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venerdì 7 marzo 2008

a bon droyt - capitolo 12 - la fine


“Puttana miseria”. Metto personalmente la mia parola di uomo d’onore: il sig. Gauthier non era tipo da parolacce. La sua faccia crollò nello stesso momento della sua valigia a terra. Di fronte a lui uno spettacolo da fine del mondo: il piazzale del castello sembrava brutalmente trasformato in una discarica: sedie rotte dappertutto, cartacce come un tappeto, tavoli, bottiglie a non finire, botti da osteria divelte.
“Eh già! Gliel’avevo detto che non era un bello spettacolo!” l’ispettore Egide stava al fianco del sig. Gauthier con vago sorriso dipinto sul volto.
“Ma non credevo così tanto….”
“Devastato?”
Infondo al piazzale giaceva, abbandonato come un uomo dopo una lunga notte in buona compagnia, niente meno che un palco. Doveva essere stato abbastanza bruttino anche quando era intero, ma ora giaceva disfatto, sfasciato e divelto.
Dalla torre svolazzava una fune con ancora appese alcune lanterne, le più ardite erano volate letteralmente via finendo sui tetti del castello o chissà dove.
“…e dice che nessuno ricorda nulla?”
“Mi dispiace ma quando siamo arrivati, questa notte, non ci aspettavamo tanta gente. Sono scappati quasi tutti i pochi che siamo riusciti a trattenere sono ancora ubriachi, ma temo che non ne sappiano più di noi.”
“…e c’è stato uno spettacolo teatrale… vero?”
“Si, sappiamo che qualcuno a messo in scena, clandestinamente, uno spettacolo.”
“Grazie ispettore… credo che lei possa andare…”
“E riguardo a Adrien”
“Oh… già… be rilasciatelo non mi importa se c’entra oppure no… non intendo sporgere denuncia.”
“Arrivederci allora!”
“Arrivederci.”

“Irmine!”
“Dimmi Briac…”
“Portami un’altra boccia, sei sicura che Francesco non ha lasciato detto nulla?”
“No Briac. Sta mane ho trovato i soldi della pigione sul suo letto e la stanza già pulita.”
“OH Briac!!”
“Dimmi Anton…”
“Sai che Elsie e Andrè si sposano?”
“Alla salute!”

Era una mattina assolata e felice. Di quelle con il fondale dipinto a campi di grano, in una campagna che sembrava non avere alcuna preoccupazione al mondo, in mezzo ai campi c’era una stradina che collegava due paesini: uno era Vierzon, l’altro era Limeux.
Due uomini stavano seduti sul ciglio della strada, tutti e due con le rispettive valige.
“Da dove sei uscito?”
“Dal portone principale…”
“Rifarti la torre in discesa non ti andava?”
“Decisamente no… e poi l’importante era entrare.”
“E tutto questo a cosa sarebbe servito?”
“Volevo che sapesse che non mi sono dimenticato della promessa…”
“…”
“…”
“per sempre… giusto?”
“Giusto”
i due uomini non si guardavano mentre parlavano, poi uno di loro trasse di tasca una busta.
“Ieri sera dopo essere entrato nella torre sono sceso nello studio e gli ho lasciato l’anello.”
“Quel anello???”
“si, l’ho lasciato sulla sua scrivania.”
“Pensavo ci tenessi”
“non mi serve più…”
“Quella è lei?”
“tieni te la regalo”
“E’ la sua ultima lettera?”
“…”
“Non mi serve più.”
“Cosa dovrei farci?”
“Quello che ti pare”

Detto questo Francesco si alzò e prese la sua valigia:
“Arrivederci”
“Un ultima cosa… perché hai voluto che venissi qui?”
“Volevo che vedessi”
“…”
“Ora hai un'altra storia da raccontare no?”
“…”
“Addio…”

Francesco si incamminò senza voltarsi e lo sconosciuto rimase seduto sul ciglio della strada in mezzo ai campi dipinti dal sole cocente.
In mano teneva l’ultima lettera che lei aveva scritto a Francesco molti anni prima.
L’aprì.
Lesse le ultime parole scritte dalla mano di lei: “…per sempre” e la firma di lei; quel nome che aveva dato tanta pena al suo amico.

Si alzò e si incamminò nella direzione opposta a quella di Francesco.




FINE

sabato 1 marzo 2008

godi godi buongiorno 3

“Claire, porta un caldo abbraccio a quel signore nell’angolo…” disse il padrone mentre tirava fuori da un frigo una bottiglia di succo, “…e Claire…” si fermo a mezza frase. Claire lo guardò con aria interrogativa, il cassiere stava già fissando l’orologio e tutti si accorsero che c’era qualcosa che non andava.
Erano le 12.20 e il telefono non aveva squillato.
La vita ha un senso dell’umorismo, ma volte le sue battute non fanno ridere nessuno, anzi.

Quel giorno moriva kubrick, nasceva Aristotele, e una ragazza il cui nome mi è ignoto usciva dal lavoro come tutti i giorni da 3 mesi a questa parte per recarsi alla più vicina cabina del telefono e trovare la morte che l’attendeva nel mezzo della strada sorpresa soprappensiero da un camionista con discutibili gusti in fatto di adesivi da carrozzeria: uno dei quali rappresentava proprio la morte.
Io la vidi.
Guardava a terra.
Ferma.
Non feci in tempo a urlare.
Non feci in tempo a fare nulla.
Guardava una pozzanghera.

“Finalmente quel maledetto stupido ha smesso di prenderci per il ****.” Disse il padrone ad alta voce quel giorno, mentre Claire rispondeva al telefono un'altra volta, “Godi Godi Buongiorno?”, quella battuta che ti rinfresca la giornata.

sabato 23 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 11 - scena 4

Mentre si consumava così una magnifica rissa da taverna su vasta scala, accadevano due cose un po’ in sordina.
La prima: due innamorati si guardavano negli occhi sul palco, unica isola di quiete in mezzo alla tempesta di grida e corpi:
“Elsie sei stata meravigliosa, ti amo”
“O caro… dici? Si credo di essere stata meravigliosa. Ti amo anch’io Andrè”
La seconda: Adrien e Briac tenevano la vita di Francesco appesa ad una corda tesa nell’oscurità della notte, totalmente assorbiti dal problema della scalata quasi del tutto incuranti della baraonda alle loro spalle.

Di questo putiferio accalorato e roboante Francesco non si era accorto di nulla: la sua concentrazione era totalmente rivolta alla liscia superficie di pietra della torre, alla stretta della corda di sicurezza e alla destinazione della sua ascesa. Un vento gelido raschiava il suo volto e le mani cominciavano a dolergli.
Era rimasto solo.
Non fisicamente.
Nella testa aveva solo la sua corda e la sua torre.
E il suo scopo.
Un mare di nulla sotto di lui e una piccola lucetta sopra.
Le lanterne ad una ad una avevano cominciato a spegnersi per il troppo vento.
“Cazzo tu lo vedi?” Chiese Briac rosso per lo sforzo ad Adrien
“Mi pare di vedere un ombra lassù… maledette lanterne.”
“E’ troppo buio dobbiamo calarlo giù”
“No, deve farcela…”
“Ma che cappero gli frega di ‘sta storia, tanto nessuno lo sta più guardando” Briac si voltò per constatare che la rissa continuava con vigore, anzi erano appena cominciate a volare le bottiglie: segno che si stava ancora al primo tempo.
“E’ una storia lunga Briac… non posso dirti di più, ma ti assicuro che il signor Gauthier se la merita”
“E ora che c’entra il sig Gauthier?”
Intanto Francesco era arrivato quasi alla finestra e già poteva intravedere l’interno della torre. Fu in qual momento che gli manco l’appiglio di un piede, Briac e Anton sentirono bruciare nelle mani lo strattone della corda, Anton stese il giovane Fabien con un uppercut da manuale, Irmine prese a fare il tifo per Fernand, Elsie e Andrè si godevano il cielo stellato e Fernand spianava corpi a suon di lanternate.
Francesco rimase per un poco a penzoloni contro la parete della roccia, sono quei momenti nella vita di un uomo che ti viene fatto di pensare, inspiegabilmente, alle cose più insensate: tipo la morte. Si riebbe subito e con grinta feroce, dando un bel colpo di scarponi nella roccia, si issò fino alla finestra.

