lunedì 7 dicembre 2015
martedì 24 novembre 2015
Sotto una piccola stella
Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
perdonatemi deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
e tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
verità, non prestarmi troppa attenzione.
serietà, sii magnanima con me.
sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.
non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
chiedo scusa a tutti se non posso essere ognuno e ognuna.
so che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.
chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
perdonatemi deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
e tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
verità, non prestarmi troppa attenzione.
serietà, sii magnanima con me.
sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.
non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
chiedo scusa a tutti se non posso essere ognuno e ognuna.
so che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.
Wislawa Szymborska
sabato 21 novembre 2015
la legge
Se avete la legge dalla vostra parte, parlate a voce bassa,
lentamente, siate educatissimi: poichè la legge è dalla vostra parte, non
dovete preoccuparvi. Ma se non avete la legge dalla vostra parte, picchiate i
pugni sul tavolo, urlate e usate un tono molto risoluto. Usate parole che
creino un'atmosfera di certezza, di assolutezza, visto che la legge non vi
sostiene: dovete creare un'atmosfera che faccia pensare a tutti che avete la
legge dalla vostra parte.
Hari Singh Gaur
Hari Singh Gaur
venerdì 20 novembre 2015
occidente
Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente
é che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare
la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in
tale maniera che non riescono a vivere né il presente, né il futuro. Vivono
come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.
Dalai Lama
mercoledì 18 novembre 2015
timidezza
La timidezza è una scelta storica, una reazione alla società
violenta in cui siamo costretti a vivere. Non è un difetto bensì una virtù, un
dono dello spirito che ha a che fare con la dolcezza interiore. Per
l’architetto, spesso affetto dall'arroganza e dalla prepotenza di voler
lasciare il segno indelebile del proprio io, è molto difficile essere timido.
[...] Così agire timidamente vuole dire lasciare essere
l’altro quello che è. Vuole dire trattare con dolcezza anche i ribelli, e ciò
non comporta impotenza ma apertura verso l’altro. Così la timidezza è feconda.
Questo non vuole dire non fare niente ma fare in modo più intelligente e cauto.
L’essenza è la semplicità, allora si potrà fare ogni cosa facilmente
e gioiosamente.
Conclusione: beati i timidi che sono capaci di abitare il
mondo con delicatezza.
Marco Ermentini
martedì 17 novembre 2015
riso
Sai, agli uomini l’ironia piace perchè è tutt’uno con il sentimento del potere, del distacco, della superiorità, cioè con le cose insite in loro.
Il riso femminile e il riso maschile sono completamente
diversi. Io credo che il riso delle donne tu non lo capisca affatto: perchè è
tutt’uno con la liberazione, con il lasciarsi andare. Perfino il suono è
diverso, non è quel ringhio che senti quando gli uomini si mettono a ridere
tutti insieme.
Jonathan Coe
mercoledì 27 maggio 2015
kheer ganga - day 3
Nella solitudine dell'alba
La leggerezza dell'aria primitiva tra le dita
La maestosa corona delle montagne nei miei occhi
Un fiume che è Dio a scavare la valle
A precipizio
Sotto di me
Mentre il cielo si fa luce
La foresta coi suoi animali a insidiarmi le spalle
I fumi delle acque termali a emergere dal buio
Colline impreviste si adagiano tra picchi e crepacci
Cercando calore nella bellezza selvaggia
Mi ritrovo circondato da un branco di cani
A fissare insieme la speranza del giorno che verrà
martedì 23 settembre 2014
ci hanno fatto credere
They made us believe that real love, the one that’s strong, only happens once, more likely before your thirties. They never told us that love is not something that you can put in motion, neither has time schedule.
They made us believe that each one of us is the half of an orange, and that life only makes sense when you find that other half. They did not tell us that we were born as whole, and that no one in our lives deserves to carry on his back such responsibility of completing what is missing on us: we grow through life by ourselves. If we have a good company it’s just more pleasant.
They made us believe in a formula “two in one”: two people sharing the same line of thinking, same ideas, and that it is what works. It’s never been told that it has another name: invalidation, that only two individuals with their own personality is how you can have a healthy relationship. It has been made to believe that marriage is an obliged institution and that fantasies out of hour should be repressed.
