
Salutarsi come si saluta l'infinito.


Il sole cala lento dietro un velo di nuvole. Le panchine e gli alberi fanno bella mostra di sé ostentando il loro profilo migliore sulla cima della collina. Mi abbandono ad uno stato di semi-incoscienza postprandiale sdraiato su di un prato di margherite, rosolato dal timido calore solare.
È lì, nella culla di un limbo onirico, che mi perdo e mi abbandono ad una pace che assomiglia tanto ad uno strano stato di felicità. Una rilassata leggerezza.
E se fosse questo? Se fosse la conquista dell’atarassia la vera felicità? Se la stupidità ci permettesse di raggiungerla, questa felicità, più facilmente, più in fretta, in maniera più duratura? Se l’adattarsi, il piegare i propri desideri a ciò che è ottenibile, fosse la darwiniana soluzione alla complessità del vivere?
Ho in mente le parole di Oriana. E il suo ostinarsi a credere che, nonostante tutto, gli uomini non si meritino l’odio che riserviamo loro.

Sarà il vento fresco sulle mani. Sarà l’ebbrezza lieve e l’aria di una precoce primavera. Sarà la bicicletta che sfreccia selvaggia per le vie del centro. In ogni caso il mio corpo ricorda, e queste sensazioni sono associate alle notti di ritorno da via del Corso, il primo anno. Quando a tarda notte inforcavo la bici e scheggiavo per le vie deserte di una Firenze nuda e sonnolenta. L’aria fresca che premeva sul mio viso e sulle mani mentre spingevo sui pedali passando di fianco al duomo, solitario e magnificente, su per piazza San Marco, i viali, il cavalcavia, le Cure, le strade in salita contromano risalendo il Mugnone.
La pelle ha memorie che mi sorprendono.

Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.
Vivere molto all’aperto, nel sole e nel vento, può senza dubbio produrre una certa ruvidezza di carattere, può far crescere uno strato di pelle più spessa non solo sul viso e sulle mani, ma anche su alcune delle qualità più squisite della nostra natura.
Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso.
Da alcune colline appaiono in lontananza le dimore dell’uomo e la sua civiltà. […] mi rallegra vedere quanto poco spazio occupino nel paesaggio.
La natura possiede, io ritengo, un magnetismo sottile in grado di guidarci nella giusta direzione, se a esso ci abbandoniamo.
Il mio desiderio di conoscere è discontinuo, ma il desiderio di rigenerare la mente in atmosfere sconosciute, esplorando zone non ancora percorse dalle mie gambe, è perenne e costante.
Mentre quasi tutti gli uomini si sentono spinti verso la società, pochi sono fortemente attratti dalla Natura.
Walking, Henry David Thoreau

Poi ci sono le scorpacciate di vita. Quelle in cui i pensieri si inseguono uno dopo l’altro tracciando gli eventi, interpretando le situazioni, comprendendo, svilendo, derubando di senso la realtà. Sono giorni densi, carichi di novità e adrenalina. Quei giorni in cui l’odio non riesce a uscire se non in una strana forma, dolce e sorridente. Quei giorni che cominciano con non curanza, passano dalla repulsione, alla patetica comprensione, al desiderio di fuggire. Si annegano nella farsa e nell’alcol, gioiscono del cupolone visto di lontano, del cielo meraviglioso e degli ulivi, di parole leggere e cibo abbondante, di falsipiani sul panorama, di due occhi nuovi, di un’idiozia ritrovata, dei chili persi e ritrovati, del circo ed i suoi sogni fumosi. Di onestà innocenti che desideravi ancora.
Ci sono quei giorni che a srotolarli ne faresti un blog intero. E i post avrebbero il potere contundente dell’essere vivo. E ti fan pensare che, in fondo, è per questo che sei fatto.

Sarò forse ripetitivo, ma in questo caso ci vuole. La vita con la vita si cura. Non c’è altro mezzo.
La solitudine, l’eremitaggio, il castigo, la frugalità, la sofferenza, la creazione, l’ordine. Tutto questo serve ad accrescere in noi il senso di noi stessi, a dare un dominio al nostro essere infiniti.
Ma il nostro vivere, il nostro stare in questo mondo, lo si addestra solamente vivendo. E niente più.
Grazie Lomps.

Il succo poi è questo. Un vuoto arginato da una cornice. Non c’è molto di più.
Una finestra è l’emblema della casa. Un confine che argina lo spazio, quasi che fosse questo, lo spazio, a sorreggere la materialità dei suoi confini. Paradossale, no? Ciò che definisce la casa è il suo essere vuota all’interno, chè altrimenti non ci sarebbe possibilità di movimento, di vita, al suo interno. E, quindi, non ci sarebbe casa. Come se la separazione di un vuoto dal resto del vuoto lo definisse in maniera differente.
Non vedi come, in fondo, tutti noi siamo finestre? Cornici di varia foggia e grandezza, ma tutte determinate dal paesaggio che racchiudono dentro. È una questione di prospettive. Per conoscere una finestra spesso bisogna conoscere ciò che essa cela, da cui ci divide.

