lunedì 19 ottobre 2009

dopo la quinta


In piedi sulla porta, con un amabile sorriso, da indicazioni a due ragazzi asiatici. Poi li saluta e dice “Welcome to Venice”
A me non l’aveva ancora detto nessuno.

Quindi tu parli tre lingue, domando ingenuamente a Rachman. Lui, da dietro il bancone del suo Doner Kebab, mi dice che ne parla un po’ di più.
Tipo? - gli domando.
Ovviamente il bengalese, che è la nostra lingua ufficiale, l’inglese e l’Indi. Poi l’italiano, un po’ di francese, tedesco, spagnolo e portoghese. E se vengono giapponesi o cinesi qualcosa devo saper pur dire …
Io e Silvia lo guardiamo stupiti.
Sì, ma dopo la quinta lingua le altre sono facili, credetemi – ci dice quasi discolpandosi.
Dopo la quinta lingua, eh!

giovedì 15 ottobre 2009

la chiesa fortezza - dia 14


Come un velo sugli occhi appena aperti. Come il ricordo del giorno precedente e il presagio del futuro. Le colline sono avvolte in una sciarpa di umidità che non lascia vedere altro che le loro sagome, un gioco di ombre cinesi all’orizzonte. Immagino il verde denso dei boschi e vedo un mondo in scala di grigi.
Questo ambiente è perfetto per la Galizia, proprio quello che mi immaginavo. Calza a pennello. Umidità che sale dai campi bagnati di pioggia e rugiada, aria satura e pulita, cielo incolore ed un sole che non riesce a bucare le nubi. E il mio corpo che scende e sale per sentieri sinuosi, in mezzo a boschi e prati, le nuvole basse a imperlarmi i vestiti.
Attraverso il ponte sul fiume, un lungo ponte su un largo fiume. Dal pelo dell’acqua si intravedono dei frammenti di muri emergere a tagliare la superficie cromata dell’acqua. Dall’altra parte, salendo una ripida scalinata che ricorda vagamente i templi Maya, si erge Portomarin. Mi incammino per una via porticata, abbastanza recente, ed arrivo nella piazza principale, uno spazio rettangolare dove si trovano gli edifici più antichi: le poste, l’edificio comunale e la chiesa. Uno spazio stranamente regolare, eccessivamente ampio per un paesino come Portomarin. Mi fermo ad osservare la chiesa. Il portale decorato in un semplice stile romanico e sopra uno strano rosone, molto geometrico e spigoloso, poco elegante. Ma la sorpresa è la cornice. Grossi fasci d’angolo e merli sulla cima le danno un’aria da piccola fortezza, più che da edificio religioso. Entro nella grande navata unica, mi do un’occhiata intorno e poi mi intrattengo a parlare con una ragazza del luogo. Mi racconta che effettivamente la chiesa veniva utilizzata come piccolo baluardo difensivo e che quello che attualmente era un rosone in realtà era una meridiana, l’orologio solare del paese.
Il problema è che quando Franco ottenne il potere – mi dice – decise di costruire una centrale idroelettrica e quindi creare un lago artificiale dove si trovava il paese. E così la chiesa e gli edifici principali del villaggio furono smontati pietra per pietra e ricostruiti su questa collina. La chiesa fu rimontata con un orientamento differente ed è per questo che quella che era una meridiana ora è il rosone.

Ecco spiegato il mistero. E tutto torna.

