mercoledì 21 ottobre 2009

santiago de compostela - dia 17


Il cielo è fosforescente tra le nuvole nel tempo che precede l’alba. Appena uscito dal paesino mi aspetta una fitta boscaglia che filtra la poca luce e trasforma tutto in un gioco di ombre cinesi. Non si vede dove metto i piedi, a stento riconosco i segnali lungo il sentiero che serpeggia tra gli alti fusti, come in una jungla di bambù. Poi la luce nasce all’orizzonte e piano piano regala esistenza alle cose. E li vedo. Vedo gli alberi, snelli e altissimi, prodigi della statica. Non so come riescano a resistere, ma queste betulle hanno un fusto piccolissimo, non più di una trentina di centimetri, ed arrivano a oltre 20 metri, senza un ramo, una foglia, senza una sporgenza se non in cima. Sono giganteschi stuzzicadenti bianchi conficcati nel terreno. Sono così snelli che sembra che pendano dal cielo, liane perse dalle nuvole.
I chilometri che ci separano da Santiago continuano a diminuire, e con loro la naturalità del paesaggio. Strade, chioschi, grandi complessi, un albergue per 400 persone. I pellegrini sono ormai un fiume ininterrotto. Poi passiamo a lato dell’aeroporto, e attraverso l’estesa periferia della capitale galiziana.
Trascinati da questo flusso di persone, e dalla foga di arrivare in tempo per la celebrazione dei pellegrini, quasi corriamo nelle viscere del centro storico. Vediamo le torri, una facciata, scendiamo le scale sotto il grande voltone di pietra e finalmente alla nostra sinistra si apre la piazza. E lì la vediamo. La cattedrale.
È strano. L’effetto non è quello che immaginavo. Per niente. Vedo la facciata, di un barocco che non amo. Vedo la gente intorno a me. Vedo le bancarelle, i turisti, il movimento di una città, che nulla ha a che fare con i tempi e i pensieri di un pellegrino. La frenesia preme intorno a noi, e comincia già a far sentire il suo effetto. Entriamo e ci stipiamo insieme agli altri pellegrini.

All’uscita dalla cattedrale però succede una cosa strana. Piove. Tutta l’acqua che non è caduta in tutti questi giorni, tutta l’acqua che la Galizia ci ha risparmiato, che Castiglia e Leon han trattenuto, improvvisamente si lascia andare e scende, fina e lenta. Come una liberazione. Guardo la cattedrale ed ora sì che mi sembra come dovrebbe essere. I turisti messi in fuga lasciano vuota la piazza, i pellegrini che tentano di trovare riparo e lei, la grande facciata, bagnata e grigia, assalita dallo scuro dello sporco e del muschio. Così divorata dagli agenti naturali sembra quasi tornata come doveva essere. Non più uno scrigno decorato, non più un simbolo ricco. Semplicemente una roccia incrostata dove al suo interno puoi trovare riparo e protezione. Una roccia dal cuore cavo che non ha la pretesa di confondersi con la meta.

martedì 20 ottobre 2009

menu del pellegrino - dia 16


La tappa è finita, ma nel paese non c’è posto. Rimetto lo zaino in spalla e continuo a scendere, nella calura del primo pomeriggio.
Da dietro sento voci avvicinarsi, velocemente, un gruppo di persone evidentemente molto allenate. Sono due coppie. Mi passano a fianco e ci scambiamo un saluto. Vengono dal Cammino del Nord, mi dicono, un cammino meraviglioso e duro che passa attraverso montagne a picco sull’oceano, traghetti per attraversare gole impervie e tappe forzate da 40 km. Si vogliono fermare ad Arca per la notte, ma un loro amico ha avvisato che i posti in paese sono finiti dalle 11 del mattino e che aveva riservato dei posti in un albergo. Mi guardano e mi dicono: anzi, se vuoi vieni pure con noi, magari c’è posto anche per te.
Arriviamo ad Arca. Un paesino brulicante di gente con lo zaino in spalla e i piedi piagati. Entro nell’albergo con gli altri ed aspetto che ci facciano sapere se c’è posto e quanto costa. Se non c’è posto qui è un problema, perché non penso sia possibile dormire all’aperto, fa troppo freddo ancora. Mentre aspetto un ragazzo fa per uscire, e lo sento dire che vuole stare con i suoi amici e che lascerà il posto nell’albergue. Un gran colpo di fortuna. I posti nell’albergue erano già finiti dal mattino ed ora, a metà pomeriggio mi ritrovo con la possibilità di entrare. Mi fiondo dietro di lui e gli chiedo se posso prendere il suo posto. Certo, mi risponde. Magnifico.

