imbarazzo proseguendo.
- I marinai erano andati al porto per uscire a pescare, ma la nave di Farrel non c’era più. Lucius l’aveva visto arrivare poco prima e dice che era molto nervoso, che andava avanti e indietro sul ponte. Poi è arrivato Bris. I due non si parlavano da anni e non si sono neppure salutati prima di salire sulla nave. Hanno preso il largo immediatamente prima che fosse buio.
- La mattina dopo – riprese Sara – la tempesta si fece annunciare dalla nave di Farrel che si schiantò fragorosamente contro la banchina del molo portandosene via una parte. Il ponte era pieno di sangue e dei due fratelli non c’era traccia.
- Hanno voluto riappacificarsi, hanno scelto la notte sbagliata e il mare se li è pappati. Non ci sono molti segreti e quei vecchi non avevano previsto proprio un cazzo – sbottò il gallego trangugiando il fondo della sua birra.
- Ti sbagli Brandàn.
- Già. Ti sbagli. Stamattina, mentre riparavate la vostra carretta, hanno trovato qualcuno nelle stive del peschereccio. Era Tierry. A quanto pare il povero ragazzo stava giocando a fare il pescatore quando ha visto arrivare Farrel e si è nascosto. Ci è voluto tutto il giorno per togliergli di dosso quell’immagine da cadavere muto, ma pare che alla fine sua madre gli abbia fatto sputare il rospo.
- Dice che sono salpati così in fretta che lui non ha avuto il tempo di sgattaiolare fuori per scappare però ha potuto sentire tutto.
- Come vedi il matrimonio di Farrel non era poi così benedetto come si era augurato – sottolineò Abner con un sorrisino rivolto al gallego.

lunedì 28 aprile 2008

bianco spuma - cap 2


Lo stomaco della notte ruggì, e lo fece così forte che le finestre e le pareti della piccola baracca tremarono.
- Puttana rana. Sembra che il mare abbia deciso di cascare dal cielo. Se la tempesta peggiora si porterà via anche questo posto – commentò Abner da dietro il suo cappello, immerso nel fumo della pipa.
- Già. Finalmente Dio ha deciso di ripulire questo pianeta dall’idiozia che creò millenni fa. Stanotte si cucina un bel brodino con tutta l’umanità e da domani si rinizia! – disse la voce gracchiante di Krad in fondo al bancone.
- Vafanculo Krad, lo sai che porti merda? – replicò Brandàn con il suo tipico accento spagnolo e sbattendo il boccale sul bancone.
- Che mi appendano per le palle, guarda com’è ridotto quell’uomo e dimmi se stanotte il cielo non ci seppellisce tutti.
Si girarono verso lo straniero, ma quello non raccolse la provocazione continuando in silenzio a godersi la sua pinta, con il capo chino ed i capelli a nascondergli i lineamenti. Solo il movimento meccanico che portava il boccale alle labbra rompeva la sua fissità.
- È quello che pensano anche i ragazzi giù in paese. È due giorni ormai che non si fanno vedere da queste parti – fece la barista afferrando un boccale vuoto e cancellandone meccanicamente l’impronta con la spugna.
- Nessuno ricorda una tempesta così improvvisa e violenta su queste coste e gli anziani hanno proibito loro di avventurarsi oltre il grande faro. Li tengono tutti occupati nel porto, per vedere se si riesce a riparare i danni subìti – informò il vecchio Abner da dentro la sua nube di tabacco.
- Già. Il problema è che neppure in quel buco di porto siamo al sicuro – aggiunse Brandàn – La nostra nave stamattina ha sbattuto contro il molo e ci siamo fatti il culo tutto il fottuto giorno per riparare la falla e mettere in salvo il carico. Con tutto quel che c’è da fare l’ultima cosa che ci serve è doverci preoccupare di qualche cazzata di quei bambocci.
- Nessuno di loro si arrischierà a fare nessuna bravata con questo tempo – li tranquillizzò Sara, mentre puliva il bicchiere con lo sguardo fisso oltre la finestra. Sotto i suoi occhi, poco più in là, il mare si infrangeva sugli scogli con una potenza che aveva del terrificante, disegnando l’aria con uno spettacolo pirotecnico di schiuma.
Sulla punta più estrema di un molo gettato in mezzo alle acque, il bar non era nient’altro che un’antica baracca in legno per la pesca, di cui ancora conservava le grandi reti incrostate appese al soffitto. Un modesto bancone ed un paio di tavolini rotondi animavano lo spazio dell’unica stanza. Sotto, una selva di pali la radicava agli scogli dove, poco più in là, si ergeva il piccolo faro che sanciva l’imboccatura del porto. Solo l’estremo prolungamento del molo, un sottile camminamento di cemento, univa la palafitta alla terra ferma e al villaggio.
- Non c’è un cazzo da fare. Avevano ragione gli anziani su Farrel – disse Abner emettendo con preoccupazione un lungo sbuffo di fumo azzurrognolo, mentre con il beccuccio della pipa infilato sotto al cappello di feltro si compiaceva nel torturare la sua calvizie.
- Ancora con questa storia? – lo interruppe spazientito Brandàn – Non posso credere che diate retta ai deliri di quelle mummie.
- Quelle mummie sono la storia di questo posto. E tu gli devi rispetto – rispose secco il capitano Abner, puntando la sua pipa verso il gallego come fosse un’arma.
- Già il giorno del matrimonio avevano cominciato ad intuirlo – aggiunse Sara ripensando a quello che era successo anni prima.