martedì 13 ottobre 2009

km 100 - dia 14

Incomincia a piovere. Una pioggerella leggera, quasi non scendesse neppure, sospesa nell’aria grigia. Come una malinconia, una tristezza nebulizzata.
Raggiungo Ferreiros, stanco e bagnato, con indosso tutti gli indumenti che possiedo. Nell’albergue non c’è più posto per pellegrini, è già troppo tardi ed è tutto pieno. In paese non ci sono altri posti dove dormire per cui la scelta è tra tornare indietro di qualche chilometro a cercar posto o proseguire fino al successivo centro abitato, una decina di chilometri più avanti.
Ci penso un po’ e poi saluto i nuovi compagni di viaggio, un olandese e un’italiana, che proseguono il cammino mentre io mi siedo sulla panchina di fronte all’albergue, incurante della pioggia che mi cade addosso. Stanco guardo la luce farsi più fievole e l’umido condensare e farsi come rugiada intorno alle mie gambe. È uno strano tempo, un tempo non inutile, e questo mi sembra incredibilmente confortante. I secondi che passano mentre due vite sconosciute si incrociano, e creano conseguenze inaspettate e gratuite. Chiacchiero con un ragazzo biondo che dormirà nell’albergue stanotte, spezzo il mio pane con lui: ecco la nostra povera merenda a tappare i morsi della fame. Mi rilasso un po’, tolgo le scarpe e sbendo la caviglia dalla garza che mi aveva dato un amico tedesco. Il biondo mi vede e mi regala la sua fascia elastica: me l’ha data una coppia di austriaci, ma ora non mi serve più – dice. Tienila tu, poi se li incontri glie la restituisci da parte mia.

Dal basso edificio escono due persone, un uomo e un ragazzo. Con calma dicono che lasciano l’albergue perché han trovato posto nel ristorante lungo il cammino, alla fine del villaggio. Pare che i padroni del locale offrano ai pellegrini di poter dormire gratis sul pavimento del magazzino a patto che si ceni lì. Magnifico. Ecco perché non mi stavo preoccupando. Zoppicante raccolgo la mia vita in spalla e mi dirigo al ristorante con i due austriaci. Durante la breve discesa scopro che il ragazzo è il figlio dell’uomo, che hanno iniziato il Cammino dalla Francia ad un impressionante ritmo di quasi 50 km al giorno. Ed il ragazzo indossa unicamente infradito. Allucinante.

Il ristorante ci offre la miglior cena di tutto il Cammino ad un prezzo imbattibile. La serata passa in allegria, in compagnia di altri pellegrini, vecchie e nuove conoscenze. E poi un tetto sulla testa dove dormire, e niente più da chiedere.

venerdì 9 ottobre 2009

il chakra di samos - dia 13


La vita comincia a rimestarsi intorno a me. Nel buio si vedono fasci di torce illuminare come un occhio di bue i vari zaini, i letti. Mi riaddormento.
Mi alzo verso le 6.15 da solo e vado in bagno in un silenzio irreale. Mi affaccio nell’altra stanza del mio piano e non vedo nessuno. I letti sono completamente vuoti. È come se fossi entrato in un film di Kubrick. Mi sembra di aggirarmi per una casa disabitata nel cuore della notte, anche se la sensazione è stranamente di pace e riposo. Non c’è nessuno intorno, non un rumore, un suono, né dentro né fuori.
Scendo le scale, fino al piano terra dove in cucina c’è la luce accesa ma non c’è anima viva, a parte le mosche. Guardo fuori dalla finestra. Dietro il profilo delle montagne, sorvegliata dall’occhio attento dell’ultima stella e del sorriso della luna, il cielo comincia a prendere colore, a infiammarsi.
Scendo al piano interrato, e la scena che mi si presenta mi diverte alquanto. La rastrelliera che accoglie le scarpe dei pellegrini è piazzata contro una grande vetrata che dà direttamente sulla valle. Ieri sera eravamo in 120. Ora guardo lo scheletro della scarpiera stagliarsi contro le luci di un’alba ancora lontana e sorrido. Ci sono solo 3 paia di scarpe, di cui un paio sono le mie. Tutti gli altri sono già in cammino, guadagnando chilometri verso la valle.
Vado a salutare i miei compari che han dormito con la tenda nel giardino della chiesa. Da terra sale un freddo ed un umido incredibile, le scarpe sono già bagnate di rugiada. Ci separiamo ancora una volta, ed incomincio la mia discesa.

