venerdì 18 settembre 2009

luce pomeridiana


Perché poi a volte capita. Capita di trovarsi in posti dove non si va da anni, da così tanto tempo che ci siamo anche scordati perché non volevamo andarci. E, all’improvviso, tutto diventa ovvio ed evidente, tutto si richiarisce all'istante.

Camminavo spedito nel tardo pomeriggio tentando di attraversare piazza Cavour e, uscendo momentaneamente dal mio stato assorto, mi ritrovo a guardare chi ho intorno. Come sempre il mio subconscio arriva per primo, è lui che percepisce le anomalie prima ancora che me ne renda conto. Una strana sensazione mi invade, come se stessi assistendo ad un carnevale del grottesco, una parodia umana. Bambine che prendono l’aperitivo nei bar della piazza, tute in pelle dell’Adidas che camminano, personaggi usciti da Mtv. Eppure ognuno è perfettamente se stesso, non c'è nessuna strana parata, nessuno ride dello scherzo. La sensazione di straniamento è totale e brutale. Ci hanno invaso, anche qui nella piccola provincia, e non me ne sono accorto.
Non ci voglio pensare, ma mi tornano alla mente le parole che l’amico Ernesto scrisse una volta sul suo diario: Mi rendo conto che è maturato in me qualcosa che tempo fa cresceva dentro al trambusto cittadino: ed è l’odio alla civilizzazione, la gretta immagine di gente che si muove come tanti pazzi al ritmo di questo suono tremendo.
E un pensiero mi assale mentre apro il portone dell’Ordine degli Architetti: quello che voglio fare nella vita è realmente costruire luoghi per un popolo che non mi rappresenta, in cui non mi identifico, del quale non condivido le più basilari aspirazioni?

lunedì 14 settembre 2009

fuori stagione


Mi soffermo a guardare il mare, con quel suo colore così denso e cobalto, e penso che tutto questo è come un quadro, una foto della mia vita.
Il sole al tramonto sta illuminando una spiaggia settembrina che si sta spopolando dei suoi abitanti. Nel campetto dei ricordi ci sono solo io, l’unico giocatore arrivato in ritardo e fuori stagione. Tutto è più o meno come lo ricordavo, come quando anni fa era la liturgia dei miei fine settimana, dei miei pomeriggi estivi. Eppure.
Eppure il campetto è desolato. Le retine son scomparse, il cerchio cigola quando la palla tenta di ballarci sopra, e le tempeste si son mangiate il legno della tabella.
Sarebbe una perfetta foto in bianco e nero. Un ritorno a ciò che era e ora non è più. Come la tua maglia preferita quando ormai sei cresciuto e non ci entri più. Come il ricordo a cui ti attaccavi, quando i lineamenti del suo viso sono ormai scomparsi lavati via dal tempo.
Come tornare a casa. E vedere che tutto intorno è cresciuto, si è stabilito, ha trovato una sua normalità e un suo equilibrio. E tutto ciò cui eri affezionato è cambiato o ridotto a rudere.

mercoledì 9 settembre 2009

Leon - dia 6

È quando mi stendo sul letto a sera che sento la stanchezza invadermi con un’arroganza strana. Circondato da 50 persone mentre un ventilatore cerca di far circolare un po’ di aria nello stanzone, con le finestre che sembrano i fori nelle mura di un castello. I piedi roventi, la testa pulsante, lo stomaco non risponde. Qualcosa non va.
Ripenso alla giornata passata. Ore sotto il sole rovente, le ombre che si nascondevano. Sete, tanta sete. Il lungo cammino dall’alba fino al pomeriggio, l’arrivo al monastero di Leon e la fila per conquistare il posto. E poi continuare a camminare per la città, scoprire quello che con fatica avevamo conquistato: le vetrate altissime della cattedrale, il palazzo in stile Fiabilandia di Gaudì, l’auditorium guercio di Mansilla e Tuñon, il MUSAC colorato e premiato. Forse gli ho chiesto troppo ed ora il fisico mi sta presentando il conto.
La notte è terribile. Un caldo strano mi brucia da dentro, inestinguibile; il ventilatore non porta nessun beneficio, anzi sembra soffiare sulle mie braci interiori ravvivandole. Le ore passano nel silenzio rumoroso dei pellegrini, fatto di gente che russa, parla, si muove, si alza. La sveglia dei vicini mi sorprende verso le 5 del mattino in un dormiveglia malato, con la testa bollente e lo stomaco rivoltato. Provo ad avvicinarmi al bagno ma barcollo, sudo, la nausea mi sbilancia. Mi ridistendo sul letto ansimante ad aspettare che i pellegrini scompaiano, mentre pian piano tento di riaffogare nel sonno. Riemergo a sprazzi, giusto in tempo per separarmi stordito dai miei compagni che se ne vanno con la promessa di rincontrarci alla prossima tappa.