They made us believe that the thin and beautiful are the ones who are more loved, that the ones that have little sex are boring, and the ones that have a lot of it are not trustful, and that will always have a old shoes to a crooked foot; what they forgot to tell us is that there are more crooked minds than feet.
They made us believe that there’s one way formula to be happy, the same one to everybody, and the ones that escape from that are condemned to be delinquents. We have never been told that those formulas go wrong, they get people frustrated, they are alienating, and that we can try other alternatives.
Oh! Also they did not tell us that no one will tell those things to us.
Each and everyone of us will have to learn by ourselves. And, when we get to the point that you are in love with yourself first, that’s when you can fall in love with somebody.
John Lennon
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto! Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che l’amore, quello vero, si trova una volta sola, e in generale prima dei trent’anni. Non ci hanno detto che l’amore non è azionato in qualche maniera e nemmeno arriva ad un’ora precisa.
Ci hanno fatto credere che ognuno di noi è la metà di un’arancia, che la vita ha senso solo quando riusciamo a trovare l’altra metà. Non ci hanno detto che nasciamo interi, che mai nessuno nella nostra vita merita di portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: si cresce con noi stessi. Se siamo in buona compagnia, è semplicemente più gradevole.
Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare. Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione. Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò.
Ognuno di noi lo scoprirà da sè.
E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, allora potrai innamorarti di qualcuno.
John Lennon
domenica 20 luglio 2014
afonia
Se non parli
con chi è degno di ascoltarti, perderai il tuo pubblico. Se parli con chi non è
degno di ascoltarti, perderai le parole. Chi è depositario del vero sapere, non
perde il pubblico e non perde nemmeno le parole.
Confucio
sabato 19 luglio 2014
acqua sotto i ponti
L'aereo sbarca a Pisa che è buio già da tempo. All'uscita non c'è
nessuno ad aspettarmi.
Io e il mio trolley ci spostiamo fuori, nella notte toscana. Compro il
primo biglietto d'autobus per Firenze e dopo quasi un'ora sto cullando i miei
sogni su un pullman diretto nel passato.
Arrivati a Santa Maria Novella chiedo all'autista se non gli spiaccia
lasciarmi a Novoli prima di ricominciare il turno dall'aeroporto di Peretola. E
così a mezzanotte mi ritrovo di fronte al colossale tribunale di Ricci, in una
zona che conosco fin troppo bene.
Poco più avanti un'auto mi sta aspettando. Ti saluto e ci dirigiamo
alla tua nuova casa, dove pizza e birra ci aspettano per cena all'una di notte.
Mangiamo voraci seduti sulle poltrone del soggiorno, mentre sullo schermo
scorrono immagini di un giovanissimo Keanu Reeves e dalle nostre parole riemergono
scene del passato universitario. Gli amici, gli esami, le uscite, le vecchie e nuove famiglie. Le persone disperse e quelle presenti. Poi la stanchezza ha la meglio e sopraggiunge il
sonno.
La mattina, dopo aver fatto colazione al bar dei cinesi, ti saluto e mi dirigo con il mio trolley verso il centro. Attraverso il parco di Gabetti&Isola, via Terzani, lo studentato, l'aera Belfiore.
Torno ad essere un turista in una città che per tanti anni è stata mia.
Macchina fotografica a tracolla e bagaglio a seguito come il più tipico degli
stranieri. Duomo, Repubblica, S. Lorenzo, Oblate, S. Croce, Ciompi e poi Santa
Maria Novella dove mi raggiunge un altro vecchio amico. Ci arrostiamo le
chiappe sulle assurde panchine in acciaio della piazza e ci salutiamo, io
diretto al mio treno tu alla tua famiglia.
E così si torna, un'altra volta, a casa.lo que haces
L'edificio che avevo adocchiato il giorno precedente è la Biblioteca
Escuelas Pias, un'antica chiesa riconvertita magistralmente in biblioteca. Mattoni
e pietra si alternano ai nuovi interventi in legno, dando vita ad uno spazio di
una sacralità diversa: quella intellettuale.