Al bivio per Samos mi sento ancora pieno di forze. Mi fermo sotto un albero a mangiare una frusta di pane e un po’ di frutta poi proseguo. Mentre cammino lungo il ciglio della strada statale, con i camion che sfrecciano al mio lato, mi raggiunge un ragazzo con una bandana in testa. Oggi è la sua prima tappa, dice pieno di energie, e ci addentriamo nel bosco.
Mi racconta che una volta stava male ed era stato portato da un santone che gli aveva insegnato la tecnica del Reiki. È una tecnica che si basa sul principio delle energie e dei Chakra, come molte filosofie orientali. Se l’energia non fluisce libera nei 7 Chakra, questo determina la malattia. Saper vedere questi centri di energia, saperli analizzare e liberare è la chiave per un’ottima salute psichica e di conseguenza mentale. Mi parla di riti, di maestri, di candele e pendoli. Mi parla di imposizione delle mani, di capacità di cambiare lo stato fisico di una persona a distanza, rilevabile da strumenti medici. Dell’energia che si trova ovunque, che puoi vedere quando guardi il cielo limpido.
Camminiamo 15 chilometri nella boscaglia e mi sembra di non stare neppure su questa terra. Mi sento il personaggio di un manga, un santone guaritore, energia allo stato solido, mi sento un mistico, mi sento così stanco e contento da avere le allucinazioni. Mi racconta di come il pensiero ha la capacità di cambiare la struttura molecolare dell’acqua, e di come noi, costituiti in gran parte d’acqua, possiamo cambiare il nostro stato fisico dominando i cambiamenti della nostra struttura.
Affascinante. Delirante, visionario, emozionante, orientale.
Poi finalmente uno squarcio nella boscaglia, e davanti a noi si apre lo spettacolo del monastero di Samos, adagiato lungo il ruscello.

domenica 4 ottobre 2009

o cebreiro - dia 12


Il sentiero fa un gomito stretto, nell’insenatura del monte e ci porta a guardare indietro, verso la valle che abbiamo appena attraversato, alle colline già così lontane. Poi stringe sulla destra e in un piccolo spiazzo, dove gli arbusti si diradano, ci aspetta il confine ufficiale della Galizia. Un respiro più profondo nasce spontaneo, come se la meta fosse vicina, nonostante manchino ancora più di un centinaio di km. Osservo la grande pietra, mentre il sole osserva me, e poi mi addentro nel bosco che mi accoglie appena varco il confine.
O Cebreiro è un piccolo villaggio in cima al monte. Punto cruciale per poi iniziare l’ultima grande discesa. Ancora resistono alcune case di pietra e giunchi secchi, la chiesina; tutto intorno boschi e pendii che portano verso valle.
Ancora una volta si scatena la lotta per il letto. Un centinaio di pellegrini trovano rifugio nell’albergue, una cinquantina nelle piccole pensioni del paese, ma tutti gli altri restano fuori. Letteralmente. Nonostante i 1300 metri di altitudine non ci sono posti al coperto. C’è chi decide di passare la notte nel piccolo ingresso della chiesa, sperando così di ripararsi dal freddo umido della notte montana, chi si accampa per strada, chi nel giardino dietro alla chiesa. Sarà una notte lunga e difficile.