lunedì 21 aprile 2008

bianco spuma - cap 1


Il vento se li portava sempre.
E quel vento, lì, era di casa.
C’erano notti in cui pettinava il cielo, spazzava le onde con solenne officio e rovesciava sulle spiagge bave e orrori. Risaliva il porto con impeto, imbiancando di sabbia e sale, come un’armata si addentrava nelle strade e, senza bussare, entrava nelle case. Vi entrava a porte chiuse, nelle menti dei suoi abitanti.

Il vento se li portava sempre.
Quel vento che a volte pareva sopito, dormiente in qualche porto o ammaliato al largo da qualche sirena. Sotto il sole estivo o nella nebbia invernale, anche il silenzio era un’attesa di lui, del suo profumo salmastro e della sua voce scrosciante.

E il vento sempre se li portava.
Quegli strani personaggi, retaggio di assurde maree che li abbandonavano sul bordo del mare, ereditati da nessuna nave. Apparivano quando il vento più infuriava nell’aria piena di spruzzi. Comparivano sulla soglia del bar del porto, ovvia apparizione di un giorno di tormenta.


- Ehi amico, che succede? Al cielo si son rotte le acque? – disse una voce dalla penombra alla fine del bancone.
- Fatti un nodo alla lingua, Krad – lo zittì una delle sagome sedute.
L’uomo entrò e si chiuse la porta alle spalle. Si diresse verso il bancone continuando a sgocciolare sul legno scuro del pavimento, mentre le scarpe scricchiolavano e schiumavano ad ogni passo. Appoggiò il giubbotto grondante su di un panchetto e si sedette. I capelli erano completamente bagnati e somigliavano più a delle alghe accidentalmente invischiate alla sua testa che alla capigliatura di un uomo.
– Una pinta per favore.
La barista prese uno dei grossi bicchieri che si trovavano di fronte allo specchio e cominciò a spinare. Guardò il nuovo arrivato con interesse e mentre gli porgeva il boccale decise di iniziare il suo gioco preferito. Passava così tanta gente da quel bancone che aveva sviluppato una vera e propria capacità per interpretare dagli indizi chi era il suo nuovo cliente. Non si trattava tanto di indovinarne la provenienza, quello era relativamente facile. Quanto piuttosto il motivo che l’aveva spinto ad arrivare fino a quelle coste, al paese, al bar. C’erano marinai che sbarcavano su quel bancone per noia, per riparare a una tempesta. C’erano forestieri in cerca della compagnia confortevole degli estranei o semplicemente desiderosi di ingannare il tempo con una buona dose di alcool. C’erano i perdigiorno dei villaggi dell’entroterra, che cercavano nelle storie della gente di mare un passatempo e un diversivo.
Chissà questa volta chi si trovava di fronte.

martedì 15 aprile 2008

tragaluz - cap1

Si accomodi, disse con voce velata.
La ringrazio, rispose la signora sedendosi.
Vuole che le favorisca il menù?
Oh, no grazie. Sto aspettando una persona. Mi porti un bicchiere di vino nel frattempo, per favore.
Certo signora.
Con un impercettibile inchino girò su se stesso e scivolò verso il bancone. Mentre riferiva l’ordine pensava che quella donna avesse fascino. Ne aveva viste passare tante da quelle parti, certo. Vestiti splendidi, modi raffinati, delle vere dame. Eppure non avevano charme, carattere. Lei sì, pensò tra sé.
La serata andava bene, il ristorante era quasi pieno ed i clienti si trattenevano volentieri in chiacchiere dopo aver terminato la cena. Mentre passava trai tavoli come un’ombra discreta, si ritrovava a guardare in direzione di quella donna sola, seduta al tavolo, che accarezzava il bicchiere di vino e lo sorseggiava lentamente. Non c’erano sigarette ad ingannare l’attesa. Non c’erano moti di disagio o di impazienza. Semplicemente guardava. Si guardava intorno come se il locale fosse un’opera d’arte. Ne osservava i dettagli, si soffermava sulle luci, sui tavoli. Mai che si permetta di fissare i clienti però, pensò.

