venerdì 30 ottobre 2009

le alpi - dia 24


Esco nel fresco del primo mattino e mi incammino lungo la statale. Silenzioso e mesto entro nell’aeroporto e aspetto che aprano il gate. E poi via, verso l’Italia. Il mio sguardo si posa sulla campagna ispanica tappezzata di colture diverse, sul mare, sulle Alpi che forano le nubi, come gigantesche scogliere in un mare di spuma.
Da Bergamo la navetta mi porta a Brescia, da lì un treno fino a Verona. Mi fermo a pranzare e poi di nuovo via, in treno fino a Bologna. Un altro cambio e poi direzione Rimini.
Finchè vedo il caro (chi avrebbe mai detto che sarebbe stato tale) profilo di San Marino all’orizzonte.
Finalmente sono a casa.

mercoledì 28 ottobre 2009

quattro passi nella notte - dia 23


Sensazione di freddo. E scomodità.
Ti rendi conto di un sacco di cose quando sei fuori. Come del freddo che fa la notte, anche in estate. Di quanto l’umido possa mangiarsi le tue membra quando non hai un letto dove dormire. Di quanto ci sembri scontato vivere con un tetto sopra la testa senza più patire le intemperie, la fame, la pioggia. Senza preoccuparci che ci depredino dei nostri pochi averi. Realizzi quanto la civiltà abbia reso questi privilegi un assunto di cui non si è più consapevoli.

Apro gli occhi e finalmente vedo le ombre. È uscito il sole.
Mi sgranchisco le membra, inforco lo zaino ed esco dalla stazione in questa domenica mattina di fine agosto. Il piano è esplorare la città tutto il giorno e poi andare in aeroporto con l’ultimo autobus della sera, passare la notte lì e prendere l’aereo la mattina seguente.
Calle Santiago, l’arteria commerciale di Valladolid, è deserta mentre il sole cerca di cancellare dalle sue facciate le ombre della notte. Sospesi nel tempo, i due amanti di bronzo che sorvegliano la città vengono sorpresi dalla luce del mattino mentre ancora si guardano, di lontano, dall’alto dei loro piedistalli.
Arrivo in Plaza Mayor e mi siedo sul basamento di uno degli obelischi a tentare di scaldare le membra al sole. Davanti a me il palazzo del Comune. Intorno cominciano a girare quelli che ovunque sono i tipici personaggi della domenica mattina. Gente che ancora non è andata a dormire, coi segni della notte sul volto. Nove coppie. Anziani già in piedi, che chiacchierano delle partite che verranno. Persone che in silenzio passeggiano per i vicoli.
Mi fermo davanti alla chiesa di Santa Maria de la Antigua. Mi siedo e comincio a disegnarla. Un disegno pessimo, intendiamoci, ma è un modo di farla mia. Come se disegnandola fossi io a lasciarle qualcosa, a farle un regalo muto e non consegnato. Che è poi l’unico modo per strapparla all’oblio del tempo.
Il sole si alza e comincia ad arroventare i miei pantaloni neri di acetato. Mi avvicino a San Pablo. Una chiesa splendida. Un pizzo marmoreo incorniciato da pilastri massicci e lisci. Mentre la guardo un anziano signore mi chiede se ho fotografato quella finestra nell’angolo dell’edificio. Perché devi sapere che da lì il principe … e si prodiga in un appassionato resoconto degli antichi fasti della città. Terminata la chiacchierata mi siedo dall’altra parte della piazza e comincio a disegnare la facciata. Non che serva riprodurre tutti questi dettagli, ma è una bellezza degna di questo sforzo, mi scopro a pensare.