E così dopo giorni e mesi, per non dire anni o tutta la vita, improvvisamente la solitudine diventa fattore di preoccupazione. Non so cosa succede al mio corpo, ma non sono autonomo, non sono in condizione di badare a me stesso. Sono in una città straniera, dove non conosco nessuno. Sono malato e non ho un posto dove dormire questa notte. Non voglio abbandonare il Cammino, ma in queste condizioni non posso uscire dal letto..
Per un istante la solitudine si trasforma in abbandono. E nostalgia per tutte quelle certezze che una casa e degli amici portano alla nostra vita. La sicurezza che qualcuno si prenderà cura di noi.

Ma è un attimo. Come sempre qualcuno arriva di sorpresa, da dove non ti aspetti, ad aiutarti.
Le suore mi preparano la colazione e mi regalano un maglione di lana. Insieme a due ragazzi raggiungo in bus febbricitante un paese a 40 km da Leon. “Insolazione e disidratazione” diagnostico insieme all’hospitalera del nuovo Albergue, che mi offre una bottiglia di un rimedio casalingo. Passo il pomeriggio tra sogni sconnessi a rigirarmi nel letto. Ogni tanto mi svegliano. I ragazzi mi preparano il pranzo, la cena e la colazione. Senza che io chieda niente. Finchè una nuova notte arriva, questa volta calma e serena.

domenica 6 settembre 2009

stella cadente - dia4










Qualcosa si muove di fianco a me. Apro gli occhi. Nella stanza piena di luce vedo una sagoma chiudere la porta cercando di fare poco rumore. Non ho l’orologio e il telefono è spento. Non ho idea di che ore siano. Dopo un istante la porta si riapre ed è un uomo quello che entra. Subito gli chiedo assonnato: “Che ore sono?” “Le 8.00”. Merda. Negli alberghi del pellegrino è consentito restare solamente fino alle 8.00 e non oltre.
Salto giù dal letto a castello, mi metto pantaloni, maglietta e scarpe ed esco dalla stanza. Il corridoio di questo che sembra più un hotel che un albergo del pellegrino è invaso dal carrello della donna delle pulizie e dai suoi arnesi. Scorro velocemente le varie stanze fino a dove si trova quella dei miei amici, che in teoria mi avrebbero dovuto svegliare. Nessuno. Zaino in spalla mi dirigo all’entrata. Nessuno. Nel bar nessuno. Nel portico, nel giardino, sulla strada non un’anima viva. Del centinaio di persone che c’erano qui ieri sera son rimasto solo io. Guardo il cielo, ormai luminoso, ed una strana sensazione mi invade. Come quando, nelle gite scolastiche, non mi svegliavo ed il pullman con tutti quanti era di fronte all’albergo ad aspettarmi. Solo che questa volta il pullman non c’è più.
Chiamo i miei amici e li raggiungo al bar del primo villaggio. Colazione rapida e partenza. Sono le ore 9.00. Penso che siamo gli unici a partire così tardi. La gente ferma con noi a fare colazione sta facendo la seconda colazione.

Il paesaggio cambia leggermente. Lasciamo la provincia di Palencia ed entriamo in quella di Leon; comincia ad apparire qualche albero sul cammino e nei campi, passiamo per il paesino di Sahagùn.

A Bercianos del Real Camino l’Albergue è l’ultima casa del paese, una vecchia casa rurale restaurata. Ci accolgono con un bicchiere di tè freddo e la notizia che siamo arrivati troppo tardi e non c’è posto per noi. Ci consigliano di piantare la tenda di fianco al campo di squash, in fondo alla via, e così facciamo. Come una famigliola di zingari cominciamo a colonizzare lo spazio verde intorno al campetto: laviamo i vestiti nella fontana, li stendiamo con uno spago tra due alberi, ci appropriamo del tavolino di cemento rovesciandoci sopra i nostri zaini e le nostre cose.

