venerdì 27 dicembre 2013

pronto




Si passano mesi, anni ad aspettare.
Che arrivi l'occasione giusta, la compagnia giusta, il lavoro che fa per noi, la persona che ci immaginiamo. Il weekend, le ferie, l'estate.
Seduti in attesa che qualcosa cambi, come se si trattasse di lasciar sedimentare ciò che ci meritiamo e finalmente raccoglierlo.

Eppure forse non sono le condizioni a non essere giuste, le persone a non adeguarsi a noi. Forse siamo noi che non siamo pronti per quel che desideriamo.

Proprio come recita l'antico detto indiano. Quando l'allievo è pronto il maestro compare. E non viceversa.

venerdì 22 novembre 2013

entregarse



¿No te da vergüenza? ¿Cómo es posible? ¿Qué has hecho para llegar a ese estado? ¿Ya ni siquiera puedes vivir entre la gente? ¡Hubieras podido ser tan feliz! ... Eres fino, eres inteligente y egoísta. ¿Pero qué has hecho durante toda tu vida? Engañar, engañar... ¡nada más que engañar!... Y ahora resulta lo de siempre; eres tú, el verdadero, el único engañado. ¡Me dan unas ganas de llorar! ... ¡Desde chico fuiste tan orgulloso! ... Te considerabas por encima de todos y de todo. De nada valía reprenderte. Crees haber vivido más intensamente que nadie. Pero, ¿te atreverías a negarlo?, nunca te has entregado. ¡Cuando pienso que prefieres cualquier cosa a encontrarte contigo mismo! ¿Cómo es posible que puedas soportar ese vacío?... ¿Por qué te empeñas en llenarlo de nada?

Oliverio Girondo, El lado oscuro del corazòn 

sabato 16 novembre 2013

raccordi - giorno 7



La famosa colazione preparata "appositamente" per noi è in realtà per tutti gli ospiti. Sul tavolo esterno ci ritroviamo a mangiare uova, pane e tè insieme ad un ragazzo canadese ed un'inglese, ognuno pronto ad iniziare la sua giornata di tour per i dintorni. Nathan, confermando le sue scarse capacità organizzative, si è aggregato alla nostra vacanza ormai da tre giorni ed ancora non ha deciso come fare per arrivare ad Amburgo. Continuando a procrastinare ha pensato di farsi trasportare in macchina da noi ancora per un po', in direzione nord. Carichiamo le sue pesanti valige, salutiamo e prendiamo la via del ritorno.
L'autostrada corre parallela alla bella costa croata senza che riusciamo però a vederla.
Al bivio autostradale tra Zagreb e Rijeka, all'esterno della curva di raccordo, vediamo da lontano un ragazzo con un cappello di paglia ed il dito alzato. "Fermati!" mi fai, ed io accosto rapidamente.
- Ciao. Dove devi andare?
- Voi dove andate?
- Verso l'Italia. Dobbiamo essere a Bologna in serata.
- È bella Bologna?
- Sì, una città universitaria.
- Ok. Per me va bene.
Baptiste ha 22 anni, i capelli castani, gli occhi azzurri ed un'espressione felice e spensierata. Finito il primo anno di filosofia, a luglio è partito dalla Normandia deciso a viaggiare unicamente in autostop. Sui sedili altrui, ospitato in case occupate, equipaggiato con zaino e sacco a pelo, ha attraversato la Germania, l'Austria, i Balcani, fino ad arrivare in Turchia. Ora sta tornando verso l'Italia dove ha un appuntamento tra una settimana con un suo amico. Dove non si sa. Gli accordi sono che il primo che entra in Italia avvisa l'altro.

Attraversata la frontiera chiamo a casa per avvisare che avremo ospiti. Prima di mezzanotte siamo tutti seduti, collezione improbabile di umanità di origini ed età diverse: Svezia, Francia, Stati Uniti, Polonia, Bulgaria, Italia. Tutti riuniti per una notte, tutti sconosciuti.