Signora, tutto bene?
A meraviglia grazie.
Vuole che le porti qualcosa nel frattempo che aspetta? Qualche salatino, del pane tostato?
No, la ringrazio. Sto bene così, non ho fame.
In ogni caso non si preoccupi. Se le venisse fame più tardi non ci sono problemi. La cucina resta aperta fino al mattino. Non dubiti a farmi un cenno per qualsiasi cosa desideri.
Molto gentile, la ringrazio.
Si trattenne leggermente col suo inchino e tornò dagli altri clienti. Una signora come lei non dovrebbe aspettare, si disse. E mentre aspettava un piatto di solomillo en vinagre de Modena si trattenne ad osservarla, discretamente, da lontano.
La prima cosa che colpiva di lei ovviamente erano quei capelli grigi ramati di bianco e nero raccolti sul retro in una piccola coda. Dentro quella cornice stavano assisi due occhi di una intensità straordinaria, che smentivano con la loro aria vispa l’età che i capelli affermavano. Hanno qualcosa dentro, nel loro modo di osservare, come se dietro, dentro, ci fosse qualcuno che osserva da molto lontano.
Divenne la sua piccola preoccupazione per quella sera. Decise che avrebbe fatto in modo che non le mancasse nulla. Già era estremamente penoso vederla aspettare sola dopo tutto quel tempo, anche se a lei sembrava non importare.

Se mi permette, signora, la casa vorrebbe invitarla ad ingannare l’attesa con questo piccolo omaggio. È un passito speciale che importiamo direttamente dalla Sicilia abbinato con alcuni semplici antipasti di formaggi e miele. Speriamo che gradisca.
Estremamente gentile da parte Vostra. Ma vi prego, non dovete disturbarvi. Sto solo aspettando. E l’attesa non mi pesa.
Certo signora. Ma la prego di accettare in ogni caso questo dono.
Con molto piacere allora.
Girò elegantemente su se stesso e tornò verso la cucina.

martedì 18 dicembre 2007

inedia

Si girò dall’altra parte. Sentì distintamente passargli sul volto umido di sonno lo spiffero gelido della finestra. Non si prese neppure la briga di girarsi dall’altra parte, ma rimase lì, a sorbirsi la sua silenziosa punizione. Stava con gli occhi aperti, e distrattamente controllava i movimenti degli altri ragazzi dell’appartamento. Se ne erano andati quasi tutti, ma qualcuno continuava ancora a muoversi in cucina. Ruotò leggermente la testa e riuscì a vedere attraverso le persiane socchiuse le piantine che teneva sul davanzale. Dentro vasi malamente dipinti a mano stavano numerosi scheletrini rinsecchiti di alcune spezie un tempo rigogliose. Non ebbe neppure un moto di nostalgia. Non gli importava più di quanto gli importavano i minuti che continuavano la loro corsa sul display della radiosveglia. Li guardava come fossero esserini, formichine fluorescenti che compivano incessantemente il loro lavoro di spostare, con precisione che aveva dell’incredibile, le aste dei cristalli liquidi. Guardarli cambiare, nel silenzio della sua stanza, era come ascoltare una sinfonia suonata solo per lui, dall’inedia delle ore vuote. Le sentiva proprio come diceva la canzone, come uova di cioccolato fuori stagione, incredibilmente vuote e prive del loro regalo.
Quando si sentì stanco di stare nel letto scostò leggermente il piumino e rimase per alcuni secondi seduto a guardare le nuvolette di fumo bianco che gli uscivano dalla bocca. Gli sembrava di averci la brina sul volto.
Accese l’acqua della doccia e mentre si scaldava rimase alcuni secondi a guardarsi di fronte allo specchio. Non era tanto sicuro che fosse uno specchio piuttosto che un buco nel muro che dava su un altro appartamento, perché l’immagine che vedeva riflessa non corrispondeva affatto all’immagine che aveva di sé. Non che ultimamente avesse molto fatto caso alla sua immagine, per la verità. Si sentiva un po’ come le sue piantine. Stava lì, riseccolito, con le spalle incassate ed il collo chino. Nella faccia presa in prestito da un museo delle cere neppure gli occhi rivelavano alcuna espressione. D’altra parte non pensò proprio nulla al vedersi. Forse qualcuno gli aveva aspirato il cervello qualche giorno prima perché proprio non riusciva a provare nessun sentimento, nessun pensiero lo attraversava. Era solo reazioni. Languide.
La doccia era bollente. Rimase sotto, senza muoversi, senza lavarsi, per un tempo indefinito. Gli procurava un grande piacere l’acqua calda che scorreva su di lui. Era uno dei pochi baluardi che gli erano rimasti. Il caldo che entrava dentro del suo corpo inerte, il vapore che lo circondava, solleticandolo mentre saliva. Neppure il proprio tocco gli provocava più sollievo, bensì vergogna.
Mise alcuni vestiti a caso, usati più e più volte e come sempre riposti nell’armadio.
Si fermò davanti alla porta. Pensò dove avrebbe potuto andare. I luoghi erano tutti indistintamente uguali. Scelse senza convinzione quello dove era più certo di non incontrare nessuno che conoscesse ed uscì.