Attraverso il recinto della “zona sportiva” e mi ritrovo su una tavola piatta, dritta fino all’orizzonte. Vedo il mondo scomparire sotto una lieve depressione prima di risorgere nel profilo dei monti in lontananza. La terra sotto di me è costituita da un leggero strato di erba riccia e bruciata dal sole, uno strato soffice e accogliente sul quale mi siedo. Un carro abbandonato, i tralicci della luce, le curve sinuose dei cumuli di semi raccolti sul tavoliere, un gruppo di piccioni davanti a me. E l’orizzonte infinito, sotto il sole. Tutto ha il ritmo della natura. Non c’è fretta in questi luoghi, non c’è posto per nessun tipo di stress. Il respiro si sintonizza col vento. La vita si svolge dall’alba al tramonto. Ed il buio porta finalmente stanchezza e riposo. Vera stanchezza e vero riposo. Senza preavviso, dal nulla qualcosa si fionda sul gruppo di piccioni che rapidi si disperdono. L’ attacco di un uccello rapace.

Mi aggiro per il paesino, che ha tutta l’aria di essere stato importante un tempo. Piazzettine, tradizionali case di terra battuta in rovina, la chiesa crollata e la nuova in costruzione, il bar con il circolino. Poi, al margine est,esterna all’ultima fila di case, improvvisamente un gruppo di persone. Han tirato fuori le sedie dalle case o stanno appoggiate ai muri all’ombra del sole calante. Nei rettangoli di terra di fronte dei gruppi di signori anziani stanno giocando. Giocano a bocce, con sfere antiche e segnate dal tempo. Ma è l’ultimo campo da gioco ad attirare la mia attenzione. Un'asticella di ferro piantata nel suolo ed un signore che tira, nell’aria, degli oggetti metallici. Sono ferri di cavallo. Ferri di cavallo come boomerang primitivi che devono centrare l’asta ed ancorarcisi. Resto sbalordito. Pensavo fosse una cosa relegata ad altri tempi e altri mondi, pensavo fosse legata a immagini in bianco e nero, a foto mangiate dal passato. E, invece, guarda un po’ cosa mi riserva questo paese sperduto nella landa assolata.

La notte è fredda a Bercianos. Ma è la notte di S. Lorenzo e visto che siamo a dormire all’aperto decidiamo di non dormire nella tenda. I miei amici si stendono nel prato del campetto, riparati da qualche albero. Io oltrepasso la recinzione e mi stendo lontano nel campo, steso sul soffice manto di erba bruciata, come un tappeto naturale. Guardo in alto. Avevo dimenticato che il cielo la notte non fosse omogeneo. Avevo dimenticato il suo colore profondo e oscuro, la casualità con cui le stelle forano il suo buio, il bagliore della Via Lattea. Intorno a me un'intera calotta di stelle si stende, da orizzonte a orizzonte, densa e disegnata con precisione. Non voglio addormentarmi prima di aver visto una stella cadente, mi dico. E l’attesa viene ricompensata. Un oggetto infuocato scorre silenzioso e lento nel mio campo visivo, da cima a fondo, con decisione. Waaaaaaaaa. Magnifico.

Non so che ore sono ma ho freddo. L’umidità si sta mangiando le mie gambe rannicchiate dentro il sacco a pelo ormai bagnaticcio. Mi sono svegliato per il freddo. Provo a riaddormentarmi, ma è ormai impossibile. Il flebile bagliore delle stelle illumina una landa desolata e fredda in una notte senza luna. Raccolgo tutto e mi rintano nella tenda. Sarà difficile ritrovare il sonno e il caldo, già lo so.

venerdì 4 settembre 2009

il bar al confine del nulla - dia3


Niente. Niente di niente. Giallo paglia bruciato e pettinato a perdita d’occhio. Qualche scuro cespuglio sparso qua e là, quasi fosse un errore della vista che, stanca di tanto nulla assolato, si inventa macchie di ombra. I passi si susseguono, le caviglie si impolverano e lo zaino pesa sempre più con il passare delle ore.
È nel silenzio circondato dall’immenso che torno a fare i conti con il mio io selvaggio, con i pensieri ribelli e con le emozioni brutali. Fluiscono letteralmente dentro di me e corrono per ogni dove, proprio come i canali che irrorano questi campi. Mi sento improvvisamente un guerrigliero, e l’ombra di fronte a me mi rende ragione. Passo fermo e spedito, la sagoma dello zaino e del sacco a modificarmi il profilo, le nappe della kefia che ondeggiano sinuose al mio lato. I pugni chiusi. Tutto ciò di cui ho bisogno lo porto sulle spalle, a stretto contatto. Una sorta di delirio eroico si impossessa di me mentre percorro i 17 km di nulla che ci separano dal primo paese.

