venerdì 28 dicembre 2007

elisabethtown


Benvenuti all’incontro annuale delle persone che si incontrano annualmente
I'm impossible to forget, but hard to remember

giovedì 27 dicembre 2007

medium

the show must go on

Empty spaces - what are we living for
Abandoned places - I guess we know the score
On and on, does anybody know what we are looking for...?
Another hero, another mindless crime
Behind the curtain, in the pantomime
Hold the line, does anybody want to take it anymore?

The show must go on,
The show must go on
Inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on.

Whatever happens, i'll leave it all to chance
Another heartache, another failed romance
On and on, does anybody know what we are living for?
I guess I'm learning, I must be warmer now
I'll soon be turning, round the corner now
Outside the dawn is breaking
But inside in the dark I'm aching to be free

The show must go on
The show must go on
Inside my heart is breaking
My make-up may be flaking
But my smile still stays on

My soul is painted like the wings of butterflies
Fairytales of yesterday will grow but never die
I can fly - my friends

The show must go on
The show must go on
I'll face it with a grin
Im never giving in
On - with the show -
I'll top the bill, I'll overkill
I have to find the will to carry on
On with the -On with the show -The show must go on...

mercoledì 26 dicembre 2007

brunnhuber

lunedì 24 dicembre 2007

number 23

Regista: Joel Shumacher
Con: Jim Carrey, Virginia Madsen
23. Un numero. Un’ossessione.
Fa paura quando non riesci a fermare un tuo pensiero impazzito, quando tutte le cose che vedi sono la conferma di una supposizione, quando il cervello non riesce più a dominare se stesso.
E fa ancora più paura quando la testa intuisce ciò che non riesce a capire. E che a volte non vuole capire.
Le paranoie, letteralmente ciò che sta fuori dall’attività del senno (para-nous), ci portano ad interpretare tutto ciò che avviene secondo un pensiero pregiudiziale.
È facile trovare il 23 in qualsiasi cosa. Come è facile trovare malignità negli altri, segni del degradare del mondo, giustificazioni per l’ideologia.
E non sarai mai sicuro di esserne totalmente guarito. Anzi, probabilmente non lo sarai mai.

domenica 23 dicembre 2007

gennaio


Ombri de' màer,
òmbri che avnei de e' màer,
e che me màer sèmpra arturnei,
sèl ca s'avèi purtàe 'sta matoena?

Ombre del mare,
ombre che venite dal mare,
e che al mare sempre ritornate,
che cosa ci avete portato questa mattina?

E' paen de' marinaer

Valderico Vittorio Mazzotti

La svèglia la ha sunae, l’è nota fonda.
E’ marinaer l’è strach mo u s’ha d’alzae!
A là, te mez de maer u i tocca andae:
e’ paen de marinaer u n’è sla sponda!

L’è a là, ancoura ad là, dla ròiga nira
duvè ch’e’ fa l’incrous e maer se zil,
l’è a là che e’ marinaer, alghed m’un fil,
e’ sfòida la tempesta e la bufira!

Ormai che lumicin l’è in luntanaenza,
cumè una lòzla t’un cantir …
Da ste mument: un maer countra una laenza,

di fiul che, apena svèg’, i vò magnè,
dal dòni ch’ha l j aspeta s’un panir …
Tòt e’ dipènd da quèl ch’j avrà pischè!

florence au revoir




Le ultime istantanee.

laboratorio di sintesi

special thanks to rachele

mad world - gary jules



All around me are familiar faces
Worn out places, worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere, going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression, no expression
Hide my head
I want to drown my sorrow
No tomorrow, no tomorrow

And I find it kinda funny
I find it kinda sad
The dreams in which I'm dying
Are the best I've ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It's a very, very
mad world mad world

Children waiting for the day they feel good
Happy Birthday, Happy Birthday
Made to feel the way that every child should
Sit and listen, sit and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me, no one knew me
Hello teacher tell me what's my lesson
Look right through me, look right through me

And I find it kinda funny
I find it kinda sad
The dreams in which I'm dying
Are the best I've ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It's a very, very mad world ... world
Enlarge your world
Mad world

buon natale


la vita secondo woody allen

La vita dovrebbe essere vissuta al contrario. Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare
del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.