Rampe di scale rettilinee in cemento risalgono sulla parete esterna della
chiesa e portano ad una terrazza sul tetto da cui si può godere del famoso
cielo di Madrid.
Il MediaLab del Prado è un interessante progetto. Due navi industriali
sono state unite da un volume centrale per la distribuzione verticale. Mentre l'esistente
è stato ripulito lasciandolo nudo, impianti e partizioni a vista e ridotte al
minimo, il corpo scale è un curioso oggetto che si ritorce su se stesso, neutro
all'esterno e flash all'interno.
Approfittiamo delle ultime ore per visitare l'interno del CaixaForum. Scorriamo
velocemente la mostra sulla Pixar, rimanendo incantati dallo "zootropio",
una scultura che dimostra il principio dell'animazione. Dopo aver commentato
gli interni del Caixa, il vuoto centrale e perfino i bagni, ci dirigiamo verso
la stazione di Atocha. I saluti sono rapidi ed increduli come quelli del mio
arrivo.
Hasta muy pronto, Esme.
amarezza e arroganza
È facile
essere poveri senza provare amarezza, mentre è difficile essere ricchi e non
essere arroganti
Confucio
lunedì 14 luglio 2014
candela
Entriamo nel Candela dopo che un uomo all'ingresso ha controllato che i
nostri nomi fossero sulla lista. Il bar è composto da un'unica sala stretta e profonda,
l'ingresso su uno dei lati corti, il palco sull'altro. Un lungo bancone, al
quale sono già accalcati diversi avventori, copre quasi completamente la parete
senza finestre. Il resto del locale è occupato da sedie di legno, disposte in
file ordinate e strettissime. I muri una volta bianchi sono ora nascosti da una
moltitudine di foto, poster, locandine ed articoli che riguardano i ballerini
di flamenco che sono passati di qui. L'atmosfera è quella di un bar andaluso,
anche se vagamente ripulito.
Amelia, la stella della serata, viene a salutarti e ci presentiamo
velocemente: una donna piccolina, dallo sguardo furbo ed intenso, i capelli
nerissimi raccolti sulla nuca ed un vestito strettissimo.
Con i nostri botellines in mano prendiamo posto ed aspettiamo l'inizio
dello spettacolo. Mentre tu chiacchieri con la tua amica della fila davanti, io
faccio la conoscenza della mia vicina. Anche perchè è così vicina che quasi
condividiamo la stessa sedia. Originaria di
Istanbul, mi racconta di essere venuta a Madrid perchè qui ci sono le migliori
scuole di flamenco del Paese. Ed io che pensavo che fossero nel sud. Mi spiega
che il ballo si originò in Andalusia ma poi la sua diffusione è stata legata
negli ultimi anni ad insegnanti che risiedono nella capitale. Mentre si prodiga
in spiegazioni, al suo lato il padre resta seduto composto osservando benevolo
lo strano folclore che lo circonda senza capire una sola parola.
Dopo una rapida presentazione
del proprietario del locale, sul palco sale un uomo vestito con pantaloni e
maglia scuri, capelli brizzolati pettinati all'indietro, chitarra classica al
seguito. Il cantante, stivale in pelle nera e camicia nera aperta sul petto, ci
introduce il ragazzo più giovane della compagnia: pizzetto ed imbarazzante
bandana nera da rapper in testa, ma a quanto pare un ottimo violinista
flamenco.
Il chitarrista è un prodigio, come si conviene. Il violinista si
inserisce con accenti striduli ed il sopracciglio sollevato. Il cantante, uomo
di mestiere, si lamenta con stile. Poi entra il ballerino in nero. Si dimena
con grazia non eccessiva, ma con arte sul piccolo palcoscenico. Pesta il legno
che lo sostiene, frusta l'aria, afferra il furore. Ma è quando entra Amelia che
lo spettacolo si fa tale. Il dramma scritto in faccia, raccolta in un vestito che la
risucchia a dovere e ne esalta le forme senza la minima volgarità, anzi, con un
tocco di funereo rispetto. I tacchi castigano il palco con percussioni potenti,
le palme ad afferrare e schiaffeggiare uno spirito che solo lei riesce a
vedere, la gonna a tracciare traiettorie disattese.