mostar - giorno 6



L'ingresso a Mostar mi ricorda quello ad un paesotto campano nel secondo dopoguerra. Uomini vestiti coi loro stracci migliori sono appostati agli incroci strategici pronti a fiondarsi sulle macchine dalla targa straniera per offrirsi come guide, procacciatori di alloggi, di cibo, di curiosità. Ci divincoliamo dal nostro nuovo grande amico e circumnavighiamo la città vecchia. Attraversiamo il fiume, a sud del ponte vecchio, e ci infiliamo in una piccola via che punta verso la collina. Qui troviamo una signora che affitta una camera da otto persone. Fortunatamente ha ancora posto per noi tre.
Quando entriamo ci dice che è contenta che siamo italiani, che gli italiani sono stati i primi a mandare loro aiuti e cibo dopo la guerra civile. È per questo, continua, che ha imparato un po' della nostra lingua e, per dimostrarci la sua gratitudine ci porta in camera delle bibite fresche e, ci assicura, la mattina successiva ci preparerà appositamente la colazione. Commossi e un po' intimoriti da questo improvviso ed opportunistico senso patrio, ci gettiamo sui soffici letti della stanza seminterrata.
Lo Stari Most di Mostar è un bel ponte a schiena d'asino che congiunge le due parti della città separate dalla profonda faglia del fiume Narenta. Ricostruito da pochi anni con il contributo dell'Unesco, ora ospita ragazzini minorenni che si lanciano dalla sommità nelle fredde acque del fiume (un volo di oltre 24 metri) per pochi spicci offerti dai turisti che si affrettano a stringere loro le mani e ad immortalarli in questi suicidi controllati.
Tu non hai ancora perso le speranze di tuffarti nonostante quello che ti hanno raccontato in camera. Per lanciarsi, infatti, bisogna fare un corso (a pagamento) di una giornata provando vari tuffi da altezze inferiori (10 metri) per fare pratica. Precauzioni molto severe, a quanto pare, ma a volte neppure questo è sufficiente. La settimana scorsa due ragazzi australiani sono stati portati al pronto soccorso con lesioni alla schiena e alle gambe per aver effettuato un ingresso in acqua non preciso. Per non parlare del polacco.
- Che è successo al polacco?
- L'anno scorso un ragazzo polacco voleva tuffarsi ma non aveva intenzione di pagare il corso. Ha aspettato che passasse il tramonto, quando c'era meno gente, e si è tuffato. L'hanno recuperato 4 giorni dopo diversi chilometri più a valle.

Il paese gravita attorno alla bellezza ardita del ponte, acceso dalla luce del tramonto, e circondato da negozietti e bar assolutamente turistici dove non vi sono problemi a pagare in euro. Nathan si aggira in cerca di una maglia souvenir (perchè le altre sono tutte sporche) e se ne esce con una che, al posto della scritta Coca-Cola, riporta Ćevapčići.

venerdì 15 novembre 2013

konjic - giorno 6



Dopo aver accompagnato Jenny in aeroporto (e dopo aver perso le chiavi della macchina, aver messo a soqquadro l'ostello, gli zaini, averle chiamato un taxi, aver dimenticato di ritirare i soldi per pagare il parcheggio) ci dirigiamo verso un paesino dove la signora inglese dell'ostello ci ha convinto a fermarci. A metà strada tra Sarajevo e Mostar, Konjic ospita il colossale bunker di Tito. Terminato alla fine degli anni '70 dopo quasi trent'anni di lavori, è costituito da oltre 600 mq di gallerie scavate 300 m in profondità nella montagna e poteva ospitare 350 persone per diversi mesi. Il costo esorbitante dell'opera, oltre 5 bilioni di dollari, doveva garantire la sopravvivenza del dittatore e della classe dirigente contro esplosioni ben più potenti rispetto a quella di Hiroshima.
Arrivati in paese decidiamo di concederci una colazione come si deve, divorati dai succhi gastrici attivati dall'alcol della sera prima. Lungo il fiume troviamo un bar al primo piano di un brutto edificio da periferia dove sono riuniti dozzine di giovani che, a giudicare dalle pagelle lasciate sui tavoli, stanno frequentando i corsi di recupero. Da bravi stranieri ordiniamo come seconda colazione pizza e tè. Di fianco a noi sta il ponte di Konjic, vecchia opera a dorso d'asino in pietra, completamente restaurato. Sull'altra sponda si intravede svettare qualche minareto, sebbene man mano che ci avviciniamo a Lourdes questi si facciano sempre meno presenti.
Terminato il nostro brunch ci rechiamo all'ufficio turistico per comprare il biglietto del bus che ci porterà all'Atomska Ratna Komanda (ARK), il famoso bunker. Peccato che l'unico bus della settimana sia partito venti minuti fa e noi, che pregustavamo la visita già da questa mattina, rimaniamo come degli allocchi a fissare la ragazza che ci dice che non possiamo raggiungerlo neppure in auto, in quanto il luogo è segreto. Allibiti per l'idiozia del nostro brunch, riprendiamo la macchina e puntiamo verso Mostar.