Woody Allen

grazie trenitalia

video

merry christmast

video

ballo di natale

http://www.elfyourself.com/?id=1480285004

la fuga - los lunes de octubre

Hoy me perdí en mil recuerdos
que no dejan dormir.
¡Cuánto veneno!

Pa' sonreir, son malos tiempos
Otoño ya está aquí.
¡Cuántos tormentos!

¿Dónde coño te escondes, felicidad?
Los lunes de octubre dónde estarás.
¿Dónde coño te escondes, felicidad?
Me condenas a muerte de soledad.


Pa' caminar valen los sueños.
Y no me quedan más.
Llévame a hombros.

Es tarde ya para tus besos.
Fui perro para tí.
No quiero huesos.

¿Dónde coño te escondes, felicidad?
Los lunes de octubre dónde estarás.
¿Dónde coño te escondes, felicidad?
Me condenas a muerte de soledad.

martedì 18 dicembre 2007

inedia

Si girò dall’altra parte. Sentì distintamente passargli sul volto umido di sonno lo spiffero gelido della finestra. Non si prese neppure la briga di girarsi dall’altra parte, ma rimase lì, a sorbirsi la sua silenziosa punizione. Stava con gli occhi aperti, e distrattamente controllava i movimenti degli altri ragazzi dell’appartamento. Se ne erano andati quasi tutti, ma qualcuno continuava ancora a muoversi in cucina. Ruotò leggermente la testa e riuscì a vedere attraverso le persiane socchiuse le piantine che teneva sul davanzale. Dentro vasi malamente dipinti a mano stavano numerosi scheletrini rinsecchiti di alcune spezie un tempo rigogliose. Non ebbe neppure un moto di nostalgia. Non gli importava più di quanto gli importavano i minuti che continuavano la loro corsa sul display della radiosveglia. Li guardava come fossero esserini, formichine fluorescenti che compivano incessantemente il loro lavoro di spostare, con precisione che aveva dell’incredibile, le aste dei cristalli liquidi. Guardarli cambiare, nel silenzio della sua stanza, era come ascoltare una sinfonia suonata solo per lui, dall’inedia delle ore vuote. Le sentiva proprio come diceva la canzone, come uova di cioccolato fuori stagione, incredibilmente vuote e prive del loro regalo.
Quando si sentì stanco di stare nel letto scostò leggermente il piumino e rimase per alcuni secondi seduto a guardare le nuvolette di fumo bianco che gli uscivano dalla bocca. Gli sembrava di averci la brina sul volto.
Accese l’acqua della doccia e mentre si scaldava rimase alcuni secondi a guardarsi di fronte allo specchio. Non era tanto sicuro che fosse uno specchio piuttosto che un buco nel muro che dava su un altro appartamento, perché l’immagine che vedeva riflessa non corrispondeva affatto all’immagine che aveva di sé. Non che ultimamente avesse molto fatto caso alla sua immagine, per la verità. Si sentiva un po’ come le sue piantine. Stava lì, riseccolito, con le spalle incassate ed il collo chino. Nella faccia presa in prestito da un museo delle cere neppure gli occhi rivelavano alcuna espressione. D’altra parte non pensò proprio nulla al vedersi. Forse qualcuno gli aveva aspirato il cervello qualche giorno prima perché proprio non riusciva a provare nessun sentimento, nessun pensiero lo attraversava. Era solo reazioni. Languide.
La doccia era bollente. Rimase sotto, senza muoversi, senza lavarsi, per un tempo indefinito. Gli procurava un grande piacere l’acqua calda che scorreva su di lui. Era uno dei pochi baluardi che gli erano rimasti. Il caldo che entrava dentro del suo corpo inerte, il vapore che lo circondava, solleticandolo mentre saliva. Neppure il proprio tocco gli provocava più sollievo, bensì vergogna.
Mise alcuni vestiti a caso, usati più e più volte e come sempre riposti nell’armadio.
Si fermò davanti alla porta. Pensò dove avrebbe potuto andare. I luoghi erano tutti indistintamente uguali. Scelse senza convinzione quello dove era più certo di non incontrare nessuno che conoscesse ed uscì.

