domenica 6 settembre 2009

stella cadente - dia4










Qualcosa si muove di fianco a me. Apro gli occhi. Nella stanza piena di luce vedo una sagoma chiudere la porta cercando di fare poco rumore. Non ho l’orologio e il telefono è spento. Non ho idea di che ore siano. Dopo un istante la porta si riapre ed è un uomo quello che entra. Subito gli chiedo assonnato: “Che ore sono?” “Le 8.00”. Merda. Negli alberghi del pellegrino è consentito restare solamente fino alle 8.00 e non oltre.
Salto giù dal letto a castello, mi metto pantaloni, maglietta e scarpe ed esco dalla stanza. Il corridoio di questo che sembra più un hotel che un albergo del pellegrino è invaso dal carrello della donna delle pulizie e dai suoi arnesi. Scorro velocemente le varie stanze fino a dove si trova quella dei miei amici, che in teoria mi avrebbero dovuto svegliare. Nessuno. Zaino in spalla mi dirigo all’entrata. Nessuno. Nel bar nessuno. Nel portico, nel giardino, sulla strada non un’anima viva. Del centinaio di persone che c’erano qui ieri sera son rimasto solo io. Guardo il cielo, ormai luminoso, ed una strana sensazione mi invade. Come quando, nelle gite scolastiche, non mi svegliavo ed il pullman con tutti quanti era di fronte all’albergo ad aspettarmi. Solo che questa volta il pullman non c’è più.
Chiamo i miei amici e li raggiungo al bar del primo villaggio. Colazione rapida e partenza. Sono le ore 9.00. Penso che siamo gli unici a partire così tardi. La gente ferma con noi a fare colazione sta facendo la seconda colazione.

Il paesaggio cambia leggermente. Lasciamo la provincia di Palencia ed entriamo in quella di Leon; comincia ad apparire qualche albero sul cammino e nei campi, passiamo per il paesino di Sahagùn.

A Bercianos del Real Camino l’Albergue è l’ultima casa del paese, una vecchia casa rurale restaurata. Ci accolgono con un bicchiere di tè freddo e la notizia che siamo arrivati troppo tardi e non c’è posto per noi. Ci consigliano di piantare la tenda di fianco al campo di squash, in fondo alla via, e così facciamo. Come una famigliola di zingari cominciamo a colonizzare lo spazio verde intorno al campetto: laviamo i vestiti nella fontana, li stendiamo con uno spago tra due alberi, ci appropriamo del tavolino di cemento rovesciandoci sopra i nostri zaini e le nostre cose.

Attraverso il recinto della “zona sportiva” e mi ritrovo su una tavola piatta, dritta fino all’orizzonte. Vedo il mondo scomparire sotto una lieve depressione prima di risorgere nel profilo dei monti in lontananza. La terra sotto di me è costituita da un leggero strato di erba riccia e bruciata dal sole, uno strato soffice e accogliente sul quale mi siedo. Un carro abbandonato, i tralicci della luce, le curve sinuose dei cumuli di semi raccolti sul tavoliere, un gruppo di piccioni davanti a me. E l’orizzonte infinito, sotto il sole. Tutto ha il ritmo della natura. Non c’è fretta in questi luoghi, non c’è posto per nessun tipo di stress. Il respiro si sintonizza col vento. La vita si svolge dall’alba al tramonto. Ed il buio porta finalmente stanchezza e riposo. Vera stanchezza e vero riposo. Senza preavviso, dal nulla qualcosa si fionda sul gruppo di piccioni che rapidi si disperdono. L’ attacco di un uccello rapace.

Mi aggiro per il paesino, che ha tutta l’aria di essere stato importante un tempo. Piazzettine, tradizionali case di terra battuta in rovina, la chiesa crollata e la nuova in costruzione, il bar con il circolino. Poi, al margine est,esterna all’ultima fila di case, improvvisamente un gruppo di persone. Han tirato fuori le sedie dalle case o stanno appoggiate ai muri all’ombra del sole calante. Nei rettangoli di terra di fronte dei gruppi di signori anziani stanno giocando. Giocano a bocce, con sfere antiche e segnate dal tempo. Ma è l’ultimo campo da gioco ad attirare la mia attenzione. Un'asticella di ferro piantata nel suolo ed un signore che tira, nell’aria, degli oggetti metallici. Sono ferri di cavallo. Ferri di cavallo come boomerang primitivi che devono centrare l’asta ed ancorarcisi. Resto sbalordito. Pensavo fosse una cosa relegata ad altri tempi e altri mondi, pensavo fosse legata a immagini in bianco e nero, a foto mangiate dal passato. E, invece, guarda un po’ cosa mi riserva questo paese sperduto nella landa assolata.

La notte è fredda a Bercianos. Ma è la notte di S. Lorenzo e visto che siamo a dormire all’aperto decidiamo di non dormire nella tenda. I miei amici si stendono nel prato del campetto, riparati da qualche albero. Io oltrepasso la recinzione e mi stendo lontano nel campo, steso sul soffice manto di erba bruciata, come un tappeto naturale. Guardo in alto. Avevo dimenticato che il cielo la notte non fosse omogeneo. Avevo dimenticato il suo colore profondo e oscuro, la casualità con cui le stelle forano il suo buio, il bagliore della Via Lattea. Intorno a me un'intera calotta di stelle si stende, da orizzonte a orizzonte, densa e disegnata con precisione. Non voglio addormentarmi prima di aver visto una stella cadente, mi dico. E l’attesa viene ricompensata. Un oggetto infuocato scorre silenzioso e lento nel mio campo visivo, da cima a fondo, con decisione. Waaaaaaaaa. Magnifico.