Eccomi di fronte al mio unico pasto della giornata. Ore 18. Seduto in un bar, mi guardo intorno con una sorta di triste soddisfazione. Mi vedo come in un’inquadratura cinematografica. Guardo il mio piatto di carne e patate fritte, la mia birra con le bollicine che risalgono sinuose a prender fiato in superficie. Il tavolino leggermente unto ed i tovagliolini cerati, con scritto “Gracias por su visita”. Le bricioline di pane intorno al piatto. Poi zoomo fuori. Sono solo al tavolo, intorno a me la gente chiacchiera a gruppi. I paesani al bancone danno da dire alle cameriere, i pellegrini sono seduti fuori al sole. Mangio con gusto e sorrido. E zoomo ancora. Un paese, perso su una linea leggera tracciata da passi, da centinaia di anni di passi uno in fila all’altro. Un paese come una perlina in un filo sottile solcato sul manto nella natura, dalle montagne all’oceano. E questo filo, steso su una penisola incrostata nel nostro piccolo mondo. E io lì, ad assaporare il grasso della pancetta, a grattarmi la gola con le bollicine della birra.
Come una bolla che rotola su questo pianeta.

lunedì 19 ottobre 2009

dopo la quinta


In piedi sulla porta, con un amabile sorriso, da indicazioni a due ragazzi asiatici. Poi li saluta e dice “Welcome to Venice”
A me non l’aveva ancora detto nessuno.

Quindi tu parli tre lingue, domando ingenuamente a Rachman. Lui, da dietro il bancone del suo Doner Kebab, mi dice che ne parla un po’ di più.
Tipo? - gli domando.
Ovviamente il bengalese, che è la nostra lingua ufficiale, l’inglese e l’Indi. Poi l’italiano, un po’ di francese, tedesco, spagnolo e portoghese. E se vengono giapponesi o cinesi qualcosa devo saper pur dire …
Io e Silvia lo guardiamo stupiti.
Sì, ma dopo la quinta lingua le altre sono facili, credetemi – ci dice quasi discolpandosi.
Dopo la quinta lingua, eh!

giovedì 15 ottobre 2009

la chiesa fortezza - dia 14


Come un velo sugli occhi appena aperti. Come il ricordo del giorno precedente e il presagio del futuro. Le colline sono avvolte in una sciarpa di umidità che non lascia vedere altro che le loro sagome, un gioco di ombre cinesi all’orizzonte. Immagino il verde denso dei boschi e vedo un mondo in scala di grigi.
Questo ambiente è perfetto per la Galizia, proprio quello che mi immaginavo. Calza a pennello. Umidità che sale dai campi bagnati di pioggia e rugiada, aria satura e pulita, cielo incolore ed un sole che non riesce a bucare le nubi. E il mio corpo che scende e sale per sentieri sinuosi, in mezzo a boschi e prati, le nuvole basse a imperlarmi i vestiti.
Attraverso il ponte sul fiume, un lungo ponte su un largo fiume. Dal pelo dell’acqua si intravedono dei frammenti di muri emergere a tagliare la superficie cromata dell’acqua. Dall’altra parte, salendo una ripida scalinata che ricorda vagamente i templi Maya, si erge Portomarin. Mi incammino per una via porticata, abbastanza recente, ed arrivo nella piazza principale, uno spazio rettangolare dove si trovano gli edifici più antichi: le poste, l’edificio comunale e la chiesa. Uno spazio stranamente regolare, eccessivamente ampio per un paesino come Portomarin. Mi fermo ad osservare la chiesa. Il portale decorato in un semplice stile romanico e sopra uno strano rosone, molto geometrico e spigoloso, poco elegante. Ma la sorpresa è la cornice. Grossi fasci d’angolo e merli sulla cima le danno un’aria da piccola fortezza, più che da edificio religioso. Entro nella grande navata unica, mi do un’occhiata intorno e poi mi intrattengo a parlare con una ragazza del luogo. Mi racconta che effettivamente la chiesa veniva utilizzata come piccolo baluardo difensivo e che quello che attualmente era un rosone in realtà era una meridiana, l’orologio solare del paese.
Il problema è che quando Franco ottenne il potere – mi dice – decise di costruire una centrale idroelettrica e quindi creare un lago artificiale dove si trovava il paese. E così la chiesa e gli edifici principali del villaggio furono smontati pietra per pietra e ricostruiti su questa collina. La chiesa fu rimontata con un orientamento differente ed è per questo che quella che era una meridiana ora è il rosone.