lunedì 17 dicembre 2007

venti di questi giorni

Mise gli auricolari. Alzò il bavero e strinse la sciarpa.
Il viaggio iniziava.
Uscì dal portone e si avviò lungo il viale. Il freddo notturno era l’unico abitante di quella desolata domenica e le vie sembravano set di qualche film su cui si erano magicamente spenti i fari. Voltò ed imboccò la via che lo portava fino in piazza. Un vento improvviso si alzò ferendolo come un rasoio al volto. Iniziò una nuova canzone e inaspettatamente la città, muta nell’asetticità dei suoi auricolari, cambiò aspetto e si accordò alla malinconia musicale. Il freddo ora gli ricordava le sferzate gelide ed umide che si pativano sui ponti delle navi, a notte, in alto mare. Quel vento carico di libertà, sale ed ignoto. Quel vento che portava le stelle sulla poppa. Gli ricordava gli inverni passati in riva, a nascondersi nella nebbia, quando il mondo non era altro che una bolla di fumo biancastro che non sarebbe mai riuscito a trovarlo. Gli alberi dal giardino della piazza lasciavano cadere le poche foglie rimaste e queste, come leggeri gusci di noce che navigavano nel maestrale, attraversavano gli spazi vuoti, si infilavano nei cortili, sbirciavano dalle imposte socchiuse le coppie in amore. Poco più avanti un gruppo di foglie morte, incartapecorite, cominciarono a mulinare, rincorrendosi nel vento come cuccioli di qualche forma ancora non scoperta di animale. Li guardava saltare, librarsi, strisciare per poi tornare indietro, a ricongiungersi con le altre. Le strade erano deserte, inutilmente illuminate, ed mostravano ogni tanto i rosari delle luci di natale. La solitudine nascose la vergogna e si mise a cantare sommessamente, accompagnando con un filo di voce la colonna sonora di quella notte. “Lagrimas de plastico azul, rodando por la escalera”. Il freddo lo ristorava, protetto dentro il suo cappotto ed il suo mondo di suoni personali. Guardava la città inanimata, che si muoveva assonnata nell’aria della notte, e senza voce. Le gambe, a lungo allenate alle camminate solitarie, procedevano in automatico a passo spedito, imboccando strade senza esitazione. Si sentiva come un filo che, improvvisamente, correva dritto dentro l’ordito di un grande arazzo, senza toccare nulla. Come se fosse possibile non sentire la complessità dell’intreccio.
Tolse la chiave e chiuse la porta di casa. Appoggiò con cura il montone nell’armadio, sulla gruccia, piegò la sciarpa e mise la borsa sul suo ripiano. Si mise una maglietta, un paio di pantaloni e si infilò nel letto. Appoggiò il portatile sulle gambe e mise un film. Uno qualsiasi, non importava che fosse. Il suo volto rimase illuminato dall’azzurro del monitor finché la sveglia non disse che era abbastanza tardi. Spense il computer e si mise a dormire, nel freddo silenzioso della sua stanza.