Scendo dal bus e mi infilo nell’aeroporto. Appoggio lo zaino su una poltroncina. Wow. Sembrano anche comode. Poi mi guardo intorno. In tutta la hall ci sono solo io e l’inserviente delle pulizie. Qualcosa non va. Mi affaccio ad un ufficio e chiedo:
-Scusi, l’aeroporto chiude per la notte?
-Certo. Chiudiamo alle 23 e riapriamo alle 5.
Oh merda.
Esco dall’aeroporto. Il bus con cui sono venuto era l’ultimo. Non ci sono mezzi pubblici per tornare in città, che dista mezz’ora in auto. Chiamo Juan e mi dice che non può venire a prendermi perché vive in un villaggio e in questo momento è ad una festa. Ma mi dice che c’è un motel davanti all’aeroporto. Zaino in spalla attraverso la statale e dopo un chilometro mi infilo in una strada sterrata. Tra l’ingresso del cimitero, dove dei giovani stanno fumando, e un campo si trova il motel.
-Mi dispiace, anche se sei da solo devo farti pagare il prezzo intero. Sono 50€.
Gli dico che non se ne fa niente e chiedo se ci sono altri posti dove posso trovare da dormire. Mi dice che qualche chilometro più avanti c’è un paese e lì dovrebbe esserci un ostello. Ringrazio e ritorno sulla statale. Sulla strada buia a due corsie la macchine sfrecciano al mio lato. Non è detto che trovi un posto per dormire ma questo non mi preoccupa più di tanto. Per giorni è stato così e abbiam sempre trovato una soluzione. Non ho la tenda ma ho il sacco a pelo. Penso che alla fine solo 6 ore mi separano dall’apertura dell’aeroporto. Normalmente camminavamo molto di più. Potrei camminare tutta la notte, vagare un po’ per questa campagna, e poi tornare in tempo per prendere l’aereo. Potrei … improvvisamente il mio piede sinistro sente il vuoto sotto di sé e rischio di cadere nel fosso a lato della strada. Con le luci delle macchine che mi vengono incontro non avevo visto una buca nel manto stradale e per poco non cado. Guardo i campi davanti a me. Non si vede nulla. Non ho una torcia ed è troppo rischioso camminare così nella notte. Decido di continuare a cercare un posto per dormire nel paesino.
Che poi paesino non è, ma semplicemente un insieme di casette lungo la strada. Radunato nello spiazzo davanti della prima casa, a ridosso della statale, sta un gruppo di anziani che giocano a carte. Mi fermo e chiedo se sanno indicarmi dove sta l’ostello.
-Ce n’è uno proprio poco più avanti, sulla destra. Ma non so se è aperto.
Ovviamente, come sempre succede nei paesi, si apre una diatriba su se e quando sia aperto, come sia, eccetera, e ognuno vuole dire la sua.
-Poi ce n’è uno anche davanti, che è più economico – aggiunge qualcuno – Dovresti trovare da dormire per 20€.
Ringrazio e mi incammino.
In mezzo alla zona industriale sta un edificio recente, basso e modesto. Entro da una porta che sembra secondaria e mi ritrovo nel bar dell’ostello. A sinistra, seduti al tavolo, stanno degli strani personaggi a bere e giocare a carte. Probabilmente camionisti. Qualcuno gioca alle slot-machines. Al bancone ci sono 3 ragazzotti e una ragazza. Chiedo se hanno un posto per la notte. Dopo qualche minuto arriva il capo, un ragazzo giovane, e mi accompagna alla mia stanza.
-Letto matrimoniale, televisione, condizionatore personale, bagno in camera con doccia a getto orizzontale …
-Ehm.. non hai qualcosa di più spartano?
-Le stanze sono tutte uguali – mi dice il tipo sorridendo.
Mi arrendo. È comunque il posto più economico. Mi siedo al bancone mentre mangio un gelato. Il proprietario mi dice che i ragazzi sono degli artisti francesi, sono venuti a fare una tournè in Spagna, uno è il sosia di Michael Jackson. La ragazza a quanto pare è la groupie.
Guardo i due padroni e mi domando come venga in mente a due ragazzi giovani di mettere in piedi un posto come questo, sulla linea di confine tra il niente e il nulla, nel mezzo della landa anonima di un quasi paesino periferico di una città qualsiasi.
Decido di andare a dormire. Accendo la tele come riflesso incondizionato. Poi me ne accorgo e la spengo. Lo spirito del pellegrinaggio finisce qui, mi dico. Qui on the road.