Ecco spiegato il mistero. E tutto torna.

martedì 13 ottobre 2009

km 100 - dia 14

Incomincia a piovere. Una pioggerella leggera, quasi non scendesse neppure, sospesa nell’aria grigia. Come una malinconia, una tristezza nebulizzata.
Raggiungo Ferreiros, stanco e bagnato, con indosso tutti gli indumenti che possiedo. Nell’albergue non c’è più posto per pellegrini, è già troppo tardi ed è tutto pieno. In paese non ci sono altri posti dove dormire per cui la scelta è tra tornare indietro di qualche chilometro a cercar posto o proseguire fino al successivo centro abitato, una decina di chilometri più avanti.
Ci penso un po’ e poi saluto i nuovi compagni di viaggio, un olandese e un’italiana, che proseguono il cammino mentre io mi siedo sulla panchina di fronte all’albergue, incurante della pioggia che mi cade addosso. Stanco guardo la luce farsi più fievole e l’umido condensare e farsi come rugiada intorno alle mie gambe. È uno strano tempo, un tempo non inutile, e questo mi sembra incredibilmente confortante. I secondi che passano mentre due vite sconosciute si incrociano, e creano conseguenze inaspettate e gratuite. Chiacchiero con un ragazzo biondo che dormirà nell’albergue stanotte, spezzo il mio pane con lui: ecco la nostra povera merenda a tappare i morsi della fame. Mi rilasso un po’, tolgo le scarpe e sbendo la caviglia dalla garza che mi aveva dato un amico tedesco. Il biondo mi vede e mi regala la sua fascia elastica: me l’ha data una coppia di austriaci, ma ora non mi serve più – dice. Tienila tu, poi se li incontri glie la restituisci da parte mia.

Dal basso edificio escono due persone, un uomo e un ragazzo. Con calma dicono che lasciano l’albergue perché han trovato posto nel ristorante lungo il cammino, alla fine del villaggio. Pare che i padroni del locale offrano ai pellegrini di poter dormire gratis sul pavimento del magazzino a patto che si ceni lì. Magnifico. Ecco perché non mi stavo preoccupando. Zoppicante raccolgo la mia vita in spalla e mi dirigo al ristorante con i due austriaci. Durante la breve discesa scopro che il ragazzo è il figlio dell’uomo, che hanno iniziato il Cammino dalla Francia ad un impressionante ritmo di quasi 50 km al giorno. Ed il ragazzo indossa unicamente infradito. Allucinante.

Il ristorante ci offre la miglior cena di tutto il Cammino ad un prezzo imbattibile. La serata passa in allegria, in compagnia di altri pellegrini, vecchie e nuove conoscenze. E poi un tetto sulla testa dove dormire, e niente più da chiedere.

venerdì 9 ottobre 2009

il chakra di samos - dia 13


La vita comincia a rimestarsi intorno a me. Nel buio si vedono fasci di torce illuminare come un occhio di bue i vari zaini, i letti. Mi riaddormento.
Mi alzo verso le 6.15 da solo e vado in bagno in un silenzio irreale. Mi affaccio nell’altra stanza del mio piano e non vedo nessuno. I letti sono completamente vuoti. È come se fossi entrato in un film di Kubrick. Mi sembra di aggirarmi per una casa disabitata nel cuore della notte, anche se la sensazione è stranamente di pace e riposo. Non c’è nessuno intorno, non un rumore, un suono, né dentro né fuori.
Scendo le scale, fino al piano terra dove in cucina c’è la luce accesa ma non c’è anima viva, a parte le mosche. Guardo fuori dalla finestra. Dietro il profilo delle montagne, sorvegliata dall’occhio attento dell’ultima stella e del sorriso della luna, il cielo comincia a prendere colore, a infiammarsi.
Scendo al piano interrato, e la scena che mi si presenta mi diverte alquanto. La rastrelliera che accoglie le scarpe dei pellegrini è piazzata contro una grande vetrata che dà direttamente sulla valle. Ieri sera eravamo in 120. Ora guardo lo scheletro della scarpiera stagliarsi contro le luci di un’alba ancora lontana e sorrido. Ci sono solo 3 paia di scarpe, di cui un paio sono le mie. Tutti gli altri sono già in cammino, guadagnando chilometri verso la valle.
Vado a salutare i miei compari che han dormito con la tenda nel giardino della chiesa. Da terra sale un freddo ed un umido incredibile, le scarpe sono già bagnate di rugiada. Ci separiamo ancora una volta, ed incomincio la mia discesa.