domenica 9 dicembre 2007

BMX


-Yuuuuuuuuu!!
La bicicletta sfrecciava in discesa, correndo rapida tra le mura cittadine e quelle più modeste dei campi. Sentiva l’aria trai capelli e pungergli il viso. Era quell’aria pulita e fresca reduce da una giornata di pioggia. La sua BMX senza parafanghi alzava parabole di schizzi al suo passaggio, che finivano inesorabilmente sul suo giubbotto nuovo o addosso a chi lo seguiva. Se la mamma l’avesse saputo ovviamente si sarebbe arrabbiata.
-Vai, vai! – disse Matteo, poco dietro di lui, con la faccia segnata di fango.
La strada si prendeva una piccola pausa e tornava leggermente in piano mentre svoltava sulla sinistra con una curva lieve.
-Perfetto.
Nessuno gli avrebbe tolto quel piacere intimo.
Si preparò. Si alzò leggermente sul sellino, spostando il peso del corpo a sinistra. Controllò che il freno destro fosse ancora lì pronto a tirare. Non appena imboccò la curva si inclinò ancora un po’ e tirò il freno. Immediatamente la ruota posteriore si bloccò cominciando a raschiare l’asfalto, mentre progressivamente si allontanava sul lato destro.
Quasi non respirava. Lui e la bici erano una cosa sola. Poteva sentire perfettamente ogni tratto di strada sulla quale strisciava, la noncuranza della ruota anteriore che continuava imperterrita a segnare la direzione, il telaio inclinato come fosse una posizione di una danza metropolitana e la ruota dietro, la regina di quel momento, che cantava il suo ruggito. Poteva immaginarsi perfino quanta gomma stava consumando ed aggiungere mentalmente un’altra strisciata sul suo copertone già mezzo liscio. Vide il suo posteriore avanzare un po’ troppo, portandolo verso una posizione pericolosamente perpendicolare alla ruota anteriore e allora allentò la presa sul freno, ritrovando quell’equilibrio magico che visto da fuori doveva apparire magnifico. La bici terminò la sua euforia proprio ad un soffio dall’inizio del prato che costeggiava la strada. Perfetto, pensò.
Voltò la testa indietro e vide Matteo, anche lui in quella posa ardita. La ruota anteriore schizzava in avanti come a tracciare un’ideale traiettoria e a chiedere all’aria di farle spazio. Vide la ruota posteriore mettersi di traverso e Matteo inclinarsi ancora di più per mantenere l’equilibrio. Magnifico, pensò ancora una volta.
Non fece in tempo a pensarlo che la ruota, al limite della sua inclinazione, saltò su un improvviso avvallamento e fece perdere la compostezza di tutta la composizione. In un istante la bici si torse su se stessa, facendo volare il posteriore sempre più avanti.
Si sentì arrivare addosso un ammasso di ferro e carne e non ebbe il tempo di reagire.
Si ritrovò con il volto al cielo, sdraiato sul prato, con la testa in una pozza di fango. Sentiva distintamente il suo amico e le biciclette accatastate sul suo corpo. Cominciarono a fargli male la mano, la gamba, il ginocchio. Ma non importava. Non alzò neppure la testa dalla pozza. La sola cosa che poteva vedere, in quell’inquadratura cinematografica del cielo, era un vecchio lampione che, come un ufo, sbucava tra le fronde di un ulivo. Quasi che assistesse alla loro gloriosa impresa ed alla loro comica disfatta.
Gli si staccò dai polmoni una risatina che cresceva via via, a cui si unì anche Matteo. E rimasero lì, stesi su quel prato umido, a ridere.

venerdì 7 dicembre 2007

calze a righe

-Allora è vero.
-Già.