Le colline si fan montagne boscose e si aprono per lasciare spazio al lago di Jablaničko, sorta di gigantesca alga d'acqua che penetra negli anfratti e nelle gole della terra. Un ponte strallato ne congiunge i lembi mentre al largo, inspiegabile come una visione, una zattera con una copertura simile ad un tetto, vaga verso l'orizzonte confermandoci che forse, questi luoghi, hanno qualche forma di remota parentela con l'Estremo Oriente.

martedì 12 novembre 2013

momentaneamente



Ci si ritrova bloccati in questa dicotomia, "Dovrei far qualcosa di meglio ma non posso perché non riesco a trovare un altro lavoro". Così dici a te stesso: "Mi trovo qui solo momentaneamente perché troverò qualcosa di meglio.

Naomi Klein, No Logo

lunedì 11 novembre 2013

sarajevsko - giorno 5



Un po' di cultura, ogni tanto. Trascino tutti quanti a vedere una mostra che ci ha consigliato la signora inglese che sta nella nostra camera. Infilata la porta a lato della cattedrale, percorso un corridoio dipinto di nero, poi un altro, preso un ascensore, ci ritroviamo nella sala che celebra il massacro di Srebrenica. Una mostra fotografica con scatti dell'epoca ed alcuni del periodo del recupero dei corpi e, in fondo alla sala, alcuni video.
Una foto commovente, una mano di donna guantato di bianco che sorregge e sostiene una mano che emerge dal terreno, ci colpisce tutti e finisce furtivamente sulla pellicola di Nathan. Mi siedo su una delle lunghe panche in legno, a fianco di una ragazza vestita come nelle nostre campagne tanti anni fa, il velo a fasciarle il viso. Davanti a noi due ragazze vestite in nero, anche loro con il velo, non scollano gli occhi dallo schermo. Ci uniamo a loro, fagocitando i sottotitoli.
A metà degli anni '90 migliaia di mussulmani, rifugiati nella città che era allora sotto la protezione delle Nazioni Unite, vennero uccisi dalle truppe serbo-bosniache al comando del generale Mladić. Il più grande genocidio europeo dopo la seconda guerra mondiale. Sullo schermo le donne parlano dei figli strappati alle loro braccia, dei mariti catturati, di parenti separati e mai più tornati indietro.
Toccati profondamente dalla mostra, scambiamo le nostre impressioni mentre facciamo ritorno al quartiere ottomano. Ci domandiamo quale sia il senso di venire in questi luoghi a ricercare, con gusto feticista, i fori dei proiettili, gli edifici sventrati, i segni di una guerra che ha devastato una nazione, un popolo, e che per noi è oggi solamente un racconto, fonte di turismo alternativo. La ricerca voyerista del dramma altrui, guardare dentro al calderone della guerra ma solo una volta che questa è finita. Noi, generazione che la guerra non l'ha vissuta, intrappolati nel fascino amaro che essa porta con sè. Come rendere giustizia a questo magnifico paese e non sciacallarne semplicemente la memoria e l'economia terzomondista? Come fare di ciò che abbiamo visto una ricchezza per tutti invece che un argomento da bar?
Forse proprio così. Ricordandolo. Scrivendone. Sentendolo.

Nella mia discesa trai cimiteri verso il centro avevo incontrato una stradina con un paio di bar che facevano al caso nostro. Ed è così che ci ritroviamo a passare la serata ai margini della città vecchia, seduti al nostro tavolino a tracannare birra Sarajevsko, rakia e altri alcolici locali. Jenny domattina partirà con l'aereo alla volta di Istanbul ed ha deciso di dare il meglio di sè, cantando terribilmente, imitando Ray Charles, imitando il nostro pessimo accento ed azzerando il nostro orgoglio.
Il ritorno all'ostello è un addio lento e trascinato, ricco di stanchezza e leggerezza. 

giovedì 7 novembre 2013

al calar del sole - giorno 5



Sarajevo ha cimiteri candidi sdraiati sulle pendici dei colli. Un prato di lapidi bianche, un bosco di bambù di pietra, una mandria di steli massicce si alzano verso il cielo, le scritte a guardare la città. Ed il tramonto è il loro momento.