Poi è tutto un climax. I ballerini escono, e rimangono i suonatori a
rimpallarsi melodie zigane con virtuosismi da star. Si inserisce il canto,
esplicitando con gli strani gorgheggi il debito che questa musica ha con la tradizione
araba. Ed infine, insieme al ballerino, torna la regina in un vestito rosso
fuoco. In preda a raptus sempre più intensi, si dimena fino a perdere
progressivamente tutti i fermagli che le tengono in posizione la capigliatura. Nel
momento di coinvolgimento massimo Amelia si ferma, ansimante. Il pubblico
applaude, i suonatori si alzano in piedi continuando a suonare e tutti quanti
scendono dal palco cantando, ballando, e battendo le palme per infilare la
porta laterale e le scale che portano nell'interrato, dove lo spettacolo
continua solo per pochi intimi.
venerdì 11 luglio 2014
sognare
Garcia Lorca mi guarda coi suoi occhi di bronzo, plaza Santa Ana a
fargli da quinta. I turisti gli sfilano a fianco, si fermano a farsi le foto,
quasi fosse uno dei tanti mimi in circolazione. Mentre Federico continua a
fissare la colomba che dalle sue mani non riesce a spiccare il volo, seduto su
un cubo di porfido lucido, spalle al Teatro, fronte al Reina Victoria, parlo
silenziosamente col poeta che mi risponde con la sua immobilità. Il tempo passa
attorno a noi, statue inanimate ognuna a modo suo.
Al margine di Plaza Àngel un giardino splende del sole meridiano. Un
chiosco in ferro e vetro lascia vedere al suo interno il negozio di fiori più
antico della città, un secolo di esperienza in sensazioni vegetali. Il tempo è
passato, il tetto in legno è stato rinnovato, le colonne in ghisa ripulite ed
il negozio accuratamente cosparso di oggetti di uno studiato stile vintage. Seminascosto
da alberi e fronde, un grande cartello campeggia all'ingresso: "non
smettere di sognare".
Passeggiando arrivo a Lavapiés. I gruppi di nordafricani sono sempre
più numerosi, il modo di vivere la strada sempre più da piccola comunità, da
luogo in cui quel che succede viene controllato da tanti occhi. Arrivato davanti
ad un vecchio edificio, un'antica chiesa riconvertita in qualcosa di moderno,
decido di fermarmi e godermi un po' di sole in una piazzetta laterale, poco più
bassa della strada, dove non c'è nessuno. Con calma scruto la rugosa parete
centenaria in mattoni scrostati ed il nuovo edificio nascerle sotto pelle. Ampie
vetrate dietro a fornici antichi, una grande terrazza sull'attico dal quale si
vedono sporgere ombrelloni e mani abbracciate a cocktails. Mentre lascio che il
matrimonio tra antico e nuovo depositi in me i suoi semi, un ragazzo attraversa
la piazza, mi vede e mi chiede se ho da accendere. Ovviamente no. Lui si ferma
e si avvicina con nonchalance. Mi chiede se aspetto qualcuno, cosa faccio da
queste parti, si inventa che gli sto simpatico. Capelli rasati, bracciale d'oro
a grosse maglie, ray-ban con finiture dorate, mi chiede se non ho da dargli
qualche spiccio. Rispondo in maniera cordiale cercando di evitare di creare
tensioni. Il ragazzo si avvicina e si siede sempre più vicino sulla panca. Solo
uno stupido non si accorgerebbe che sta cercando in quale delle mie ampie
tasche dei pantaloni si trova il portafoglio. Mi alzo, dicendo che si è fatto
tardi e che devo andare. Lui si alza con me e chiede perchè non voglio
chiacchierare con lui. "Facciamo un ballo, qui in piazza" dice,
trovando così il pretesto per prendermi per la vita ed infilare una mano nella
tasca. Fortunatamente riesco a svincolarmi in tempo e a tornare sulla via
principale. Gli altri ragazzi del suo gruppo, appoggiati di spalle al muretto,
non fanno una piega, e lui continua ad attraversare la piazza come se niente
fosse. Questa volta gli è andata male, ma non gli importa più di tanto.
venerdì 4 luglio 2014
ultimo sole
Usciamo dal bar e lasciamo liberi i piedi di scorrazzare per la città. Il centro è ricco di attività creative: gallerie d'arte, studi di comunicazione, sale di coworking,laboratori di restauro, negozi di recupero di oggetti vintage. Si percepisce una movida culturale creativa che cerca con l'inventiva di superare una crisi economica che dura ormai da troppo tempo.