Si tolse le gambe da sotto e le stese di fronte a sé. Guardava la città, attraverso la gelosia degli alberi invernali. Per fortuna lo scroscio del fiume arriva fin qua, pensò, e lava il rumore di queste strade.
-Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma non volevo ammetterlo. Tu eri sempre così tranquillo che non pensavo …
-Non ne parlavo ma era nell’aria. Non aspettavo altro. È da così tanto che lo desidero che neppure ricordo più quando è iniziato.
-…
-…
-Mi fai paura a volte, quando parli così.
-Perché?
Lei piegò ancora un po’ le gambe, raccogliendole sotto di sé e si passò una mano sulle lunghe calze a righine. La guardò stendere invisibili pieghe, con un’attenzione distratta.
-Sembra tutto così facile per te … Sembra quasi che tu non sia mai stato qui. Che tutti questi anni non siano mai esistiti. Parli di tutto questo come se fossi appena arrivato, come se la tua vita qui fosse stata una piccola parentesi preventivata, quasi che non l’avessi mai aperta …
-Sai che non è così.
-Perché dovrei saperlo? Nelle tue parole non c’è un briciolo di nostalgia, di dispiacere per tutto quello che lasci, per tutto quello che hai costruito e che abita qui. Non ti importa di lasciare tutto questo? Non fa nessuna differenza?
-Non è così. Non farla così tragica. È quello che voglio. Volevo partire da tanto …
-Sì, ma e nel frattempo? Cos’è, non hai forse vissuto con noi? A volte me lo domando seriamente, se tu non abbia deciso anni fa di aspettare un nuovo inizio e nel frattempo di alzare uno screen saver sulla tua permanenza qui. Un pilota automatico. Un esistere senza pretese.

Lei guardava il cielo ora, come cercando di leggere nei suoi origami se le parole andavano a segno. Non aveva il coraggio di guardarlo in faccia. Sapeva che stava per aprire un baule di cose mai dette seppellito da tanto, troppo tempo. Anche lui lo sapeva. La sentiva arrivare, a invadere la sua intima segretezza, come un tuono in lontananza. E non c’erano ripari nei pressi. Solo questi alberi scarni, questo rudere di mura ed una città che non amava.
-Tutto questo tempo e … e sembrava che giocassi con delle riserve. Come se conservassi per chissà quando i tuoi fuoriclasse. Cosa abbiamo noi? Perché non siamo degni della tua partecipazione?
-Ma se abbiamo fatto un sacco di cose insieme! Siamo andati in tanti posti, abbiamo viaggiato insieme, abbiamo studiato, giocato, abbiamo
-Abbiamo. La presenza non vuol dire partecipazione. Quante volte eravamo a cena insieme e tu ascoltavi le mie parole come se fossero aria? Quante volte ti ho chiamato per raccontarti di me e tu in silenzio fingevi di sentire? Pensi che non me ne accorgessi? Pensi davvero che fossi così idiota? Cazzo…
-…

Abbassò la testa, guardando alla sua destra, sotto di sè, le mura che finivano una decina di metri più sotto, nascoste in una leggera sterpaglia. In quella direzione poteva vedere il fiume annodarsi verso le montagne, fino a dove gli umori della città glielo permettevano. Non sapeva cosa rispondere. Quelle parole erano la chiave del suo scrigno, ed ormai era tardi per fermarle.
-Vedi … in tutto questo tempo io sono stata in disparte. Ho provato ad avvicinarmi a te ma non reagivi mai. Era sempre come se non avessi bisogno di me. Era come se tu non avessi bisogno proprio di nessuno. Ed è stato dannatamente difficile. Ogni tentativo era vano. Cazzo, tu stavi lì, in cima alla tua montagna, quando stavi male scendevi un po’, si cenava insieme, una birra e due buffonate con gli amici e poi tornavi su. Ti si leggeva in faccia quando ti annoiavi di noi. A volte penso che avrei potuto fare un conto alla rovescia. Attenzione ragazzi, arriva: 3, 2, 1 … eccolo! E gli occhi ti si abbassavano leggermente, come a issare bandiera bianca. Merda, non riflettevano neanche più. Ti piazzavi lì in versione attaccapanni in attesa dell’uscita di scena. Ed era impossibile farti tornare in te. Non ci hai mai lasciato l’opportunità di stare con te sullo stesso palco. O noi o te.
-E cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto continuare a recitare la mia parte? Quella del ragazzo divertente, che tanto è questo che la gente vuole vedere da me? Fingere per compiacervi tutti? Così almeno non avreste dovuto sentirvi infastiditi dal mio non essere con voi. La verità è che non ve ne frega un cazzo, la verità è che volete stare tranquilli, mi vorreste sempre solare e divertente, vorreste qualcuno a cui poter sempre raccontare i vostri problemi, qualcuno che vi possa aiutare. Volevate qualcuno che fosse sempre disponibile ad ascoltarvi, che rispondesse sempre “bene” quando gli chiedevate come stava, così poi voi, invece, avreste potuto raccontargli i vostri drammi personali. Oh, poveri piccoli drammi. Io ne ho pieni i coglioni dei vostri drammi. Pensate di essere gli unici ad avere una vita difficile? Vi siete mai domandati cosa c’era dietro alla risposta “bene”, pronunciata senza colore? No, non ve lo siete mai domandati. Perché vi faceva comodo una Cenerentola dell’anima. E sai che? Eccomi, mi ci avete trasformato.