È duro avere un sorvegliante sudista; ancora più duro averne uno nordista; peggio di tutto, però, è essere negrieri di se stessi.
[…] L’opinione pubblica è un tiranno assai debole, paragonata alla nostra opinione personale.
[…] La maggioranza degli uomini vive in quieta disperazione. Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata.
Molti lussi e molte delle cosiddette comodità della vita sono non solo inutili ma addirittura effettivi intralci alla elevazione morale dell’uomo. Per quanto riguarda lussi e comodità, i più saggi hanno sempre condotto una vita più semplice e grama di quella dei poveri.
[…] Nessuno può osservare la vita umana con maggior saggezza e imparzialità che da quella posizione vantaggiosa offerta da una povertà che noi definiremmo scelta volontariamente.
Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno.
[…] “Sono monarca di tutto ciò che osservo \ e nessuno contesta il mio diritto”
[…] Che differenza c’è tra l’essere relegato in un podere o in una prigione di contea?
Trovo salutare restare solo per la maggior parte del tempo. Essere in compagnia, anche dei migliori, provoca subito noie e dispersioni. Amo restar solo.
[…] Per la maggior parte, noi siamo più soli quando usciamo tra gli uomini che quando restiamo in camera nostra. Un uomo che pensi o lavori è sempre solo.
[…] Di solito la compagnia è troppo da poco. C’incontriamo a intervalli molto brevi, non avendo avuto il tempo di acquistare qualsiasi nuovo valore reciproco. C’incontriamo ai pasti tre volte al giorno, e reciprocamente offriamo un nuovo assaggio di quel vecchio formaggio ammuffito che siamo.
Fa sì che il guadagnarsi da vivere non sia un mestiere ma un divertimento. Godi della terra, senza però possederla.
Credo che ogni uomo che sia sempre stato sincero nel conservare nelle migliori condizioni le proprie più alte e poetiche facoltà, sia stato particolarmente incline ad astenersi dal cibo animale e da molto cibo di qualsiasi genere.

Corro. Qui a China Town è capodanno, ma non se ne accorge nessuno.
Mi lascio scorrere i padiglioni industriali a lato infilandomi nella nebbia, senz’altra direzione che il “più fuori possibile”. Ed è passando di qui, tra edifici delle nuove periferie, padiglioni industriali e strade senza vita, che mi si chiarisce l’affetto che provo per questi posti. Mondo ai confini tra selvatico ed addomesticato, tra costruito e naturale. Luoghi dove l’imprevisto è ancora la norma, dove l’ordine deve essere labile per sopravvivere. Dove il tempo passa ancora sugli oggetti ed i suoi solchi sono memoria del passato.
Un mondo di degrado, di assenza di socialità, di povertà. Dove l’uomo può ancora essere bestia tra bestie, anello elevato di una catena millenaria.
È la sintonia con il mio mondo interiore. Con lo scuro della mia anima macchiata di fondi di caffè.

Non me l’aspettavo.
In fondo è bastato poco. È bastato un video su Baggio. Su come abbia lottato, sofferto, vinto e perso. I viaggi in Argentina. Ma soprattutto i suoi occhi mentre parlava del futuro. E d’improvviso quel che mi circonda mi appare, ancora una volta, come il vestito di qualcun altro. Una macro su un panorama.
La stanza si fa stretta, sciatte le pareti, buttate le ore, sprecato il sonno. Il tempo subìto. Mi mancano gli orizzonti ampi, l’aria libera, il sole e la pioggia. Mi manca il desiderio di contatto con gli altri. L’avventura a portata di mano, il sorriso involontario, il non aver nulla da difendere.
E tutto questo solo per aver sbirciato la vita (romanzata) di una stella.

Sono due capocchie di spillo nere e senza riflessi gli occhi della vecchia zia. Due soli di ossidiana. Protetti da palpebre stanche, mi guardano fissi, senza muoversi. Curva su se stessa non sente la confusione che la circonda, frutto dell’energia delle nuove generazioni.
Mi osserva e spira parole semplici e pesanti.
- Ormai la memoria non mi funziona più tanto. Ma non è questo il problema. Sono le piccole cose. Come la televisione. Mi fa arrabbiare che non riesco più a guardarla, con tutti questi comandi, questi pulsanti.. e quando non ci riesco.. il fatto è che sono sola, e non so a chi chiedere.


Mi affaccio al balcone. Fuori l’aria è leggera, aria di mare, nonostante la calura di fine agosto. Sotto di me si stende il grande parco de la Ciutadela, con le sue palme, i suoi giardini, i suoi padiglioni inizio secolo. Lo zoo che dal buio alza il suo coro di grida e versi.
Alla mia destra il Tibidabo campeggia sull’orizzonte, fiammeggiante come pietra lavica, immensa scultura d’ambra. Ai suoi piedi la città scivola verso il mare. Una colata solida di pietra e vetro che un firmamento personale di luci artificiali fa vibrare nella notte.
Vedo la grande fenditura della Diagonal, risalire fino a perdersi tra gli edifici, su verso la zona delle esposizioni. La Meridiana. A ritagliare l’orizzonte il Mont Juic, la Gabicce olimpica catalana. Davanti a me il Barri Gotic, ed il Raval più in fondo. L’Eixampla.
I miei occhi perdono i dettagli di ciò che conosco, persi nell’aura sulfurea che avvolge la città di notte, quella nube di vapori che aleggia sui tetti e per le strade come in un film noir.
E mentre dietro di me arrivano gli aromi di uno spuntino a base di pesce e martini rosso mi godo la tua bellezza, come qualcosa di perso e per sempre magnifico.