Al bivio per Samos mi sento ancora pieno di forze. Mi fermo sotto un albero a mangiare una frusta di pane e un po’ di frutta poi proseguo. Mentre cammino lungo il ciglio della strada statale, con i camion che sfrecciano al mio lato, mi raggiunge un ragazzo con una bandana in testa. Oggi è la sua prima tappa, dice pieno di energie, e ci addentriamo nel bosco.
Mi racconta che una volta stava male ed era stato portato da un santone che gli aveva insegnato la tecnica del Reiki. È una tecnica che si basa sul principio delle energie e dei Chakra, come molte filosofie orientali. Se l’energia non fluisce libera nei 7 Chakra, questo determina la malattia. Saper vedere questi centri di energia, saperli analizzare e liberare è la chiave per un’ottima salute psichica e di conseguenza mentale. Mi parla di riti, di maestri, di candele e pendoli. Mi parla di imposizione delle mani, di capacità di cambiare lo stato fisico di una persona a distanza, rilevabile da strumenti medici. Dell’energia che si trova ovunque, che puoi vedere quando guardi il cielo limpido.
Camminiamo 15 chilometri nella boscaglia e mi sembra di non stare neppure su questa terra. Mi sento il personaggio di un manga, un santone guaritore, energia allo stato solido, mi sento un mistico, mi sento così stanco e contento da avere le allucinazioni. Mi racconta di come il pensiero ha la capacità di cambiare la struttura molecolare dell’acqua, e di come noi, costituiti in gran parte d’acqua, possiamo cambiare il nostro stato fisico dominando i cambiamenti della nostra struttura.
Affascinante. Delirante, visionario, emozionante, orientale.
Poi finalmente uno squarcio nella boscaglia, e davanti a noi si apre lo spettacolo del monastero di Samos, adagiato lungo il ruscello.

domenica 4 ottobre 2009

o cebreiro - dia 12


Il sentiero fa un gomito stretto, nell’insenatura del monte e ci porta a guardare indietro, verso la valle che abbiamo appena attraversato, alle colline già così lontane. Poi stringe sulla destra e in un piccolo spiazzo, dove gli arbusti si diradano, ci aspetta il confine ufficiale della Galizia. Un respiro più profondo nasce spontaneo, come se la meta fosse vicina, nonostante manchino ancora più di un centinaio di km. Osservo la grande pietra, mentre il sole osserva me, e poi mi addentro nel bosco che mi accoglie appena varco il confine.
O Cebreiro è un piccolo villaggio in cima al monte. Punto cruciale per poi iniziare l’ultima grande discesa. Ancora resistono alcune case di pietra e giunchi secchi, la chiesina; tutto intorno boschi e pendii che portano verso valle.
Ancora una volta si scatena la lotta per il letto. Un centinaio di pellegrini trovano rifugio nell’albergue, una cinquantina nelle piccole pensioni del paese, ma tutti gli altri restano fuori. Letteralmente. Nonostante i 1300 metri di altitudine non ci sono posti al coperto. C’è chi decide di passare la notte nel piccolo ingresso della chiesa, sperando così di ripararsi dal freddo umido della notte montana, chi si accampa per strada, chi nel giardino dietro alla chiesa. Sarà una notte lunga e difficile.

venerdì 2 ottobre 2009

cumuli di tronchi - dia 11

Alle 5 comincia il movimento nella catacomba. Della cinquantina di corpi che dormono sotto terra con me una trentina cominciano a muoversi silenziosi, ricostruendo lo zaino e preparandosi a partire nel buio della mattina. Mi alzo palesemente zoppicante e riemergo alla superficie. Guardo il mio tendine d’Achille con un sorriso mesto. Il simpatico vecchino mi avrà anche regalato delle perle di saggezza ieri, ma che gufo! La discesa fino a Ponferrada è stata un calvario, infinita e sempre più zoppicante. All’arrivo al monastero la famosa caviglia che mai aveva avuto problemi era dolorante e gonfia per una tendinite. Mentre curavo le bolle ai piedi e fasciavo la caviglia intorno a me la gente si accampava dove trovava posto: sotto il portico, nel giardino, nell’ex-campo santo. Poi, improvvisamente, il pericolo piattole. Una delle ragazze che era con noi a Manjarìn aveva morsi di pulci ed è scattata la quarantena per non contagiare tutti. Tutte le sue cose sono state cosparse di veleno, chiuse in un sacco e lasciate nell’ex-cimitero. E così con quelle di chi poteva essere stato contagiato. Io compreso.
Nel buio del mattino ci vestiamo ed iniziamo a camminare, ognuno con i suoi dolori.
Fa caldo, molto caldo. Raccogliamo alcune pere da alberi sul sentiero, ci cibiamo di more. Passiamo per campi ricchi di viti e frutteti, cominciamo a salire nuovamente circondati da boschetti. Poi io e Giova saliamo sul surf dei discorsi ed il tempo passa mangiandosi fatica e caldo. A notte siamo a una decina di km più avanti di dove avremmo dovuto essere. Ci accolgono le montagne.
Il giorno ci abbandona in rifugi diversi. Questa notte dormirò nella lavanderia di un ostello, con la testa di fianco alle lavatrici, e a farmi compagnia nel sonno avrò due amici tedeschi e due ciclisti valensiani. Dalle tre finestre (una chiusa ma senza vetro, una con un cartone e una senza neppure l’infisso) ci arriva il suono della vicina statale e dei camion che sfrecciano nel buio stellato. E domani Galicia.