Non so che ore sono ma ho freddo. L’umidità si sta mangiando le mie gambe rannicchiate dentro il sacco a pelo ormai bagnaticcio. Mi sono svegliato per il freddo. Provo a riaddormentarmi, ma è ormai impossibile. Il flebile bagliore delle stelle illumina una landa desolata e fredda in una notte senza luna. Raccolgo tutto e mi rintano nella tenda. Sarà difficile ritrovare il sonno e il caldo, già lo so.

venerdì 4 settembre 2009

il bar al confine del nulla - dia3


Niente. Niente di niente. Giallo paglia bruciato e pettinato a perdita d’occhio. Qualche scuro cespuglio sparso qua e là, quasi fosse un errore della vista che, stanca di tanto nulla assolato, si inventa macchie di ombra. I passi si susseguono, le caviglie si impolverano e lo zaino pesa sempre più con il passare delle ore.
È nel silenzio circondato dall’immenso che torno a fare i conti con il mio io selvaggio, con i pensieri ribelli e con le emozioni brutali. Fluiscono letteralmente dentro di me e corrono per ogni dove, proprio come i canali che irrorano questi campi. Mi sento improvvisamente un guerrigliero, e l’ombra di fronte a me mi rende ragione. Passo fermo e spedito, la sagoma dello zaino e del sacco a modificarmi il profilo, le nappe della kefia che ondeggiano sinuose al mio lato. I pugni chiusi. Tutto ciò di cui ho bisogno lo porto sulle spalle, a stretto contatto. Una sorta di delirio eroico si impossessa di me mentre percorro i 17 km di nulla che ci separano dal primo paese.

Seduti ad un tavolino nel portico dell’ultima casa del paese contempliamo i campi davanti a noi. Come un’invisibile muraglia la strada perimetrale del villaggio chiude a cerchio il centro abitato. Nessun limite reale, ma una soglia evidente. Da un lato si schierano le case, addossate le une alle altre, con piccole finestre e grandi muri, intonacate e scrostate chissà quante volte. Dall’altra le terre coltivate risalgono dall’orizzonte fino a mordere il ciglio della strada. Seduti di fronte a questo confine immaginario e concreto assaporiamo la nostra birra e il nostro momento di sollievo nella calura pomeridiana.
Di fianco a noi un signore del paese prova a parlare con un ragazzone i cui piedi piagati dal caldo e dai chilometri cercano refrigerio in una borsa col ghiaccio. L’anziano abitante prova un’improbabile discorso con lo straniero, ricordandogli, come se ce ne fosse bisogno, che quelle ferite non sono affatto buone per camminare. Solare e sorridente lo straniero prova a rispondere che non capisce lo spagnolo. Imperterrito il canuto signore parte sparato sostenendo che devono imparare il castigliano, che non può essere che vadano in un paese senza conoscere la lingua, che come fanno a … Il ragazzone, con notevole accento canadese, sfoggia un “Una cerveza por favor” destando l’ilarità di tutta la compagnia. Non soddisfatto l’uomo continua a domandare, a lanciare argomenti nell’aria, a tentare un dialogo. Nel frattempo noi, seduti alle spalle del paesano, cerchiamo a gesti e suggerimenti in inglese di offrire appoggio e sostegno a quello che ormai sentiamo già come un amico.

È sempre divertente ciò che succede quando regna l’incomprensione tra diversi linguaggi. Ognuno parla la propria lingua ma in maniera esasperatamente lenta, come se la lentezza potesse rendere ragione di un idioma che comunque sia resta sconosciuto e incomprensibile. È un’assurdità che però continua a ripetersi in ogni dove, come se il desiderio di comunicare fosse più forte delle barriere linguistiche. Ed effettivamente, molte volte, è così.
In questo modo ci siamo guadagnati due amici. Gerome, il ragazzo canadese, ed il suo amico torinese, ribattezzato Ciccio per evidenti motivi.

giovedì 3 settembre 2009

campi di grano - dia 2


Resta poca gente nello stanzone quando usciamo. I letti sono vuoti come se non ci fosse mai stato nessuno. In silenzio e nella penombra giallognola di una lampada lontana raccogliamo le nostre cose, le infiliamo alla cieca negli zaini e usciamo. Seduti su un tronco per allacciarci le scarpe veniamo invasi dall’aria fredda della mattina nascente. Il cielo che copre l’aia è ancora scuro e niente intorno sembra avere troppa voglia di svegliarsi. Ripercorriamo il sentiero che il giorno prima mi ha portato a Boadilla, questa volta in senso est-ovest, mentre il sole fa capolino lontano alle nostre spalle illuminando i pochi segni antropici del territorio: un trattore, una torre dell’acqua, i solchi regolari nei campi, le montagne ordinate di sofficini di fieno.
Visitiamo di sfuggita le chiese di Fromista, raccogliamo un piccolo uccellino caduto dall’albero, compriamo il pane appena sfornato e osserviamo con preoccupazione un cielo scuro e ventoso. Le previsioni dicono pioggia.

Gran parte del percorso corre al bordo di una strada asfaltata praticamente deserta se non fosse per i pellegrini in bicicletta che ci sfrecciano a fianco. Lenti e inesorabili i nostri passi si susseguono, uno dopo l’altro, macinando metri e poi chilometri. Il mondo torna dopo anni ad avere un tempo naturale, un tempo dettato dal compasso dei nostri piedi. Dall’orizzonte si staccano impercettibilmente scenari che ci si avvicinano con una lentezza impressionante, una mancanza di velocità che, invece che essere esasperante, ha tutta l’aria della naturalezza.
Tornare a vedere il giorno nascere e morire, muoversi nella luce del sole con una rapidità umana, scoprire cosa ci riserva il mondo nascosto poco più in là del nostro sguardo. Non sentire nessun suono, nessun rumore che non sia quello che il vento fa parlando nelle nostre orecchie, e quello che dentro di noi emette il nostro respiro. Lo scorrere dell’acqua nei canali, i giunchi che si piegano cigolando sotto la pressione dell’aria, un grido lanciato nell’aria da qualche uccello. La luce che cambia, sui campi, al passare delle nubi. E gli orizzonti che sembrano infiniti, mai esattamente piani, imperfettamente ondulati. Il cielo di un celeste pieno, corposo. E il colore del grano bruciato dal sole. I capelli a spazzola dei campi mietuti.

A Carriòn de los Condes non c’è posto per noi in albergo. Piantiamo la tenda nel camping che si trova lungo il fiume, proprio dove le colline si aprono e lasciano libero il vento di scorrazzare selvaggio. Il freddo è pungente. Prima notte vera e propria di cammino. L’equipaggiamento sembra già insufficiente. Infreddoliti mangiamo sul tavolo di pietra al bordo del fiume. Panini con tonno e pomodoro, qualche pesca. I piedi nudi che cercano sollievo dopo la lunga giornata di cammino vengono martoriati dall’aria gelida. E' ancora presto quando ci rintaniamo in 3 in una tenda da 2. Il sonno arriva rapido, consapevoli che la sveglia arriverà prima per noi che per il sole.

mercoledì 2 settembre 2009

la partenza - dia 1


Il treno scorre lento sui binari e si allontana dalla stazione. Fa risuonare il ponte in ferro sul porto al suo passaggio, puntando verso nord. Non ho musica con me. Il rumore delle rotaie è la mia colonna sonora, il brusìo della gente il mio film, quello che mi porto dentro il mio monologo.
Davanti a me sta uno zaino, piccolo e vecchio. Si porta dietro una storia non mia, una storia lunga di famiglia giovane e, voglio immaginare, felice. Dentro, la protezione minima contro il mondo.
Il tempo, nel silenzio rumoroso del mondo, è elastico, lattiginoso e assonnato come gli istanti che seguono il risveglio. I pensieri si affollano nella testa, interrotti dal sonno e dalle righe di qualche libro.