martedì 5 novembre 2013

perdersi - giorno 5



Perdersi. Perdersi e seguire i sensi. Non già per ritrovare la strada, per tornare là dove sappiamo dove ci troviamo, ma per continuare a perdersi con maggior intensità, con maggior trasporto, dentro al meraviglioso sconosciuto. Assaporare il nascere dell'inaspettato, la gioia della scoperta senza preavvisi, la sorpresa dei lati nascosti della realtà. Riempirsi le narici di nuovi profumi, tracciarne gli aromi, denudare la piccola magnificenza delle periferie, le opere del tempo, artigiano instancabile, sulla natura, sugli uomini, sulle loro case, sui loro sogni. Osservare il quotidiano altrui, renderlo scena del nostro personale teatro, tramutarlo in romanzo universale, scoprire attraverso i suoi occhi l'essenza delle cose, il barlume di un senso e di una speranza.
Riempirsi. Gonfiarsi come una spugna assorbendo l'atmosfera, sorridendo il paesaggio, gli occhi straripanti del tutto che ci circonda. Le orecchie sorde a furia di ascoltare senza gerarchie. La mente finalmente placata, tornando a collocare la nostra esistenza al suo posto, microscopica sedia nel banchetto universale.

E allora la periferia collinare, il passato che riemerge in moschee di legno quasi fossero baite, villini di crema misti di oriente e occidente, le alte torri di vetro, le rose dei proiettili che solcano i marciapiedi, gli intonaci, i ricordi. Il fiume e la povera esistenza di chi sopravvive a lato dei benestanti, qualche passo più in là. I cimiteri islamici che si rosolano sulle pendici guardando in faccia il sole morente, il baluardo nordest come osservatorio al tramonto. Tutto è conforto inaspettato e profondo.

mercoledì 23 ottobre 2013

verso me stesso



Il Pellegrino,
il pellegrinaggio e il cammino:
nient'altro che me
verso me stesso.