Appena raggiunta la stanza della torre si volse verso la corte illuminata e finalmente si rese conto della bellissima rissa che si stava consumando da basso. Senza perdere tempo diede due forti strattoni alla corda. Adrien capì il segnale e lascio andare: “Adesso Briac dobbiamo andare!”
“Cosa? E come fa a scendere?”
“Non scende da qui. Io e te abbiamo finito ora tocca a Francesco.”
“um… Mi pigliasse il diavolo se ci capisco qualcosa!”
“Vai a prendere Fernand, Anton e Irmine, credo che quella lanterna che vola sia Fernand!”
“E poi?”
“E poi a casa io devo chiamare la polizia di Vierzon, Egide sta aspettando al commissariato.”
“Cosa???”
“Stasera una masnada di pazzi si è introdotta nel castello e io sono pur sempre il custode no?”
“E cosa ne sarà di Francesco?”
“Lui sa quello che sta facendo… ora vai non dobbiamo perdere altro tempo.”
In quel momento arrivarono Guy e un tizio sconosciuto.
“Buona sera…” salutò Adrien.
“Buona sera” rispose lo straniero “Francesco è già dentro?”
“Si”
“Bene, mi volevo complimentare con voi per l’ottimo spettacolo. Temevo che la trama fosse un po’ scontata, ma il finale…” e indicò la rissa alle sue spalle “… è stato decisamente sconvolgente.”
Guy tirò lo straniero per una manica e disse: “Ora dobbiamo andare all’appuntamento…”
Lo sconosciuto si rivolse a Adrien e Briac: “con il vostro permesso signori… mi congratulo ancora con voi per la bellissima serata. Addio.”
Adrien e Briac si guardarono con aria interrogativa, ma preso atto che la festa stava ormai languendo, si diressero a recuperare i membri della cospirazione di Limeux.

a bon droyt - capitolo 11 - scena 3

La Torre, due guardie giocano a dadi di fronte al portone.

Prima guardia “6… non lo batti”
Seconda guardia “3… dannazione”
Prima guardia “6…”
Seconda guardia “3… disdetta”
Prima guardia “ahh! Sembra che il tempo s’è fermato! Due giri uguali a favor mio!”
Seconda guardia “shhh! Arriva qualcuno…”

Entrano Rinaldo,Fabrizio e Orazio un po’ in disparte

Fabrizio “Salute a voi!”
Prima guardia “E a voi lo stesso! Che vi mena a queste porte?”
Rinaldo “Ma guarda! Due valenti uomini d’arme!”
Prima guardia “Valenti quanto basta per guardare ad un portone.”
Fabrizio “Eh certo anche il portone ha il suo valore!”
Rinaldo “Quale terribile tesoro potrà mai celare questa porta per richiedere tanta sicurezza!”
Prima Guardia “Non son certo affari vostri!”
Fabrizio “Peccato!”
Rinaldo “Davvero! ‘Che i nostri affari ci pesano in saccoccia e saremmo stati felici di alleviare un po’ del nostro peso a favor vostro!”
Seconda guardia “Signori miei! Non son cose che si dicono a una guardia!”
Prima guardia “Non sono cose che si dicono, ma se saltan fuori se ne parla volentieri!”
Fabrizio “Diciamo che con mezza corona vorremmo soddisfare la curiosità… è un argomento che vi intriga?”
Prima guardia “Fuori la corona e le domande…”
Rinaldo “Da quanto tempo si erge questa Torre?”
Seconda guardia “Da sempre per quel che ne so io.”
Fabrizio “E per quale tesoro tiene fuori il mondo?”
Prima guardia “Ah non certo di un tesoro si tratta”
Seconda guardia “E non per tener fuori ma per tener di dentro!”
Fabrizio “Ah, ma qui non due guardie abbiamo, due oracoli! Più oscuri di una notte senza luna.”
Seconda guardia “Questa torre è una prigione!”
Rinaldo “Senti, senti! E voi sareste i carcerieri?”
Prima Guardia “No, solo le guardie della porta, il carceriere è dentro e con lui non si scherza”
Fabrizio “E quanti terribili malfattori assicura il vostro carceriere?”
Seconda guardia “Ah! Ma le domande crescono e la saccoccia non va appresso!”
Rinaldo “Altro che oracoli! Ora abbiamo due mercanti!”
Fabrizio “Via non fate tante storie per due corone!”
Seconda guardia “Ne faremo per tre!”
Rinaldo “Eccone quattro! E crepi l’avarizia!”
Prima guardia “Un solo uomo mio nobilissimo signore!”
Seconda guardia “Anzi neppure quello!”
Prima guardia “Una donna sta chiusa in questa torre!”
Fabrizio “E voi l’avete vista in ceppi?”
Prima guardia “Mai nella nostra vita!”
Rinaldo “Speriamo che le vostre vite durino in eterno allora!”

Locanda, entrano Agramente, Desdemona e Madame Gervaise

Agramente “Vi porgo umili scuse, ma di tutto sto’ trambusto avevo perso il segno più importante.”
Desdemona “Accetto le vostre scuse.”
Agramente “Se avessi saputo il vostro nome! Avrei maggiormente trattenuto le mie ciarle!”
Desdemona “Non vi chiedo altro che la vostra fedeltà!”
Madame Gervaise “la nostra e di tutto il paese, non troverà un solo uomo o animale che non si schieri per la vostra causa!”
Desdemona “Ah speravo che la mia presenza passasse inosservata!”
Agramente “Mia signora, contessa… la vostra presenza chiama autorità come il sole il giorno! Come potevate passare inosservata!”
Madame Gervaise “E per di più così vicino alla torre, non passerà un altro giorno prima che il carceriere sia avvisato!”
Desdemona “Non eran tutti servi della nostra fedeltà?”
Madame Gervaise “Mia signora. Son tutti eroi finché la pugna è in versi!”
Agramente “E fan presto gli eroi a tramutarsi in ladri se il bottino vale le bastonate!”
Desdemona “Non di bastoni saran le carte, ma di spade!”
Agramente “Ad ogni buon conto il vostro segreto non è un segreto in queste strade.”
Desdemona “Non agiremo come ladri nella notte, se a questo alludevate. Prima che la tromba della posta squilli ancora il nostro officio sarà già in bocca a tutti quanti. E Dio piacendo, noi sarem lontani. Ma vedo che i miei uomini ritornano… vi prego di lasciarmi.”

Escono Madame Gervaise e Agramente.
Entrano Rinaldo, Fabrizio e Orazio.


Desdemona “Miei cari! vi prego. Datemi le vostre nuove.”
Rinaldo “Non più di due guardie e un carceriere tronfio, sarà facile tutto sommato!”
Fabrizio “il Duca fece male i conti se pensava di impedirci l’impresa con tre sgualciti ribaldi.”
Desdemona “Mio caro Orazio, rompi il tuo silenzio e aprimi il tuo cuore, te ne prego!”
Orazio “Un altro giorno mia signora solo uno e tutto sarà svelato…”
Desdemona “Non un'altra alba vedrà sorgere chiusa in quella torre! Stasera stessa canteranno le vostre spade e darete sfogo ai vostri desideri, e se anche rimanessero un mistero le intenzioni che spinsero il duca a toglierci nostra sorella, sia quel che sia, domani la riavremo con noi! Questo conta più di mille spiegazioni.”
Rinaldo “a stanotte allora…”

Esterno della torre, notte. Due guardie e il cancelliere vicino al fuoco, entrano Rinaldo e Fabrizio

Carceriere “Ecco infine, giungono i saltimbanchi a onorare le nostre noiose ore di veglia”
Rinaldo “Speriamo di non avervi fatto attendere troppo e vogliate scusarci se le nostre note feriranno il vostro orecchio! Ben altre ferite presto vi condurranno a più celestiali cori”
Fabrizio “Sempre che il Santo conestabile del cielo vi lasci assistere ai suoi canti”
Rinaldo “Chissà Fabrizio se i cani son bene accetti”
Prima Guardia “E’ un insulto questo!”
Fabrizio “No! Constatazione.”
Seconda Guardia “Sguaina, e prega infame”
Fabrizio “Guarda la mia lama e dimmi se ti garba cane!”
Carceriere “Alle armi, addosso avanti!”
Seconda Guardia “Addosso!”
Rinaldo “Avanti! venite avanti a farvi sbudellare!”
Carceriere “La torre… uno sta scalando!”
Fabrizio “Grida adesso maledetto!”