In aeroporto siamo tanti, almeno un centinaio. Ognuno cerca riparo come può, si schiaccia su qualche parete, cercando una protezione minima, più psicologica che reale. Torniamo ad essere animali, animali urbani, ognuno con la sua prole inanimata da difendere dagli sconosciuti. Siamo profughi, emigranti e naufraghi.
Le procedure d’imbarco sono ormai naturali e prive di ansia, galleggiano in quello stato sonnolento delle prime ore del mattino. Le ruote abbandonano la pista per il cielo nel momento in cui torno ad affondare in un sonno senza sogni.

Il bus mi lascia in centro, e vedo finalmente, anni e anni dopo, quella che sarebbe dovuta essere la città del mio Erasmus: Valladolid. Capitale dello stato spagnolo fino all’invenzione di Madrid, qualche centinaio di chilometri più a sud, Valladolid è una città universitaria nel cui piccolo centro storico spicca la calle Santiago, che adatta felicemente l’eleganza madrileña a una dimensione più ridotta e umana. Mi soffermo a mangiare seduto di fronte a Santa Maria de la Antigua, di nobile bianco vestita. Un proto gotico semplice e massiccio, squadrato ma sobrio. Resto letteralmente affascinato dalla chiesa di San Pablo, dalla sorprendente alternanza tra la massività geometrica dei pilastri d’angolo e la volatilità e leggerezza della decorazione a trapano del corpo centrale. Nascosto in mezzo a tanto tripudio di luci e ombre il rosone quasi scompare. E poi la chiesa del monastero di San Benito el Real, a cui la rigorosa geometria, i pilastri massicciamente ottagonali che sostengono i due grandi vuoti in facciata e il bianco puro della pietra, danno un aspetto di modernità mediterranea nascosta nel passato.

Altro treno, direzione Fromista. Scendo in una stazione che sembra disegnata per un paesino del Far West. Chiedo informazioni, volgo le spalle al sole e mi incammino verso est pronto per raggiungere i miei compari di viaggio che stanno arrivando a Boadilla del Camino. Il sentiero corre in mezzo a campi di grano assolutamente piani, lungo l’argine di un ampio canale artificiale i cui bordi, come cicatrici nel paesaggio, sono ricoperti di erbe alte e alberi. Sotto il sole del tardo pomeriggio incrocio diversi pellegrini che portano scritto evidentemente in faccia la domanda: “Perché stai andando nella direzione opposta?”. E questo, come sempre, mi diverte. Amo lo sconcerto che un’azione anomala provoca nelle masse. Disorientare e cambiare prospettiva. E, dentro, rido.

Poi, all’improvviso, seduta sull’orizzonte, la vedo. Dapprima non la riconosco, nella calura che veste la polvere del sentiero. Eppure, piano piano, al ritmo saltellante del mio passo cresce fino a diventare leggibile, fino a trovare la sua forma tipica, fino ad essere una croce. Dietro un leggero avvallamento, passo dopo passo, sorge oltre la linea dell’orizzonte la punta di un campanile, il tetto e infine il corpo di una chiesa. È una stupida felicità quella che mi invade. Il sollievo infantile di un uomo di mille anni fa. La gioia di chi riconosce finalmente la presenza di un nucleo di civiltà, della protezione dall’affascinante immensità del mondo. Il paese prende forma intorno e al di sotto della sagoma protettrice della chiesa.

E, come un’oasi nel deserto, ad aspettarci c’è l’Albergo dei Pellegrini. In quella che doveva essere l’aia di un antico edificio, una piccola piscina aspetta i piedi dei pellegrini, per dar loro sollievo. Una palma serve da riparo contro l’ultimo sole.
L’ospitalero ci porta il menù della cena. Zuppa di ceci, pesce fritto, insalata, dolce e vino. Un po’ di sollievo ed energia per il corpo.

Un edificio a doppio spiovente, che doveva essere l’antica stalla, accoglie lo stanzone del dormitorio. Sopra a una dozzina di letti a castello è incastrata un’impressionante trave in legno massiccio sbozzata a mano che deve avere almeno 7 metri di luce libera. Al di sopra di questa è appoggiato un assito di legno chiaro che funziona come pavimento per i letti del piano soppalcato. La ringhiera è costituita da dei travetti legati con grossi funi alla trave e al tetto.
Mi addormento con lo sguardo affascinato rivolto alla parete di terra battuta, con il vento freddo che, attraverso la piccola finestra del sottotetto, muore preciso sul mio collo.

mercoledì 5 agosto 2009

non pianti mai bandiera


El instante de las despedidas siempre frìo, siempre inferior a lo que uno espera, encontràndose en ese momento incapaz de exteriorizar un sentimiento profundo.
(Ernesto Guevara)
Il momento degli addii sempre freddo, sempre inferiore a quello che uno si aspetta e spera, scoprendosi incapace in questo momento di esteriorizzare un sentimento realmente profondo.