martedì 27 ottobre 2009

long way home - dia 22


-Sveglia! Sveglia!
-Ouuu. Che ore sono? – dico nel dormiveglia.
-Le 9.00.
Merda. Non ci posso credere. Mi alzo di scatto. Nella grande camerata siamo io e una ragazza americana. Ci scambiamo uno sguardo assonnato che vuol dire una sola cosa: Oh no, ancora una volta!
In fretta e furia rifaccio lo zaino, infilo le scarpe e sono in strada. I miei compari sono a far colazione al bar. Io mi appoggio a un tavolino proprio sul porto. Spari di vento arrivano dal largo a sbrinare il mio tepore mattutino.
Poi prendiamo il bus per tornare a Santiago. Il bus. Che strano. Vedere quella strada di cui ricordi i dettagli, la prospettiva del mondo che cambiava piano piano, la fatica di mettere un passo dopo l’altro ed il tempo che ci è voluto per guadagnare la meta. Che assurdità vedere tutto questo passare rapido in una strisciata di colori sul finestrino. Bruciare in qualche ora 3 giorni di cammino. Dormire e arrivare a Santiago senza quasi accorgersene.

Saluto i miei compari che se ne vanno con l’autobus in direzione Salamanca e poi torno verso il centro. Mi siedo con Melinda, una ragazza di Budapest, nel sole del pomeriggio nella piazza di fronte alla cattedrale. Ecco finalmente una vera sosta. Seduto senza null’altro da fare che aspettare la sera per prendere il treno e cambiare nuovamente città. Sto lì, coi piedi a crogiolarsi al tepore pomeridiano, circondato da pellegrini che arrivano ad ogni momento. Guardiamo la grande facciata in pietra corrosa dal muschio e chiacchieriamo. Parliamo della musica barocca, che lei ama tanto. Del legno, del Giappone. Delle piccole decisioni che a volte cambiano la vita. Di come il Cammino vada fatto da soli.
Ci spostiamo e ci uniamo ad un gruppo di pellegrini conosciuti i giorni scorsi. Prima di stasera saremo ognuno sulla via del proprio ritorno. E nel frattempo in sottofondo scorre una magnifica musica gallega, di reminiscenze celtiche.
Passeggiamo per la città, entriamo in una libreria e compro un libro di poesie di Neruda per il viaggio; poi l’accompagno alla stazione degli autobus. Buon viaggio, Mel. Alla prossima.

È ormai notte e fa freddo quando entro in stazione. Devo prendere il treno in direzione di Madrid e scendere alle 4 del mattino a Medina. Da lì ho 2 ore prima che passi il treno che mi porterà a Valladolid. Il piano è girare per scaldarmi finchè non sorge il sole e vedere qualcosa di questo paesino. Poi quando sono stanco e Medina non ha più niente da offrire prendere il treno per Valladolid.
Sulla banchina in attesa del treno incontro degli amici italiani. Spiego loro il mio piano e mi dicono che hanno appena conosciuto un pellegrino simpaticissimo che va anche lui a Valladolid, e me lo presentano. Restiamo d’accordo che ci vediamo alla stazione di Medina e prendiamo ognuno il suo posto.
Il treno è comodissimo. Dormo alla grande, come non mai. Alle 4 quando è ora di scendere sono fresco e riposato. Nell’edificio della stazione non c’è niente di aperto. Juan mi dice che ha chiamato suo fratello perché lo venga a prendere e che se voglio mi danno un passaggio fino a Valladolid. Accetto volentieri e mi infilo nella vecchia Mercedes che sfreccia nella campagna sotto un cielo limpido di stelle. La radio passa musica della notte, mentre il fratello di Juan, assonnato, ci aggiorna su ciò che è successo nell’ultimo mese agli amici di famiglia. Un’ora di strada e siamo in città. Visto che è ancora buio e, nonostante la stagione, fa freddo, decidono di portarmi in un bar. Ci infiliamo nella movida notturna di Valladolid e l’impatto è forte. Dopo tanto tempo la vita della notte stride e raspa sulla mia pelle liscia. Facciamo colazione e nel frattempo il fratello ci racconta di come tanti suoi amici siano stati licenziati, di come la crisi stia colpendo senza risparmiare a nessuno. Storie di vita di gente che non conosco.
Alle 6 mi lasciano alla stazione del treno, dove almeno sarò al chiuso. Li ringrazio e li saluto. Addio.