Le parole fanno il loro mestiere. Sollevano il morale, annullano la fatica e riscoprono attimi del passato come profumi, riportandoci ad un mondo di serenità e gioia che non c'è più, annegato nelle complicazioni. I piedi ci portano senza premeditazione di fronte al Palacio Real ed alla cattedrale de la Almudena proprio mentre il sole prova lentamente ad inabissarsi trai rilievi all'orizzonte. Attraversiamo il ponte dei suicidi e, birra in mano, ci sediamo sulle erbose pendici della ripida collina puntando lo sguardo a ovest, oltre Casa de Campo. All'ombra dell'ultimo sole ci lasciamo cullare dalla musica della terrazza dietro di noi, mentre ci accendiamo per la storia di Gainsbourg, per il suo carattere e la sua estetica, per sua moglie e le sue canzoni. Intorno, gruppo di ragazzi confidano perle di vita e banalità alla loro bottiglia, confondendo il fiato con i fumi della marijuana.
Le parole fanno il loro mestiere. Sollevano il morale, annullano la fatica e riscoprono attimi del passato come profumi, riportandoci ad un mondo di serenità e gioia che non c'è più, annegato nelle complicazioni. I piedi ci portano senza premeditazione di fronte al Palacio Real ed alla cattedrale de la Almudena proprio mentre il sole prova lentamente ad inabissarsi trai rilievi all'orizzonte. Attraversiamo il ponte dei suicidi e, birra in mano, ci sediamo sulle erbose pendici della ripida collina puntando lo sguardo a ovest, oltre Casa de Campo. All'ombra dell'ultimo sole ci lasciamo cullare dalla musica della terrazza dietro di noi, mentre ci accendiamo per la storia di Gainsbourg, per il suo carattere e la sua estetica, per sua moglie e le sue canzoni. Intorno, gruppo di ragazzi confidano perle di vita e banalità alla loro bottiglia, confondendo il fiato con i fumi della marijuana.
Dopo un
rapido passaggio da casa ci infiliamo in un
cinema del centro. Seduti nelle ultime poltrone di una sala stranamente asimmetrica e dai
soffitti stuccati, aspettiamo che si spengano le luci per poterci sparare i
nostri panini e le nostre birre. Il film di Wes Anderson è affascinante,
un'ambientazione dalla strana atmosfera, al limite tra il poetico ed il comico. Ma
sono troppi giorni che non riposi e la poltrona è un richiamo troppo invitante.
mercoledì 2 luglio 2014
està que arde
La mattina
comincia lenta, senza fretta. Come fosse domenica e questa fosse casa mia. Il
Rastro è grigio e la colazione prevede tostada con miele e frutta secca.
Mi chiudo la
porta alle spalle e comincio il mio vagabondaggio urbano. Ricordo ancora
qualcosa di questa città, quando ci venni con Gaelle, e poi a visitare Claire.
I luoghi dove eravamo stati insieme come una costellazione vaga nella nebulosa
della geografia metropolitana. Osservo la cartina alla fermata dell'autobus di
Ronda de Toledo, ne traccio una mappa mentale e parto in direzione di Tirso de
Molina e Paseo del Prado. Dopo una breve tappa al Caixa Forum per scroccare la
rete e fissare un pranzo alle quattro, incappo in una piacevole novità.
Nascosto tra le pieghe del tessuto urbano, un lotto inaspettatamente vuoto è
stato trasformato in un parco provvisorio a disposizione dei cittadini.