lunedì 17 dicembre 2007

venti di questi giorni

Mise gli auricolari. Alzò il bavero e strinse la sciarpa.
Il viaggio iniziava.
Uscì dal portone e si avviò lungo il viale. Il freddo notturno era l’unico abitante di quella desolata domenica e le vie sembravano set di qualche film su cui si erano magicamente spenti i fari. Voltò ed imboccò la via che lo portava fino in piazza. Un vento improvviso si alzò ferendolo come un rasoio al volto. Iniziò una nuova canzone e inaspettatamente la città, muta nell’asetticità dei suoi auricolari, cambiò aspetto e si accordò alla malinconia musicale. Il freddo ora gli ricordava le sferzate gelide ed umide che si pativano sui ponti delle navi, a notte, in alto mare. Quel vento carico di libertà, sale ed ignoto. Quel vento che portava le stelle sulla poppa. Gli ricordava gli inverni passati in riva, a nascondersi nella nebbia, quando il mondo non era altro che una bolla di fumo biancastro che non sarebbe mai riuscito a trovarlo. Gli alberi dal giardino della piazza lasciavano cadere le poche foglie rimaste e queste, come leggeri gusci di noce che navigavano nel maestrale, attraversavano gli spazi vuoti, si infilavano nei cortili, sbirciavano dalle imposte socchiuse le coppie in amore. Poco più avanti un gruppo di foglie morte, incartapecorite, cominciarono a mulinare, rincorrendosi nel vento come cuccioli di qualche forma ancora non scoperta di animale. Li guardava saltare, librarsi, strisciare per poi tornare indietro, a ricongiungersi con le altre. Le strade erano deserte, inutilmente illuminate, ed mostravano ogni tanto i rosari delle luci di natale. La solitudine nascose la vergogna e si mise a cantare sommessamente, accompagnando con un filo di voce la colonna sonora di quella notte. “Lagrimas de plastico azul, rodando por la escalera”. Il freddo lo ristorava, protetto dentro il suo cappotto ed il suo mondo di suoni personali. Guardava la città inanimata, che si muoveva assonnata nell’aria della notte, e senza voce. Le gambe, a lungo allenate alle camminate solitarie, procedevano in automatico a passo spedito, imboccando strade senza esitazione. Si sentiva come un filo che, improvvisamente, correva dritto dentro l’ordito di un grande arazzo, senza toccare nulla. Come se fosse possibile non sentire la complessità dell’intreccio.
Tolse la chiave e chiuse la porta di casa. Appoggiò con cura il montone nell’armadio, sulla gruccia, piegò la sciarpa e mise la borsa sul suo ripiano. Si mise una maglietta, un paio di pantaloni e si infilò nel letto. Appoggiò il portatile sulle gambe e mise un film. Uno qualsiasi, non importava che fosse. Il suo volto rimase illuminato dall’azzurro del monitor finché la sveglia non disse che era abbastanza tardi. Spense il computer e si mise a dormire, nel freddo silenzioso della sua stanza.