Farin Addir Attar, XII secolo, Persia

terapista verbale



Non c'è dubbio che era una situazione sufficientemente stravagante per attirare la mia attenzione.
Invitati da una degna rappresentante della Rimini bene, accompagnati da un autista privato che non fa altro che vantarsi dei miliardi e miliardari che ha fatto transitare oltre dogana negli ultimi anni, ci presentiamo ad un incontro di "terapia verbale". Il grande cancello è aperto e ci inerpichiamo per il podere che circonda l'albergo, con tanto di viale di accesso sorvegliato dalle statue. L'edificio, un casermone grande ma senza pretese di qualità, è evidentemente di proprietà della curia, come dimostrano le sculture e le raffigurazioni sacre. All'interno però, accanto alle solite stampe di quadri classici a sfondo religioso, trovo alcune riproduzioni di Klimt dove le nudità sono tutt'altro che celate. Che la Chiesa, arrivata in paradiso (fiscale), si conceda un po' di mondanità?
La sala è gremita, tanto che gli organizzatori ci fanno portare appositamente altre sedie. Il pubblico è composto da una grande maggioranza di donne, per lo più oltre la cinquantina.
La dottoressa Mereu, laureatasi a Sassari e poi in medicina olistica a Urbino, parla con un cipiglio vagamente dittatoriale, sebbene il suo sguardo rimanga per lo più fisso sopra le teste dei suoi ascoltatori. Racconta come le malattie siano spesso frutto di scompensi non fisici ma mentali, psicologici. Cortocircuiti nei nostri schemi di pensiero, nei nostri rapporti interpersonali, nel nostro modo di vedere noi ed i nostri genitori, ingenerano patologie fisiche. La soluzione della medicina è, normalmente, quella di reprimere il sintomo chimicamente ingolfando il manifestarsi di problematiche che vedono il corpo solo come veicolo finale. In molti casi svelare l'arcano, rendere palese il complesso o la paura che ha generato la situazione patologica, è sufficiente per guarire il paziente.
Affascinante. Il potere della mente che distrugge e cura il corpo. E trovarne la chiave significa spesso approdare ad una vita se non più semplice sicuramente meno invasa da prodotti farmaceutici.
Le persone si alzano dalle loro sedie, prendono il microfono e raccontano i loro problemi. La dottoressa li osserva, ascolta come parlano, di cosa parlano, fa domande che mi ricordano gli omeopati, tangenti rispetto al problema, vagamente spiazzanti per chi non conosce il trucco. E poi sfodera la sua diagnosi. La comparsa di macchie a forma di farfalla sulle caviglie simboleggiano il sentirsi imprigionata di una donna sposata, e la sua voglia di volare. Le secrezioni cutanee di un ragazzo sono dovute al rapporto ancora troppo morboso con la madre. Un orzaiolo incurabile guarito istantaneamente quando, su suggerimento della dottoressa, la moglie ha scoperto il tradimento che non voleva vedere.
Non dubito che queste analisi, misto di psicologia e naturopatia, possano essere veritiere e sollevare nodi nascosti. E di sicuro i fiori che vengono proposti sempre come cura hanno meno effetti collaterali dei preparati delle case farmaceutiche. Eppure l'atteggiamento da Oracolo del Sud, la poca sintonia con il paziente (che viene spesso trattato quasi fosse un bimbo viziato che non vuol vedere quel che è palese) mi rendono questa donna istintivamente antipatica.
La mia antipatia cresce quando un ragazzo si alza per raccontarle dei vari problemi di cui soffre e la dottoressa, squadrandolo e mostrandolo alla platea quasi fosse un animale curioso, dice "Ma non vedete? È chiaro qual è il suo problema. Quanti anni hai?"
"Trenta", risponde il ragazzo.
"Trenta ma ti senti ancora un bimbo, vero? Guardatelo. Con i pantaloncini di jeans e quella maglietta così brutta. L'hai comprata tu o la mamma?"
E così avanti, smontandolo, dimenticando i sintomi che, con grande coraggio, il ragazzo aveva esposto di fronte agli sconosciuti.
Dopo qualche minuto a subire lo show del suo curatore e carnefice, il ragazzo torna mesto a sedersi.
È ora la volta di un signore anziano. Prende il microfono e comincia a raccontare che ha cominciato ad avere una serie di problemi e, pensandoci, tutto pare essere cominciato quando gli hanno trovato il diabete.
"Ma lei stava male?" lo interrompe la Mereu.
"No", risponde l'uomo dopo averci pensato un po'.
"E allora perchè si è fatto fare gli esami?"
L'uomo è incredulo e sulle prime non sa cosa rispondere. "Per tenermi controllato", risponde infine con titubanza.
"Ma se lei non si sente male è inutile che vada a fare le visite!"
E qui parte una filippica contro le procedure degli ospedali e dei medici che ogni anno abbassano la soglia dei parametri ritenuti normali di modo che sempre più gente risulti diabetica o celiaca o chissà che altro.
A questo punto mi alzo ed esco dalla stanza. Non riesco proprio più a sopportarla. Mi piazzo sul pianerottolo delle scale di emergenza e guardo in alto dove svettano, contro il cielo stellato, le tre torri illuminate.
Non è tanto il contenuto di quel che dice a lasciarmi insoddisfatto (il ragazzo poteva effettivamente aver  problemi di autorità ed indipendenza con sua madre e l'uomo non avere un effettivo diabete), quanto il modo. Una dottoressa che sostiene di curare le persone verbalmente, utilizzando quindi le parole come strumento della sua terapia, non può esporre i pazienti a sessioni pubbliche così annichilenti. Il porsi così palesemente al di sopra degli assistiti, autoeleggendosi maestro e guru, ed infliggendo ferite, seppur solo nell'animo e causate dalle parole, è un atteggiamento che non sopporto. E poi con quale autorità incita le persone a non controllarsi, a non tenersi monitorate?
Che sia coscientemente la strategia che la dottoressa adotta per una terapia shock? Perchè la rimozione del blocco sia più efficace e profonda? In ogni caso è una mancanza di empatia che non approvo.

martedì 22 ottobre 2013

attesa - giorno 5



Finalmente è uscito nuovamente il sole e, per riposarci un po', decidiamo di sederci ad uno dei bar della zona vecchia. Appena fuori rispetto alla via principale si trovano una serie di piazzette completamente circondate di negozi e bar che si sono appropriati, con le loro mercanzie ed i loro tavolini, dell'intero spazio. Noi stiamo seduti al sole, spalle alla parete in legno scuro del locale. Le panche sono ricoperte con cuscini dai tessuti orientaleggianti, gli sgabelli sono quelli ottomani e, spesso, i tavolini in legno o metallo riprendono gli arredi delle popolazioni nomadi, smontabili con un solo gesto.
Arriva il nostro caffè turco, dentro all'ibrik, l'inconfondibile bricco in ottone. Come ormai abbiamo imparato, visto che viene preparato versando la fine polvere di caffè direttamente nell'acqua bollente, bisogna avere cura di non berlo fino in fondo per evitare di ingerire lo spesso strato costituito dai fondi.
Poi ci facciamo portare il narghilè con il tabacco aromatizzato. Dai tavoli vicini si alzano nuvole aromatiche simili alle nostre ed i ragazzi chiacchierano mentre fumano sdraiati sui divani, passandosi l'un l'altro il beccuccio.
Rosolati nel sole del primo pomeriggio, con fumo e caffè, nessuno ha più voglia di alzarsi nè di far altro. Le uniche proposte sollevate riguardano spedizioni per recuperare un po' di regali e souvenirs dai negozietti.
Il mio demone interiore si risveglia rapidamente e decido che è arrivato il momento di prendermi del tempo per me, di solitudine ed esplorazione di questa città, che mi pare nasconda tanto di interessante. Molto più di quello che si può trovare in un negozio.
Guardo la mappa. Il centro storico è stretto e allungato, circondato dalle colline su tutti i lati e lambito dal fiume a ovest. Direi di puntare verso l'alto.