Spartani ma ordinati orti, un laboratorio di restauro di mobili, un anfiteatro
di pallet annegati nella terra, una lavagna per i più piccoli, una rastrelliera
per le bici. Tavolini, panche, sedie e amache sono sparsi ovunque per favorire
relazioni sociali non previste. Mi siedo nell'anfiteatro a ridosso della parete
in mattoni antichi ed entro a far parte della scena. Un giovane padre, apparentemente
disoccupato, cerca telefonicamente di stabilire un appuntamento per qualche
lavoretto artigianale, mentre di sottecchi sorveglia la figlia che gioca nella
terra polverosa. Un quarantenne si infratta trai giunchi per rollarsi uno
spinello e, poco più in là, tre ragazze stanno sedute in silenzio a fumare,
godendosi i pochi raggi di sole. Sotto questo cielo grigio è bello che ci sia
un posto verde di tutti, anche se non curato come ce lo si aspetta. Un luogo
mutevole e provvisorio.
Mentre varco
il cancello per uscire un piccolo gruppo di bimbi delle elementari arriva
accompagnato dai maestri e comincia a scorrazzare liberamente.
Con nonchalance
inforco l'entrata della Casa Encendida, saluto la persona all'ingresso e salgo ai
piani superiori. Mi godo una piacevole mostra sull'Estremo Oriente che mostra
foto, disegni ed oggettistica delle forme di abitare tradizionali del Giappone,
coi loro magnifici giardini artificiali che ricreano paesaggi in miniatura,
surrogati del monte Fuji e delle foreste. Mi affaccio all'accattivante caffetteria e poi
risalgo i vari piani passando per la
mediateca, la radio, la piattaforma televisiva. La terrazza sul tetto, luogo
affascinante anche se poco panoramico, è occupata da alcuni cineoperatori che
stanno intervistando un ragazzo, una qualche forma di artista direi dai modi e
dal vestire.
Alle quattro
passate ci sediamo al Verbena, dove ci aspetta il nostro menù. Un bell'ambiente,
stile accogliente, e noi che ci perdiamo in chiacchiere mentre il sole comincia
lentamente la sua parabola discendente sulle strade di Tribunal.
giovedì 19 giugno 2014
la deriva
Il mio primo
pranzo in città arriva intorno alle sei del pomeriggio ed è costituito da
patate e crocchette, oltre all'immancabile caña. Sto già un po' meglio.
Appoggiata la valigia ci incamminiamo verso il concerto.
Le parole
corrono lungo i marciapiedi del Rastro tentando di trovare un loro ritmo.
Mentre risaliamo la collina in direzione di Plaza Mayor il passato riemerge
dagli angoli della città e si sovrappone al presente. Una piazza che ancora non
aveva conosciuto gli Indignati, sulla quale regnavano i mimi e gli artisti di
Noviembre. L'ostello "Dolce Vita" e le sue camere colorate, una
diversa dall'altra, le lampade a forma di stella. Una testa sconosciuta che
dorme sulla mia spalla in un bus notturno. Chueca coi suoi abitanti, i suoi bar
alla moda, la sua irriverenza. Il Dmystic ed i sottobicchieri con la spirale,
una maglietta troppo corta, un bagno da applausi. La musica nella notte. I
"100 montaditos", la cintura che ancora porto, un'intervista sul
tetto della Casa Encendida, nostra insperata scoperta. La facciata verde del
Caixa Forum non ancora terminato. Cibele che guarda a sud dall'alto del suo
carro e Atocha, la grande serra verde che custodisce le arterie metalliche
della capitale.
Ubriacato da
tante immagini scorro il presente con una strana malinconia che tento di
ricacciare indietro.
Plaza Mayor
è rosa. Una moltitudine di ragazze e donne di tutte le età ha occupato quasi
metà della piazza e, radunate di fronte ad un palco dove 4 ragazzi si dimenano,
si muovono simultaneamente a ritmo di salsa.
In Puerta
del Sol, nonostante il nome, non c'è ancora la porta e non c'è più il manifesto
gigante di Gasol.
Ci dirigiamo
verso ovest, direzione Manzanares e, birra in mano, decidiamo di dimenticarci
del gruppo spalla.