Il treno scende lentamente lungo la ripida parete del Montserrat. La cima si allontana dietro di noi mentre scorriamo lungo la pietra liscia. Intorno facce da turisti, da camminatori, da passeggiate fuoriporta. Scendiamo alla stazione di Monestir e prendiamo il treno in direzione Barcellona. Ci sediamo e il rimo accelera. Intorno il paesaggio cambia rapidamente, molto più di quanto non abbia fatto in tutti i giorni precedenti. Lo sentiamo addosso. Le voci cominciano a mischiarsi, gli accenti e le lingue a sovrapporsi. Il finestrino proietta un film fatto di sequenze accelerate che passano dalla montagna al paesaggio della valle, dalla vuota campagna ai sobborghi sub-periferici. Il vetro mi ipnotizza, non lascia tempo al mio cervello di respirare, lo bombarda con una serie di scenari mutevoli e colorati, degradati e naturali.
La mia mente torna indietro a qualche sera prima, ad Artès. A quel televisore piazzato sopra le nostre teste che, dopo giorni di astinenza e vita a velocità-uomo, aveva risucchiato ogni parola, ogni pensiero, ogni respiro. Siamo stati fagocitati dai colori LCD di un monitor piazzato nell’angolo di un bar, alla periferia della zona industriale di un paesino sparso in mezzo al nulla. Come la mela del peccato nel Paradiso Terrestre. O miss Italia nel Bronx.
Guardo il finestrino e non posso far a meno di pensare che la velocità, in ogni sua forma, abbia questo risultato. Privando l’uomo del tempo necessario a metabolizzare ciò che succede, decodificarlo e digerirlo, lo rende una pedina in una galleria del vento. Un kamikaze lanciato nella sua storia personale. A inseguire ciò che invece dovrebbe costruire.
Prima di arrivare in città le sinapsi son già tornate a elaborare simultaneamente più dati, a processare rapidamente gli stimoli.
Resta giusto un po’ di silenzio, tra gli ingranaggi del cervello, eredità di due settimane di vagabondaggio.

Come un’eredità. L’eredità dei padri. L’eredità dei conterranei, di chi ti circonda.
Pensavi di essere diverso, migliore, più saggio e semplice e invece poi ti scopri non all’altezza di quel che credevi. Non così puro. Non così profondo.
Ti guardi, e in trasparenza vedi loro, i tuoi esempi negativi, che piano piano hanno solcato il loro DNA in te. Come un rapporto di figliolanza, ci siamo convertiti in quel che da sempre tentavamo di non diventare. Un declino impercettibile ma costante e continuo.
Ti guardi allo specchio e le rughe son le stesse. Quelle del disinteresse umano che ti circonda.

Mi rendo conto ora del grande cambiamento.
Me ne rendo conto quando guardo la gente ai concerti parlare e impedirti di seguire la musica. Quando guardo un branco di esseri umani radunati sotto un tetto, con una decina di piccoli che scorrazzano, e tutti fingere di ricoprire al meglio la loro parte sociale. Vedere la meschinità che avvolge come un pullover le anime nude dei nuovi genitori. Me ne accorgo guardandoti mentre mi parli di cose che non voglio sapere, di progetti cui non voglio prendere parte, di idee che non condivido. Quando sento imberbi raccontare con noncuranza della fatica fatta per rompere il proprio cellulare e ottenere così quello ultimo modello del padre. Bambocci che danno aria alla bocca dall’alto degli agi della loro famiglia. Demonizzare i nemici politici come fossero razze o categorie che incarnano stupidità e depravazione morale.
Mi ribolle il sangue a sentire parole vuote cercare di strapparmi altre parole vuote. Cercare di rompere la mia parsimonia verbale, la mia lotta contro la futilità del dialogo. Il mio sciopero della comunicazione contro una società che non amo e non desidero.

Giuri che a te non succederà.
Li guardi. Guardi i loro modi di fare cinici, la loro disumanità, la misoginia e la misantropia. Osservi i tradimenti, le bugie, i suicidi morali e la perdita di ogni etica. Li vedi abbassarsi al dio del profitto, azzerare le riserve di desideri, prosciugare i sentimenti.
E non ti capaciti di come ci si possa ridurre così, come certa gente sia arrivata a barattare l’umanità con l’animalità. Come abbiano potuto scegliere di infilare la loro vita su binari fatti di una routine così rigida e miope che li porterà inevitabilmente all’insoddisfazione, al rimorso, alla rabbia e poi alla violenza. Non ti spieghi dove abbiano perso la loro giovinezza, con cosa abbiano barattato la luce che avevano negli occhi.
E poi basta poco. Basta qualche anno con loro, qualche mese di lavoro, un tempo di stenti morali senza respiro e succede. Succede che guardi la sera prima e la condanni con poca forza, sapendo che non è altro che un gradino della serie. Guardi il tuo cervello appoggiato dietro al monitor senza rabbia, in attesa di spegnere tutto e tornare a casa. Coltivi la solitudine, annaffiandola ogni sera con distillati di ore inutili.
E ti scopri esattamente come loro.