domenica 9 dicembre 2007

BMX


-Yuuuuuuuuu!!
La bicicletta sfrecciava in discesa, correndo rapida tra le mura cittadine e quelle più modeste dei campi. Sentiva l’aria trai capelli e pungergli il viso. Era quell’aria pulita e fresca reduce da una giornata di pioggia. La sua BMX senza parafanghi alzava parabole di schizzi al suo passaggio, che finivano inesorabilmente sul suo giubbotto nuovo o addosso a chi lo seguiva. Se la mamma l’avesse saputo ovviamente si sarebbe arrabbiata.
-Vai, vai! – disse Matteo, poco dietro di lui, con la faccia segnata di fango.
La strada si prendeva una piccola pausa e tornava leggermente in piano mentre svoltava sulla sinistra con una curva lieve.
-Perfetto.
Nessuno gli avrebbe tolto quel piacere intimo.
Si preparò. Si alzò leggermente sul sellino, spostando il peso del corpo a sinistra. Controllò che il freno destro fosse ancora lì pronto a tirare. Non appena imboccò la curva si inclinò ancora un po’ e tirò il freno. Immediatamente la ruota posteriore si bloccò cominciando a raschiare l’asfalto, mentre progressivamente si allontanava sul lato destro.
Quasi non respirava. Lui e la bici erano una cosa sola. Poteva sentire perfettamente ogni tratto di strada sulla quale strisciava, la noncuranza della ruota anteriore che continuava imperterrita a segnare la direzione, il telaio inclinato come fosse una posizione di una danza metropolitana e la ruota dietro, la regina di quel momento, che cantava il suo ruggito. Poteva immaginarsi perfino quanta gomma stava consumando ed aggiungere mentalmente un’altra strisciata sul suo copertone già mezzo liscio. Vide il suo posteriore avanzare un po’ troppo, portandolo verso una posizione pericolosamente perpendicolare alla ruota anteriore e allora allentò la presa sul freno, ritrovando quell’equilibrio magico che visto da fuori doveva apparire magnifico. La bici terminò la sua euforia proprio ad un soffio dall’inizio del prato che costeggiava la strada. Perfetto, pensò.
Voltò la testa indietro e vide Matteo, anche lui in quella posa ardita. La ruota anteriore schizzava in avanti come a tracciare un’ideale traiettoria e a chiedere all’aria di farle spazio. Vide la ruota posteriore mettersi di traverso e Matteo inclinarsi ancora di più per mantenere l’equilibrio. Magnifico, pensò ancora una volta.
Non fece in tempo a pensarlo che la ruota, al limite della sua inclinazione, saltò su un improvviso avvallamento e fece perdere la compostezza di tutta la composizione. In un istante la bici si torse su se stessa, facendo volare il posteriore sempre più avanti.
Si sentì arrivare addosso un ammasso di ferro e carne e non ebbe il tempo di reagire.
Si ritrovò con il volto al cielo, sdraiato sul prato, con la testa in una pozza di fango. Sentiva distintamente il suo amico e le biciclette accatastate sul suo corpo. Cominciarono a fargli male la mano, la gamba, il ginocchio. Ma non importava. Non alzò neppure la testa dalla pozza. La sola cosa che poteva vedere, in quell’inquadratura cinematografica del cielo, era un vecchio lampione che, come un ufo, sbucava tra le fronde di un ulivo. Quasi che assistesse alla loro gloriosa impresa ed alla loro comica disfatta.
Gli si staccò dai polmoni una risatina che cresceva via via, a cui si unì anche Matteo. E rimasero lì, stesi su quel prato umido, a ridere.

venerdì 7 dicembre 2007

calze a righe

-Allora è vero.
-Già.

Si tolse le gambe da sotto e le stese di fronte a sé. Guardava la città, attraverso la gelosia degli alberi invernali. Per fortuna lo scroscio del fiume arriva fin qua, pensò, e lava il rumore di queste strade.
-Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma non volevo ammetterlo. Tu eri sempre così tranquillo che non pensavo …
-Non ne parlavo ma era nell’aria. Non aspettavo altro. È da così tanto che lo desidero che neppure ricordo più quando è iniziato.
-…
-…
-Mi fai paura a volte, quando parli così.
-Perché?
Lei piegò ancora un po’ le gambe, raccogliendole sotto di sé e si passò una mano sulle lunghe calze a righine. La guardò stendere invisibili pieghe, con un’attenzione distratta.
-Sembra tutto così facile per te … Sembra quasi che tu non sia mai stato qui. Che tutti questi anni non siano mai esistiti. Parli di tutto questo come se fossi appena arrivato, come se la tua vita qui fosse stata una piccola parentesi preventivata, quasi che non l’avessi mai aperta …
-Sai che non è così.
-Perché dovrei saperlo? Nelle tue parole non c’è un briciolo di nostalgia, di dispiacere per tutto quello che lasci, per tutto quello che hai costruito e che abita qui. Non ti importa di lasciare tutto questo? Non fa nessuna differenza?
-Non è così. Non farla così tragica. È quello che voglio. Volevo partire da tanto …
-Sì, ma e nel frattempo? Cos’è, non hai forse vissuto con noi? A volte me lo domando seriamente, se tu non abbia deciso anni fa di aspettare un nuovo inizio e nel frattempo di alzare uno screen saver sulla tua permanenza qui. Un pilota automatico. Un esistere senza pretese.