venerdì 2 ottobre 2009

cumuli di tronchi - dia 11

Alle 5 comincia il movimento nella catacomba. Della cinquantina di corpi che dormono sotto terra con me una trentina cominciano a muoversi silenziosi, ricostruendo lo zaino e preparandosi a partire nel buio della mattina. Mi alzo palesemente zoppicante e riemergo alla superficie. Guardo il mio tendine d’Achille con un sorriso mesto. Il simpatico vecchino mi avrà anche regalato delle perle di saggezza ieri, ma che gufo! La discesa fino a Ponferrada è stata un calvario, infinita e sempre più zoppicante. All’arrivo al monastero la famosa caviglia che mai aveva avuto problemi era dolorante e gonfia per una tendinite. Mentre curavo le bolle ai piedi e fasciavo la caviglia intorno a me la gente si accampava dove trovava posto: sotto il portico, nel giardino, nell’ex-campo santo. Poi, improvvisamente, il pericolo piattole. Una delle ragazze che era con noi a Manjarìn aveva morsi di pulci ed è scattata la quarantena per non contagiare tutti. Tutte le sue cose sono state cosparse di veleno, chiuse in un sacco e lasciate nell’ex-cimitero. E così con quelle di chi poteva essere stato contagiato. Io compreso.
Nel buio del mattino ci vestiamo ed iniziamo a camminare, ognuno con i suoi dolori.
Fa caldo, molto caldo. Raccogliamo alcune pere da alberi sul sentiero, ci cibiamo di more. Passiamo per campi ricchi di viti e frutteti, cominciamo a salire nuovamente circondati da boschetti. Poi io e Giova saliamo sul surf dei discorsi ed il tempo passa mangiandosi fatica e caldo. A notte siamo a una decina di km più avanti di dove avremmo dovuto essere. Ci accolgono le montagne.
Il giorno ci abbandona in rifugi diversi. Questa notte dormirò nella lavanderia di un ostello, con la testa di fianco alle lavatrici, e a farmi compagnia nel sonno avrò due amici tedeschi e due ciclisti valensiani. Dalle tre finestre (una chiusa ma senza vetro, una con un cartone e una senza neppure l’infisso) ci arriva il suono della vicina statale e dei camion che sfrecciano nel buio stellato. E domani Galicia.

mercoledì 30 settembre 2009

l'albero della saggezza - dia 10

La campana suona che è ancora notte. I corpi degli altri pellegrini si alzano (per quello che si riesce con 1 metro e 20 di altezza), fanno lo zaino ed escono. Raggiungo Will, Sasha e la loro amica che mi aspettano. Si dirigono verso il crinale e da lì guardiamo giù. La tempesta di ieri sera ha lasciato spazio ad un alba di nuvole basse sull’orizzonte.
Saluto gli altri ragazzi e comincio la discesa in solitario.