Prendo posto sulle scomode sedie della sala d’attesa e mi addormento abbracciato al mio zaino. Mi rannicchio infreddolito. Mancano solo poche ore prima che il sole sorga, e allora il freddo sparirà.
Buona notte.

la fine - dia 21


Lascio tutto nell’albergue in paese e m’incammino nuovamente. Tre chilometri mi separano dal faro, quello che veniva ritenuto il punto più a ovest d’Europa, la fine estrema di qualsiasi Cammino per Santiago. Avanzo lentamente, non ho nessuna fretta di arrivare. Una chiesina osserva l’oceano dall’alto del promontorio, alla mia destra. È l’ultima chiesa del Cammino. Una processione di pellegrini e turisti si snoda lungo la strada che porta alla Fine della Terra, accompagnata da un vento freddo e potente.

Il cippo, sul ciglio della strada a picco sull’acqua, segna 0. Ecco il faro. Ma non è il faro la meta. Proseguo, lo aggiro, scendo tra le rocce e lo vedo. L’oceano. L’oceano-mare. Mi siedo finalmente, e al mio fianco si siede tutta la stanchezza che da giorni mi portavo in spalla, tutta la fatica.
Dal promontorio guardo giù: il mondo sembra un’incrostazione che galleggia sul grande disco delle acque. E quanto è potente questa massa liquida, quanto è presente e viva. Quella pelle sottile, lucida e increspata, le sue creste spumeggianti. Le sue viscere profonde, dai colori maestosi e potenti. E il vento. Il vento senza sosta a dar voce all’acqua. Il vento, a raccontarne il profumo e a prendersi i nostri pensieri. A rubarli e portarli al largo.
E capisco perché Santiago non poteva essere la fine di tutto questo. Perché non poteva finire in una città di pietra, in un santuario costruito da mani d’uomo. Perché l’immensità di ciò che ci è successo, di tutto quello che non trova spazio sulla lingua per essere raccontato, non poteva concludersi tra quattro mura. Ma solo qui. Dinnanzi all’infinito e al misterioso. Solo qui dove non è più possibile andare avanti. Qui dove il passo si ferma di fronte all’immensità dell’oceano.
Mi avvicino al foro quadrato ricavato nel basamento di pietra. Un braciere al cielo. I pellegrini erano soliti bruciare le vesti, ormai divenute inservibili, qui alla fine del mondo. Getto dentro la lettera di un’amica, che ho portato sempre con me. E poi lascio cadere nel fuoco la garza che mi ha regalato l’amico tedesco. Un simbolo della solidarietà che lega i pellegrini, dell’aiuto gratuito e inaspettato che è il cuore del pellegrinaggio. E mentre brucia, come una pergamena sacra, ripenso a tutte le facce che ho conosciuto, a tutto l’aiuto che mi han dato.

Il sole scende, dietro il sipario delle nubi sedute all’orizzonte, a chiudere un Cammino che era iniziato tanto tempo fa e che non aveva trovato giustizia a Santiago.

lunedì 26 ottobre 2009

errori di gioventù


- Ah, Lord Enrico, ditemi come si fa a tornar giovani. […]
- Potete ricordare, duchessa, qualche grave errore commesso in gioventù? […] Ebbene, tornate a commetterli,- disse gravemente il giovane.- Per tornare alla gioventù non c’è che da ripeterne le follie.

O. Wilde

domenica 25 ottobre 2009

fisterra - dia 21


Mi alzo presto. Fuori la pioggia sembra paralizzata, una nebulosa umidità sospesa. Guardo il cielo sopra l’horreo e non vedo né stelle né bagliori della luce dell’alba. Le mucche già da qualche ora han intonato il loro canto mattutino. Indossare i vestiti diventa quasi un momento sacro, la vestizione del cavaliere. Si studia il tempo, e si cerca di adeguare il vestiario ai cambiamenti inevitabili che porterà la luce del sole. Esco e mi dirigo verso ovest. Ma appena arrivato all’ultima casa del villaggio perdo subito i segnali e mi ritrovo perso a un trivio. Non c’è nessuna luce intorno, nulla di nulla, ed il rischio è quello di perdere il cammino. Torno mestamente sui miei passi in attesa che il cielo si faccia chiaro.