A questo punto, mentre gli attori se le davano di santa ragione, la povera Elsie (nei panni del carceriere) veniva sbudellata (per finta s’intende), non prima di riuscire ad attirare l’attenzione della folla convenuta sulla murata illuminata della torre, dove un ombra ben visibile si stava rizzando con tutte le sue forze nell’improbabile tentativo di scalare la torre del castello e di non finire spadellato sugli spalti.
Bisogna spezzare parecchie lance a favore del pubblico di Limeux, che, pur non composto da affezionati frequentatori di teatri, aveva seguito lo spettacolo con una silenziosa e sepolcrale attenzione.
Bisogna capire il pubblico che, non avvezzo a tanta concentrazione, arrivato alla scena delle botte si lasciò, per così dire, andare.
Fu un boato di grida.
Tutti, chi più chi meno, manco si trattasse di un incontro di pugilato, cominciarono a fare il tifo ognuno per lo schermidore preferito, e manco potessero dare man forte alla battaglia gridavano i peggiori appellativi alla volta del combattente scelto come avverso.
“Sbudellalo forza!”
“Attento, schiva, schiva!”
“Muovi le gambe è tutto nelle gambe!”
“Elsie sei bellissima!”
Gli attori, abbandonando ogni pretesa professionale, cominciarono a prenderci gusto nella lotta e a colpi di spada e cazzotti continuarono il loro duello in un crescendo di insulti corali.
Fernand era semplicemente allibito, non sapeva da che parte prendere la situazione, tutti erano ormai in piedi e gridavano a più non posso, da una parte la folla cominciò ad avvicinarsi al palco altri si alzavano sulle sedie per vedere meglio. Gli attori avevano cominciato a menarsi per davvero. Irmine, ricorrendo al suo istinto per gli affari, si era messa a distribuire birra tra la gente.
In men che non si dica dagli insulti, i più agitati, cominciarono a passare hai fatti. Tutti mezzi ubriachi iniziarono a pigliarsi.
Il prete diede aria al gonnone e si dileguò veloce come un razzo.
Sul palco i duellanti, da prima confusi, pensarono bene di gettare le spade e di passare alle mani e in zero due secondi erano già scesi a fare a botte con chiunque trovassero tra i piedi.
Le donne di Limeux non ebbero problemi a uscire dalla zuffa, ma, per nulla intimorite continuarono a fare il tifo per i loro mariti o fidanzati.
Fernand si adeguò in un lampo alla nuova situazione e, staccato il lanternone della chiesa, faceva vento a destra e a manca.
Anche Anton si lasciò prendere la mano e giù botte a tutti e tutto.

a bon droyt - capitolo 11 - scena 2

Escono Madame Gervaise, Agramente e il Cavaliere di Ripafratta.
Entrano la contessa Desdemona, Rinaldo e Fabrizio.


Rinaldo “Mia signora, questo ostello da mezza corona è sordido come una stalla”
Fabrizio “Invero temo che i nostri cavalli abbiano avuto miglior sorte”
Desdemona “Non lasciatevi divertere dal nostro scopo, la ragione che ci guida non guarda in faccia alla sorte e non v’è nulla di più sordido dell’onta che ci apprestiamo a tergere.”
Fabrizio “Contessa la nostra determinazione non verrà certo meno per il tanfo del nostro giaciglio.”
Rinaldo “Non altra che un ulteriore offesa da lavare.”
Fabrizio “La vendetta chiama! le nostre spade scriveranno il giusto epilogo!”
Desdemona “Fabrizio, Rinaldo… tenete parole e spade ben serrate! Prima d’ogni altra cosa, ora, è momento di calma e discrezione, siamo vicini al castello e a Dio piacendo non dobbiamo rovinare tutto con azioni sragionate. Andate ora… siate accorti e tornate a riferirmi!”
Rinado “con sua licenza mia signora.”

Escono Rinaldo e Fabrizio

Desdemona “alte son le mura che il tempo ci rivolge contro, i nostri giorni di attesa, come carcerieri impudenti, hanno tentato invano di levigare il nostro dolore, pare a volte che non vi sia più gioco alla speranza e come bambini stanchi di giocare lasciamo che il sonno dell’inedia ci culli fino a farci addormentare, quietamente, con i nostri desideri.
Le mura del tempo! Questa mirabile gabbia che ci tiene in prigionia è insieme catena e ancora di speranza. Forse quanto più lo spirito debole si lascia andare nel dormiveglia del suo animo meschino tanto più la virtù del forte si ridesta ad ogni attimo e ripiglia la battaglia, e i giochi, la speranza. Tale queste mura son per me insieme affronto e cuore del nemico, riceviamo dall’uno la vergogna e dall’altro il sangue che disseta la vendetta. Così oggi il tempo è trascorso. Le sue immense mura si son piegate! anzi innalzate! In una torre, che è insieme onta e cuore, l’uno da lavare l’altro da spaccare.

a bon droyt - capitolo 11 - scena 1

“Benvenuti, Benvenuti” Fernand era splendidamente entrato nella parte della maschera e con garbo e gentilezza faceva accomodare: contadini, pecorai e negozianti che quella sera erano convenuti tutti al gran spettacolo offerto dal paesino di Limeux.
“Prego, prego! Avanti c’è ancora posto… Buona sera signor Parroco… no no non si preoccupi nulla di sconcio… qui sta sera solo altissima cultura! La lanterna? No no non è possibile, è sicuramente una buona imitazione…”
“Fernand dammi una mano con le birre!” Irmine si era piazzata al suo posto di combattimento: aveva praticamente trasferito la locanda nel piazzale del castello, barili di birra, di vino, panini imbottiti e tutto a un prezzo ragionevolmente più alto del normale. “Avanti signori! Qui da bere e da mangiare! È così che si fa a teatro nelle grandi città!” Urlava a destra e a manca Irmine sbracciandosi per farsi vedere dal suo angolo “prendete da bere, più si beve meglio riesce l’opera!!”.

“Briac dammi una mano con le luci!”
“Aspetta Anton, devo andare da Francesco…”

“Mio Dio sono emozionantissima”
“Non temere Elsie cara sarai stupenda!”
“O amore mio… ma André… ora vai o ti perderai l’inizio!”

“Francesco!”
“Dimmi Briac…”
“Nervoso?”
“Mai stato più a mio agio! E poi ci siete voi a tenermi no?”
Adrien, Briac e Francesco stavano ai piedi della torre con il naso puntato in su, dietro al palco e invisibili dalla corte.
“Um… si non ti preoccupare, basta che metti i piedi tra le pietre io e Briac ti tireremo su.” Disse Adrien con molta poca convinzione.
Francesco dette uno sguardo alla nera sagoma: La torre si stagliava contro il cielo stellato, le 15 lanterne appese sul fianco illuminavano fiocamente il percorso, liscio e ininterrotto da aperture, che da terra saliva dritto come un fuso su, su fino in cima, dove una fioca luce piccola, piccola segnava il punto di arrivo. Era una finestra larga un braccio e alta due ma da quella distanza sembrava poco più di un puntino. Francesco distolse lo sguardo e si volse verso Briac:
“Mi raccomando Briac! Rimani con gli attori fino al momento della scalata poi vieni qui. E va a chiamare Fernand deve fare il gobbo.”
“Bene! A proposito: se ce la fai ti offro da bere!” rispose Briac dando un’ultima occhiata alla torre, stava quasi per correre via quando si voltò e disse, rivolto a Francesco: “A proposito! Guy è arrivato con l’ospite, terza fila cinque sedie sulla destra, così m’ha detto di dirti…”
“Grazie Briac, ora vai!” E Briac andò a chiamare Fernand.


Platea piena.
Irmine silenziosa nel suo angolo circondata da casse e barili.
Anton alle luci a destra del palco.
Fernand nella sua postazione a sinistra del palco con il copione tra le mani.
Silenzio.
Il silenzio, quello giusto, quello che ti piglia il cuore e te lo spiegazza ben bene nel petto.
Le facce mute.
Un uomo sul palco(Cassio), su una scala, si volge al pubblico:
“Voi che palpitate, voi che ci scrutate… dal buio. Noi vi sentiamo.
Noi vi sentiamo nel fremito dei nostri petti. Sentiamo i vostri cuori, le vostre lacrime, sentiamo le vostre grida, il palpito di ogni rintocco del vostro essere.
Noi vi sentiamo, perchè vi possediamo,
con ogni sillaba.
Ogni rintocco di sillaba, un rintocco di cuore.
Ogni nostra lacrima, una vostra lacrima.
Noi vi diamo la vita e la morte servita su un palco di legno.
Possiamo toccare con ogni nota, ogni pausa, ogni gesto, anche il più remoto e delicato, le vostre anime.
Ed ogni vibrazione di un nostro mignolo….

una esplosione nei vostri occhi.
Nel buio…
Noi vi sentiamo…
E vi porgiamo…
Docilmente.
Intimamente.
Su questo palco.
Le nostre vite.”

Entrano Madame Gervaise e Agramente

Madame Gervaise. “Oh su piantala vecchio chiodo d’un cialtrone che con tutto sto berciare mi svegli la clientela”
Agramente. “Berciare è dir poco mia signora! il vostro cameriere pare lustri lampadari urlandogli contro!”
Cassio “che vi piaccia o no! Mio signore… a questi vecchi raccatta polvere poco gli faccio sia con grida o con l’olio del mio gomito, sono i topi quelli che piglio alla sprovvista.”
Madame Gervaise. “Cassio, non dire sciocchezze… topi, ma si sa che qualche d’uno scappa fuori ogni tanto… in fondo siamo in campagna no? Ma non si preoccupi signore piccoli piccoli, neanche sembran roditori”
Cassio. “Quelli infatti son gli scarafaggi… mia signora.”
Madame Gervaise. “Caro il mio garzone, sempre con la voglia di scherzare… fila a lavorare in cucina!”