Ormai è giorno fatto quando vedo in lontananza Molinaseca. Mentre zampetto per raggiungere il primo villaggio della giornata degno di questo nome vengo trattenuto da una voce.
-Non ti fa male la caviglia?
Se non mi avesse parlato non l’avrei neppure notato tanta era la foga e l’entusiasmo con cui scendevo. Un anziano signore sta seduto sotto l’unico arbusto abbastanza grande da fargli ombra che si trova lungo il sentiero, qualche centinaio di metri più in su del paese. Sembra assurdamente un quadro bucolico del mondo antico. Quasi mi aspetto che mi parli in latino.
Mi giro e gli rispondo di no, casomai il ginocchio che è malandato, ma per oggi si sta comportando bene, grazie.
Sto ancora scendendo, pensando di aver chiuso la conversazione con questa frase educata e sono pronto a salutarlo. Ma evidentemente il vecchio ha lanciato solo un amo ed io ho abboccato.
Sicuro che non ti fa male? Guarda che poi dopo quando inizia a farti male il dolore non ti lascia più … eh, ne ho visti tanti passare di qui doloranti e io … Molta gente passa di qua correndo e non si rende conto che non è questo il cammino. Tanti non sanno neppure cosa abbiano intorno, dove stiano passando, non se lo godono!
Preso. Ha tirato la lenza e mi ha preso. Ormai sono immobile, in piedi davanti al paesano, con lo zaino in spalla e le gambe che scalpitano per scendere. Ma resto fermo. Gli altri pellegrini mi passano di fianco salutando.
Il vecchio mi chiede di sedermi e allora mi vengono in mente le parole di Sasha di ieri, mentre sotto la grande quercia mi offriva il pranzo: il Cammino non è una gara. Non c’è un premio per chi arriva primo. Il senso del Cammino è camminare. È godere del cammino mentre lo stai facendo, non è la meta. È tutto quello che c’è in mezzo tra la partenza e l’arrivo.
Mi lascio convincere dalle parole di questi due sconosciuti e decido che forse vale la pena sostare un attimo, tirare il fiato ed entrare dentro l’anima di un uomo di questa terra. Mi siedo su un tronco e mi metto ad ascoltare quelle parole il cui accento tradisce la vicinanza della Galizia, quasi fosse un aroma che non puoi non respirare.
L’uomo è sempre stato un pastore. Si alzava al mattino, pascolava le sue mandrie e poi tornava a casa. Un tempo quelle terre erano ricche di campi di cereali e di foraggio per il bestiame. Poi arrivò Franco e rese loro la vita impossibile. Così quei paesini cominciarono ad essere abbandonati fino a diventare come ora era Manjarìn.
Gli racconto che viaggio con altri amici, ma che il Cammino mi piace farlo in solitaria, assecondando quelli che sono i tempi che il mio fisico e il paesaggio mi dettano. Lui mi guarda ed è contento. Gioca con il bastone a tracciare linee nella polvere del sentiero.
Fai bene, mi dice. Sei libero. Non sarai mai così libero in tutta la tua vita. Guarda me, sono single, i miei figli sono lontani ormai e io sono felicissimo. Basta poco nella vita. Un lavoro onesto, un orto per coltivare le patate e qualche gallina. Quando hai fame puoi sempre farti una tortilla e comprare una frusta di pane. Qui invece la gente è impazzita. È scappata dai villaggi per fare i soldi, è andata a Madrid a cercare fortuna, e ora che è ricca ritorna qui per costruirsi la casa delle vacanze.
Io ho sempre vissuto qui. Ora sono in pensione, mi alzo la mattina, mi metto sotto l’albero e chiacchiero coi pellegrini. Non devo girare il mondo, è il mondo che passa di qui. Poi quando torno a casa ho i miei animali che mi fanno compagnia. Dammi retta. Non avere fretta a sposarti. Non avere fretta.
Sono allibito. Mi sarei aspettato un discorso del genere da un mio coetaneo, ma non da un anziano abitante di un paesino sperduto nel nulla leonese. La serenità con cui le parole fuoriescono da questo omino grinzoso è incredibile. Non so cosa ribattere se non annuire stupidamente come un nipote di fronte a suo nonno.

il mondo in una stanza


Gli stavo dando corda giusto perché stavo aspettando, e in questi anni l’attesa è diventata una compagna ingombrante con cui ho imparato a ballare. La sala d’attesa era vuota e l’anziano signore non aveva voglia di conservare il silenzio nelle sue orecchie; o non voleva pensare a sua moglie in sala radiologia; oppure semplicemente aveva bisogno di scaricare un po’ di tensione. In ogni caso cominciò a parlare, come sempre succede, del più e del meno. È meraviglioso come i “luoghi comuni” vengano nutriti e cresciuti nei luoghi più comuni, luoghi di sosta che normalmente prendono la forma ideale di sale d’attesa. Dal medico all’ascensore, dalla fermata del tram al terminal aeroportuale. Mi ero già preparato al soffice assalto delle inezie che mi venivano riversate addosso con quella predisposizione d’animo che mi ricorda tanto il cellophane: pronto a farmi scorrere addosso qualsiasi cosa, rispondendo cortesia a banalità, senza lasciarmi infastidire.
Erano già diversi minuti che il discorso scorreva liscio, senza increspature, quando all’improvviso il vecchino esce dal seminato, cambia ritmo alla mia danza personale e inciampo, fende il mio cellophane. Senza neppure rendersene conto mi zittisce con una sola frase e poi prosegue con nonchalance, non accorgendosi che lo strappo ormai è fatto e che si allargherà sempre di più. Un sasso in uno specchio.