Arrivo in cima alla collina dove si trova il bivio per Muxìa e lì incontro un gruppo di pellegrini intenti a ripararsi in un bar e a cambiarsi. Quassù domina un vento forte e freddo che libera su di noi una pioggia di tanti spilli kamikaze, perline umide che scoppiano sulla nostra pelle.
È un’aria oceanica. Siamo vicini.
Mentre gli altri si fermano io continuo in preda ad un misto di entusiasmo e spirito donchisciottesco.
Il paesaggio è cambiato. Non ci sono più boschi folti, non ci sono più prati verdi. Una bassa vegetazione di sempreverdi tappezza questi colli alti che sembrano non voler mai realmente scendere. Una sorta di scenografia teatrale che ad ogni curva tenta di nascondere l’agognato orizzonte.
Il vento freddo continua a rasoiare le orecchie ed il volto. Ho indossato tutti gli indumenti che avevo per tentare di frenare quest’ultimo ostacolo climatico. Improvvisamente mi guardo intorno, senza fermarmi. Davanti a me vedo il sentiero correre sinuoso fin dove arriva l’occhio, e dietro di me si perde nelle pieghe della terra. In quella dozzina di chilometri che separano l’ultimo centro abitato da Cee, il primo paese sull’oceano, mi sento epicamente solo. In tutto l’ampio spazio di orizzonte che vedo davanti e dietro di me non c’è una sola sagoma umana. Né animale. Non ci sono segni di antropizzazione eccezion fatta per il sentiero. E questo mi riempie il cuore di gioia e commozione.
Finchè, camuffato dal grigio dell’aria, lo intravedo. Nascosto tra le opposte curve delle colline, filtrato da secchi alberi in lontananza, scolorito dall’assenza di luce, eccolo finalmente. L’oceano.
Il sentiero scende brusco precipitando sulla costa. Magicamente, come se fosse un gran finale, qui non c’è né vento né pioggia: splende il sole e il clima è più che piacevole. A Cee mi fermo a comprare pane, una banana e della cioccolata. Saluto alcuni pellegrini, chiacchiero con uno che mi dice di aver lavorato per anni come gestore di un ristorante a Riccione, e riparto.
L’ultima grande salita. Le macchine suonano quando mi vedono, in segno di saluto e solidarietà. Chiedo ad un signore quanto manca a Finisterre e lui mi risponde che ne mancano ancora tanti di chilometri, almeno una dozzina. Sorrido. Tanti una dozzina. Lo ringrazio e proseguo.
Ultimo paese prima della meta. Il cammino passa dentro il centro abitato che si è sviluppato lungo la statale. Mi addentro per i vicoli e sento una signora chiamarmi di lontano lungo la statale.
– Per Finisterre è dall’altra parte – mi dice indicandomi la strada giusta.
La ringrazio e cambio direzione. Qualche minuto dopo la rivedo dall’altra parte della strada mentre sta per salire su una macchina. Si ferma un attimo e mi grida:
-Ehi, ragazzo, prendi!
Afferro al volo e guardo. Mi ha tirato una mela.
– Buon cammino!

Il sentiero scende finalmente, passiamo al bordo di una spiaggia bianca che riposa nella conca di una larga insenatura. Seguendo il profilo della costa davanti a noi si eleva l’alto promontorio e alla sua estremità il faro. Fisterra.

sabato 24 ottobre 2009

horreo - dia 20

Il cielo è coperto e la pioggia scende leggera. Facciamo colazione dentro all’atrio della palestra e poi ci incamminiamo su per la collina. Negreira scompare nel grigio delle nubi basse, e cominciamo ad addentrarci nel bosco.
La notte è stata pessima. Non sono riuscito a respirare, ho dormito pessimamente sul pavimento della palestra ed i sintomi influenzali non mi vogliono abbandonare. Questa notte devo assolutamente trovare posto nell’albergue. Allora, visto che siamo partiti tardi, decido di non fermarmi, di non fare soste fino a che non avrò raggiunto Oliveroa, la meta di oggi.
Mi cibo di more lungo il cammino, senza mai fermarmi realmente. Mi sento in forze, ho voglia di camminare. Ho voglia di solitudine, di silenzio. Di sentire il mio respiro ed il suono ritmato e felpato dei miei passi. Voglio vedere. Vedere posti di una normalità contadina che non mi appartiene. Vacche al pascolo, giovani pastori, signore anziane che hanno facce come mappe con scritta la traiettoria di ogni sofferenza, vecchi come nelle foto dell’antica Italia, con i loro abiti rustici ed il bastone.
Il cielo smette di piovere, e lascia spazio ad un freddo celeste sbiadito, che preannuncia altra pioggia.