Lei guardava il cielo ora, come cercando di leggere nei suoi origami se le parole andavano a segno. Non aveva il coraggio di guardarlo in faccia. Sapeva che stava per aprire un baule di cose mai dette seppellito da tanto, troppo tempo. Anche lui lo sapeva. La sentiva arrivare, a invadere la sua intima segretezza, come un tuono in lontananza. E non c’erano ripari nei pressi. Solo questi alberi scarni, questo rudere di mura ed una città che non amava.
-Tutto questo tempo e … e sembrava che giocassi con delle riserve. Come se conservassi per chissà quando i tuoi fuoriclasse. Cosa abbiamo noi? Perché non siamo degni della tua partecipazione?
-Ma se abbiamo fatto un sacco di cose insieme! Siamo andati in tanti posti, abbiamo viaggiato insieme, abbiamo studiato, giocato, abbiamo
-Abbiamo. La presenza non vuol dire partecipazione. Quante volte eravamo a cena insieme e tu ascoltavi le mie parole come se fossero aria? Quante volte ti ho chiamato per raccontarti di me e tu in silenzio fingevi di sentire? Pensi che non me ne accorgessi? Pensi davvero che fossi così idiota? Cazzo…
-…

Abbassò la testa, guardando alla sua destra, sotto di sè, le mura che finivano una decina di metri più sotto, nascoste in una leggera sterpaglia. In quella direzione poteva vedere il fiume annodarsi verso le montagne, fino a dove gli umori della città glielo permettevano. Non sapeva cosa rispondere. Quelle parole erano la chiave del suo scrigno, ed ormai era tardi per fermarle.
-Vedi … in tutto questo tempo io sono stata in disparte. Ho provato ad avvicinarmi a te ma non reagivi mai. Era sempre come se non avessi bisogno di me. Era come se tu non avessi bisogno proprio di nessuno. Ed è stato dannatamente difficile. Ogni tentativo era vano. Cazzo, tu stavi lì, in cima alla tua montagna, quando stavi male scendevi un po’, si cenava insieme, una birra e due buffonate con gli amici e poi tornavi su. Ti si leggeva in faccia quando ti annoiavi di noi. A volte penso che avrei potuto fare un conto alla rovescia. Attenzione ragazzi, arriva: 3, 2, 1 … eccolo! E gli occhi ti si abbassavano leggermente, come a issare bandiera bianca. Merda, non riflettevano neanche più. Ti piazzavi lì in versione attaccapanni in attesa dell’uscita di scena. Ed era impossibile farti tornare in te. Non ci hai mai lasciato l’opportunità di stare con te sullo stesso palco. O noi o te.
-E cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto continuare a recitare la mia parte? Quella del ragazzo divertente, che tanto è questo che la gente vuole vedere da me? Fingere per compiacervi tutti? Così almeno non avreste dovuto sentirvi infastiditi dal mio non essere con voi. La verità è che non ve ne frega un cazzo, la verità è che volete stare tranquilli, mi vorreste sempre solare e divertente, vorreste qualcuno a cui poter sempre raccontare i vostri problemi, qualcuno che vi possa aiutare. Volevate qualcuno che fosse sempre disponibile ad ascoltarvi, che rispondesse sempre “bene” quando gli chiedevate come stava, così poi voi, invece, avreste potuto raccontargli i vostri drammi personali. Oh, poveri piccoli drammi. Io ne ho pieni i coglioni dei vostri drammi. Pensate di essere gli unici ad avere una vita difficile? Vi siete mai domandati cosa c’era dietro alla risposta “bene”, pronunciata senza colore? No, non ve lo siete mai domandati. Perché vi faceva comodo una Cenerentola dell’anima. E sai che? Eccomi, mi ci avete trasformato.


Su quello spuntone di mura cominciava a calare il sole. Lui si teneva le ginocchia al petto, dondolandosi leggermente in silenzio. Lei sembrava sul suo scoglio, nel mare di Copenaghen. Chi passava nella boscaglia lì vicino restava intimamente colpito da quella composizione, da quei due corpi controluce sulla parete diroccata.
-Non sai cosa vuol dire essere nostalgici. Quando son nato mi hanno messo qualcosa lì, tra atrio e ventricolo, ed ogni volta che il sangue pompa cresce un pochino. E mi rode, perché non mi lascia tranquillo. Le cose durano il tempo di un soffio e poi mi annoiano. Da qualche parte dev’esserci qualcosa che duri. Da qualche parte devono sapere qual è il sapore del quotidiano. E devono saperlo cucinare. Io voglio impararlo. Voglio non annoiarmi delle stesse facce, delle stesse idee, dello stesso tutto che mi circonda. Capisci? Non ce l’ho con voi.
-E tu capisci che ce l’abbiamo tutti questo problema? Pensi che sia felice di vedere sempre gli stessi errori nelle stesse persone?
-E allora come fai? Io, ti assicuro, non ce la faccio.
-…
-…
-E pensi che là abbiano migliori vasi per le tue radici?
-Non lo so, ma almeno ci proverò.

