mercoledì 11 luglio 2012

buona fortuna


La facciata di Palazzo Re Enzo prende vita, arrossendo ed allungando le sue ombre, mentre addento la mia pita con falafel seduto sui gradini della chiesa. E mentre mi godo questa città, prima che inizi la vita della notte, nella cornice del mio film personale entra in controluce una sagoma dinoccolata. "Bonjour", ci dice sondando il terreno. "Ciao", lo salutiamo continuando la nostra cena vagabonda. "Potete fare qualcosa per noi, ragazzi?". Piano piano, senza nessuna fretta, si siede sul marciapiede di fronte a noi. Respira lento. Dice che è stanco. Che di solito cammina tanto, ma che ora gli fanno male i piedi. "E il mio amico, quello laggiù, vedete?", dice indicando un ragazzo sdraiato lungo i gradini della chiesa "beh, a lui l'hanno picchiato e ora non riesce più a camminare". Ha gli occhi cerulei, piccoli e profondi. Stanchi, incredibilmente stanchi. Hanno un fuoco sopito, dentro. Continua a guardarmi fisso, dritto negli occhi, facendo un occhiolino lento e piegando leggermente la testa di lato quando fa una battuta. "Ho 41 anni, sono in Italia da 25. Mia mamma era polacca, si è sposata con un carabiniere di Roma, ma mi hanno abbandonato quando ero piccolo. Ho girato tanto. Malaga, Valencia, Alicante, la Francia. Ora siamo a Bologna da 3 giorni". La pelle del viso è bruciata, macchiata, le dita sono state usate tante e tante volte, logore e grosse. I denti sotto, a ventaglio, rischiano di cadere; gli altri non riesco neppure a distinguerli.
Cristofer si chiama. Portatore di Cristo, gli faccio eco io. Speriamo, risponde lui.
Ama la storia, Cristofer. Ci racconta della Polonia, un grandissimo Paese, lacerato da tedeschi e russi. Ci racconta dei generali trucidati, dei documenti dati da Gorbaciov a Polanski, del patto Ribbentrop-Molotov completamente disatteso. Di chi è stato a liberare Bologna, di fughe dai treni, di una "madre che ben conosciamo" che aiutò i profughi.
Racconta bene, con patos nordico, parole scelte accuratamente ed espressione che cerca di non tradire emozioni. In un paio di occasioni si commuove, e ci chiede scusa.
"Io non mi vergogno di essere polacco" dice "si vergogna chi non sa qual è il suo Paese, cosa significa il suo Paese. Io non mi vergogno di essere polacco".
Mi alzo per salutarlo, gli porgo la mano e lo sollevo. Sarà alto più di due metri. Mi stringe forte la mano.
"Buona fortuna, Cristofer". "No, come dite voi, in bocca al lupo"

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