Cassio esce di scena

Agramente. “Campagna! Questa è la vostra migliore! Eppure in questi giorni pare di stare in piazza al carnevale di città! Chi sono questi illustri che alloggiano nella vostra amena casa? In fede mia mai ho visto tante facce di signori in luogo meno signorile”
Madame Gervaise. “La mia locanda s’è sempre vantata di illustri ospiti… signore!”
Agramente. “Ah! Topi e scarafaggi sono una corte di debito rispetto non lo nego. Forse più vasta di quelle di Francia e d’Inghilterra messe insieme.”
Madame Gervaise. “Mio signore la vostra genia non si smentisce, sembrate avvezzo ai rituali di ogni corte, anche di quella più minuta, ma quella che oggi alloggia qui è da parlarci con la faccia al pavimento. Si tratta, niente meno della contessa Desdemona e del suo seguito! Imbellettati e ben vestiti, pare di stare a messa la domenica.”

Entra il Cavaliere di Ripafratta

Agramente. “Parli di belletti…”
Cavaliere di Ripafratta “…e spuntano merletti! Miei cari! Che meravigliosa giornata, non siete d’accordo?”
Madame Gervaise “Molto appropriato Cavaliere! Se mi pagaste la pigione con la stessa solerzia con cui v’alzate al mattino… certo le mie giornate sarebbero radiose.”
Agramente “allora mia cara… parlavate di contesse…”
Cavaliere di Ripafratta “Si mia cara dica, dica… “
Madame Gervasie “Dico che la discrezione è oro, i nuovi ospiti han la spada alla cintura e pesano le parole meglio del denaro…”
Agramente “Meglio il denaro alle parole, ma se la discrezione è oro il silenzio è certo la miglior bilancia per pesarlo”
Cavaliere di Ripafratta “Che sia maledetto chi ha inventato la retorica! Per conto mio non son avvezzo a queste ciarle! Una buona colazione è ciò che ambisco maggiormente!”
Madame Gervaise “Non temete che vi lasci digiuno! Temete piuttosto che vi mostri il conto”
Cavaliere di Ripafratta “Il vile denaro non è un argomento per gente del mio rango! E per di più rischia di farmi scemare l’appetito”
Agramente “Non tema Cavaliere se argomentaste col denaro avremmo il dispiacere di non udirla mai.”

venerdì 15 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 10


La mattina dello spettacolo tutto era già pronto, gli attori provavano, le lanterna appese si dimenavano gioiosamente al vento e nella grande corte erano state disposte 80 sedie davanti ad un grande palco di legno fatto di brutte assi da steccato e cassette della frutta, sopra il palco campeggiava la grande Lanterna della chiesa: sembrava quasi che il simbolo della vittoria della cristianità sulle tenebre si imponesse come uno stemma d’acciaio e luce sulla grande platea, come se di li a poche ore si sarebbero riunite tutte le schiere degli angeli del paradiso guidati dai loro Arcangeli per pianificare un ultimo devastante attacco all’inferno. Come se il castello fosse l’ultimo baluardo della speranza contro le nequizie del mondo.
Briac, Anton, Fernand e Francesco guardavano insieme il loro operato nella sfavillante luce del mattino.
“Mi prude il culo” Anton interruppe il silenzio.
“Lavatelo meglio” disse Fernand, mentre si teneva la gamba che per l’occasione aveva deciso di fargli un male cane.
“E si… abbiamo fatto un gran lavoro…” disse Francesco
“Gli attori come vanno?” chiese Anton
“Faranno la loro parte in questa storia…”

La mattina dello spettacolo, mentre i cospiratori si lasciavano andare alla nostalgia del lavoro compiuto, un furibondo signor Gauthier era costretto dalla pubblica forza dell’ordine a rivedere tutti i suoi libri contabili e un treno arrivava in perfetto ritardo alla stazione di Vierzon.
Per Il giovane Guy quel treno era molto importante. Francesco gli aveva dato un compito con precise istruzioni e lui si era posto in animo di eseguirlo con la precisione di un soldato in guerra. Di fatti già un ora prima dell’arrivo del treno avreste potuto vedere il giovane Guy aspettare paziente con il suo bel cartello in mano. Sul cartello una sola parola: “A Bon Droyt”.

mercoledì 13 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 9


Sbam!
Commissariato di Vierzon: ufficio del Capo Questore prima porta a destra in fondo al corridoio. -2 gg allo spettacolo. ore 10.15

“Qui ci deve essere un malinteso…”
“No signor Gauthier. Nessun malinteso. Si tratta di un controllo”
“Io sono un onesto cittadino lavoratore…”
“Occorreranno 3 giorni buoni per verificare tutta la documentazione, la camera d’albergo ve la offriamo noi…”
“Sono appena tornato da un lungo viaggio vorrei dormire a casa se possibile…”
“No non è possibile, lei è sotto inchiesta fiscale preferiamo che rimanga qui a Vierzon…”
“Ma commissario….”
Sbam!
“Niente ma. Ci risulta che ha fatto costruire un castello a Limeux… e l’Ispettore Flore.. lei conosce l’ispettore vero?”
“Certo… Egide Flore viene spesso a Limeux”
“bene… l’ispettore Flore non vede bene la faccenda del castello. Lui, e noi, ci domandiamo: come fa un umile proprietario di una fabbrica di tagliaunghie a permettersi un castello?”
Sbam!
“io non posso credere che questo…”
“Lei non si preoccupi… ci preoccuperemo NOI di mettere le cose a posto… Fil accompagna il signor Gauther alla pensione Moroe”
Sbam!
“Fil Cristo santo chiudi quella cazzo di finestra una buona volta.”

martedì 12 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 8


Sbam!
Castello di Limeux (château Gauthier): grande corte centrale giorno -3 gg allo spettacolo. ore 18.15

“Adrien come facciamo a illuminare quella cacchio di torre?”
“Leghiamo delle lanterne di carta lungo il percorso dalla base alla finestrella lassù vedi?”
“Briac…. ma quelle sono le lanterne della festa del paese?”
“E allora?”
“No dico… e se si rovinano?”
“Fatti gli affari tuoi Ignace pensa a recitare”
“Devi chiamarmi Orazio l’ha detto Francesco”
“Insieme alle lanterne leghiamo anche la corda per salire….”
“Adrien…”
“Dimmi Orazio…”
“Quello s’ammazza”
“Sai Orazio… ci sono più cose in cielo in terra… ma fatti i cazzi tuoi una buona volta“

a bon droyt - capitolo 7


Sbam!
Castello di Limeux (château Gauthier): grande corte centrale giorno -4 gg allo spettacolo. ore 16.15

“Lisè quante battute hai tu?”
“Da oggi Chiamami Agramente devo entrare nella parte… una dozzina…”
“e perché io ne ho solo una?”
“Cosa devi dire?”
“Ecco: Un altro giorno mia signora solo uno e tutto sarà svelato..”
“Fortunato te”

domenica 10 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 6


Fu così che l’algida barriera si impose sul piccolo paese di Limeux facendo sbattere e schiantando le incredule facce di ogni uomo o donna contro l’inpenetrabile sostanza del contingente, contro i secondi, le ore, i giorni, gli anni della mortalità.
Su tutto si infranse come un onda, la scogliera, il desiderio, l’infinito.
Sbam!
Castello di Limeux (château Gauthier): grande corte centrale giorno -5 gg allo spettacolo. ore 8.30

“Quello sarebbe un palco???”
“no queste sono le assi del palco!”
“e sotto le assi?”
“Boh? Briac mi ha detto di metterle qui!”

“Dove metto la lanterna?”
“Qui le lanterne? Aspetta ma quello è il lanternone della chiesa!?”
“Si perché?”
“E la Chiesa?”
“Sta in paese.”
“cosa c’entra.. il parroco ti ha lasciato prendere il lanternone della processione di S. Jeanne?”
“il parroco non c’era, ma mica ne ha bisogno adesso”
“Briac sembri preoccupato…”
“Egide ha intenzione di fermare il signor Gauthier…”
“Hai paura che non ci riesca?”
“No, ho paura che ci riesca”

lunedì 4 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 5


E la guerra iniziò. L’epicentro della tempesta fu la locanda “La Cognette”. La sera stessa dell’incontro dei cospiratori la sala grande della locanda fu trasformata in centro di arruolamento, furono messi da parte tutti i tavoli tranne uno. Briac stava seduto dietro l’unico tavolo lasciato nella sala dirimpetto alla porta d’ingresso. Sopra il tavolo in bella vista: le parti del copione già divise per attore, una bottiglia di vino e il suo fucile (che non si sa mai è sempre meglio averlo). Fernand gli stava alla destra con aria truce.
Si radunarono alla locanda un numero imprecisato di persone: tante che la fila per entrare iniziava dalla piazza davanti alla locanda.
La bolgia caotica e sovraeccitata fu immediatamente ricondotta all’ordine grazie alla veemenza di Briac e allo sguardo solenne di Fernand.