Su quello spuntone di mura cominciava a calare il sole. Lui si teneva le ginocchia al petto, dondolandosi leggermente in silenzio. Lei sembrava sul suo scoglio, nel mare di Copenaghen. Chi passava nella boscaglia lì vicino restava intimamente colpito da quella composizione, da quei due corpi controluce sulla parete diroccata.
-Non sai cosa vuol dire essere nostalgici. Quando son nato mi hanno messo qualcosa lì, tra atrio e ventricolo, ed ogni volta che il sangue pompa cresce un pochino. E mi rode, perché non mi lascia tranquillo. Le cose durano il tempo di un soffio e poi mi annoiano. Da qualche parte dev’esserci qualcosa che duri. Da qualche parte devono sapere qual è il sapore del quotidiano. E devono saperlo cucinare. Io voglio impararlo. Voglio non annoiarmi delle stesse facce, delle stesse idee, dello stesso tutto che mi circonda. Capisci? Non ce l’ho con voi.
-E tu capisci che ce l’abbiamo tutti questo problema? Pensi che sia felice di vedere sempre gli stessi errori nelle stesse persone?
-E allora come fai? Io, ti assicuro, non ce la faccio.
-…
-…
-E pensi che là abbiano migliori vasi per le tue radici?
-Non lo so, ma almeno ci proverò.

Lentamente si sporse un po’ davanti a sé e raccolse un filo d’erba, che cresceva ostinato trai mattoni. Lo girò tra pollice ed indice, con calma, per sentirne la presenza. I capelli le scendevano leggermente a coprirle il viso. Quello che disse arrivò come da una trincea. Senza preavviso.
-Perché non mi hai mai baciato?
-…?!
-…
-Ma …

Pensò improvvisamente che qualcosa doveva essere esploso perché sentì salire alle guancie un calore improvviso e la gola gli si serrò. Come sempre, quando ne aveva più bisogno, il suo cervello andava in pappa. Ora sì che era nudo.
-So che lo hai pensato molte volte. E sai che a volte l’ho pensato anch’io. Allora perché? Dimmelo, ti prego.
-Io … io … Dio mio … non lo so …

Lei continuava a guardare quel piccolo filo d’erba, facendolo scorrere lentamente senza sosta. Non le vedeva gli occhi, ma non ve n’era bisogno per capire l’espressione che dovevano avere. Cercò dentro lo scrigno e si trovò una lettera che non aveva mai letto. Neppure per sé. Provò a recitarla.
-Avevo paura.
-Di cosa.