Seduti ad un tavolino nel portico dell’ultima casa del paese contempliamo i campi davanti a noi. Come un’invisibile muraglia la strada perimetrale del villaggio chiude a cerchio il centro abitato. Nessun limite reale, ma una soglia evidente. Da un lato si schierano le case, addossate le une alle altre, con piccole finestre e grandi muri, intonacate e scrostate chissà quante volte. Dall’altra le terre coltivate risalgono dall’orizzonte fino a mordere il ciglio della strada. Seduti di fronte a questo confine immaginario e concreto assaporiamo la nostra birra e il nostro momento di sollievo nella calura pomeridiana.
Di fianco a noi un signore del paese prova a parlare con un ragazzone i cui piedi piagati dal caldo e dai chilometri cercano refrigerio in una borsa col ghiaccio. L’anziano abitante prova un’improbabile discorso con lo straniero, ricordandogli, come se ce ne fosse bisogno, che quelle ferite non sono affatto buone per camminare. Solare e sorridente lo straniero prova a rispondere che non capisce lo spagnolo. Imperterrito il canuto signore parte sparato sostenendo che devono imparare il castigliano, che non può essere che vadano in un paese senza conoscere la lingua, che come fanno a … Il ragazzone, con notevole accento canadese, sfoggia un “Una cerveza por favor” destando l’ilarità di tutta la compagnia. Non soddisfatto l’uomo continua a domandare, a lanciare argomenti nell’aria, a tentare un dialogo. Nel frattempo noi, seduti alle spalle del paesano, cerchiamo a gesti e suggerimenti in inglese di offrire appoggio e sostegno a quello che ormai sentiamo già come un amico.

È sempre divertente ciò che succede quando regna l’incomprensione tra diversi linguaggi. Ognuno parla la propria lingua ma in maniera esasperatamente lenta, come se la lentezza potesse rendere ragione di un idioma che comunque sia resta sconosciuto e incomprensibile. È un’assurdità che però continua a ripetersi in ogni dove, come se il desiderio di comunicare fosse più forte delle barriere linguistiche. Ed effettivamente, molte volte, è così.
In questo modo ci siamo guadagnati due amici. Gerome, il ragazzo canadese, ed il suo amico torinese, ribattezzato Ciccio per evidenti motivi.

giovedì 3 settembre 2009

campi di grano - dia 2


Resta poca gente nello stanzone quando usciamo. I letti sono vuoti come se non ci fosse mai stato nessuno. In silenzio e nella penombra giallognola di una lampada lontana raccogliamo le nostre cose, le infiliamo alla cieca negli zaini e usciamo. Seduti su un tronco per allacciarci le scarpe veniamo invasi dall’aria fredda della mattina nascente. Il cielo che copre l’aia è ancora scuro e niente intorno sembra avere troppa voglia di svegliarsi. Ripercorriamo il sentiero che il giorno prima mi ha portato a Boadilla, questa volta in senso est-ovest, mentre il sole fa capolino lontano alle nostre spalle illuminando i pochi segni antropici del territorio: un trattore, una torre dell’acqua, i solchi regolari nei campi, le montagne ordinate di sofficini di fieno.
Visitiamo di sfuggita le chiese di Fromista, raccogliamo un piccolo uccellino caduto dall’albero, compriamo il pane appena sfornato e osserviamo con preoccupazione un cielo scuro e ventoso. Le previsioni dicono pioggia.

Gran parte del percorso corre al bordo di una strada asfaltata praticamente deserta se non fosse per i pellegrini in bicicletta che ci sfrecciano a fianco. Lenti e inesorabili i nostri passi si susseguono, uno dopo l’altro, macinando metri e poi chilometri. Il mondo torna dopo anni ad avere un tempo naturale, un tempo dettato dal compasso dei nostri piedi. Dall’orizzonte si staccano impercettibilmente scenari che ci si avvicinano con una lentezza impressionante, una mancanza di velocità che, invece che essere esasperante, ha tutta l’aria della naturalezza.
Tornare a vedere il giorno nascere e morire, muoversi nella luce del sole con una rapidità umana, scoprire cosa ci riserva il mondo nascosto poco più in là del nostro sguardo. Non sentire nessun suono, nessun rumore che non sia quello che il vento fa parlando nelle nostre orecchie, e quello che dentro di noi emette il nostro respiro. Lo scorrere dell’acqua nei canali, i giunchi che si piegano cigolando sotto la pressione dell’aria, un grido lanciato nell’aria da qualche uccello. La luce che cambia, sui campi, al passare delle nubi. E gli orizzonti che sembrano infiniti, mai esattamente piani, imperfettamente ondulati. Il cielo di un celeste pieno, corposo. E il colore del grano bruciato dal sole. I capelli a spazzola dei campi mietuti.