I dialoghi si svolsero, più o meno, così:
Briac: “Nome?”
Candidato: “Felix”
Briac: “Sai cosa stiamo facendo qui?”
Candidato: “Effettivamente no, ero venuto per bere…”
Fernand: “Levati il cappello…”
Briac: “Stiamo organizzando una recita teatrale”
Candidato: “Oh bello”
Briac: “Hai mai recitato?”
Candidato: “No”
Briac: “Ti piace il teatro?”
Fernand: “Smetti di guardarti i piedi! Mica è un interrogatorio… e rispondi!”
Candidato: “Forse”
Fernand: “Che cazzo vuol dire forse?”
Candidato: “Mai stato a teatro, ma forse, se ci fossi stato, mi sarebbe piaciuto”
Briac: “UN ALTRO!”



Briac: “Nome?”
Candidato: “Briac sono Elsie…”
Briac: “Sai cosa stiamo facendo qui?”
Candidato: “Certo! Un “casting”… a cosa serve il fucile?”
Fernand: “Elsie, non ti distrarre”
Briac: “Elsie, hai mai recitato?”
Candidato: “No no no! Ma mi piacerebbe moltissimo! E poi il mio amore… che è li dietro vedete? Dice che sarei bellissima sotto le luci di un palco, lassù, davanti a tutti, io, una folla di uditori ammirati che mi guardano! Non sarebbe bello? Su Briac, non fare quella faccia. Guarda che so di saper recitare! Dammi un occasione, ho sentito che c’è una principessa… “
Briac: “Fernand metti giù il fucile”
Candidato: “… Solo una principessa? Be’ certamente non vorrete dare questo ruolo ad un'altra! Avanti Briac, lo sai che sono la più carina del paese, no? E poi li c’è il mio fidanzato…”
Briac: “UN ALTRO!”

La cosa andò avanti per circa due ore. Molti dei convenuti dovettero tornare a casa delusi e solo 11 persone furono selezionate per recitare, le altre avrebbero fatto dignitosamente parte del pubblico:

Elisie (dopo molte discussioni) avrebbe fatto il CARCERIERE
Felix: MADAME GERVAISE
Julie: CASSIO
Lisé: AGRAMANTE
Gaston: DESDEMONA
Gilbert: RINALDO
Hugo: IL CALAVALIERE DI RIPAFRATTA
Isidore: PRIMA GUARDIA
Lilas: SECONDA GUARDIA
Ignace: ORAZIO
Emilien: FABRIZIO

Briac aveva concluso distribuendo a tutti un copione che Francesco aveva preparato molto tempo prima dove erano descritti i personaggi, lo svolgersi della scena e, naturalmente, le battute di ognuno. Aveva annotato inoltre, che nessuno degli attori aveva mai avuto esperienze, anche indirette, con il teatro, compreso lui stesso, e che non aveva nessuna dannata idea di cosa si dovesse fare a questo punto. Lasciò la locanda per ultimo dando a Irmine la nota e stabilendo che il gruppo teatrale si sarebbe incontrato con Francesco la mattina dopo al castello.

a bon droyt - capitolo 4


Poi il fuoco languì placidamente la mattina dopo e pian piano tutti i mezzi ubriachi invasati della sera prima tornarono alle loro abituali consuetudini con nelle orecchie e negli occhi la scintilla dell’attesa. Tutti placidi e tranquilli, quel pomeriggio, tranne i cospiratori.

Salone della Locanda ore 15.20 giorno 0: 5 uomini, 1 donna e un ragazzetto di 15 anni.
Elenco dei cospiratori di Limeux:
“Francesco Corsi”
“Presente”
“Irmine Dupuis”
“Presente”
“Briac Lefevre”
“Presente”
“Fernand Roussel”
“Presente”
“Anton Mathieu”
“Presente”
“Egide?”
“Che cazzo ci fai qui?
“Beh che volete Irmine ha invitato anche me.”
“Guy?”
“Si Monsieur “

Francesco prese la parola per primo:
“Bene ecco i fatti. Metteremo su una storia tutta nostra, con tanto di attori e birra a fiumi. Inoltre pubblicizzeremo la cosa nelle fattorie vicine e nei paesini in modo da dare allo spettacolo il brivido della notorietà!”.
“Bene io credo che ci ricaverò il mio buon profitto senza tasse!”, disse Irmine mentre stappava il vino da buona padrona di casa.
“Si ma come facciamo per le luci, la scena e il testo da recitare?”, chiese Fernand scettico.
Francesco li guardò uno ad uno e spiego: “La scena è il castello, il testo è già scritto e già diviso in 10 parti, gli attori non sono un problema, Briac si occuperà dell’arruolamento”.
“La gente del paese è impazzita, vogliono partecipare tutti. Mi toccherà tenerli a bada col fucile”, disse Briac.
“Se è il caso aumentiamo il numero dei personaggi non importanti, ma non possiamo superare le 14 persone”, chiarì Francesco.
“E le luci?” chiese Anton preoccupato per la sua nuova responsabilità.
“Umm... a quelle ci dovremmo pensare, ma ho una mezza idea di usare delle lanterne” rispose Francesco.
“Possiamo rastrellare il paese e pigliare qualunque cosa somigli ad una lanterna”, disse Briac.
“…E la storia della scalata e la discesa ve la state dimenticando?”, intervenne Fernand, e tutti furono immediatamente attratti da questo dettaglio.
Fino a quel momento nessuno aveva sottolineato che, nella scena culmine dell’opera, Francesco (per motivi tutti suoi personali) avrebbe scalato a mani nude la parete della Torre, per ridiscendere in seguito con una ragazza sulla groppa. Ma in effetti nessuno aveva ancora pensato a come questa cosa potesse verificarsi, anzi, a dirla tutta, nessuno pensava realmente che fosse possibile.
“Certo occorrerà trovare una ragazza che non pesi troppo”, disse Irmine provocando in tutti un vago sorriso.
“Elsie?”, chiese Anton.
“Um... No, pesa troppo”, rispose Briac,
“Abbiamo bisogno di una damigella da salvare”. Tutti si voltarono verso Guy che era intervenuto per la prima volta. Guy, con i suoi 15 anni, era il membro più giovane di tutta la comunità di Limeux: era orfano, abitava con il prete della chiesa di Limeux e pascolava le pecore del sig. Durand.
“Molto appropriato direi!”, esclamò Francesco “Lasciate che pensi io alla damigella. E una questione personale.”.
Gli astanti convennero che non c’era molto da dire visto che il mio amico non si era ancora confidato del tutto sul motivo di tutto quel trambusto che per altro ormai si reggeva da solo sull’eccitazione di massa che aveva destato nel placido paese di Limeux.
E fu lì che la porta si aprì lasciando entrare un Adrien Moreau trafelato e molto preoccupato.
“Monsier Moreau, mancava giusto lei” lo chiamò subito Irmine sventolando la bottiglia di vino.
“Buongiorno a tutti! Grazie cara Irmine, no! Abbiamo un problema serio!”
“Che problema Adrien?”, chiese Briac accogliendo in sua vece l’invito di Irmine.
“Monsier Gauthier… mi ha scritto. Sta tornando al castello.”
Silenzio.
“Quanto tempo abbiamo?” chiese Francesco.
“Al massimo… 4 giorni”.
“Troppo pochi!”, disse Fernand.
“Siamo fregati!”, disse Briac.
“Non ancora!”, disse Egide.
E la compagnia lo guardò con rinnovato interesse. “Lasciate fare a me. Diciamo che abbiamo una settimana da oggi per organizzare tutto. Vi basta?”.
“D’accordo”, disse Francesco.
“Cosa pensi di fare?”, chiese Briac.
“Tu non ti preoccupare, riuscirò a trattenerlo per tre giorni buoni.”.
A questo punto Francesco diede chiari ordini a tutti. Briac avrebbe cominciato il “casting degli attori” da quella sera stessa. Fernand e Anton, accompagnati da Adrian, si sarebbero occupati di addobbare nel migliore dei modi il posto. Irmine avrebbe provveduto a una massiccia campagna pubblicitaria, Egide avrebbe fatto il giro di tutte le fattorie vicine per informare dello spettacolo e al momento giusto avrebbe fornito un valido diversivo per tenere sig. Gauthier alla larga dal castello.
Finito di distribuire incarichi a tutti, Francesco prese il giovane Guy da parte e gli dette delle precise istruzioni, nessuno sentì quello che si dissero: Guy se ne andò dalla locanda per primo con in mano una nota scritta che recava un nome e un ora prestabilita, nessuno lo rivide nei giorni successivi.

giovedì 31 gennaio 2008

a bon droyt - capitolo 3


Accade, a volte, che persone, come foglie secche gradevolmente adagiate sul terriccio, che non si sono mai sognate di cambiare lo stato della loro vita ormai diretta verso un destino che il tempo ha prefissato, prendano, per così dire: fuoco.
Il fuoco divampò a Limoux grazie a un misero foglio di carta da lettere comune, ricopiato una dozzina di volte, appeso a una certo numero di porte intorno alla locanda. Il fuoco si appiccò alle porte della gente, passò di bocca in bocca, girellò tra le panche della chiesa e finì per esplodere in un boato nella sala comune della locanda.