Le partenze sono sempre partenze. Che siano andate o ritorni.
E tanto più ora, in cui andata e ritorno perdono significato, non sapendo bene dove si trovi il luogo chiamato casa.
Ci sono viaggi, spostamenti più che mete. E quando il viaggio non è più l’introduzione ma il tema … beh, la musica cambia. È come un lungo, lunghissimo respiro. Come premere improvvisamente pausa sul video del mondo. Fermarlo per un attimo. Prendere il proprio zaino, mettere dentro lo stretto indispensabile (lo stretto indispensabile. È ironico ma quello di cui realmente si ha bisogno è sempre meno, è sempre + essenziale, sempre meno materiale), metterlo dentro e aspettare il momento di caricarlo in spalla, a stretto contatto con noi stessi.
L’importanza di quello che si lascia non sta in quello che ci portiamo addosso o intorno. Non sta nei conti delle chiamate non fatte o delle cartoline non spedite né comprate. Tutto ciò che ha un qualche posto nella nostra vita è proprio quello che ci spinge ad esplorarne gli angoli abbandonati, a superare limiti che nessuno ci ha posto. Che ci spinge a stare a contatto con noi stessi e con l’imprevedibile naturalità di un mondo sconosciuto e volutamente straniero.
È l’affetto negli occhi di chi lasciamo che ci porta a cercarci nei suoni di altre lingue e nei profumi di altre cucine.
Tutto il resto è contorno. Ornamento inutile di un teatro antico.

martedì 4 agosto 2009

ambizione giovanile


Poichè tutti gli uomini di tragica grandezza diventano tali attraverso qualcosa di morboso. Sta' sicura di questo, oh ambizione giovanile: ogni grandezza mortale non è che malattia.
Herman Melville

martedì 28 luglio 2009

sdraiato sulle scale


Perché poi basta poco. Un entusiasmo nascente che viene frustrato. Una gioia mattutina smentita dal giorno crescente. Un possibile futuro che diventa l’ennesimo passato mancato.
Seduto qui, tra sfere di cristallo che volano nel cielo notturno di un parcheggio, circondato dall’abbandono della città, annego in un vortice di pensieri senza direzione. Le parole mi muoiono in bocca. E il silenzio ritorna, pesante e confortevole come una coperta d’inverno, a coprire tutto.

giovedì 23 luglio 2009

la soluzione


Più guardo gli uomini, meno mi piacciono.
Se soltanto potessi dire la stessa cosa delle donne, tutto sarebbe a posto.
Arthur Schopenhauer

lunedì 6 luglio 2009

ronda malaga


È proprio nel viaggio per raggiungere Ronda che scopro il posto dove nascono tutti gli sfondi di Windows. Una specie di riserva naturale, un ritrovo per l’accoppiamento di colline di girasoli. Una secca dove si sono arenate le piccole curve del mondo, dando origine ad un insolito paesaggio, dove la natura fa da sfondo a se stessa. La strada che ci porta ad attraversare la scena di questo naufragio senza dramma non è che una piccola ferita, che si rimarginerà appena avremo passato l’orizzonte.
Torno a salutare ciò che in passato è stato teatro di piccole avventure con altri amici in altre lingue, ma il medesimo caldo. Cerchiamo riparo in un bar. Sullo sfondo di una grotta ritagliata nella roccia, addobbata con tessuti peruviani (che non si sa bene cosa ci stiano a fare in mezzo alla calura andalusa), ci sediamo a bere birra di fianco ad una coppia. Scambiamo due battute in inglese e scopriamo che lui è un gallese trapiantato in Canada, che viaggia come ricercatore tra America e Europa. Lei, di origine armena ma nata in Iran e trasferitasi poi in Kuwait, lavora in Canada. Guarda un po’ cosa puoi trovare nascosto nel culo della terra di un paesino.
A quanto pare lo sport più praticato a Malaga nei sabato pomeriggio di luglio è sposarsi. La città è invasa dai vestiti sgargianti di un popolo esuberante di più o meno giovani. Cerco di sondare i bassi fondi della città, ma la mia compagnia non approva, e ripieghiamo verso il centro.
Attraverso il portico del primo piano del Museo Picasso e mi affaccio al patio principale del palazzo. Le tende sono raccolte e i tetti inquadrano la notte malagueña. Scendo nel piccolo patio secondario, dove tra una parete di edera e una fontana intagliata nel pavimento un messicano fa scivolare le note di un flamenco un po’ troppo secco tra le orecchie degli ascoltatori.
Verso le 3 del mattino cerchiamo momentaneo riposo al nostro vagare e ci sediamo sulle panchine di una piazza. Dopo poco un ubriaco si avvicina e si siede di fianco a noi. Con la precisione che un’acuta intelligenza o una stupidità allenata possiedono, mi dirige una frase, abbattendo in me ogni resistenza. “Non preoccuparti troppo per la vita. Nessuno ne esce vivo”. Ecco fatto. Bastano quattro suoni biascicati nella lingua della notte e già mi ritrovo a sondare la vita di quest’uomo. Dalle sporadiche bolle di lucidità che escono dalla sua bocca deduco le sue origini, il suo trasferirsi da Madrid nel sud. Cerco di dialogare, ma l’alcool e l’ora l’han reso sordo. A quanto pare era amico di Camaròn. E a quanto pare ultimamente ha avuto l’occasione di parlare anche con Pitagora, e di manifestargli il suo dissenso per come abbia risolto le equazioni di secondo grado. Saluto il mio amico e Pitagora e cerchiamo un posto dove passare le ultime ore.
In cammino verso la spiaggia ci incontriamo un chiosco. La Ceci propone un ultimo shot, e ci avviciniamo al chiringuito. Salutiamo e subito veniamo accolti con simpatia. Il ragazzo seduto al bancone ci consiglia di prendere una tequila, che altrimenti la bottiglia se la deve finire lui e proprio non ce la fa. Il suo amico Boliviano ride e ci invita a unirci. Il barista ci versa 5 tequila e brindiamo insieme. Ancora una volta, sotto un tetto di palme alte fino al cielo, mentre la città dorme, incrociamo le nostre storie con quelle di stranieri. Il barista, che ci ha preso in simpatia, ci offre un liquore di erbe che non possiamo trovare da nessun'altra parte, a quanto ci dice. "Penso di comprarlo solo io" ci dice con una risata. Tracanniamo e salutiamo, lasciandoli a discutere di quale sia l’idioma più difficile da imparare. Circumnavighiamo il porto e ci spostiamo verso la spiaggia.
Verso le 4.30 ci accampiamo sulla sabbia coi nostri teli, pronti a dormire almeno fino al sorgere del sole. Intorno a noi c’è chi passa la notte cantando, bevendo. Ci stringiamo per difenderci dalla brezza notturna e ci abbandoniamo a un sonno pesante.

domenica 28 giugno 2009

solco


Forse è l’aria, che questa notte soffia leggera e fresca a portare sollievo alla pelle, sotto le maglie.
Forse i grilli, che sento festeggiare in coro nei campi della periferia.
Forse l’ebbrezza mentale, e non ancora fisica, di sentire sempre più mia questa frangia di mondo, di sapere che qualcuno mi aspetta nel centro di questa città.
Forse è il tempo, che passando muto attraverso delusioni e lotte silenti, si traccia un solco dietro. Un’incisione che sancisce la differenza tra il parassita del mondo e il suo cittadino.
Forse sono io. Qualunque sia la ragione stasera mi sento non più turista, ma abitante.