La Riviera sembra
un edificio abbandonato, un ammasso di volumi e tetti a spiovere da cui fuoriescono
i nidi metallici degli impianti. Dentro il buio fa il suo dovere, nascondendo
palme di plastica, soffitti rimediati, ballatoi di dubbia utilità.
I Vetusta
Morla , illuminati da sei grandi lampade, suonano la carica e predicano di non
arrendersi alla situazione presente. La carica è assicurata e noi proviamo a
perdere la voce cantando dall'inizio alla fine.
Habrá que inventarse una salida / Que el destino
no nos tome las medidas / Hay esperanza en la deriva.
Salutiamo i
nostri compagni musicali e torniamo a solcare i marciapiedi nella notte
madrileña fino a La Latina e poi al Rastro. La notte ed il sonno mi inghiottono
in breve, nuovo cittadino di una nuova città.
sabato 7 giugno 2014
aria di festa
La signora è
agitata e mi taglia la strada, finendo così per inciampare nella mia valigia.
Qualcuno dovrebbe dirle che correre non la farà arrivare a Madrid prima di noi.
Il portello
anteriore finalmente si chiude e tutti ci allacciamo le cinture.
- Buongiorno
signore e signori - dice la voce all'altoparlante - e benvenuti su questo volo
Ryanair con destinazione Barcellona.
Gli occhi
nei 189 passeggeri del Boeing 737 si alzano angosciati a guardare lo stuart.
- Scherzavo.
Con destinazione Madrid.
Sospiri e risa
di sollievo percorrono la cabina mentre i corpi tornano ad appoggiarsi agli
schienali.
- Vi
preghiamo di prendere posto e di depositare i bagagli a mano nelle cappelliere,
mentre borse e dispositivi elettronici dovranno essere collocati al di sotto dei
sedili. Da questo momento i telefoni cellulari dovranno essere messi in
modalità "volo". Se il vostro telefono non ne fosse munito ... beh, è
ora che ve ne compriate uno nuovo, perchè in ogni caso non potrete usarlo.
Tra le risa
generali mi lascio abbracciare da Morfeo e le parole in castigliano sfumano
nelle mie orecchie mentre ci alziamo al di sopra delle nuvole.
- Signore e
signori, per favore vorrei avere la vostra attenzione solo per qualche minuto -
sento nel dormiveglia.
- Ehi! C'è
nessuno sveglio? Non è possibile. C'è solo una ragazza attenta in tutto
l'aereo? Dai, non fate così che mi sento solo. Vi immaginate se doveste
scendere dall'aereo con un milione di euro? Cosa ci fareste? Pensateci.
Potreste finalmente comprarvi la macchina nuova, il nuovo computer, la barca.
Potreste salutare il vostro capo ed andare in vacanza per un anno. Oppure
potreste mandare in viaggio vostra suocera. Magari insieme al vostro capo... So che vi sembrerà impossibile, ma qualcuno non ha voglia di vincere tutti questi soldi. Ora io e i miei colleghi passeremo trai sedili coi biglietti della lotteria. E non fate come al solito che cercate ogni scusa per non comprarli. Come quelli che fanno finta di dormire appena passiamo, o guardano ostinatamente fuori dal finestrino. O quelli che leggono intensamente le riviste. Tanto sono in inglese, e non le capite.
Poi lo stuart prova a riassumere
in italiano:
- Buongiorno
signore e signori, mi chiamo Javier, in italiano penso che sono Saverio.
Quindi, se doveste vincere il premio della lotteria, ricordatevi di questo
nome. Saverio. Saverio. Saverio...
L'aereo
sobbalza vistosamente nel suo avvicinamento a terra. Sento voci preoccupate
dietro di me, la signora cinese al mio fianco sembra debba portarsi via i
braccioli come souvenir, qualcuno pensa di aver bisogno di un sacchetto.
Saluto la
hostess e poggio il piede sulla scaletta metallica.
Spagna. Dopo
tanti anni, finalmente, nuovamente, Spagna. E poi, dopo tanti anni, Madrid.
Scendo i
gradini bianchi provando a recuperare la lucidità che il sonno mi ha tolto.