Ero in oncologia e un ragazzo mi dice: ho girato tutto il mondo e ora guarda, il mondo si è fermato in questa stanza …”

domenica 27 settembre 2009

manjarìn - dia 9


Ci lasciamo il crinale della montagna sulla destra e poco sotto, a qualche curva di distanza, vediamo il piccolo villaggio di Manjarìn. Dietro di noi il cielo continua a brontolare sempre più forte e i fulmini che cadono nella valle sono ormai vicini, l’aria carica di umidità elettrica. Oltrepassiamo la prima casa e ci rendiamo conto che quello che ci sembrava un villaggio ha smesso di esserlo da almeno una dozzina d’anni. I muri di pietra sono ricoperti di vegetazione, i tetti sfondati dagli alberi e non ci sono finestre nei fori ciechi delle pareti. La strada è l’unica spina dorsale su cui si trovano la decina di ex-case, che la natura ha rincorporato trasformandole nuovamente in paesaggio.
Dove la strada fa una curva per scendere nuovamente verso valle un cartello colorato attrae la nostra attenzione e ci infiliamo sotto quello che dovrebbe essere un portico artigianale. Un’accozzaglia di pali in legno, travetti, cannicciato e cellophane copre un piccolo spazio in terra battuta e pietra dove convivono senza ordine un tavolo spoglio, delle magliette da metallaro, degli annunci affissi in maniera precaria, un ripiano con una grande statua della Madonna, dei santini vari, un libro rilegato a spirale e altri oggetti che sembrano usciti da un mercatino di okkupa spagnoli. Contro la parete un bancone da bar e un cancelletto da casa nella prateria chiudono il tutto, mentre sulla destra, oltre il basso muretto in pietra, la vegetazione la fa da padrona.
Non facciamo in tempo ad orientarci in quel delirio di oggetti e cani e gatti che scorrazzano liberamente che la pioggia comincia a tamburellare il suo ritmo sul cellophane che copre le nostre teste. Dopo esserci registrati chiedo dove sia il bagno, per poter lavar via la fatica di un giorno intero di cammino dalla mia pelle. L’ospitalero mi dice che basta entrare nella prima casa disabitata del paese e lì, oltrepassata la porta, ogni posto è buono per.. se invece voglio fare la doccia non c’è modo. L’unica acqua esistente è quella che esce centellinata da un contenitore in plastica gigante appoggiato proprio dietro al recinto.

È passata quasi un’ora. Fuori il temporale lava l’orizzonte con decisione. Sasha e Will decidono di approfittare di quell’acquazzone per farsi una doccia al naturale, mettendosi in mezzo alla strada a torso nudo e lavandosi alla meglio. Noi intanto ci siamo sistemati nel sottotetto, nome che mai fu più appropriato. Infatti al di sopra dell’unico stanzone della casa, che funge da sala e cucina, è stato disposto un tavolato impostato dove il tetto incontra le pareti. Questo crea una sorta di piano la cui altezza massima è all’incirca un metro e venti, stretto tra il tetto e le tavole di legno, dove sono appoggiati uno di fianco all’altro 15 materassi. A lato del mio, dove il tetto si congiunge col muro, le tegole lasciano passare la pioggia ed un fiotto continuo entra bagnando prima l’unico materasso libero, poi il tavolato e infine colando al piano di sotto sulla panca della cucina.
La cena è servita. I 14 pellegrini sono seduti al lungo tavolo della cucina mentre gli ospitaleri, senza posto, si limitano a servire e chiacchierare in piedi. La cena è costituita da una zuppa di verdure nella quale si trovano pezzi di carne e ossa non ben identificate.

Poi è Tomàs a prendere la parola. Il grosso signore dai capelli e barba bianca, che indossa quella tunica bianca con la grande croce rossa stampata sul davanti. Dice che è significativa questa pioggia, perché 16 anni fa lui si rifugiò in quella che era una casa diroccata per trovare riparo dal temporale, e lì decise che quel rifugio sarebbe diventato un albergue al servizio dei pellegrini. La tempesta era stato il battesimo di quella casa, la sua rinascita a nuova comunità. E 16 anni dopo un’altra tempesta battezzava una nuova rinascita: da questa notte la casa non sarebbe stata più casa ma Tempio dei Cavalieri Templari. I pellegrini restano tutti un po’ allibiti. Guardo negli occhi il giovane prete slavo che sta davanti a me, ma lui elude ogni spiegazione. Alziamo i calici e brindiamo al nuovo tempio che per stanotte sarà la nostra casa.