“Signori, per favore!”. Irmine non riusciva a tenerli tutti a bada quella sera.
Mezza Limeux si era data appuntamento alla locanda per prendere una birra.
“E’ vero che danno le parti a chi vuole?”, chiese Elsie dal fondo, seduta sul suo André.
“Si, ma è una cosa del signor Corsi. Dovete parlare con lui!”, rispose Irmine mentre si divincolava tra i tavoli con 3 boccali di birra in una mano.
“…E il signor Corsi dov’è, si può sapere?”.
“E’ andato a Vierzon per spedire una lettera, Briac. Tornerà domani mattina… Fernand vai a prendere un altro barile di birra”.
Briac e Anton stavano seduti al tavolo con Egide nel disperato tentativo di finire una partita di carte e tutti e tre urlavano per un'altra birra.
“Secondo me gli porta via anche le mutande”, disse Egide sparando un asso di cuori contro Anton.
“A me han’ detto che è un tipo a posto, Briac ci ha parlato.”, disse Anton sgomitando di bastoni.
“Si è un bravo diavolo, distinto e matto come un cavallo.”, rispose Briac chiudendo di cuori.
Irmine si avvicinò al gruppo: “Ecco le vostre birre e domani verso le tre del pomeriggio siete tutti convocati qui.”
“Sarebbe???” chiese Briac.
“Domani tutti e tre per parlare con Francesco di questa storia del teatro, e tu smetti di guardarmi il culo Egide!”.

giovedì 24 gennaio 2008

a bon droyt - capitolo 2


Lo château Gauthier, come ormai la gente di Limeux l’aveva battezzato, distava poco meno di 3 km dal centro del paese. Passeggiando lungo il piccolo bosco che lo separava da Limeux la prima cosa che si scorgeva era la torre est.
Il Sig. Gaurthier aveva dato filo da torcere ad una nutrita schiera di studiosi dell’architettura medievale che pretendevano di saperne più di lui su come doveva presentarsi un dignitoso castello di epoca caroligia. Il risultato era quantomeno sorprendente: un incrocio tra il castello di Dracula e Neuschwanstein in Baviera.
La torre, alta più o meno 40 metri, era attaccata ad un mastio dal tetto a due falde molto acuminato. Dal mastio si protendevano in avanti due alte ali di edificio che terminavano anch’esse con due piccole torri.
Le due ali circondavano un vasta corte pavimentata e, a sud, chiudevano la corte tramite un alto muro di cinta interrotto da un imponente ingresso con tanto di ponte levatoio e torrioni ai lati.
Non essendo costruito in cima a una collina, come la logica fiabesca avrebbe imposto, il castello veniva a trovarsi facilmente nascosto dalla vegetazione intorno e questo andava certamente a discapito di una privilegiata posizione panoramica, ma decisamente a favore di una certa intimità.
La torre, come già detto, faceva eccezione: si stagliava per prima sopra il sentiero nel bosco indicando la deviazione che conduceva direttamente al grande ingresso. Appena imboccato il nuovo sentiero verso il fatato edificio si era costretti a fermarsi di fronte ad un ben più prosaico cancello in ferro che accessoriava un’alta recinzione di metallo sormontata da filo spinato. Il tutto era infine ingioiellato da telecamere e altri marchingegni antieffrazione molto meno affascinanti di un drago sputa fuoco, ma altrettanto efficaci nel loro lavoro.

Francesco guardava il grande cancello.
Era decisamente troppo “grande”: diede un paio di sguardi al filo spinato, alle telecamere e, tirato un sospiro, mise il dito sull’unico pulsante del citofono.
Nessuna risposta.
Dito sul pulsante.
Ancora nulla.
Dito sul pulsante.
Niente.
Francesco guardò l’albero più vicino alla recinzione: il filo spinato, le telecamere e, tirato un sospiro, mise il piede sull’unica maniera evidente per incontrare il signor Gauthier e rompersi una gamba.
“Ma che cazzo stai facendo?” l’ometto che aveva parlato era decisamente basso e decisamente incazzato.
“Salgo su questo albero.” Rispose il mio amico abbracciato teneramente alla ruvida corteccia .
“Questo lo vedo da solo… ma almeno che tu non voglia avere un figlio con questa pianta sembra tu voglia scavalcare la recinzione.”
“In verità signore questo albero non è il mio tipo e a dire il vero non credo che io gli piaccia.”
“E riguardo la recinzione?”
“Aimè temo che neppure lei mi desideri particolarmente”
“Ragazzo! Si da il caso che sia illegale”
“Si da il caso che non me ne freghi assolutamente nulla! E’ colpa mia se questo assurdo mondo ha fissato le sue leggi contro noi scalatori di alberi senza tener di conto della nostra sensibile natura amorosa?”
L’Omino sembrò vedere la recinzione per la prima volta, guardò l’albero e disse: “Anche se sali più in altro della recinzione dovrai fare un salto di quasi 4 metri per trovarti all’interno. Pensi di trascinarti fino al castello con una gamba rotta?”
Dovete sapere che il mio amico era dotato di una certa presenza di spirito, ma, in egual misura, anche di una certa coerenza logica. Vista dal basso la sua posizione era decisamente sfavorevole e le ragioni dell’omino, invece, incontestabilmente esatte.
“Lei come mi consiglia di procedere?”
“Prima di tutto scendendo.” Disse l’omino, e il mio amico scese docilmente.
“Per seconda cosa presentandoti” continuò l’omino.
“Franceso Corsi, piacere” disse il mio amico tendendo la mano verso il nuovo venuto.
“Piacere, sono Adrien Moreau, giardiniere della tenuta.” rispose il nuovo venuto con un certo garbo prendendo la mano del mio amico.
“E ora saresti così gentile da dirmi perché cavolo volevi romperti una gamba?”
“Devo parlare con il signor Gauthier”
“Sei un giornalista?”
“No sono una specie di scrittore…”
“Una specie?”
“io scrivo ehm… ha presente le bottiglie di olio al supermercato?”
“certo…”
“I barattoli di spezie?”
“si, ma che….”
“A presente le scatole di riso…”
“si, guarda che ci sono stato al supermercato! Cosa c’entra?”
“io scrivo i modi d’uso sulle etichette dei prodotti, incateno il senso delle cose alle cose stesse”
“…”
“Ha mai letto sull’etichetta dell’olio: Ideale su tutti i cibi, si sposa con tutti i sapori rendendolo fondamentale condimento per qualunque piatto?”
“…”
“Oppure sulle confezioni di curry: rende più esotica la vostra ricetta aggiungendo un pizzico di gusto tagliente ai sapori di ogni giorno? Ecco io scrivo queste cose.”
“Sono sbalordito”
“Posso immaginarlo. alcune di queste frasi mi hanno anche fatto vincere dei premi.”
“Premi?”
“Beh… nulla di importante… deve sapere che esistono gare di poetica spicciola… ho vinto due volte il premio per la miglior poesia con meno di 10 parole”
Adrien guardò il mio amico, il cancello, l’orologio e disse:
“Non posso farti arrivare fino al castello ma se vuoi possiamo continuare a casa mia davanti a una tazza di tè”
“Volentieri grazie”
Adrien trasse di tasca le chiavi del cancello, lo aprì e invito il mio amico a seguirlo.

La casa del giardiniere era una piccola costruzione in legno di un solo piano. L’ingresso era abbastanza grande da alloggiare un tavolino per due e una dispensa di legno stile molto (molto, molto) rustico. In un angolo della stanza c’erano due fornelli, un frigo e un lavello. I quattro lati della stanza erano occupati dalla porta di ingresso, dalla porta del bagno, dalla porta della camera da letto e da una grande finestra che affacciava sul bosco e su un piccolo capanno. Nel complesso era una casa tanto rustica quanto piccola, ma almeno eccezionalmente intima.
I due uomini si erano seduti al tavolo davanti ad un te servito in porcellane di fine gusto francese che malamente si accostavano al luogo dove venivano riposte.
“E così vorresti scalare la torre? Scusami se te lo dico ma mi pare una cosa proprio stupida. E’ alta, parecchio alta… sei per caso uno di quelli che scala i palzzi per hobby?”
“No, è più una missione” rispose il mio amico guardando la sua tazza di te con aria un po’ assente.
“Non ti sarai innamorato anche della torre?”
“Voglio salvare una dama in cima alla torre e portarla giù”
“Vorresti salire per 40 metri e poi ridiscendere con qualcuno???” a questo punto Adrian fece fatica a non urlare a metà tra il divertito e il preoccupato: “Ragazzo… sei matto.”
“Ciò non di meno la sfida mi tenta…”
“Il signor Gauthier non ti darà mai il permesso… e se poi ti ammazzi?”
“Con o senza il permesso lo farò”
“Comunque il signor Gauthier è partito due giorni fa e non tornerà prima di un mese”
Un’altra cosa da sapere sul mio amico: era dotato di un certo senso della provvidenza.
“E lei signor Moreau? Può farmi arrivare alla torre?
“Sei scemo? Io sono anche il custode se non lo avessi capito.”
Adrian incominciò a pulire il tavolo mentre le ombre della sera si allungavano da dietro i mobili. Il mio amico smise di guardare la sua tazza senza pudore: "ccasioni disse ua tazza e tirando fuori il suo sguardo delle grandi occasioni disse obili." ila camera da lettoe tirando fuori il suo sguardo delle grandi occasioni disse, senza pudore:
“C’è anche un'altra cosa che dovrebbe sapere…”
Adrian si voltò verso il mio amico.