opzioni di ricarica



Appena alzati ci eravamo spostati al trullo, dove ci aspettavano i due maestri. Saliti sul tetto avevamo cominciato a fare yoga seguendo le loro indicazioni mentre il sole, già alto, rosolava i nostri corpi. Era una versione casalinga del Bikram Yoga, una pratica che consiste nel realizzare gli esercizi in un ambiente ad alta temperatura. Disciplina nella quale erano specializzati i nostri amici.
Dopo oltre un'ora scendemmo, tonificati e riposati, e ci andammo a sedere intorno al grande albero che domina il cortile del trullo. Qui ci avrebbero trasferito l'energia, ci dissero gli yogi. Partendo dall'alto passavano le mani a pochi centimetri dalla nostra testa, procedendo verso il basso, generando una sorta di elettrizzazione della pelle. Ovviamente, dopo la preparazione dovuta agli esercizi, la sensazione fu evidente.
- Abbiamo fatto un corso, in India - ci dissero mentre procedevano da uno all'altro - per attivare questa capacità di transfert energetico. Non si tratta di trasferirla da noi a voi, ma da ciò che ci circonda a voi. Non facciamo altro che canalizzarla. Ed ora, grazie a questo, ad una giornata e pochi euro, siamo in grado di rigenerarvi ed infondervi nuova energia.
Dentro me la ridevo. Mi sentivo un po' truffato, come se il mio benessere fosse assimilabile ad una tariffa telefonica. Mi bastava pagare qualche euro per avere l'autoricarica, attivare nel mio corpo l'"opzione trasferimento energia" e diventare un canale.
Non era, anche questo, mercato? Non si sarebbe potuti arrivare allo stesso senza dover pagare a qualche ente l'autorizzazione a praticarlo? Non si sarebbe giunti comunque allo stesso risultato semplicemente praticando e sperimentando?

lunedì 21 ottobre 2013

stari grad - giorno 6



Avevamo notato Jenny la sera prima: mangiava della roba indefinibile da un contenitore di plastica mentre stava sdraiata sul divano dell'ostello in shorts e canotta. La sua capigliatura rossa, poi, non la lasciava passare inosservata. Il pavimento della stanza (un'ottavupla) era per metà colonizzato dalla sua valigia, aperta di fianco al letto, e dai suoi vestiti sparsi tutt'attorno.
La mattina seguente decidemmo di visitare insieme il centro di Sarajevo. Il tempo non era certo quello che ci si aspetta ad agosto, con basse nuvole grigie e qualche scroscio di pioggia. Visitammo velocemente Stari Grad, il centro antico, partendo dalla parte più caratteristica, quella di influenza ottomana. Il bazar, la moschea, la madrasa (scuola coranica) con l'annessa nuova biblioteca, i resti del caravanserraglio (il corrispettivo di un antico ostello, ci tenne a sottolineare una ragazza turca che passava di lì) e soprattutto i vicoli con le loro piazzette segrete, i tavolini alla turca fuori dai locali, il profumo del narghilè e quello dei ćevapčići. Tutto molto curato, molto affascinante e molto turistico. Ci spingemmo poi sulle pendici a nord dove i segni della guerra si facevano più evidenti e le facciate di alcuni edifici avevano l'intonaco eroso da raffiche di proiettili.
Nel frattempo Jenny ci raccontava di lei. Nata 26 anni prima in un paese dell'Australia, si era trasferita a studiare a Melbourne e lì aveva trovato lavoro. Dopo pochi mesi era passata a lavorare per la Guardia Forestale ma, come affermava lei stessa, c'erano troppe donne ed il clima era difficile. Gli scontri con la sua capa erano diventati sempre più frequenti fino a quando aveva deciso di lasciare tutto. Aveva fatto le valige ed era partita per l'Europa con lo zaino in spalla. Era ormai in giro da mesi, seguendo un itinerario estemporaneo attraverso il vecchio continente. Westminster, Stonehenge, Glasgow, Edinburgo, Scozia, Irlanda, Amsterdam, Bruges, Repubblica Ceca, Cracovia, Praga, Varsavia, Berlino, Croazia e Sarajevo ( il suo viaggio sarebbe poi continuato verso Istanbul, Cappadocia e oltre).
Dietro di noi Nathan ti stava raccontando dei matrimoni gitani in Romania, del deserto della Giordania, degli amici di Amburgo.
Mentre mi lasciavo impregnare dalle vite altrui cercavo con gli occhi assiduamente qualcosa che mi attirasse, qualcosa che incarnasse l'anima della città più che la semplice visita ai monumenti simbolo. E sempre più si sollevava il mio demone interiore, quello che aveva bisogno di solitudine e silenzio, di camminare e lasciarsi trasportare dall'intuito urbano. Essere spugna per gli edifici, le strade. Scovare la storia là dove le parole altrui te la celerebbero. Assaporare la città perdendosi e lasciandosi sorprendere da quel che si può trovare quando non si cerca nulla di specifico.