Cerco, dentro, i pensieri in castigliano ma per quanto frughi, insensatamente,
tutto ciò che trovo è solo un farfugliante inglese.
E così il
mio primo passo sul suolo reale suona ridicolo come quello di un goffo Gagarin
che non sa più che dire.
martedì 27 maggio 2014
superiorità
Entriamo nell'osteria
ma Irene ed il suo amico non sono contenti.
Dopo mesi
che sono a Bologna i ragazzi baschi, che non hanno ancora imparato a comunicare
in italiano, escono per la prima volta nella zona del Pratello. Reduci da un
quarto d'ora nel quale non hanno perso occasione di lamentarsi del modo
selvaggio che hanno gli italiani di guidare, dell'assoluta impossibilità di muoversi
in bicicletta, della lontananza dei bar rispetto a dove ci eravamo ritrovati, del
fatto che non ci siano bevande tipiche della città, pronti a fiondarsi in un
bar dove continuare ad alzare vorticosamente il loro tasso alcolico, si
ritrovano invece, per errore, in un'osteria semivuota. I ragazzi non si
preoccupano di mascherare il loro disappunto, ironizzando sul fatto che non
sarebbero mai entrati in un posto del genere dove non possono ordinare nessun
superalcolico, dove sono costretti a stare seduti. Deridono l'amaro che viene
loro portato (non è un chupito e non è un cubata), il fatto che beviamo birra e
vino invece che cocktail, il fatto che si parli piuttosto che..
Ci spostiamo
nel bar seguente per cercare di dargli corda, ma anche qui non si lasciano
sfuggire l'occasione per sfottere gli shot che gli vengono proposti, il prezzo
dell'alcol.
Prendono posto
di fianco a me. La signora, una bambina di cinquant'anni avvolta in un foulard
a pois, si premura che i viaggiatori intorno a lei capiscano che la figlia
andrà per un semestre a studiare in Irlanda, dopo l'estate. La ragazzina controlla
ossessivamente lo smartphone da sotto il trucco mentre non si cura di
nasconderci la musica che sta ascoltando dai suoi auricolari bianchi.
- Spero almeno che non sia una scuola solo
femminile.
- Beh,
perchè, cosa credi di andare a fare là?
Inforcati gli
occhiali e impugnato lo smartphone la madre esplora il sito della scuola.
- Ahahah. Guarda
che divisa che dovrai avere!
- Mamma mia.
Che brutta gonna. E poi quel maglione, di quel colore! Ma perchè devo avere la
divisa?
- Pensa che
faccia farebbero se arrivassi vestita così - scherza alludendo ai pantaloni
appositamente bucati e lisi ed alla canotta succinta.
- E poi
perchè devo mettere per forza le scarpe nere? - si lamenta, dimentica delle
scarpe nere lucide che indossa al momento.
- Questa è
la direttrice. E questa la scuola.
- Oh dio. Guarda
qui. Ma sono tutte brutte le irlandesi! Cioè, no dai, non sono brutte, sono ...
grosse. E bianche.
- Questo qui
è il paesino. Tutto prati verdi e vacche. Vedrai che finirai a mangiare patate
tutti i giorni!
- Dai, mamma!
Ma se è così terribile perchè dovrei andare?
- Perchè -
dice la madre ridendo della propria battuta - io ho già pagato!
Sono sempre
più insofferente a chi si abbevera della cultura altrui senza cercare di
capirla, armandosi unicamente di spirito di superiorità. Criticandone gli
aspetti senza pensare che, spesso, le proprie consuetudini non sono migliori di
quelle del Paese ospitante, ma semplicemente diverse, e dimenticando
completamente il fascino dell'Altro. Una mancanza di spirito adattivo, di vera
curiosità, di animo costruttivamente critico, di capacità di osservazione e
comprensione.
La lamentela
costante, così come il continuo negarsi ad esperienze differenti, non
nascondono altro che un'insicurezza profonda ed il tentativo di giustificare,
denigrando le alternative, la propria condotta. Ed in fondo, quindi, la propria
vita.
mercoledì 21 maggio 2014
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