“Innamorato?” chiese Fernand mentre cercava di rimanere in equilibrio sulla scala.
“Capisci sempre alla rovescia!” gli rispose Anton, il garzone del emporio, mentre gli passava la spugna strizzata.
“L’hai detto tu che è innamorato!”
“Innamorato della torre! Ma era un presa per il culo!” Anton riprese la spugna nera per lo sporco e la lavò bene nel secchio, poi porgendola di nuovo a Fernand aggiunse:
“L’ha detto Adrian che lui è innamorato della torre per prenderlo per il culo!”
“Allora di chi è innamorato?”
“Di tua sorella! Ma insomma… l’importante è che lui scalerà la torre dello château!”
“E il signor Gauthier?”
“Non lo saprà mai!”

“Una recita!” Elsie era raggiante “Guarda André!”
André si avvicinò alla sua innamorata tutta intenta a leggere l’avviso appeso alla porta della locanda.
“Sembra proprio così cara Elsie, e cercano attori… deve essere un idea di Irmine!”
“Dice che si terrá al castello e tutta Limeux è invitata a partecipare”
“Perché non chiedi di fare l’attrice Elsie, saresti bellissima su un palco.”

“Si l’ho sentito io… ne parlavano Fernand e Anton alla locanda mentre pulivano l’insegna!”
“E’ un idea del nuovo venuto, pare sia un commediografo!”
“Macché commediografo! È un poeta”
“E che differenza c’è?”
“Secondo me è un trucco per rapinare il signor Gauthier!”
“Un commediografo scrive commedie il poeta scrive poesie!”
“Per me è uguale, sempre di roba scritta si tratta!”
“Vi dico che è un trucco! Vedrete se non ho ragione anche le mutande gli porta via!”
“le commedie si recitano!”
“e le poesie? Si fischiettano?”
“Anche le mutande… ve lo dico io.”

domenica 20 gennaio 2008

bip

Ospedale.
Letto.
“bip” delle macchine.
Lui le stringeva la mano delicatamente mentre lei lo guardava con un filo di vita appesa agli occhi.
“bip”
Lui aveva sul cuore un peso, non riusciva a piangere, ma avrebbe voluto farlo, non voleva che lei lo vedesse triste, ma avrebbe voluto piangere.
“bip”
“Come sta la nonna sta facendo molta fatica con i bambini?” chiese lei con un sussurro.
“Bene… la nonna … per lei va bene… non ti preoccupare”
“Bip”
“Quel tuo amico ha detto che domani passerà di nuovo prima dell’operazione” sussurro lei.
“E’ un bravo medico dopo gli andrò a parlare… ci sono i bambini fuori… vorrebbero vederti…”
“Bip”
“Falli venire, uno alla volta…”
Uno alla volta in qual reparto. I pazienti non devono essere disturbati. I medici non devono essere intralciati.
L’uomo andò a chiamare i suoi figli.
“Bip”.
Mentre si allontanava guardò un ultima volta verso di lei, mentre lei guardava lui allontanarsi, mentre lui se ne andava, anche lei se ne andava. Lui si sentiva morire dentro.
“Bip”
Lei no.

sabato 19 gennaio 2008

a bon droyt - capitolo 1


A Limeux vicino a Vierzon, nel centro della Francia, vive un matto che, come dice la gente del posto, ha un grandissimo pregio: è ricco, schifosissimamente ricco. La peculiare vitalità, se così posso definirla, di questo omino eccezionalmente eccentrico lo ha portato a investire il suo patrimonio (frutto di un indefesso lavoro nel campo dei tagliaunghie tascabili) nella costruzione di una magione quanto meno sproporzionata rispetto ai nostri tempi di civili abitatori di loft, flat e simili: un castello.
Il castello in questione non si è proposto (l’omino) di costruirlo con moderne scenografie di cemento rivestite, bensì dopo numerosissime bestemmie (dell’architetto) tramite l’impiego di mezzi consoni all’epoca in cui simili strutture erano in auge.
L’omino, oltre una valanga di soldi, possiede una “carte d’identité” con su scritto “Gustave Gauthier”.
Il Sig. Gauthier è così finito, suo malgrado, in un impresa ciclopica, non quella di costruire il più inutile e vistoso feticcio falso storico dei nostri tempi (dopo Las Vegas), ma di dover tenere a bada giornali e giornalisti che immancabilmente hanno cominciato a punzecchiarlo in ogni modo.

La gente si riteneva sicura che il sig. Gauthier fosse l’uomo più pazzo che Limeux (paese di 34 anime) avesse mai annoverato tra i suoi illustri ospiti. Bisogna dire che la gente di Limeux era (ed è tuttora) dotata di una contagiosa cortesia, di una disinteressata ospitalità e di una affettuosa generosità. Accadde che qualche anno dopo l’edificazione del sopraccitato castello la gente di Limeux si trovò ad abbracciare l’idea (e insieme ad essa il mio amico), che il loro strambo concittadino era solo il secondo più pazzo uomo che Limeux avesse mai avuto l’onore di ospitare.
Fu così che il mio amico trovò nella locanda “la Cognette” una sbalordita schiera di ascoltatori, tutti ospitali, cortesi e generosamente pronti a dargli del matto.
“Allora Briac il solito?” chiese Irmine, la procace locandiera de “la Cognette” al suo abituale ospite. Briac era quello che nel nostro giro tondo di visioni del mondo si avvicinava maggiormente all’Ideale di “perdigiorno”. Il suo unico mestiere accertato infatti era quello di spendere denaro, la cui fonte nessuno conosceva, nella locanda e di finire, a tarda notte, perdutamente innamorato di qualche lampione per strada.
“No carissima Irmine, portami la bottiglia del tuo rosso migliore oggi è il 7 marzo devo festeggiare” rispondeva Briac mentre si accomodava nel solito posto.
“… Ah quasi dimenticavo la tua ricorrenza” Irmine era già pronta con una bottiglia e due bicchieri in mano.
“Allora Irmine ci sono nuove?”
“Ah si mio caro, oggi ho un ospite!”
“Mi pigli l’inferno…” Briac non ebbe modo di esprimere compiutamente i suoi propositi perché dal fondo della sala Fernand, che stava spazzando senza speranza un pavimento che solo un incendio avrebbe potuto lavare, si avvicinò con la sua andatura zoppicante “Ti pigli davvero l’inferno Briac, è la prima volta in quattro anni che mi tocca rifare una camera”.
“Su su Fernand il lavoro nobilita l’uomo” disse Briac strizzando l’occhio a Irmine.
Fernand era il tutto fare della locanda, aveva circa 60 anni e ne dimostrava più o meno il doppio. La gente diceva che si era preso una pallottola nella gamba durante una delle due guerre. Lui diceva che la pallottola se l’era presa per amore e poi mandava tutti a farsi fottere.
“Dov’è adesso il tuo ospite Irmine?” Chiese Briac
“E’ andato a farsi un giro in paese intanto che Fernand gli faceva la camera.”
La porta della locanda a questo punto si aprì tanto per chiarire che il mio amico non aveva più nulla da vedere del piccolo centro.
Il mio amico si guardò intorno, vide il gruppo seduto che lo guardava, e si piazzo davanti a Briac tendendo la mano:
“Piacere Francesco Corsi…” Briac lo guardò dall’alto in basso con una comprensione che rasentava quella di una macchina per radiografie. “Briac Bonnet” disse prendendo la mano.
“Allora sig. Corsi le piace la nostra cittadina?” chiese Irmine guardandolo con un largo sorriso da 30 euro anticipate
“Devo dire si. Mi piace molto, anche se temo che non basti una sola mattina per comprenderla a fondo” tecnicamente avrebbe dovuto essere un complimento visto che la “cittadina” era composta di circa 20 casette tutte più o meno sulla stessa strada e tutte più o meno uguali.
“Prenda un bicchier di vino offre la casa”
“Grazie, molto obbligato madame”
Francesco prese il bicchiere che Fernand aveva provveduto a recapitare mollando la scopa in un angolo e si mise a bere seduto con gli altri.
In poco meno di venti minuti i nostri quattro avevano scolato la prima bottiglia del rosso migliore della casa (che era anche l’unico rosso della casa). Ed ora stavano tutti li seduti con una gran voglia di chiacchere e lo spirito molto leggero:
“Un altro po’ di vino monsieur?” chiese Irmine, al mia amico.
“Oh grazie, si!”
Fernand aveva già stappato la nuova bottiglia e mentre rimboccava il bicchiere del mio amico gli chiese: “Allora, mi faccia capire. Lei vorrebbe parlare con il sig. Gauthier e chiedere… ?”
“Monsieur di noleggiare la torre più alta del castello per una notte”
“Si, d’accordo, ma per farne… ?” chiese Briac mentre pigliava la bottiglia da Fernand e cercava di comprendere l’esatta posizione del suo bicchiere sul tavolo.
“Per scalarla.” Rispose il mio amico trovando il bicchiere di Briac e perdendo il proprio.
“E poi…?”
“...prendere la mia dama e portarla in braccio fuori dal castello.”
“Quale dama?” chiese Fernad, che intanto aveva ripigliato la bottiglia a Briac.
“Quello è un dettaglio… quando sarà giunto il momento avrò trovato la mia bella.” rispose il mio amico con un soave sorriso mentre il bicchiere vuoto subito tornava magicamente pieno grazie a Fernand.
“Caro ragazzo, ma lei è matto?” e Irmine già pensava a farsi dare, oltre la cauzione, tutta la settimana anticipata.
“Con tutto il rispetto madame. No!”