A Carriòn de los Condes non c’è posto per noi in albergo. Piantiamo la tenda nel camping che si trova lungo il fiume, proprio dove le colline si aprono e lasciano libero il vento di scorrazzare selvaggio. Il freddo è pungente. Prima notte vera e propria di cammino. L’equipaggiamento sembra già insufficiente. Infreddoliti mangiamo sul tavolo di pietra al bordo del fiume. Panini con tonno e pomodoro, qualche pesca. I piedi nudi che cercano sollievo dopo la lunga giornata di cammino vengono martoriati dall’aria gelida. E' ancora presto quando ci rintaniamo in 3 in una tenda da 2. Il sonno arriva rapido, consapevoli che la sveglia arriverà prima per noi che per il sole.

mercoledì 2 settembre 2009

la partenza - dia 1


Il treno scorre lento sui binari e si allontana dalla stazione. Fa risuonare il ponte in ferro sul porto al suo passaggio, puntando verso nord. Non ho musica con me. Il rumore delle rotaie è la mia colonna sonora, il brusìo della gente il mio film, quello che mi porto dentro il mio monologo.
Davanti a me sta uno zaino, piccolo e vecchio. Si porta dietro una storia non mia, una storia lunga di famiglia giovane e, voglio immaginare, felice. Dentro, la protezione minima contro il mondo.
Il tempo, nel silenzio rumoroso del mondo, è elastico, lattiginoso e assonnato come gli istanti che seguono il risveglio. I pensieri si affollano nella testa, interrotti dal sonno e dalle righe di qualche libro.

In aeroporto siamo tanti, almeno un centinaio. Ognuno cerca riparo come può, si schiaccia su qualche parete, cercando una protezione minima, più psicologica che reale. Torniamo ad essere animali, animali urbani, ognuno con la sua prole inanimata da difendere dagli sconosciuti. Siamo profughi, emigranti e naufraghi.
Le procedure d’imbarco sono ormai naturali e prive di ansia, galleggiano in quello stato sonnolento delle prime ore del mattino. Le ruote abbandonano la pista per il cielo nel momento in cui torno ad affondare in un sonno senza sogni.

Il bus mi lascia in centro, e vedo finalmente, anni e anni dopo, quella che sarebbe dovuta essere la città del mio Erasmus: Valladolid. Capitale dello stato spagnolo fino all’invenzione di Madrid, qualche centinaio di chilometri più a sud, Valladolid è una città universitaria nel cui piccolo centro storico spicca la calle Santiago, che adatta felicemente l’eleganza madrileña a una dimensione più ridotta e umana. Mi soffermo a mangiare seduto di fronte a Santa Maria de la Antigua, di nobile bianco vestita. Un proto gotico semplice e massiccio, squadrato ma sobrio. Resto letteralmente affascinato dalla chiesa di San Pablo, dalla sorprendente alternanza tra la massività geometrica dei pilastri d’angolo e la volatilità e leggerezza della decorazione a trapano del corpo centrale. Nascosto in mezzo a tanto tripudio di luci e ombre il rosone quasi scompare. E poi la chiesa del monastero di San Benito el Real, a cui la rigorosa geometria, i pilastri massicciamente ottagonali che sostengono i due grandi vuoti in facciata e il bianco puro della pietra, danno un aspetto di modernità mediterranea nascosta nel passato.

Altro treno, direzione Fromista. Scendo in una stazione che sembra disegnata per un paesino del Far West. Chiedo informazioni, volgo le spalle al sole e mi incammino verso est pronto per raggiungere i miei compari di viaggio che stanno arrivando a Boadilla del Camino. Il sentiero corre in mezzo a campi di grano assolutamente piani, lungo l’argine di un ampio canale artificiale i cui bordi, come cicatrici nel paesaggio, sono ricoperti di erbe alte e alberi. Sotto il sole del tardo pomeriggio incrocio diversi pellegrini che portano scritto evidentemente in faccia la domanda: “Perché stai andando nella direzione opposta?”. E questo, come sempre, mi diverte. Amo lo sconcerto che un’azione anomala provoca nelle masse. Disorientare e cambiare prospettiva. E, dentro, rido.