Seduti guardiamo la luce del tramonto scolorare le colline a nord di Artès. Dietro di noi stanno i resti di un terrazzamento murario, contrafforti e archi. Al di sopra una piazza spoglia.
La vecchia piazza di Artès domina il paese dalla sommità della collina. Ai lati le case si diramano scendendo le pendici che portano verso sud. Ma sono case senza vita. Le tapparelle sono forate, sporche, rotte. I vetri in frantumi, le facciate coperte di polvere e scrostate. Uno spazio nobile che ora non è altro che il retro di un paesino alla periferia delle città catalane.
E a incarnare tutto ciò ci pensa il campanile della chiesa.
La bandiera catalana campeggia oziosa sulla punta del timpano, mentre al di sotto due lunghe aperture espongono le campane ai quattro venti. Più sotto non resta che un affascinante muro, modulato da una piccola porta e dal principio di un arco.
Austero e cieco il campanile si stira nelle luci crepuscolari dell’orizzonte, guardiano di una cattedrale di sogni che non c’è più.

E così via. Piccoli inutili drammi quotidiani che rotolano sui fogli del calendario, giorno dopo giorno. Finesettimana che si alternano come parentesi di lucidità e allegria, troppo corti e costretti per essere realmente liberi.
E poi, inevitabile come il libro dopo il prologo, arriva il danno. Come se tutta questa polvere alzata non fosse stato altro che un’introduzione al disastro vero. Alla mattanza morale.
E ci si domanda se prima, quando tutte le inezie eran nell’aria, pulviscolo cosmico araldo di cataclismi futuri, non era il caso di ripulirli. Di spolverare un po’ questa vita prima che ci desse l’allergia.


L’abside del monastero di Santa Maria de L’Estany è una sorta di miraggio dopo chilometri di boscaglia e assenza di paesaggio antropizzato.
Ci attende una signora che dovrebbe fornirci, per conto dell’arcivescovato di Vic, un posto dove dormire per la notte. Apre il portone sul retro della chiesa, saliamo due rampe di scale e poi apre un’altra porta. Nel cuore del monastero Trecentesco, a pochi centimetri dal transetto, quello che ci aspetta è un monolocale completamente nuovo. Cucina che si apre con una finestra, un foro nella muratura ciclopica, sul giardino absidale, tavolo rotondo in legno sbiancato, divano-letto, bagno e soppalco in legno d’abete con grande letto matrimoniale. Due lucernari zenitali portano la luce nel soggiorno e sul soppalco. Allucinante. Non potevamo chiedere di meglio.
La signora si offre inoltre di portarci qualche verdura dall’orto, visto che siamo a corto di provviste.
E così, dopo un rapido giro per il paesino e una doccia bollente, ci prepariamo a mangiare.
Sul tavolo una favolosa zuppa di verdure calda, sei birre e le nostre credenziali, mentre fuori, come se ormai fosse diventato un rito, la pioggia scende a portare la notte.


La Plaça Major di Vic è un rettangolone perimetrato da eleganti edifici porticati dove strette finestre gotiche si alternano a loggiati e facciate di epoche successive. Ciò che incuriosisce non è però la stratigrafia delle facciate quanto l’anomala semplicità della piazza in sé.
Essa è costituita da un anello pavimentato che borda il grande spazio poligonale centrale in terra battuta. Ossia. Ciò che comunemente viene valorizzato, ciò che si tenta di esaltare soprattutto in uno spazio dalla composizione così focalizzata come nel caso di una piazza rettangolare, il centro, è proprio l’unico elemento su cui l’uomo non ha imposto le sue trasformazioni. Un corollario di colonne e archi, pietra e vetro, luci e ombre, costituisce il merletto di un centrotavola non ricamato. Un buco nella piazza che mostra un mondo primigenio costituito di terra.
Che poi questa venga eclissata sotto le infinite mercanzie dei bazar settimanali, delle folle manifestanti o delle rievocazioni storiche è cosa di poco conto.
Ciò che ci affascina, mentre tramonta il sole, è un foro nel cuore del mondo civile.