Il sole è ancora al di sotto dell’orizzonte quando sentiamo la campana battere i suoi rintocchi. Scendiamo per la colazione e troviamo Tomàs sotto il portico che parla da solo. Mi avvicino lentamente. In piedi davanti al piccolo tavolino su cui trova posto la grande statua della Madonna ed un libro plastificato e rilegato, si trova il grande vecchio, con la sua tunica bianca, un cinturone in pelle borchiato, un principio di armatura a coprirgli spalle e ventre ed uno spadone sostenuto a due mani e appoggiato sulla fronte. Sta pregando Tomàs, leggendo dal libro preghiere che non esistono se non in quel tempio sperduto nella montagna leonese.

sabato 19 settembre 2009

come sempre in fretta


La confusione è tanta che non si riesce nemmeno a spiegarla, che non si riesce neppure ad iniziare a dirla. Resta un gomitolo, un groviglio di pensieri senza capo né coda che si rimestano nello stomaco, facendo corrugare la fronte. E passano le ore, quelle rabbiose e vuote del giorno e quelle dilatate e insonni delle notti. Passano i silenzi, che dalla bocca migrano agli occhi, e dagli occhi al cervello.
E intanto cresce sempre più la sensazione di star recitando un copione scritto per qualcun altro.

Ah, felicità / su quale treno della notte viaggerai / lo so che passerai / ma come sempre in fretta / non ti fermi mai

venerdì 18 settembre 2009

luce pomeridiana


Perché poi a volte capita. Capita di trovarsi in posti dove non si va da anni, da così tanto tempo che ci siamo anche scordati perché non volevamo andarci. E, all’improvviso, tutto diventa ovvio ed evidente, tutto si richiarisce all'istante.

Camminavo spedito nel tardo pomeriggio tentando di attraversare piazza Cavour e, uscendo momentaneamente dal mio stato assorto, mi ritrovo a guardare chi ho intorno. Come sempre il mio subconscio arriva per primo, è lui che percepisce le anomalie prima ancora che me ne renda conto. Una strana sensazione mi invade, come se stessi assistendo ad un carnevale del grottesco, una parodia umana. Bambine che prendono l’aperitivo nei bar della piazza, tute in pelle dell’Adidas che camminano, personaggi usciti da Mtv. Eppure ognuno è perfettamente se stesso, non c'è nessuna strana parata, nessuno ride dello scherzo. La sensazione di straniamento è totale e brutale. Ci hanno invaso, anche qui nella piccola provincia, e non me ne sono accorto.
Non ci voglio pensare, ma mi tornano alla mente le parole che l’amico Ernesto scrisse una volta sul suo diario: Mi rendo conto che è maturato in me qualcosa che tempo fa cresceva dentro al trambusto cittadino: ed è l’odio alla civilizzazione, la gretta immagine di gente che si muove come tanti pazzi al ritmo di questo suono tremendo.
E un pensiero mi assale mentre apro il portone dell’Ordine degli Architetti: quello che voglio fare nella vita è realmente costruire luoghi per un popolo che non mi rappresenta, in cui non mi identifico, del quale non condivido le più basilari aspirazioni?