Poi, all’improvviso, seduta sull’orizzonte, la vedo. Dapprima non la riconosco, nella calura che veste la polvere del sentiero. Eppure, piano piano, al ritmo saltellante del mio passo cresce fino a diventare leggibile, fino a trovare la sua forma tipica, fino ad essere una croce. Dietro un leggero avvallamento, passo dopo passo, sorge oltre la linea dell’orizzonte la punta di un campanile, il tetto e infine il corpo di una chiesa. È una stupida felicità quella che mi invade. Il sollievo infantile di un uomo di mille anni fa. La gioia di chi riconosce finalmente la presenza di un nucleo di civiltà, della protezione dall’affascinante immensità del mondo. Il paese prende forma intorno e al di sotto della sagoma protettrice della chiesa.

E, come un’oasi nel deserto, ad aspettarci c’è l’Albergo dei Pellegrini. In quella che doveva essere l’aia di un antico edificio, una piccola piscina aspetta i piedi dei pellegrini, per dar loro sollievo. Una palma serve da riparo contro l’ultimo sole.
L’ospitalero ci porta il menù della cena. Zuppa di ceci, pesce fritto, insalata, dolce e vino. Un po’ di sollievo ed energia per il corpo.

Un edificio a doppio spiovente, che doveva essere l’antica stalla, accoglie lo stanzone del dormitorio. Sopra a una dozzina di letti a castello è incastrata un’impressionante trave in legno massiccio sbozzata a mano che deve avere almeno 7 metri di luce libera. Al di sopra di questa è appoggiato un assito di legno chiaro che funziona come pavimento per i letti del piano soppalcato. La ringhiera è costituita da dei travetti legati con grossi funi alla trave e al tetto.
Mi addormento con lo sguardo affascinato rivolto alla parete di terra battuta, con il vento freddo che, attraverso la piccola finestra del sottotetto, muore preciso sul mio collo.

mercoledì 5 agosto 2009

non pianti mai bandiera


El instante de las despedidas siempre frìo, siempre inferior a lo que uno espera, encontràndose en ese momento incapaz de exteriorizar un sentimiento profundo.
(Ernesto Guevara)
Il momento degli addii sempre freddo, sempre inferiore a quello che uno si aspetta e spera, scoprendosi incapace in questo momento di esteriorizzare un sentimento realmente profondo.

Le partenze sono sempre partenze. Che siano andate o ritorni.
E tanto più ora, in cui andata e ritorno perdono significato, non sapendo bene dove si trovi il luogo chiamato casa.
Ci sono viaggi, spostamenti più che mete. E quando il viaggio non è più l’introduzione ma il tema … beh, la musica cambia. È come un lungo, lunghissimo respiro. Come premere improvvisamente pausa sul video del mondo. Fermarlo per un attimo. Prendere il proprio zaino, mettere dentro lo stretto indispensabile (lo stretto indispensabile. È ironico ma quello di cui realmente si ha bisogno è sempre meno, è sempre + essenziale, sempre meno materiale), metterlo dentro e aspettare il momento di caricarlo in spalla, a stretto contatto con noi stessi.
L’importanza di quello che si lascia non sta in quello che ci portiamo addosso o intorno. Non sta nei conti delle chiamate non fatte o delle cartoline non spedite né comprate. Tutto ciò che ha un qualche posto nella nostra vita è proprio quello che ci spinge ad esplorarne gli angoli abbandonati, a superare limiti che nessuno ci ha posto. Che ci spinge a stare a contatto con noi stessi e con l’imprevedibile naturalità di un mondo sconosciuto e volutamente straniero.
È l’affetto negli occhi di chi lasciamo che ci porta a cercarci nei suoni di altre lingue e nei profumi di altre cucine.
Tutto il resto è contorno. Ornamento inutile di un teatro antico.

martedì 4 agosto 2009

ambizione giovanile


Poichè tutti gli uomini di tragica grandezza diventano tali attraverso qualcosa di morboso. Sta' sicura di questo, oh ambizione giovanile: ogni grandezza mortale non è che malattia.
Herman Melville

martedì 28 luglio 2009

sdraiato sulle scale


Perché poi basta poco. Un entusiasmo nascente che viene frustrato. Una gioia mattutina smentita dal giorno crescente. Un possibile futuro che diventa l’ennesimo passato mancato.
Seduto qui, tra sfere di cristallo che volano nel cielo notturno di un parcheggio, circondato dall’abbandono della città, annego in un vortice di pensieri senza direzione. Le parole mi muoiono in bocca. E il silenzio ritorna, pesante e confortevole come una coperta d’inverno, a coprire tutto.