Sdraiato sul prato di fronte alla chiesa guardo il cielo ed il sole rovente del primo pomeriggio. “Ci sono luoghi che valgono tutto un viaggio”, penso.
Il cammino è cominciato dopo l’alba ripercorrendo la Via Verde per una decina di chilometri verso sud, e poi abbiamo risalito di colpo centinaia di metri per abbandonare la Vall de Bas. Una serie infinita di tornanti su un sentiero asfaltato immerso nel bosco. Un’ora di salita ripida col sole a ricordarci che è agosto. Poi finalmente abbiamo scollinato e non vedevamo l’ora di trovarci di fronte al piccolo paesino dove poter trovare un forno per approvvigionarci. E invece no.
Dietro l’ultima curva, superata la cresta, il sentiero torna ad essere di polvere e sassi, bordato di staccionate per il bestiame. All’orizzonte si vede la sagoma delle prime costruzioni del nucleo abitato. Due grandi case in pietra su due piani, una stalla e la tozza chiesa col suo campanile.
Entrati in paese, affamati e pronti a fiondarci su qualsiasi fonte di ristoro, aggiriamo la casa del fattore e guardiamo verso valle. E quello che vediamo sono campi. Campi, sole e vegetazione rigogliosa.
Il paese non esiste. Il presidio umano su questo picco che domina le vallate circostanti è costituito dalla casa degli allevatori con i suoi campi e la sua stalla, e dalla splendida chiesa abbandonata di Sant Pere de Falgars. Punto.
È in questi momenti che lo sconforto si trasforma in risorsa inaspettata di meraviglia. La distruzione di un’aspettativa avviene per mezzo di un luogo così splendido e senza tempo che l’unica risposta che il fisico provato riesce a dare è lo stupore. Ed una felicità fisica ebete.
Ci sediamo all’ombra del vecchio casolare su un soffice manto d’erba. Alla nostra destra un basso muro di pietra incornicia il cancello in metallo con la croce. Ai suoi lati, pochi passi più in là, due alti cipressi fanno da guardia al portone in legno della chiesina.
Davanti a noi, dietro una staccionata bianca tirata tra la parete della chiesa e il nulla, i campi scendono lievi verso nord. Poi improvvisamente si inabissano in un profondo dirupo ed una stretta gola, oltre la quale si stende la Vall de Bas fino ad Olot.
E qui, su questo disco di terra verde che sembra galleggiare sul vuoto delle valli circostanti; qui, dove la civiltà non arriva se non come rudere e memoria, come tradizione antica e millenaria del coltivare e allevare; qui, dove tutto ciò che esiste è una casa e una chiesa, proprio qui, tra lo steccato e il nulla, dorme un piccolo cimitero. Assurdo, a pensarci. Eppure unico monumento degno del silenzio e della pace di questo luogo.
A proteggere la tomba del fondatore coi suoi cipressi gemellati, sta un alto muro con un cancello in metallo. Ai lati due prismi in pietra serena recitano muti un pensiero lapidario.
“Venite a giudizio”.

Finalmente appoggiamo il culo per terra e tiriamo il respiro. Come se avessimo cercato a lungo un posto degno per farlo. E questo, senza dubbio, lo è.
Certo, la fageda, l’esteso faggeto che si estende a sud-est di Olot ricoprendo le pendici dei suoi vulcani inattivi, era ricca di fascino. Verde brillante, la sua terra ricoperta di erba e muschio, l’Irlanda in trasferta. Alti e svettanti i suoi faggi, tanto fitti da nascondere completamente la luce del sole, creando un articolato tetto vegetale. Un dedalo i sentieri che vi si addentrano, senza punti di riferimento né segnali.
Ma è sul Motsacopa che il mio animo segue il fisico e decide di sedersi.
Sul lato nord-ovest del nucleo antico di Olot, a poche centinaia di metri, si trovano le pendici troncoconiche di tre dei numerosi vulcani ormai spenti che circondano la cittadina. Quello centrale, più piccolo degli altri, si alza al di sopra della Plaça Major. È il Motsacopa.
Un cammino di ronda passa sul perimetro del cratere mentre al di sotto un bacino verde rigogliosissimo costituisce il cuore del vulcano. È proprio qui, nell’erboso centro del bacino, che le nostre stanche membra si posano al tramonto. Mentre intorno si alza il vento freddo delle sere d’estate e il cielo si copre di nubi, protetti dalle fauci del vulcano guardiamo in controluce la chiesa costruita sulla bocca del cratere.
Le mani toccano l’erba, gli occhi fissano il cielo e le parole scorrazzano libere per queste terre.


Ed eccomi finalmente solo.
Davanti a me un nastro di terra si snoda per una trentina di chilometri verso nord, distaccandosi dal letto del Ter e risalendo la Vall d’en Bas fin dentro alla regione vulcanica della Garrotxa.
E' già mattino tardi quando lascio il paese con passo spedito, fagocitando il paesaggio al silenzio ritmato dei miei passi e del respiro. Intorno il bosco si fa più fitto, si alza su pareti di roccia lasciando sotto il solco del sentiero, l'antico tracciato del treno.
I calendari dentro le case dicono che è domenica di Ferragosto e il cammino è praticamente deserto. Eppure mi sento tutt’altro che solo. Lo ero molto di più i giorni scorsi, quando eravamo in due a tracciare scie sulle cartine della Catalogna. La solitudine ed il silenzio, la natura tutt'intorno, la leggera bruma che sale ancora dalle ombre selvatiche mi fanno sentire parte di tutto questo che mi circonda.
Poi un passo emerge dall'assenza di suoni artificiali. Dietro di me le parole di qualcuno che si congeda e poi, rapidamente, si incammina nella mia direzione. Dopo qualche minuto i passi mi hanno raggiunto e allora sento: “Que buen paso llevas”. Mi volto e vedo un signore in tuta sportiva avvicinarsi amichevolmente. “Già – rispondo – bisogna che mi muova se voglio essere a Olot per sera”. “Beh, di questo passo non avrai molti problemi”.
Più di un’ora dopo, fermandomi alla chiesa di Les Planes d’Hostoles per una piccola merenda, saluto il mio amico occasionale. Seduto a cavalcioni del parapetto del nartece, con il sole in faccia, non posso fare a meno di pensare a come la solitudine in certi casi generi società più di quanto faccia un gruppo. In tutti i giorni precedenti in due non abbiamo conosciuto un solo abitante. Ora, una manciata di minuti dopo essere partito in solitaria, ecco arrivare il primo compagno di viaggio. Insperato.
La condivisione della stessa solitudine ci ha avvicinati. E la parvenza di uno stesso cammino.