Di tutte le accuse, quella non poteva avere un tono più dolce.
-Di … perderti, credo.
Fu allora che si girò. Gli occhi, quegli occhi, navigavano in due grandi goccioloni di tristezza.
-E cosa credi di aver fatto?

mercoledì 5 dicembre 2007

ancora una volta


Finita la battaglia si rialzò. Annusò l’aria che sapeva di sangue e si sentì finalmente libero.
Aveva vinto ancora una volta. Tutti i corpi che si stendevano intorno a lui lo proclamavano, ed il sangue, il dolore, sancivano il suo essere ancora inesorabilmente vivo. I polmoni gli si riempirono di pungente gloria, come tanti spilli adrenalinici.
Fu un attimo.
Come sempre.
Voltò le spalle, girò su se stesso, in piedi su quell’ammasso di corpi ed armi. Fino all’inizio della foresta, dove il prato saliva a chiudere la piccola radura, non scorgeva un solo movimento. Uno sterminio. Ed era opera sua.
Si alzò il vento e portò con sé gli ultimi bagliori di soddisfazione.
Ancora una volta – disse – siamo arrivati a questo punto. Sono passati gli anni, i capelli cominciano ad imbiancarmisi ed ancora una volta mi ritrovo qui. I corpi sono diversi, certo, i cieli sono diversi. Ma la situazione, quella è sempre la stessa. Come una maledizione mi perseguita, si annida nella mia ombra.
Ora lascerò questo santuario di morte e cavalcherò con la sola compagnia della mia fida spada attraverso boschi e montagne. Quando la gente sarà tanto differente da non poterne riconoscere neppure la lingua, quando le loro usanze saranno così straniere da suscitarmi curiosità, quando sentirò di aver espiato a sufficienza con esilio e solitudine lo sterminio che ho appena compiuto, lì troverò la mia nuova dimora.
Avrò un nuovo nome. I miei occhi torneranno a splendere, le mie mani a lavorare, le mie parole saranno nuovamente pietre, saranno saggezza ed esperienza. Nuovi occhi mi rapiranno, di questo ne sono certo. Corpi si raduneranno intorno a me ed io li chiamerò fratelli, famiglia. Lotterò con loro per difenderci dai lupi e dagli aggressori. Costruiremo case per proteggere le nostre famiglie.
Ma tutto questo non servirà a nulla.
Non serve mai a nulla barricare le case, se il fuoco che arde sta dentro. Non ci sono demoni da tenere fuori tanto potenti come quelli che sono in noi. E proprio dalle pieghe dei nostri letti, dalle stanche e morte ore di una notte qualsiasi, risorgeranno destandosi come d’improvviso.
Ventiquattro lune, già lo so. Tarderanno ventiquattro lune. E poi, serpeggianti e persistenti come la risacca del mare, verranno alla luce.
Prima saliranno agli occhi, velandone la brillantezza. Gli sguardi si spegneranno e gli entusiasmi con loro. Poi sarà l’ora della lingua, dove coveranno piccole malignità che ingombreranno l’orecchio. Di bocca in bocca si diffonderà il morbo, e a nulla varrà la salubrità del sole o delle stagioni. Dentro sarà tardo autunno.
Le parole si faranno serpi, i gesti infamie, il valore sarà dimenticato e l’ingiustizia regnerà sovrana. L’amore. Ognuno capirà di non averne mai ricevuto né dato. Tutto sarà violenza.
Si inizierà a mettere fuoco al villaggio, ciascuno incredibilmente iniziando dalla propria casa. Il delirio si riverserà per le strade e si cercherà il sangue per estinguerlo. La solitudine delle notti sarà invasa dalle grida e dagli strepiti.
E non sopporterò oltre.
Sarà un’operazione pianificata dalla perdita di ogni pazienza e comprensione. Sarà metodica.
Chi mi è più caro sarà il primo a cadere. Non verserò una sola lacrima quando vedrò i tuoi occhi spegnersi. E quelli dei miei amici. Piano piano tutti cadranno sotto la mia spada ed il villaggio si radunerà come aspirato dal mio vortice. Tutto sarà nuovamente silenzio. E nulla.
Ancora una volta.