giovedì 23 luglio 2009

la soluzione


Più guardo gli uomini, meno mi piacciono.
Se soltanto potessi dire la stessa cosa delle donne, tutto sarebbe a posto.
Arthur Schopenhauer

lunedì 6 luglio 2009

ronda malaga


È proprio nel viaggio per raggiungere Ronda che scopro il posto dove nascono tutti gli sfondi di Windows. Una specie di riserva naturale, un ritrovo per l’accoppiamento di colline di girasoli. Una secca dove si sono arenate le piccole curve del mondo, dando origine ad un insolito paesaggio, dove la natura fa da sfondo a se stessa. La strada che ci porta ad attraversare la scena di questo naufragio senza dramma non è che una piccola ferita, che si rimarginerà appena avremo passato l’orizzonte.
Torno a salutare ciò che in passato è stato teatro di piccole avventure con altri amici in altre lingue, ma il medesimo caldo. Cerchiamo riparo in un bar. Sullo sfondo di una grotta ritagliata nella roccia, addobbata con tessuti peruviani (che non si sa bene cosa ci stiano a fare in mezzo alla calura andalusa), ci sediamo a bere birra di fianco ad una coppia. Scambiamo due battute in inglese e scopriamo che lui è un gallese trapiantato in Canada, che viaggia come ricercatore tra America e Europa. Lei, di origine armena ma nata in Iran e trasferitasi poi in Kuwait, lavora in Canada. Guarda un po’ cosa puoi trovare nascosto nel culo della terra di un paesino.
A quanto pare lo sport più praticato a Malaga nei sabato pomeriggio di luglio è sposarsi. La città è invasa dai vestiti sgargianti di un popolo esuberante di più o meno giovani. Cerco di sondare i bassi fondi della città, ma la mia compagnia non approva, e ripieghiamo verso il centro.
Attraverso il portico del primo piano del Museo Picasso e mi affaccio al patio principale del palazzo. Le tende sono raccolte e i tetti inquadrano la notte malagueña. Scendo nel piccolo patio secondario, dove tra una parete di edera e una fontana intagliata nel pavimento un messicano fa scivolare le note di un flamenco un po’ troppo secco tra le orecchie degli ascoltatori.
Verso le 3 del mattino cerchiamo momentaneo riposo al nostro vagare e ci sediamo sulle panchine di una piazza. Dopo poco un ubriaco si avvicina e si siede di fianco a noi. Con la precisione che un’acuta intelligenza o una stupidità allenata possiedono, mi dirige una frase, abbattendo in me ogni resistenza. “Non preoccuparti troppo per la vita. Nessuno ne esce vivo”. Ecco fatto. Bastano quattro suoni biascicati nella lingua della notte e già mi ritrovo a sondare la vita di quest’uomo. Dalle sporadiche bolle di lucidità che escono dalla sua bocca deduco le sue origini, il suo trasferirsi da Madrid nel sud. Cerco di dialogare, ma l’alcool e l’ora l’han reso sordo. A quanto pare era amico di Camaròn. E a quanto pare ultimamente ha avuto l’occasione di parlare anche con Pitagora, e di manifestargli il suo dissenso per come abbia risolto le equazioni di secondo grado. Saluto il mio amico e Pitagora e cerchiamo un posto dove passare le ultime ore.
In cammino verso la spiaggia ci incontriamo un chiosco. La Ceci propone un ultimo shot, e ci avviciniamo al chiringuito. Salutiamo e subito veniamo accolti con simpatia. Il ragazzo seduto al bancone ci consiglia di prendere una tequila, che altrimenti la bottiglia se la deve finire lui e proprio non ce la fa. Il suo amico Boliviano ride e ci invita a unirci. Il barista ci versa 5 tequila e brindiamo insieme. Ancora una volta, sotto un tetto di palme alte fino al cielo, mentre la città dorme, incrociamo le nostre storie con quelle di stranieri. Il barista, che ci ha preso in simpatia, ci offre un liquore di erbe che non possiamo trovare da nessun'altra parte, a quanto ci dice. "Penso di comprarlo solo io" ci dice con una risata. Tracanniamo e salutiamo, lasciandoli a discutere di quale sia l’idioma più difficile da imparare. Circumnavighiamo il porto e ci spostiamo verso la spiaggia.
Verso le 4.30 ci accampiamo sulla sabbia coi nostri teli, pronti a dormire almeno fino al sorgere del sole. Intorno a noi c’è chi passa la notte cantando, bevendo. Ci stringiamo per difenderci dalla brezza notturna e ci abbandoniamo a un sonno pesante.