sabato 20 giugno 2009

guadalquivir


Attraversata la città nella notte, avvolto da un mantello d’aria calda, arrivo sull’argine del fiume.
Come in ogni città il fiume è un mondo, un posto appartato dal resto della civiltà. Non importa il numero di persone presenti e non importa il nome dell’acqua. L’argine è la soglia di un piccolo spazio ritagliato nella confusione cittadina. Ed è di notte che questo microcosmo mostra il fascino della sua esistenza. Ritagliato dalle sagome delle palme, delimitato dalla linea retta della banchina, il fiume non scorre attraverso la città, vi respira dentro. Quello che di giorno è una lingua invalicabile, di notte è un liquido misterioso cosparso di luci e riflessi. La Torre dell’Oro ci si specchia sopra mentre i lampioni di Triana rigano di pailettes la sua superficie.
E da animali quali siamo non riusciamo a sottrarci all’incanto delle luci nella notte, del corpo dell’acqua, del pericolo del mistero.

venerdì 19 giugno 2009

granada - il ritorno


Lo spazio scorre accorciandosi davanti a me, come un conto alla rovescia dove i minuti han lasciato il posto ai chilometri. È un rincontro da film, un’attesa in movimento.
I cartelli passano di fianco al finestrino del bus sancendo l’ennesimo chilometro. Quaranta.

Scendo dal bus e, ancora una volta, mi pervade la sensazione di essere tornato a casa. La sensazione di avere qualcuno da andare a trovare, da salutare. Eppure questo qualcuno non ha voce per rispondere. Sono vie e strade, sono locali ed edifici. L’Alhambra in lontananza, splendida nella notte. Camino de Ronda e i suoi negozi chiusi. L’appartamento, centro di un piccolo microcosmo che non può scomparire, ma che ha lasciato le sue tracce un po’ ovunque. La riva del Genil. L’Albaicìn, il Realejo. Cuesta del Pescado.
Esattamente come il rincontro col primo amore, così ogni gesto è silenzioso e lento, un rituale di rincontro e di addio.

domenica 7 giugno 2009

asfalto bagnato


Apro gli occhi ed il mondo torna a esistere. Un intreccio di rampicanti ha sostituito il cielo macchiando di vegetazione il mio risveglio. Il corpo intirizzito dalle doghe e dal pranzo si scuote, battezzando definitivamente gli aliti gelidi come preludio di tempesta.
Comincio a camminare, cercando così di scaldarmi, ma è tardi. L’acqua arriva silenziosa e spazza via in un secondo la calura estiva, l’afa nascosta nelle ombre, i pranzi al riparo dal sole.
La città diventa momentaneamente muta e si ferma, come in attesa di sapere se dovrà vestire le parti della malinconica o tornare radiosa. Ed è lì, mentre attraverso una stradina deserta tra grandi edifici desolati, che un profumo urbano e familiare sale da terra, traspirando dalle rughe della crosta: è l’odore dell’asfalto bagnato. Continuo a vagare incurante della pioggia ma qualcosa comincia a muoversi dentro di me, a cercare di risorgere dalle ceneri del passato. E poi mi investe, con tutta la carica della memoria.

E mi ricordo.
Mi ricordo di noi, sotto una pensilina fiorentina.
Noi, che cercavamo riparo da un acquazzone estivo che aveva sciolto i nostri vestiti.
Di un bambino che aveva paura dei lampi, protetto dal suo impermeabilino giallo.
Della scimmia di casa, arrampicata su un traliccio, che cercava di impressionare il mondo con una morte eroicamente stupida.

Mi ricordo di cose che allora non avevano significato e mi sembravano la noiosa normalità della mia momentanea felicità. Il suono della pioggia sull’asfalto, che sciacquava via le nostre parole dalle orecchie del mondo. Quei momenti morti che avevano nel loro essere il senso d’esistere. E quel profumo, estivo e cittadino, di un asfalto rovente che trova sollievo in una pioggia passeggera.
Già. Proprio così. Un asfalto rovente, in attesa di una pioggia passeggera.

venerdì 29 maggio 2009

levante


La sveglia presto ovviamente non funziona. E alle 7:50 sono a correre con la mia bici per le strade della Siviglia est. Fernando prende la macchina e partiamo verso sud.
Arriviamo a Conil de la Frontera, cittadina prossima all’oceano che il vento ha deciso di spazzare via, o forse far precipitare definitivamente in fondo alla collina che ora domina. Il vento quasi ci impedisce di aprire la porta per entrare nel container del cantiere per visionare i progressi dell’opera. Mentre Fer discute con i costruttori faccio un salto al mare. Un vento a 50 km/h sta portando via ogni cosa che capita a tiro, me compreso.
È il famoso Levante, vento che, passando attraverso lo stretto, acquista forza qui sulle pendici della penisola, prima di liberarsi nell’oceano.
Il ritorno a Siviglia è battezzato dal sudore dei 39°.
Alle 19:00 esco di casa, deciso ad approfittare dell’unico sole non mortale, e mi dirigo verso il parco. Attraverso il ponte romano che scavalca il canale e mi piazzo tra due collinette, a ridosso di un pino. Nonostante l’ora il sole non dà tregua, bruciando e arrostendo la mia pelle. L’erba è così secca che attraversa la coperta pungendomi. Mi guardo intorno e tutto è calmo. Non ci sono rumori della città, non ci sono parole. Solo il vento, che passa sui sentieri battuti, attraverso gli alberi, e su di me, portandomi il brusìo di fondo di un mondo lontano. Non ci sono suoni di cellulari a disturbare la mia quiete, solo formiche e stridore d’uccelli.
È il clima perfetto per rimmergersi nella guerriglia della Sierra e nelle sue avventure.
Poi, di lontano, sul calar del sole, a cavallo della brezza mi arriva il suono di una banda.