La Via Verde risale lungo il corso del fiume fin dove le nuvole si fanno più nere.
Ed è all’ingresso di Amer che si incontrano.
Il primo passo sul selciato antico del paesino viene battezzato da uno scroscio del cielo. Ancora una volta, come un’amichevole pacca sulle spalle, come se si fosse trattenuta appositamente fino all’ultimo, la pioggia cade su di noi a sera, sugli ultimi chilometri della giornata.
Sul bordo dell’abitato un tetto a ponte tra due edifici copre la stradina. Ci ripariamo un attimo ed entriamo in paese. La piazza principale, un bell’esempio di spazio porticato in pietra, circondata da edifici signorili, è gremita di gente. Stasera è la serata conclusiva della feria, la sagra di paese, e tutti sono in fibrillazione. Ci rechiamo in Comune per vedere se ci possono ospitare, ma i preparativi e l’imprevisto pioggia hanno totalizzato l’attenzione dell’unico funzionario. Facciamo quattro chiacchiere con la mezza dozzina di ragazzi che si trovano lì, incuriositi da questi due occhialuti cenciosi, che si presentano alla loro porta con zaini e tenda a seguito, e poi ci rechiamo alla pensione.
Doccia, cena e letto. E le voci della festa si spengono sotto lenzuola stirate e coperte di lana.

Dopo aver raccolto le acque della regione vulcanica della Garrotxa e del basso Pireneo il Ter scende verso il mare. Una sessantina di chilometri prima di vedere l’alba nel Mediterraneo abbandona le valli strette e si adagia in una larga e fertile lingua di terra, un declivio che serpeggia verde e rigoglioso fino alla periferia di Girona. È qui che, senza preavviso, ci ritroviamo nell’America coloniale.
Mentre camminiamo attraverso una ricca ed alta vegetazione, ancora frastornati fisicamente e mentalmente dalla quantità di chilometri macinati il giorno prima, delle visioni oniriche spazzano le nostre retine dagli ultimi ricordi urbani. A lato del sentiero battuto,appena oltre un cordolo di terra e sacchi che canalizza l’acqua del fiume intorno agli orti, crescono piantagioni di neri. Nel sole del sabato mattina, avvolti nei loro abiti tradizionali, si aggirano per gli orti, raccolgono le loro verdure in carrelli dei supermercati, su mountain bikes, in passeggini. Colorati e silenziosi si piegano a raccogliere il frutto della terra. Ed è un attimo aspettarsi un canto, intonato dal lontano Ottocento e mai spento. Un canto di gloria e sofferenza, una melodia malinconica intonata da sorrisi d’avorio.
E invece niente.
Evidentemente la civiltà ha colpito anche loro, epidemia necessaria ed inevitabile del vivere moderno.

Sono lì che cerco di affogare il tempo con il solito inutile schema, che non ha mai portato a nulla di buono ma che continua a prendere possesso di me quando abbasso la guardia. Guardo lo schermo e le mie azioni sono al rallentatore. Il timoniere della mia nave a quanto pare è andato a sbronzarsi da qualche parte ed io son rimasto qua, a manovrare da solo sartie e issare vele senza saper dove andare. E gli occhi non mentono. Spenti e fissi, appoggiati su un orizzonte molto vicino.
È in quest’apatia che un pensiero, forse nascosto nella stiva, naufrago reduce da chissà quali avventure, si insinua nella mia mente, scalzando il vuoto, chiudendo la porta dietro di sé.
Ecco perché essere nomadi aiuta. Ecco perché sento il bisogno di tornare a viaggiare quando le insoddisfazioni si ammucchiano, calcificandosi.
Perché non avere nulla da difendere, nulla da proteggere rende più obiettivi. Quando non si ha paura di perdere qualcosa è facile essere onesti. Onesti e semplici.
E allora, almeno per un momento, vedo queste 4 righe che cerco di disegnare da ore per quel che sono. Vedo finalmente le mie mani, fuori dalle icone virtuali. Le facce intorno a me, assorte e concentrate. La luce che penetra il policarbonato rendendo lattiginosa l’aria dello stanzone a doppio volume. Vedo, senza occhi, i tetti delle case, il Comune, la stazione. Vedo colline, boschi e cieli. Vedo improvvisamente tutto quello che non è qui, l’immensità del reale. E poi torno sullo schermo. Ed è un sorriso quello che spazza il cuore.
“Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento, se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.”
“Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso.”
H. D. Thoreau