crocevia - giorno 5



Già i primi passi mossi nella capitale ci danno l'impressione di un bel posto. Protetta a nord dalla catena montuosa che ci ha stregato, alla città si arriva dall'alto, costeggiando il fiume lungo il cretto che ha scavato nella roccia, fino a giungere al centro antico. Un cuore ottomano, ricco di vicoli, moschee, minareti, bazar, bar. A fianco si trova via principale di stampo europeo, asburgico, dove trovano spazio i negozi che hanno colonizzato ogni capitale. Un'occhiata alle colline e vi troviamo le distese bianche dei cimiteri islamici, le vecchie ville dalle decorazioni geometriche, le nuove case dei poveri. I grattacieli ed i condomini della città nuova.
Una ricchezza incredibile sembra pervada questa città. Non certo economica, ma identitaria. Religioni, etnie, stili ed influenze diverse in ogni dove. Questa è stata la ricchezza che ha portato Sarajevo dall'Età della Pietra fino al XX secolo ad essere un crocevia culturale. E proprio quello che l'ha portata, poi, alla guerra civile. 

domenica 20 ottobre 2013

prospettive



L'uomo dice che il tempo passa.
Il tempo dice che l'uomo passa.

Detto indiano

monteacuto



Il sentiero sale ripido dentro al bosco di faggi finchè, senza preavviso, muore di netto. La terra diventa un selciato di pietre, il cielo riemerge dalle fronde e davanti a me si staglia una fila di case contro l'alto e grigio orizzonte. Svolto a destra sulla via di pietre levigate dagli anni, fiancheggiato da basse case di paese, le une strette alle altre nell'antico tentativo di proteggersi vicendevolmente dalle invasioni e dalle intemperie. Oltrepassato uno slargo con la fontana ed il monumento ai caduti, la strada mi porta ancor più verso l'alto, dove deve trovarsi la chiesa la cui campana sento riecheggiare per le valli intorno. Una piazza in salita, una balaustra massiccia sulla sinistra che protegge dallo strapiombo. All'orizzonte si vedono le montagne che delimitano la valle a nord e, in lontananza, il Corno alle Scale, con la sua vetta fagocitata dalle nubi.
Montacuto delle Alpi è un paesino perso tra i boschi ancora lussureggianti dell'Appennino emiliano, ad un passo dal confine con la Toscana. Dalle valli profonde e verdi si erge la ripida conformazione rocciosa sulla quale dal Duecento sta assiso l'avamposto umano costituito da tre file di case disposte lungo due strette vie parallele. Due vie che poi sono, in realtà, sempre la stessa stretta ad anello. In queste tre file di casupole abitano ufficialmente le 29 anime che mantengono ancora vivo questo baluardo di antichità appollaiato sul crinale.
Il cielo è plumbeo, l'aria silenziosa non sa se dar sfogo alla tempesta rimanendo, nel frattempo, minacciosa. Intorno le valli annegano nelle nuvole basse nascondendo alla vista anche i pochi paesini e lasciandomi l'illusione di essere solo per chilometri e chilometri. Prima di imboccare nuovamente il sentiero mi trovo sulla destra una bassa costruzione di poco più di una stanza che si presenta come museo del quarzo. Al tavolino di fronte all'ingresso sta seduto un uomo tutto intento a lavorare con il suo MacBook Air bianco. Sulla parete leggo una targhetta incorniciata in plexiglass: per gentile concessione di una società di Reggio Emilia il paese è dotato di una rete wi-fi che gli permettere di non essere, nonostante tutto, completamente escluso dalla modernità.

domenica 13 ottobre 2013

profondamente locale



Bisogna descrivere qualcosa di molto locale, di molto circoscritto, qualcosa che si conosce benissimo, per poter essere capiti da tutti. Io mio sono convinto che devo essere parrocchiale, nel senso di profondamente, religiosamente legato alla mia realtà, per poter essere universale.