lunedì 14 settembre 2009

fuori stagione


Mi soffermo a guardare il mare, con quel suo colore così denso e cobalto, e penso che tutto questo è come un quadro, una foto della mia vita.
Il sole al tramonto sta illuminando una spiaggia settembrina che si sta spopolando dei suoi abitanti. Nel campetto dei ricordi ci sono solo io, l’unico giocatore arrivato in ritardo e fuori stagione. Tutto è più o meno come lo ricordavo, come quando anni fa era la liturgia dei miei fine settimana, dei miei pomeriggi estivi. Eppure.
Eppure il campetto è desolato. Le retine son scomparse, il cerchio cigola quando la palla tenta di ballarci sopra, e le tempeste si son mangiate il legno della tabella.
Sarebbe una perfetta foto in bianco e nero. Un ritorno a ciò che era e ora non è più. Come la tua maglia preferita quando ormai sei cresciuto e non ci entri più. Come il ricordo a cui ti attaccavi, quando i lineamenti del suo viso sono ormai scomparsi lavati via dal tempo.
Come tornare a casa. E vedere che tutto intorno è cresciuto, si è stabilito, ha trovato una sua normalità e un suo equilibrio. E tutto ciò cui eri affezionato è cambiato o ridotto a rudere.

mercoledì 9 settembre 2009

Leon - dia 6

È quando mi stendo sul letto a sera che sento la stanchezza invadermi con un’arroganza strana. Circondato da 50 persone mentre un ventilatore cerca di far circolare un po’ di aria nello stanzone, con le finestre che sembrano i fori nelle mura di un castello. I piedi roventi, la testa pulsante, lo stomaco non risponde. Qualcosa non va.
Ripenso alla giornata passata. Ore sotto il sole rovente, le ombre che si nascondevano. Sete, tanta sete. Il lungo cammino dall’alba fino al pomeriggio, l’arrivo al monastero di Leon e la fila per conquistare il posto. E poi continuare a camminare per la città, scoprire quello che con fatica avevamo conquistato: le vetrate altissime della cattedrale, il palazzo in stile Fiabilandia di Gaudì, l’auditorium guercio di Mansilla e Tuñon, il MUSAC colorato e premiato. Forse gli ho chiesto troppo ed ora il fisico mi sta presentando il conto.
La notte è terribile. Un caldo strano mi brucia da dentro, inestinguibile; il ventilatore non porta nessun beneficio, anzi sembra soffiare sulle mie braci interiori ravvivandole. Le ore passano nel silenzio rumoroso dei pellegrini, fatto di gente che russa, parla, si muove, si alza. La sveglia dei vicini mi sorprende verso le 5 del mattino in un dormiveglia malato, con la testa bollente e lo stomaco rivoltato. Provo ad avvicinarmi al bagno ma barcollo, sudo, la nausea mi sbilancia. Mi ridistendo sul letto ansimante ad aspettare che i pellegrini scompaiano, mentre pian piano tento di riaffogare nel sonno. Riemergo a sprazzi, giusto in tempo per separarmi stordito dai miei compagni che se ne vanno con la promessa di rincontrarci alla prossima tappa.

E così dopo giorni e mesi, per non dire anni o tutta la vita, improvvisamente la solitudine diventa fattore di preoccupazione. Non so cosa succede al mio corpo, ma non sono autonomo, non sono in condizione di badare a me stesso. Sono in una città straniera, dove non conosco nessuno. Sono malato e non ho un posto dove dormire questa notte. Non voglio abbandonare il Cammino, ma in queste condizioni non posso uscire dal letto..
Per un istante la solitudine si trasforma in abbandono. E nostalgia per tutte quelle certezze che una casa e degli amici portano alla nostra vita. La sicurezza che qualcuno si prenderà cura di noi.

Ma è un attimo. Come sempre qualcuno arriva di sorpresa, da dove non ti aspetti, ad aiutarti.
Le suore mi preparano la colazione e mi regalano un maglione di lana. Insieme a due ragazzi raggiungo in bus febbricitante un paese a 40 km da Leon. “Insolazione e disidratazione” diagnostico insieme all’hospitalera del nuovo Albergue, che mi offre una bottiglia di un rimedio casalingo. Passo il pomeriggio tra sogni sconnessi a rigirarmi nel letto. Ogni tanto mi svegliano. I ragazzi mi preparano il pranzo, la cena e la colazione. Senza che io chieda niente. Finchè una nuova notte arriva, questa volta calma e serena.