domenica 13 gennaio 2008

godi godi buongiorno 2

Tutti i giorni, 2 volte al giorno cronometricamente alle 12.15 e alle 19.15, Claire rispondeva al telefono del bar con la sua battuta “Godi Godì, Buongiorno?”. Tutti i giorni, cronometricamente, Claire riattaccava senza che nessuno rispondesse dall’altra parte. Questo dettaglio privo di particolare nota aveva la peculiare costanza di ripetersi esattamente uguale da 3 mesi. Inizialmente il padrone del locale aveva deciso di porre rimedio alla cosa rispondendo lui stesso al telefono. Con l’unico risultato di offrire un esilarante intervallo ai clienti abituali.
Il padrone rispondeva con la veemenza che la sua pancia e i suoi baffoni riuscissero a concedergli: “Godi Godi, Buongiorno?” e subito dopo si lanciava in una rocambolesca ascesa di chiasmi, ossimori e anacoluti letterari che sebbene nel singolo termine non trovassero ragione d’essere nell’insieme allegorico possedevano il sapore della massima espressione volgare. Qualcuno quella settimana si dette appuntamento al Bar per poter prendere appunti. Furono trascritte in quel occasione nuove tipologie di bestemmie; forme di insulto dialettale combinate con una retorica talmente intricata da rendere chiunque perplesso sul suo reale significato. Furono fatte svariate ipotesi sul misterioso interlocutore all’altro capo: chi sosteneva fosse un amante delusa, chi pensava a qualche concorrente del bar o magari un creditore. Alcuni sostenevano addirittura che potesse trattarsi di un affare di mafia.
In realtà nessuno riusciva a darsi una risposta sensata e le bestemmie del padrone non servirono comunque a far tacere il consueto rituale.
Ben presto la cosa divenne un abitudine per tutti.
Il telefono squillava sempre alla stessa ora come un sveglia a cui non si potesse cambiare l’orario del trillo e sempre alla stessa ora Claire rispondeva con la sua battuta che ti rinfresca la giornata “Godi Godi Buongiorno?” mentre il padrone sbuffava impotente.
Tutto questo sempre, tutto questo uguale tutti i giorni, un dettaglio da nulla.
Fino al 7 marzo.

martedì 8 gennaio 2008

godi godi buongiorno

Due dita di caffè
Un goccio di latte
Un dito di panna
Una spruzzatina di cacao
Un chicco di caffè al cioccolato
Ingrediente segreto

Io nel caffè ci metto 3 cucchiaini di zucchero, ma quello che facevano in quel Bar, ve lo assicuro, lo bevevo amaro.
Perché non era amaro, lo era, ma in modo speciale.
Era speciale, si!
Non si scioglieva: si suadeva in bocca il gusto della panna, crocchiava il cioccolato del chicco, ti pigliava alla sprovvista, affascinava, ti sbatteva dentro il calore di un cuore nero, forte chiaro, certo, distinguibile tra mille, amaro e forse no.
Era sicuro come il culo, ve lo dico, quel caffe lo facevano solo lì al “GODI GODI”, dove una cameriera (immaginatevela) vi rispondeva al telefono con un caldo: “Godi Godi, buon giorno?”

Non riuscivano a dargli un nome a quel caffè, si erano esauriti con il nome del bar: “GODI GODI”, che come presupposto suona una favola.
Quel caffè proprio non riuscivano a descriverlo, cavoli, gli serviva un nome da mettere su quel menù, ma proprio non gli veniva. Vi giuro, hanno passato un anno a cambiare nome. C’era da impazzire, i clienti abituali finivano a litigare tra un “Caldo abbraccio alla Panna” e un “Forte bacio di Afrodite”. Si davano da fare con la cameriera tra un “Suadente Calore del Cuore” e un “Estasi della prima volta”. Cominciarono a piovere consigli e fu un bombardamento a tappeto tra: “GODI GODI SPECIAL”, “LA VITA IN UNA TAZZINA”, “BIANCA AMICIZIA”, “AMORE NERO”, “LUI COME NESSUNO”.
Il padrone del locale si trovò addirittura a litigare con una coppia. Inferocita perché il loro “AMORE ETERNO” si era tramutato misteriosamente in “ESPLOSIONE DI UNA NOTTE”
Finché un bel giorno non si stufarono tutti: cassiere, cameriere, barista e padrone.
Lo chiamarono:
“caffè”

lunedì 7 gennaio 2008

natività

Quando sono nato sembrava tutto normale. (A parte che il medico aveva detto a mia madre di abortire)
Mi sono messo a vivere. Molto bene, pochi ricordi, i primi amori non corrisposti, le prime teorie sulla vita e i primi amici di cui non ricordo nemmeno il nome. Tutto normale.
Il disastro è iniziato dopo!
Nessuno te lo chiede di vivere però intanto un giorno ti schizzano fuori dal culo di tua madre e ti sbattono uno zaino sulle spalle: "e vai!"
“E Ora?” dico io
“Adesso vivi!” ti rispondono
“Studia!”
“Diventa grande in qualcosa!”
“fatti valere!”
“Se quella ragazza ti piace provaci!”
E io tutto contento come un coglione al primo appuntamento, zaino in spalla, sorriso sulla faccia, l’abbecedario sotto l’ascella.
Poi l’ecatombe. Già perché nel mezzo di tutti i consigli per gli acquisti si sono scordati alcuni dettagli da nulla. Tipo il Dolore. Il groppo allo stomaco che ti piglia quanto senti che vorresti svitare il mondo dal suo piedistallo e vederlo rotolare giù dalla scrivania. Quando capisci che non sei un genio della pittura contemporanea, Quando ti rendi conto di sapere suonare la chitarra poco meglio che il campanello di casa, Quando fai fiasco con tutte le ragazze del pianeta (dico tutte), Quando la poesia migliore che hai scritto è la lista della spesa.
Quanti di noi pensano di non valere una cicca? Pensano che in fondo non valga la pena alzare le chiappe dal cesso (che comunque è uno dei momenti migliori della vita). Quanti di noi guardano stancamente la propria vita e pensano che sarebbe ora di dargli una riverniciata, ma non hanno la più pallida idea di come si faccia?
Siamo sinceri con noi stessi: “Io non valgo un cazzo!”
Altro che grandi propositi, Altro che aspirazioni, sogni, obbiettivi, vittorie.
Basta! Lasciamoci penetrare dal vero significato della vita: “nulla”
E diciamolo a gran voce “CHI SE NE FREGA!”
Se il tuo capo è uno stronzo.
Se la ragazza che ti piace neanche ti vede.
Se hai smesso l’università perché non avevi voglia di fare una sega.
Se i tuoi genitori ti valutano a pagelle.
“CHI SE NE FREGA!”
Ecco come si piglia la vita: a colpi de “CHISENEFREGA”.
Dobbiamo essere gli araldi del libero pensiero scevro da ogni pensiero!
Dobbiamo essere le trombe squillanti dell’unica vera battaglia al cessate il fuoco!
Dobbiamo essere vivide luci che brillano in una giornata di sole accecante!
“CHI SE NE FREGA!”
Orgogliosamente nullità!
Uniti vinceremo!
Ecco la mia filosofia! Il mio inno alla gioia!
Ecco la mia bandiera! La mia maglietta portafortuna!
Ecco la lingua! La poesia dell’eternità!
Ecco!
“CHI SE NE FREGA!”
Nulla m’importa!
Nulla mi tange!
Nulla può nulla!

E poi arrivò lei.