domenica 24 maggio 2009

quando non se ne può fare a meno


Questo a me piace. Essere un’ombra priva di peso.
Camminare per casa, a luci spente nella notte, col solo bagliore che trapela dall’esterno come guida. Sentire le pareti sotto le mie dita, percepire ad orecchio la vicinanza degli oggetti. Sentire il brusìo della notte scorrere intorno a me, i secondi cadere dall’orologio della sala. Prepararmi da mangiare quando non c’è nessuno, quando non esiste un tempo, quando non c’è niente da fare. Trasformare ogni cosa in un rituale, ampliare i gesti, dilatarli, annegare i minuti. Tracciare scie, in silenzio, ascoltandomi. Sedermi sul divano e guardare il mondo in cinemascope, attraverso la finestra, guardare la facciata anonima e cadaverica di un edificio di periferia. Non fare il minimo rumore, danzare al ritmo del respiro, riempire le orecchie di nulla.
Questo a me piace. La solitudine, dolce e confortante.
E la compagnia, quando non se ne può fare a meno.

venerdì 22 maggio 2009

luce e lenzuola


È sempre straniante quando la fine di una giornata coincide con l’inizio di quella di altri. Chiudo il portone dello studio e salto in sella alla bici. Nel quartiere regna il silenzio colloso che precede il giorno, avvolto da una luce da lenzuola.
Attraverso la città con gli stessi vestiti di ieri, avvolto da una bolla di euforia stupida e allucinata. Incrocio un gruppo di ragazzi ubriachi che si accingono a tornare a casa dopo una nottata brava. Una ragazza in tiro sta chiudendo un locale e urla a una sua amica: Lunedì vai a lezione? Una frase di normalità a bagno nel mondo assurdo delle prime luci dell’alba.
L’orologio segna le 7 del mattino quando mi sdraio sul letto, assaporando il sonno dei giusti.
Alle 14 il sole è alto ma non ferisce come potrebbe. Scendo di casa e mi fermo davanti a un portone di vetro ad aspettare che la Ceci esca dal lavoro. Andiamo a fare la spesa e prepariamo il cous-cous con le verdure. Il tempo passa senza far rumore sull’orologio della sala, e improvvisamente, con ancora il gelato da assaporare, segna le 18.00. A quanto pare questa era la colazione-pranzo-cena.
Esco con la bici dal giardino comune puntando in direzione opposta al centro. Navigando senza bussola nel mare di strade che compongono il mondo al di fuori della mia conoscenza, scopro ciò che più mi attrae in questo periodo. Mi fermo da un carrozziere a farmi gonfiare le ruote e mi faccio due chiacchiere. Mi dirigo dove l’intuito assapora qualcosa di interessante. E la periferia, con la sua brutalità, la sua veridicità, è estremamente affascinante. Passo dai giardini disegnati e dalla città delle torri e dei monumenti a quella delle saracinesche abbassate, alla desolazione del polo industriale, ai bar sperduti in mezzo al nulla (ci si domanda se ci sia qualcuno a tenerli aperti). I parchi tornano a essere quelli dell’infanzia di tutti noi, dove per essere tali bastava che avessero dell’erba e qualche albero. Dove per giocare bastavano due maglie buttate per fare i pali. Qui l’erba è bruciata dal sole, trasformata in terra arsa e battuta. Ma continua a essere colonizzata dalla spontaneità dei bambini, che ovunque trasformano il territorio in spazio per il gioco.
Poi faccio strani incontri, piccoli alieni nel tessuto anonimo della periferia. Un quartiere di case basse, bianche, messicaneggianti, uno di case a schiera a 2 piani in mattoni a vista che si snodano per viuzze tutte tortuose (un pezzo di Olanda nel mezzo dell’Andalusia). E poi un parco. Un gigantesco parco, che 5.000 anni fa era una cava, poi usata dai romani che ci costruirono un ponte, e dagli arabi, trasformata con canali artificiali, con una chiesina abbandonata, dei laghetti, ettari di orti. È il parco Miraflores.
Scende la notte e forse ora inizierà la mia giornata.