Il sole, ancora nascosto, è già sulla via del ritorno. Allo stremo delle forze macino gli ultimi chilometri come in una sorta di marcia delirante, superando gli altri gruppi. La mancanza di cibo, la fatica e il peso dello zaino mi hanno portato a questa condizione quasi di trance. Fase di trascendenza 3, direbbero i miei compari. Quella fase di trasognato misticismo che accompagna la stanchezza fisica a deformazioni della realtà e della logica. Cammino senza pensare, totalmente annullato dallo sforzo e dall'influenza.
Poi arrivo. Ed il posto ne vale la pena.

L’albergue è costituito da alcune piccole case contadine ristrutturate. Magnifiche costruzioni in pietra, con le pareti spesse più di mezzo metro e gli interni in legno. Ci sono diverse casette, ognuna con la sua funzione. Due di queste accolgono i dormitori su due piani, una la cucina con la piccola sala da pranzo. Una la stalla con alcuni posti letto al di sopra della zona riservata ai cavalli. Uno stanzone come camerata collettiva. E poi due horreos. Gli horreos sono piccole costruzioni dalla pianta rettangolare molto allungata che ad una prima vista sembrano un mix tra una scultura di una civiltà celtica e uno strano altare di qualche religione dei boschi. Dal suolo si elevano varie colonne o piccoli pilastri che sostengono delle lastre di pietra leggermente a sbalzo. Su di queste sono impostate le pareti, costituite generalmente da mattoni forati o assi di legno separate tra loro. In cima un tetto sporgente e, nei punti estremi del colmo, delle croci o delle sculture incomprensibili. Ci spiegano che gli horreos erano magazzini per contenere e seccare il mais. Le pareti forate permettevano di far circolare l’aria all’interno mentre i pilastri e il piano sporgente impedivano ai topi di raggiungere i cereali.

È metà pomeriggio ormai. Mi infilo nel bar e faccio pranzo. Ordino un brodetto caldo con fideos, dei tagliolini un po’ più rammolliti. Un toccasana per la mia gola. Poi mi infilo a letto nel mio sacco a pelo. L’influenza è venuta a rivendicare un po’ di attenzione per il mio corpo e l’unico modo per curarla è coprirmi e riposare.
Verso sera arrivano anche i miei compari e si sistemano nello stanzone. Sto già un po’ meglio e vado in cucina a mettere su l’acqua per la pasta. Non ho mai visto una cucina con tante mosche; tra tutti i posti del Cammino questa vince senza dubbio il primo premio. Probabilmente perché siamo circondati da stalle e campi.
Ceniamo e poi, non appena la luce scompare mi infilo nuovamente nel letto. Domani ci attende l'ultima tappa: Finisterre.

giovedì 22 ottobre 2009

fountains of wayne – hey Julie


Working all day for a mean little man
With a clip-on tie and a rub-on tan
He's got me running 'round the office like a dog around a track
But when I get back home, you're always there to rub my back

Hey Julie,
Look what they're doing to me
Trying to trip me up
Trying to wear me down
Julie, I swear, it's so hard to bear it
And I'd never make it through without you around
No I'd never make it through without you around

Hours on the phone making pointless calls
I got a desk full of papers that means nothing at all
Sometimes I catch myself staring into space
Counting down the hours 'til I get to see your face

Hey Julie, …

How did it come to be
That you and I must be
Far away from each other every day?
Why must I spend my time
Filling up my mind
With facts and figures that never add up anyway?
They never add up anyway

Working all day for a mean little guy
With a bad toupee and a soup-stained tie
He's got me running 'round the office
Like a gerbil on a wheel
He can tell me what to do
But he can't tell me what to feel

Hey Julie,
Look what they're doing to me
Trying to trip me up
Trying to wear me down
Julie, I swear, it's so hard to bear it
And I'd never make it through without you around