Ancora una volta persi. È da 3 ore che vaghiamo nell’assolata terra della provincia di Girona in cerca di un segnale ufficiale del cammino, di un cartello. E invece non riusciamo a far altro che rimbalzare da un paese all’altro, approssimativamente vicini al percorso ufficiale.
Finchè non arriviamo all’ennesimo cantiere dell’alta velocità. Un grande viadotto appiana la depressione fra due colline con una linea netta e precisa di cemento armato.
E allora non può non tornarmi alla memoria “Il sentiero degli Dei”. Ancora una volta le grandi opere cancellano i piccoli sentieri, il cemento disperde i viandanti, una velocità impensabile azzera la naturalezza di un passo che ha il ritmo del respiro ed il tempo del pensiero. E ciò che resta, traccia glabra sulle curve naturali, è una lingua disboscata di terra che le piogge han trasformato in un pantano inattraversabile.
Mentre intorno cresce lo sconforto per la rotta persa, per il caldo cocente e le ore di cammino che prevedibilmente ci porteranno in città disfatti a tarda sera, dentro cresce un senso ancora maggiore di disfatta. Quella di chi si sente privare di bellezze naturali, di un patrimonio collettivo vivo, in nome del progresso.


Acqua. Acqua. Acqua acqua.
Pioggia battente ed incessante da ore e ore sulle nostre teste. Non abbiamo un solo lembo di corpo o di vestiti che non grondi sotto questo cielo grigio. E poi fango, strade sterrate, occhiali appannati. Tutta questa pioggia ci sta fiaccando più che nel fisico nel morale.
È da pranzo che ha cominciato a piovere. All’inizio ci siamo riparati sotto il tendone del bar di Figueres, poi dentro la cattedrale, mentre un fiume scorreva rapido per il selciato e metteva in fuga la folla in coda per il museo Dalì. È stato lì che, approfittando della sosta forzata, siamo riusciti ad ottenere le ultime 2 credenziali disponibili prima di arrivare a Girona. Ripreso il cammino, appena attraversato il quartiere industriale un diluvio si è abbattuto su di noi. Intorno non c’era un riparo. Un terrazzo, una pensilina, un albero. Niente. Quello che restava erano campi, una rotonda ed un filare di case sulla sinistra. È stato lì che, appiattiti con lo zainone alla parete della casa, insperatamente ci è stata aperta la porta di un androne e siamo stati invitati a entrare. Quattro chiacchiere con un simpatico signore, qualche indicazione per non perderci e poi via, nuovamente sotto la pioggia battente. E così dal primo pomeriggio stiamo camminando in questi campi, continuando a dubitare ogni qualvolta i segnali scompaiono per qualche tempo.
È ormai tardi e sta scendendo la sera dietro le nubi quando ci perdiamo per l’ennesima volta poco prima di entrare nel paesino che dovrebbe accogliere la nostra pensione, a Pontòs. Stremati ed inzuppati rasentiamo le pareti del paesino, tentando di capire come arrivare alla statale ed alla nostra meta. Anche perché in paese non c’è un’anima viva, né tanto meno qualche negozio aperto. Mentre sfiliamo come gatti di cellophane per la strada principale intravedo qualcosa e d’istinto mi fiondo dentro a una porta illuminata. È l’Ayuntamento, il Comune, stranamente aperto a quest’ora tarda. Ormai senza più remore appoggio lo zaino zuppo al suolo e salgo al piano di sopra. Qui mi viene incontro un funzionario e mi chiede chi cerchiamo. Gli spiego che siamo pellegrini e che vorremmo sapere se ci sono pensioni aperte in paese. Lui mi guarda di traverso e mi dice: “Non ci sono pensioni in paese”. Eppure la guida diceva che la pensione Sant’Anna … “Sì, ma quella sta molto fuori dal paese, almeno un’altra ora di cammino. E poi, in ogni caso, l’hanno chiusa qualche anno fa. Non ci trovereste niente”.
Silenzio. Il morale è finito a far compagnia ai calzetti, zuppo e sporco anche lui.
Ma tanto ormai non abbiamo niente da perdere.
“Voi non avete un posto qui in comune dove poter ospitare 2 pellegrini?”. La domanda sembra sorprendere tanto lui quanto me. “Veramente … Ma volete dormire qui?” “Guardi, non ci sono altri paesi per almeno altre 2 ore di cammino e siamo senza tetto né cibo. Se ci poteste dare un posto dove non piova…”
È così che, dopo una mezz’ora, veniamo portati in una casa-colonia. Qui un certo numero di famiglie non proprio benestanti portano i figli a passare l’estate. Accettiamo al volo il prezzo che ci propongono per la sestupla a castello, i bagni in comune, la cena e la colazione.
Dopo aver fatto una bella doccia bollente e aver messo in lavatrice calzetti e magliette, scendiamo a cenare nel grande salone dove ci aspetta una cena degna di un re. E mentre addentiamo la carne esausti e felici come non mai, dalle finestre penetra una strana luce arancione. Un tramonto sereno all’orizzonte che preannuncia una notte altrettanto serena e al caldo.