domenica 28 giugno 2009

solco


Forse è l’aria, che questa notte soffia leggera e fresca a portare sollievo alla pelle, sotto le maglie.
Forse i grilli, che sento festeggiare in coro nei campi della periferia.
Forse l’ebbrezza mentale, e non ancora fisica, di sentire sempre più mia questa frangia di mondo, di sapere che qualcuno mi aspetta nel centro di questa città.
Forse è il tempo, che passando muto attraverso delusioni e lotte silenti, si traccia un solco dietro. Un’incisione che sancisce la differenza tra il parassita del mondo e il suo cittadino.
Forse sono io. Qualunque sia la ragione stasera mi sento non più turista, ma abitante.

sabato 20 giugno 2009

guadalquivir


Attraversata la città nella notte, avvolto da un mantello d’aria calda, arrivo sull’argine del fiume.
Come in ogni città il fiume è un mondo, un posto appartato dal resto della civiltà. Non importa il numero di persone presenti e non importa il nome dell’acqua. L’argine è la soglia di un piccolo spazio ritagliato nella confusione cittadina. Ed è di notte che questo microcosmo mostra il fascino della sua esistenza. Ritagliato dalle sagome delle palme, delimitato dalla linea retta della banchina, il fiume non scorre attraverso la città, vi respira dentro. Quello che di giorno è una lingua invalicabile, di notte è un liquido misterioso cosparso di luci e riflessi. La Torre dell’Oro ci si specchia sopra mentre i lampioni di Triana rigano di pailettes la sua superficie.
E da animali quali siamo non riusciamo a sottrarci all’incanto delle luci nella notte, del corpo dell’acqua, del pericolo del mistero.

venerdì 19 giugno 2009

granada - il ritorno


Lo spazio scorre accorciandosi davanti a me, come un conto alla rovescia dove i minuti han lasciato il posto ai chilometri. È un rincontro da film, un’attesa in movimento.
I cartelli passano di fianco al finestrino del bus sancendo l’ennesimo chilometro. Quaranta.

Scendo dal bus e, ancora una volta, mi pervade la sensazione di essere tornato a casa. La sensazione di avere qualcuno da andare a trovare, da salutare. Eppure questo qualcuno non ha voce per rispondere. Sono vie e strade, sono locali ed edifici. L’Alhambra in lontananza, splendida nella notte. Camino de Ronda e i suoi negozi chiusi. L’appartamento, centro di un piccolo microcosmo che non può scomparire, ma che ha lasciato le sue tracce un po’ ovunque. La riva del Genil. L’Albaicìn, il Realejo. Cuesta del Pescado.
Esattamente come il rincontro col primo amore, così ogni gesto è silenzioso e lento, un rituale di rincontro e di addio.

domenica 7 giugno 2009

asfalto bagnato


Apro gli occhi ed il mondo torna a esistere. Un intreccio di rampicanti ha sostituito il cielo macchiando di vegetazione il mio risveglio. Il corpo intirizzito dalle doghe e dal pranzo si scuote, battezzando definitivamente gli aliti gelidi come preludio di tempesta.
Comincio a camminare, cercando così di scaldarmi, ma è tardi. L’acqua arriva silenziosa e spazza via in un secondo la calura estiva, l’afa nascosta nelle ombre, i pranzi al riparo dal sole.
La città diventa momentaneamente muta e si ferma, come in attesa di sapere se dovrà vestire le parti della malinconica o tornare radiosa. Ed è lì, mentre attraverso una stradina deserta tra grandi edifici desolati, che un profumo urbano e familiare sale da terra, traspirando dalle rughe della crosta: è l’odore dell’asfalto bagnato. Continuo a vagare incurante della pioggia ma qualcosa comincia a muoversi dentro di me, a cercare di risorgere dalle ceneri del passato. E poi mi investe, con tutta la carica della memoria.

E mi ricordo.
Mi ricordo di noi, sotto una pensilina fiorentina.
Noi, che cercavamo riparo da un acquazzone estivo che aveva sciolto i nostri vestiti.
Di un bambino che aveva paura dei lampi, protetto dal suo impermeabilino giallo.
Della scimmia di casa, arrampicata su un traliccio, che cercava di impressionare il mondo con una morte eroicamente stupida.

Mi ricordo di cose che allora non avevano significato e mi sembravano la noiosa normalità della mia momentanea felicità. Il suono della pioggia sull’asfalto, che sciacquava via le nostre parole dalle orecchie del mondo. Quei momenti morti che avevano nel loro essere il senso d’esistere. E quel profumo, estivo e cittadino, di un asfalto rovente che trova sollievo in una pioggia passeggera.
Già. Proprio così. Un asfalto rovente, in attesa di una pioggia passeggera.