verso l'oceano - dia 19


Suona la sveglia e mi alzo. Buio, stranamente. Silenzio. E spazio piccolo. Poi realizzo. Sono ancora a Santiago, ma è ora di partire.
Ci lasciamo alle spalle la città, mentre altri pellegrini arrivano e salutano la cattedrale con volti di gioia e soddisfazione. Ci allontaniamo verso ovest, scendendo per poi risalire sulle colline. Da lì gettiamo uno sguardo indietro e vediamo i campanili della città. Questo sì sarebbe stato un ingresso epico, non quello a est da cui giunge il Cammino. Non quello che attraversa la periferia estesa a macchia d'olio, l'aeroporto. ma questo, che si radica nella campagna galiziana.
Tutto torna rurale, disperso. Si cammina in mezzo ai campi, a sentieri tracciati. Poi d’improvviso un suono vivo, allegro e giovane segue il sentiero. Lo sento e mi infilo a lato di una casa, che è anche bar. Che è un po' tutto per il paese. Giro l'angolo e mi fermo. Un fiume, largo e mansueto, costeggiato da alcuni mulini, pettinato da un antico ponte romano e bordato da pietre dall’aspetto lunare. È Ponte Maceira. Il nostro meritato riposo giornaliero.

L’arrivo a Negreira nel pomeriggio ha tutta l’aria di essere una passeggiata. Nell’ostello non ci sono più posti, ma non ci importa più. Il conto alla rovescia è ormai inarrestabile e i chilometri sembrano precipitare verso lo zero con una rapidità impensata. In paese hanno aperto la palestra per i pellegrini. Ognuno si accaparra un posto contro il muro e poi si dirige a comprare qualcosa per cena. Beppe, un ragazzo di Torino, si unisce a noi: panini, birra, dolcino e chiacchiere nell'ingresso della palestra, mentre fuori la pioggia scolorisce il giorno e bagna la notte. Beppe continua a chiacchierare ma io non mi sento tanto bene. Il freddo della pioggia di Santiago deve aver fatto il suo lavoro, e i sintomi influenzali cominciano ad invadermi. Sarà una lunga e scomoda notte, anche se la meta è vicina.

e non è lo stomaco - dia 18


Cammino per la città libero da ogni peso, i piedi freschi e sani. La pioggia ha pulito il cielo lasciandolo azzurro e limpido. Vago per il centro irrequieto, imbucando vicoli stretti, uscendo dai percorsi turistici. Mi dirigo verso la periferia cercando di saziare con i piedi una fame che non sta neppure nello stomaco. Vado, vado, riempio gli occhi e silenzio il cervello. Non scatto foto, non disegno, non scrivo. Non ho musica nelle orecchie, telefoni che suonino. Sono una spugna ambientale, lascio che i luoghi mi passino attraverso. Eppure qualcosa serra già lo stomaco.
Nonostante i numerosi passi che ho seminato in fila per le strade di questa città, mi sento come un cavallo scalpitante, ansioso di ripartire. È strana questa condizione di pausa, di sosta, di non fatica. Vorrei ripartire, rimettere lo zaino in spalla e sentire il mondo passare al mio lato. Sapere che il futuro dipende da me, avere sulle mie spalle, a contatto, tutto ciò che mi serve. Sentire il corpo respirare, traspirare con queste colline. La sosta è un respiro forzato.
Non vedo l’ora di ripartire.

mercoledì 21 ottobre 2009

santiago de compostela - dia 17


Il cielo è fosforescente tra le nuvole nel tempo che precede l’alba. Appena uscito dal paesino mi aspetta una fitta boscaglia che filtra la poca luce e trasforma tutto in un gioco di ombre cinesi. Non si vede dove metto i piedi, a stento riconosco i segnali lungo il sentiero che serpeggia tra gli alti fusti, come in una jungla di bambù. Poi la luce nasce all’orizzonte e piano piano regala esistenza alle cose. E li vedo. Vedo gli alberi, snelli e altissimi, prodigi della statica. Non so come riescano a resistere, ma queste betulle hanno un fusto piccolissimo, non più di una trentina di centimetri, ed arrivano a oltre 20 metri, senza un ramo, una foglia, senza una sporgenza se non in cima. Sono giganteschi stuzzicadenti bianchi conficcati nel terreno. Sono così snelli che sembra che pendano dal cielo, liane perse dalle nuvole.
I chilometri che ci separano da Santiago continuano a diminuire, e con loro la naturalità del paesaggio. Strade, chioschi, grandi complessi, un albergue per 400 persone. I pellegrini sono ormai un fiume ininterrotto. Poi passiamo a lato dell’aeroporto, e attraverso l’estesa periferia della capitale galiziana.
Trascinati da questo flusso di persone, e dalla foga di arrivare in tempo per la celebrazione dei pellegrini, quasi corriamo nelle viscere del centro storico. Vediamo le torri, una facciata, scendiamo le scale sotto il grande voltone di pietra e finalmente alla nostra sinistra si apre la piazza. E lì la vediamo. La cattedrale.
È strano. L’effetto non è quello che immaginavo. Per niente. Vedo la facciata, di un barocco che non amo. Vedo la gente intorno a me. Vedo le bancarelle, i turisti, il movimento di una città, che nulla ha a che fare con i tempi e i pensieri di un pellegrino. La frenesia preme intorno a noi, e comincia già a far sentire il suo effetto. Entriamo e ci stipiamo insieme agli altri pellegrini.