Lentamente si sporse un po’ davanti a sé e raccolse un filo d’erba, che cresceva ostinato trai mattoni. Lo girò tra pollice ed indice, con calma, per sentirne la presenza. I capelli le scendevano leggermente a coprirle il viso. Quello che disse arrivò come da una trincea. Senza preavviso.
-Perché non mi hai mai baciato?
-…?!
-…
-Ma …

Pensò improvvisamente che qualcosa doveva essere esploso perché sentì salire alle guancie un calore improvviso e la gola gli si serrò. Come sempre, quando ne aveva più bisogno, il suo cervello andava in pappa. Ora sì che era nudo.
-So che lo hai pensato molte volte. E sai che a volte l’ho pensato anch’io. Allora perché? Dimmelo, ti prego.
-Io … io … Dio mio … non lo so …

Lei continuava a guardare quel piccolo filo d’erba, facendolo scorrere lentamente senza sosta. Non le vedeva gli occhi, ma non ve n’era bisogno per capire l’espressione che dovevano avere. Cercò dentro lo scrigno e si trovò una lettera che non aveva mai letto. Neppure per sé. Provò a recitarla.
-Avevo paura.
-Di cosa.

Di tutte le accuse, quella non poteva avere un tono più dolce.
-Di … perderti, credo.
Fu allora che si girò. Gli occhi, quegli occhi, navigavano in due grandi goccioloni di tristezza.
-E cosa credi di aver fatto?

mercoledì 5 dicembre 2007

ancora una volta


Finita la battaglia si rialzò. Annusò l’aria che sapeva di sangue e si sentì finalmente libero.
Aveva vinto ancora una volta. Tutti i corpi che si stendevano intorno a lui lo proclamavano, ed il sangue, il dolore, sancivano il suo essere ancora inesorabilmente vivo. I polmoni gli si riempirono di pungente gloria, come tanti spilli adrenalinici.
Fu un attimo.
Come sempre.
Voltò le spalle, girò su se stesso, in piedi su quell’ammasso di corpi ed armi. Fino all’inizio della foresta, dove il prato saliva a chiudere la piccola radura, non scorgeva un solo movimento. Uno sterminio. Ed era opera sua.
Si alzò il vento e portò con sé gli ultimi bagliori di soddisfazione.
Ancora una volta – disse – siamo arrivati a questo punto. Sono passati gli anni, i capelli cominciano ad imbiancarmisi ed ancora una volta mi ritrovo qui. I corpi sono diversi, certo, i cieli sono diversi. Ma la situazione, quella è sempre la stessa. Come una maledizione mi perseguita, si annida nella mia ombra.
Ora lascerò questo santuario di morte e cavalcherò con la sola compagnia della mia fida spada attraverso boschi e montagne. Quando la gente sarà tanto differente da non poterne riconoscere neppure la lingua, quando le loro usanze saranno così straniere da suscitarmi curiosità, quando sentirò di aver espiato a sufficienza con esilio e solitudine lo sterminio che ho appena compiuto, lì troverò la mia nuova dimora.
Avrò un nuovo nome. I miei occhi torneranno a splendere, le mie mani a lavorare, le mie parole saranno nuovamente pietre, saranno saggezza ed esperienza. Nuovi occhi mi rapiranno, di questo ne sono certo. Corpi si raduneranno intorno a me ed io li chiamerò fratelli, famiglia. Lotterò con loro per difenderci dai lupi e dagli aggressori. Costruiremo case per proteggere le nostre famiglie.
Ma tutto questo non servirà a nulla.
Non serve mai a nulla barricare le case, se il fuoco che arde sta dentro. Non ci sono demoni da tenere fuori tanto potenti come quelli che sono in noi. E proprio dalle pieghe dei nostri letti, dalle stanche e morte ore di una notte qualsiasi, risorgeranno destandosi come d’improvviso.
Ventiquattro lune, già lo so. Tarderanno ventiquattro lune. E poi, serpeggianti e persistenti come la risacca del mare, verranno alla luce.
Prima saliranno agli occhi, velandone la brillantezza. Gli sguardi si spegneranno e gli entusiasmi con loro. Poi sarà l’ora della lingua, dove coveranno piccole malignità che ingombreranno l’orecchio. Di bocca in bocca si diffonderà il morbo, e a nulla varrà la salubrità del sole o delle stagioni. Dentro sarà tardo autunno.
Le parole si faranno serpi, i gesti infamie, il valore sarà dimenticato e l’ingiustizia regnerà sovrana. L’amore. Ognuno capirà di non averne mai ricevuto né dato. Tutto sarà violenza.
Si inizierà a mettere fuoco al villaggio, ciascuno incredibilmente iniziando dalla propria casa. Il delirio si riverserà per le strade e si cercherà il sangue per estinguerlo. La solitudine delle notti sarà invasa dalle grida e dagli strepiti.
E non sopporterò oltre.
Sarà un’operazione pianificata dalla perdita di ogni pazienza e comprensione. Sarà metodica.
Chi mi è più caro sarà il primo a cadere. Non verserò una sola lacrima quando vedrò i tuoi occhi spegnersi. E quelli dei miei amici. Piano piano tutti cadranno sotto la mia spada ed il villaggio si radunerà come aspirato dal mio vortice. Tutto sarà nuovamente silenzio. E nulla.
Ancora una volta.