Le previsioni della guida dicevano che mancavano pochi chilometri alla meta, eppure i cartelli lungo la statale non indicano nessun paesino conosciuto. Probabilmente abbiamo perso qualche bivio, penso, e per questo stiamo camminando da diversi chilometri lungo il ciglio della strada nazionale, a lato di automobili e camion.
Abbandoniamo la carretera nacional all’incrocio con Garriguella, ormai certi di aver allungato il già lungo percorso della giornata. Percorso che era iniziato di buon ora sulle spiagge di Port de la Selva per inerpicarsi lungo la ripida boscaglia assolata che porta a Sant Pere de Rodes, monastero da cui ufficialmente inizia il cammino catalano. Una salita senza bagagli nell’afa del primo pomeriggio ci aveva portato in cima al castello che domina il monastero e tutto il golfo su cui si trova Port de la Selva, dai Pirenei al Cap de Creus. Poi la discesa nella calura pomeridiana, tra cespugli e bassi arbusti, con sentieri non segnalati, perdendoci una quantità incredibile di volte. Il bar dove avevamo fatto pranzo alle 5 del pomeriggio e da dove avevamo visto arrivare da dietro la catena montuosa nuvole minacciose e cariche di pioggia.
Ed ora eccoci qua. Dai rilievi di sud-ovest, alla nostra destra, avanza inesorabile una perturbazione nera, pesante, che si scioglie sulla pianura in scrosci diagonali. Dal mezzo di campi sconosciuti vediamo venirci incontro la tempesta, i fulmini crepare il cielo fino all’orizzonte, calare la luce della sera fin troppo presto.
Proviamo ad accelerare il passo, ma ormai le energie sono finite e le gambe procedono come automi all’unico ritmo che riescono a sostenere. La lingua è morta in bocca già da tempo ormai. Gli occhi, testimoni vigili e instancabili, continuano però a registrare tutto. La piccola collina che si innalza nel mezzo della piana, ulteriore fatica da superare. E sulle sue pendici il grande quartiere recintato con filo spinato, video sorvegliato, con polizia privata, ingresso regolato da scheda e codice. Un’enclave di ricchi raccolta intorno a quello che ai nostri occhi appare il nulla perso nei meandri dello sconosciuto.
Stiamo mettendo piede dentro il primo bar di Peralada quando il cielo comincia a scaricare intorno a noi raffiche di acqua. Privi di forze per riconoscere a parole la fortuna che ci ha assistito ancora una volta, ci sediamo ed ordiniamo una meritata birra, unico pasto della serata. Poi, rapidamente, il cielo torna fluorescente sotto le luci del tramonto. Ed il riposo è una soddisfazione fisica.
Non importa che poi Peralada risulti un paesino così ricco, turistico e d’elite, da non avere neppure una stanza libera. Non importa neppure che abbia ricominciato a piovere e che dovremo cercare un posto dove passare la notte sudati e appiccicati nel ventre della tenda. Perché ancora una volta qualcuno ci assiste e dietro l’abside di una chiesina fuori paese si trova un magnifico spiazzo in terra battuta coperto da platani, al confine tra la nazionale ed il fiume.


Ok. Abbiamo calcolato male il caldo, la fatica, la distanza. Ma soprattutto una cosa. L’acqua.
È da ore che siamo in cammino sotto il sole cocente di agosto nella riserva naturale del Cap de Creus e non abbiamo ancora individuato il cammino ufficiale. Continuiamo a perdere la direzione, a vagare per brulli promontori che si fiondano in mare. Le segnalazioni sono praticamente assenti, il caldo ci cuoce le teste, gli zaini tirano sulle spalle, sulle clavicole. Non abbiamo cibo per ristorarci a pranzo, e l’unico centro abitato che incontreremo sarà la meta finale, stasera, a Port de la Selva. Una sorta di miraggio ancorato nella baia più grande prima della Francia.
Le borracce sono praticamente alla fine quando vediamo sull’approssimativa cartina turistica che se effettuiamo una deviazione di meno di un’ora possiamo raggiungere una piccola caletta in cui sembra ci sia una spiaggetta e la possibilità di bagnarci. Assillati dal caldo cocente e dal desiderio di refrigerio decidiamo di provare. La discesa lungo un sentiero non segnato verso una meta ignota che neppure fa parte del nostro cammino trasforma i nostri passi in una sorta di attesta speranzosa.
Finchè la vediamo. Una caletta cristallina di sassi chiari, con qualche motoscafo ancorato a pochi metri dalla riva. Buttiamo gli zaini a terra, togliamo le scarpe, le magliette e i pantaloni e ci fiondiamo finalemente in acqua.
Lo shock è istantaneo. L’acqua è ghiacciata. Freddissima e cristallina come acqua di fonte. Tanto da togliere il respiro. Un tuffo veloce e riemergiamo. Bagnati e contenti ci sediamo di fronte al mare e all’orizzonte. E mentre intorno a noi continuano ad arrivare turisti francesi che non si curano minimamente di due campeggiatori che fanno il bagno in mutande, pranziamo con i pandistelle rimasti dalla colazione.