All’uscita dalla cattedrale però succede una cosa strana. Piove. Tutta l’acqua che non è caduta in tutti questi giorni, tutta l’acqua che la Galizia ci ha risparmiato, che Castiglia e Leon han trattenuto, improvvisamente si lascia andare e scende, fina e lenta. Come una liberazione. Guardo la cattedrale ed ora sì che mi sembra come dovrebbe essere. I turisti messi in fuga lasciano vuota la piazza, i pellegrini che tentano di trovare riparo e lei, la grande facciata, bagnata e grigia, assalita dallo scuro dello sporco e del muschio. Così divorata dagli agenti naturali sembra quasi tornata come doveva essere. Non più uno scrigno decorato, non più un simbolo ricco. Semplicemente una roccia incrostata dove al suo interno puoi trovare riparo e protezione. Una roccia dal cuore cavo che non ha la pretesa di confondersi con la meta.

martedì 20 ottobre 2009

menu del pellegrino - dia 16


La tappa è finita, ma nel paese non c’è posto. Rimetto lo zaino in spalla e continuo a scendere, nella calura del primo pomeriggio.
Da dietro sento voci avvicinarsi, velocemente, un gruppo di persone evidentemente molto allenate. Sono due coppie. Mi passano a fianco e ci scambiamo un saluto. Vengono dal Cammino del Nord, mi dicono, un cammino meraviglioso e duro che passa attraverso montagne a picco sull’oceano, traghetti per attraversare gole impervie e tappe forzate da 40 km. Si vogliono fermare ad Arca per la notte, ma un loro amico ha avvisato che i posti in paese sono finiti dalle 11 del mattino e che aveva riservato dei posti in un albergo. Mi guardano e mi dicono: anzi, se vuoi vieni pure con noi, magari c’è posto anche per te.
Arriviamo ad Arca. Un paesino brulicante di gente con lo zaino in spalla e i piedi piagati. Entro nell’albergo con gli altri ed aspetto che ci facciano sapere se c’è posto e quanto costa. Se non c’è posto qui è un problema, perché non penso sia possibile dormire all’aperto, fa troppo freddo ancora. Mentre aspetto un ragazzo fa per uscire, e lo sento dire che vuole stare con i suoi amici e che lascerà il posto nell’albergue. Un gran colpo di fortuna. I posti nell’albergue erano già finiti dal mattino ed ora, a metà pomeriggio mi ritrovo con la possibilità di entrare. Mi fiondo dietro di lui e gli chiedo se posso prendere il suo posto. Certo, mi risponde. Magnifico.

Eccomi di fronte al mio unico pasto della giornata. Ore 18. Seduto in un bar, mi guardo intorno con una sorta di triste soddisfazione. Mi vedo come in un’inquadratura cinematografica. Guardo il mio piatto di carne e patate fritte, la mia birra con le bollicine che risalgono sinuose a prender fiato in superficie. Il tavolino leggermente unto ed i tovagliolini cerati, con scritto “Gracias por su visita”. Le bricioline di pane intorno al piatto. Poi zoomo fuori. Sono solo al tavolo, intorno a me la gente chiacchiera a gruppi. I paesani al bancone danno da dire alle cameriere, i pellegrini sono seduti fuori al sole. Mangio con gusto e sorrido. E zoomo ancora. Un paese, perso su una linea leggera tracciata da passi, da centinaia di anni di passi uno in fila all’altro. Un paese come una perlina in un filo sottile solcato sul manto nella natura, dalle montagne all’oceano. E questo filo, steso su una penisola incrostata nel nostro piccolo mondo. E io lì, ad assaporare il grasso della pancetta, a grattarmi la gola con le bollicine della birra.
Come una bolla che rotola su questo pianeta.