domenica 17 maggio 2009

giorni senza notti


Venerdì, ore 2.00. All’Alameda ci offrono di entrare in una discoteca e farci qualche shot gratis. Ovviamente non si rifiuta e ci infiliamo in un loculo di locale, un garage col bancone, dove ci servono ron miel e vodka. Finite le consumazioni andiamo verso la Plaza de las Armas, dove ci aspettano dei portoghesi. Il posto è una discoteca su 4 piani, ristorante e terrazza panoramica.
Ore 3.30. A Stewie non lo lasciano entrare perché ha i pantaloni corti. Lasciamo le ragazze con il gruppo e noi 4 ometti torniamo verso casa, barcollando e lasciando tracce x la città. Bici e poi fino a casa.
Ore 4.15. La fame chimica mi assale e mi metto su qualche crocchetta di patate e prosciutto. Con lo stomaco in affanno mi infilo tra le coperte a dormire.
Suona la sveglia, ma no riesco a spegnerla. Non si vuole spegnere. Apro il telefono. È una chiamata. Sono le 5.01.
-Pronto? Eli?
-Sì. Dove siete?
-A casa.
-Dormivi?
-…
Sveglia, pranzo al volo, doccia e treno.
Sabato, ore 18.00. Il treno ci scarica a Jerez de la Frontera, gruppo leonardini Rimini al completo. Adiamo al supermercato, facciamo il pieno di birra, hot dog, panini, patatine, sherry, vino, grissini.
Ore 19.00. La giornata inizia ora, a quanto pare. Ci sediamo in cerchio in una aiuola verde, a cavallo tra luna park, feria e cavalcavia ferroviario. Tutti intorno sono vestiti da feria, con abiti flamenchi, bicchieroni xxl di birra, tirati. L’Ale tira fuori il suo gioco migliore, e il tempo passa mentre quello strano gruppo di rumorosi italiani, un po’ gitanizzati a dire il vero, anche per i canoni del sud, mangiano, bevono, giocano, estranei a quello che succede intorno.
Ore 21.00. C’è da prendere una decisione. L’ultimo treno per tornare a Siviglia è alle 22. Il primo del mattino alle 9.30. Già provati dal giorno precedente ci guardiamo in faccia, mezzi sfatti. Si tira avanti.
Ci addentriamo nella feria, tra casette costruite come fossero vere, stand di musiche flamenche, cople, sevillane, nacchere, cavalli con i sonagli, carrozze, mandriani che scorrazzano i propri cavalli nel vialone principale, musica che esce da ogni dove.
Ore 23.00. Ci spostiamo alla casetta del Rincon Cherookie, dove il rock dovrebbe farla da padrone, ma evidentemente nessuno glie lo ha detto. Arriva la mezzanotte, e come cenerentole ci dirigiamo verso la casetta più piena, quella dell’arcigay di Jerez. I ragazzi entrano e io e l’Eli ce ne andiamo. L’appuntamento è per le 2.30.
Giriamo per il lunapark, osservando le generazioni di tamarri andalusi che infestano la loro propria patria, con piercing di perla, patacche giganti, gel a chili, tacchi esorbitanti, scollature all’ombelico, camice da matrimonio, esibizioni di sensualità. Un mercato della carne. Ci infiliamo in un misero trenino fantasma e poi sul Booster. Ci sediamo su due sedili affiancati, la barra scende a bloccarci il respiro. Poi i sedili cominciano a spostarsi indietro salendo. Il grande braccio ci porta in alto, in altissimo, a decine e decine di metri. Vediamo il luna park da lassù, dove finisce la feria, la città e oltre. Dove scompaiono le luci. Ma è questione di secondi perché il braccio scende rapido e ci lascia precipitare dal cielo a faccia in giù verso la terra, in un’apparente caduta libera trattenuta dalle cinture. A pochi metri da terra il braccio fa il suo lavoro e ci riporta in circolo, indietro, a oltre 100 km/h. Arriviamo al culmine e l’inerzia fa girare i sedili, voliamo a testa in giù, il mare all’orizzonte diventa un flash rovesciato, il mondo perde direzione, stiamo per schiantarci e di nuovo torniamo a volare.
Con l’adrenalina in circolo e il cibo pure, torniamo all’appuntamento. Giriamo altre casette con l’occhio crepato, con il freddo che comincia a entrare nelle ginocchia. Il tempo sembra non passare.
Ore 4.15. Io e l’Ester lasciamo gli altri a dormire sulle panchine e raggiungiamo il gruppo alla casetta gay. Ci sediamo subito fuori, come una coppia di vecchi che osservano i giovani, un mondo di sbandati all’eccesso. Un film privato. Due mosche stanche in mezzo alla bolgia notturna.
Ore 5.30 è il momento della colazione. Ci spariamo cioccolata e churros mentre uno stuolo di falene ci girano attorno come rapaci.
Ore 6.30 arriviamo alla stazione. Ci sediamo sulle sedie della sala d’attesa e cominciamo a dormire. Ci svegliamo a caso, per cambiare posizione, per constatare che il resto del gruppo è arrivato, per evitare dei ragazzi che fanno a cazzotti e dei pulotti che li trattengono.
Ore 8.00. Il freddo si fa sentire e ci spostiamo a dormire sulle sedie sul primo binario, dove il sole comincia a scaldare all’orizzonte.
Ore 8.45. Ci spostiamo sul binario in attesa del treno. Non ci sono posti sulle sedie. Ci sdraiamo sulla banchina o appoggiati all’ascensore, aspettando che il sole scaldi nuovamente i nostri sogni.
Ore 9.30. Saliamo e torniamo immediatamente tra le braccia di Orfeo.
Ore 11.00. Casa. Stewie va a dormire, io faccio il turno di pulizia di cucina, bagno, sala e camera. Cambio le lenzuola, pranzo, mi doccio.
Ore 15.00. Eccoci qua. È di nuovo ora. Prendo la bici e mi fiondo in centro, a scoprire il quartiere della Macarena al sole cocente del sud.
È un duro lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.

venerdì 15 maggio 2009

sotto la palma


Esco dal portone, passo sotto la palma, attraverso il cancello in ferro e il recinto di gelosie di laterizi bianchi e sono in strada. In testa ho ancora gli allineamenti, i metri quadri, le sezioni, la grafica. Le immagini e i concetti si sovrappongono ballando nel mio cervello in una tempesta di morfina naturale.

Mi addentro per vicoli di villette dai capitelli traforati, dagli intradossi gialli sui mattoni bianchi, dalle ceramiche decorate con temi religiosi. Attraverso il cancello e sono nel Parque Maria Luisa. I padiglioni arabeggianti emergono dalla vegetazione, dalle palme, increspandosi negli specchi d’acqua. Il caldo torrido copre di silenzio le stradine di terra battuta.

Mi siedo su una panchina in ceramica a guardare di fronte a me la facciata del padiglione. Guardo i mattoni rossi e porosi, una trama regolare sulla quale le cupole ceramiche, i pennacchi di azulejos fanno l’effetto di gemme preziose su un tessuto ruvido ma elegante. Mi lascio incantare dall’effetto dei volumi nel sole del primo pomeriggio, dall’opacità del laterizio e dallo scintillare della ceramica contro il cielo denso. Mentre mangio la mia pasta fredda è una sensazione di profonda soddisfazione quella che attraversa il mio corpo.

Esco dallo studio affamato e contento, mentre cerco un altro parco dove pranzare. L’evanescenza tropicale degli edifici islamici, dei riflessi nella calura pomeridiana, delle palme sopra di me. E negli occhi una storia che va avanti, di un guerrigliero, della lotta coraggiosa e intrepida nella giungla, di un sogno semplice e rivoluzionario. Un’insalata di riso accompagna tutto questo.

E poi, quando finisce il tempo, e bisogna uscire dallo studio perché ormai è tardi, alzo gli occhi al cielo ancora azzurro, alle case bianche ancora illuminate, alla mia pelle bruciata e solleticata da una brezza calda. Prendo la bici e attraverso la città verso nord, godendomi il mio cocktail acustico di rumori cittadini e musica elettro-pop. La città araba lascia spazio all’aridità della periferia sivigliana, alla sua cruda verità e alla sua poesia rude.

Rimonto in sella al mio cavallo azzurro. Sfilo verso il centro, sfilo verso gli spazi guadagnati in piazza, dove per un euro puoi comprare una birra, la compagnia e un po’ di diversione.