domenica 23 luglio 2006

vagabondo

Si guardò mentre appoggiava la scatola del succo per terra e si scoprì a pensare:
“Quanto rapidamente un uomo può raggiungere il fondo.”
Si guardò intorno. Lo stanzino era buio. Solo la luce azzurrognola dello schermo del suo portatile albeggiava e disegnava i confini dello spazio. Sul tavolino, incredibilmente rotondo, erano sparsi i semi del suo umore. A guardarli neppure lui riusciva a credere all’incredibile degrado cui si era lasciato andare.
Si vide pochi minuti prima mentre mangiava avidamente brandelli di baguette e scacchi di cioccolata da 50 centesimi. La sua cena. Le sue aspirazioni ad alcolizzarsi naufragavano in un bicchiere sporco di succo. Neppure quello gli era riuscito bene.
Fuori l’autunno di Granada si faceva sempre più freddo.
“La solitudine gioca brutti scherzi. Eccomi qui a cercare di ammazzare il tempo con il ticchettio dei tasti di un computer.”
Le briciole di pane e gli aloni di succo disegnavano la superficie del tavolo sul quale stava lavorando, se così si può dire. Di fianco, il cellulare, in attesa di una chiamata di qualsiasi persona, purchè lo portasse via da questo stato di sospensione.

Poi entrò Michael. Quello strano ragazzo dai rossi basettoni arruffati riusciva sempre a farlo ridere. E cominciò a mettere un po’ a posto.

mall_ 22.01.06

La stanchezza arriva e il mondo si distrae.
Nella nuova piazza dei desideri è sabato pomeriggio tardi, e la gente prende fiato prima di gettarsi nella serata che deve essere.
Un uomo. Barba lunga, brizzolata, berretta calata sulla testa, maglione nocciola largo. Guarda lo sportello dei surgelati e parla. Niente cuffie né telefoni. Parla coi surgelati o con se stesso.
Sulla musica passata dalle casse del supermercato una bambina-quasi-ragazza che non soffre certamente la fame si muove come se fosse una ballerina di qualche spettacolo. Ignora tutti gli altri che le passano a fianco e che la ignorano. Perché è faticoso preoccuparsi il sabato pomeriggio.
Un ragazzo tiene le dita appoggiate a un angolo della bocca. Banco frigo. Reparto frutta. Il suo sguardo passa gli occhiali senza montatura e si fissa su qualcosa che per certo non è qui.
Divisa a righe rosse su campo bianco, piumino smanicato sopra. Gli occhi spenti non si soffermano su nulla ma camminano languidi dalle merci ai clienti. Tredici euro e venti.
Facce americane stanno in fila alla cassa. E la sola cosa che comprano è alcol. Senza gusto. Birra e vino. Comprano alcol e una serata. Comprano bottiglie sperando di non trovarci sul fondo la solita tristezza. Quella tristezza che avanza, che non puoi affogare, che sa nuotare meglio di te e torna a galla, evidente e muta, quando la vita si fa meno stringente. Quando la vita ti lascia il tempo di guardarti le rughe. Comprano un biglietto per l’evasione, per fuggire da questo mondo senza felicità, per naufragare in uno in cui la tristezza è vestita di sorrisi, e le lacrime non si ricordano. Cancellano con gli aloni delle bottiglie gli aloni di un cuore prostrato.
Perché alla tristezza l’uomo prova ad adeguarsi. E comunque vada uscirà triste da questa sfida. E comunque vada si alzerà domani.

What have i become
My sweetest friend