La mezzanotte ci riporta a casa come tante Cenerentole straniere. Metto su l’acqua e preparo la pasta per l’indomani, mentre la guerriglia continua a formarsi davanti ai miei occhi, finchè il sonno non li spegne.

lunedì 11 maggio 2009

fiamme nella notte


Un carro. Un carro di legno scuro, pesante, massiccio.
Un carro di legno scuro ricoperto d’argento, decorazioni, fiori, candele, drappi.
Un pesante carro di legno e argento scorre per la città di Siviglia, dalla calura pomeridiana alla vigilia del giorno successivo. Scorre potente al ritmo di una musica di fiati, trombe, corni, trombette, di timpani, di tamburi. Si muove al ritmo di 30 paia di gambe che la sospingono, di 30 spalle che la sostengono, di 30 teste che sorreggono. Un pesante drappo di velluto viola bordato d’oro pende dal carro nascondendoli al mondo.
Nella notte un fiammante carro di legno e argento, scintillante di candele e candido di fiori, accompagnato epicamente dalla banda, porta San Giuseppe in trionfo per le vie del quartiere.

venerdì 8 maggio 2009

incrostazioni di collina


Lisbona è uno strano mondo. È una capitale che srotola un arazzo intricato di strade sulle colline a ridosso del mare. Che poi non è mare ma oceano. Che poi in realtà non è neppure oceano, bensì fiume. Il Tejo per i portoghesi, Tajo per gli spagnoli, Tago per noi italiani.
Dentro queste viscere sinuose di una città che non sembra una capitale, da padrone la fa il paesaggio.
Il paesaggio naturale delle viste che improvvisamente si aprono dalle strade verso il fiume e l’oltre fiume. Terrazze senza null’altro che pavimento e parapetti. Terrazze della povertà, dove l’aggregazione è spontanea e continua, dove non c’è altro spettacolo che la natura e l’essere animali sociali.
Il paesaggio del degrado. Di baracche a ridosso le une delle altre, di sporcizia, di decadenza. Di non curanza e povertà.
Tutto questo è l’anima di Lisbona. Una conchiglia screziata dei residui del mare, una calcificazione di ceramiche sulle sponde del fiume, la sfilata segreta e silenziosa dei palazzi di pietra bianca. E, in mezzo a tutto questo, i miradores.

vita di periferia



La periferia è il ritorno all’origine.
Campi di polvere, vecchini nei bar, palloni che rotolano sul cemento. Assenza totale del parassita del secolo: il turista.
E ancora una volta, questa notte i miei piedi mi riaccompagnano cavallerescamente a casa, attraversando queste arterie di cemento, questa calura estiva nella notte sivigliana. Imparo le distanze, scopro anfratti, mi addentro in piazzette abbandonate, parchi trasandati, spazi pubblici residuali. Scopro ciò che la velocità dei trasporti ci occulta, ciò che sta dentro al guscio edilizio della città. I soggiorni illuminati, i bar con le pareti in ceramica colorata, gli antri scuri degli androni. I profumi di peperoni verdi fritti, di tortilla, di chorizo. Mentre musiche tamarre sfrecciano a lato la periferia emette il suo respiro profondo alle luci del tramonto.

mercoledì 6 maggio 2009

verso sao vicente


Destro indietro, sinistro a lato, chiudi.
Sinistro a incrociare, destro avanti, fermo.

Conquiste, sconfitte, scoperte, delusioni.
Passi avanti e indietro, piroette come in un ballo di cui non ci hanno insegnato i passi.
Uno dopo l’altro si susseguono, inciampi e passi fuori tempo. Eppure sempre ballando.
Sempre salendo verso l’alto.

martedì 5 maggio 2009

monasterio de los jeronimos




A lato della torre di Belem, baluardo difensivo sulla foce del fiume Tago, sorge il Monasterio de los Jerònimos. L’esuberanza decorativa gotica pervade la facciata del complesso, scandita dalle ombre delle varie forze che modificano la superficie della pietra fino a farla divenire vibrante e viva, in continua tensione verso il cielo e il bello.
Ma è il chiostro che da solo vale il viaggio nella capitale.
Pilastri che perdono progressivamente consistenza tramutandosi in colonne, pinnacchi, contrafforti, decorazioni, cielo. Archi e colonne agili e snelli a sostenere mezzelune d’aria. Nervature che si duplicano, moltiplicano, disegnando un reticolo stellato sulle volte di pietra.
E tutto, come in questa città dall’animo povero e semplice, è realizzato con la stessa pietra. Dalle decorazioni alle strutture, dalle pareti ai parapetti, dalle volte alle croci.
La maniera di conciliare il minimalismo con l’esplosione decorativa-strutturale gotica.

cena afro


Perdersi per i vicoli, salire, scendere. Avere il cielo come riferimento e i sensi come guida. La bellezza come criterio.
E infilarsi in una bettola, attraversare una porta che da su una delle tante strade che non stanno nelle cartine. Scoprire le ceramiche colorate a ricoprire le pareti e sguardi profondi e africani dietro al bancone.
Una piccola bambina, Leticia, si aggira trai pochi tavoli che ingombrano la stanza, articolando parole di un idioma non ben precisato. Un ragazzo giovane e svelto ci domanda cosa desideriamo.
Stasera pesce.
Probabilmente non si aspettavano un gruppo numeroso come il nostro. E chiamano rinforzi. Dalla cucina si vede sbucare una testolina, la cuoca, una ragazza che a stento arriva ai 16 anni. Il fratello maggiore, che rasenta i 18, silenziosamente e con discrezione serve i clienti, oscillando tra il portoghese, il francese e l’inglese. Un piccolo di una decina d’anni ci porta i piatti mentre un signore e un ragazzo entrano dalla porta principale per andare a piazzarsi al bancone e in cucina.
Il rosso è ottimo e ci strafoghiamo con pesce alla brace, risotto di gamberi, maiale in salsa con banane fritte.
La famiglia ha sempre un sorriso radioso per noi, che giochiamo con la piccola e chiacchieriamo con la tipica allegria di casa nostra.
Poi arriva il conto. Meno di 10 euro a testa.
La conquista, la scoperta, l’integrazione, e infine la soddisfazione. Di aver scovato un luogo verace e autentico, di averlo “inventato” per noi, di averne goduto e di aver speso poco.
Tutto ciò è impagabile.

fado


I nostri occhi stanchi si posano sulla porta che si chiude dietro al chitarrista. Sul tavolo un bicchiere di vino da quattro soldi.
E poi comincia. Comincia a volteggiare il suono di quello strano mandolino, a disegnare pentagrammi di accordi minori, a tracciare idee musicali. A richiamare il canto. È il fado, la musica della saudade, della tristezza che riempie il cuore di questo Paese. E la sua culla sono questi locali, questi micro-mondi nel cuore dell’Alfama, del quartiere antico a ridosso del porto lungo il fiume. E queste stanze sono le piccole casse di risonanza di un sentimento popolare.
Agito il bicchiere e mando giù l’ultimo sorso.
Mi sembra di stare in una grotta, nelle viscere della città vecchia. Una grotta con pareti ceramiche decorate, con le luci delle candele a riscaldare il buio e trasformarlo in intimità. A brindare in compagnia.