Fernando Botero

la fantasia



Il villaggio di Derisanamscope era un posto incantato: il più insolito, uno dei più interessanti, certo il più sereno e pacifico in cui sono stato in India. Ma che non si vada nessuno, credendo di trovare quel che ci ho trovato io, perché ognuno fa di ogni cosa - un posto, una persona, un avvenimento - quello che vuole, quello di cui, in quel momento, ha bisogno. E niente, niente come la fantasia aiuta a vedere la realtà.

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

giovedì 10 ottobre 2013

bosniac intro - giorno 5



La pioggia è battente sul nastro d'asfalto. Grumi di case emergono sporadici dalla vegetazione a dar senso ai cartelli che recano i nomi di piccoli villaggi. Lesnica, Loznica, Banja Koviljaca, Donja Borina.
Zvornik si trova sul lato bosniaco del fiume Drina, poco prima che questo, sancendo il confine trai Serbia e Bosnia, si decida finalmente a diventare lago incuneandosi tra le montagne. Un ponte pedonale in ferro collega le due sponde, un controllo di passaporti ad ogni estremo.
Ci fermiamo in centro di fronte alla moschea e compriamo un paio di baklava a testa, tanto per fermare la fame. Dolcissimi, come sempre, e buoni. Ci sediamo poi all'unico tavolino di un piccolo alimentari dove per accompagnare i burek, torte salate con ripieno di carne macinata, la signora ci propone di bere l'ayran, una sorta di yogurt liquido salato.
Infiliamo la porta del primo bar ed ordiniamo un espresso. La macchina è italiana e reca, ben visibile, un italianissimo slogan serigrafato sulla plancia metallica.
Salutiamo il paese di frontiera e filiamo in direzione della capitale, puntando verso le montagne.
Ha smesso di piovere, il cielo s'è pulito, l'aria è ancora carica di tensione, la luce tagliente. In queste condizioni cominciamo a risalire i monti, fiancheggiamo di lontano il lago Zvornik, per poi ritrovarci in una delle più belle terre che mi sia capitato di vedere. Le pendici dei monti si coprono di boschi, alberi affusolati si stirano verso il cielo, grandi abeti fanno ombra sul nostro cammino. Finchè, improvvisamente, la montagna si fa altopiano, spariscono le foreste lasciando il posto ai pascoli. Lungo la strada risalgono mandrie di vacche pezzate, le pecore brucano nei campi, le case isolate somigliano sempre più a rifugi montani, a malghe. Il sole scende lungo sull'orizzonte rendendo cristallina l'aria, inquadrando nelle nostre retine uno spettacolo emozionante. Degna e potente introduzione al nostro ingresso nella capitale.

mercoledì 9 ottobre 2013

l'arte povera è per i ricchi - giorno 5



Imbocchiamo l'autostrada nuovamente verso Novi Sad per poi abbandonarla poco dopo Ruma e puntare verso sud lungo una strada che si insinua tra paesini e lande disabitate. Il nastro d'asfalto è bordato da quella collezione di umanità che già abbiamo imparato a conoscere, un catalogo di quasi miseria, di degna povertà, un compendio di neorealismo. Case bifamiliari si susseguono senza tessuto nè disegno, l'una dopo l'altra. Le presidiano guardiani impolverati di strada, giovani e anziani ugualmente vecchi nell'animo, rassegnati ad esporre quel poco avanzo che produce il loro campo. Sui carri stanno i loro frutti, le loro verdure, merce di nessun prezzo per pagare la sopravvivenza di chi la produce. Monatti di vegetali, espongono i loro carretti come gli storpi i propri moncherini.
E noi, voyeur odierni, feticisti di quel poco di verità che ancora ci riserva il mondo del mercato globale, li osserviamo, li fotografiamo, ne scriviamo, ci commuoviamo. Ci riempiamo gli occhi della loro presenza, le memory card delle loro immagini, e ce ne andiamo lasciandoli morire dietro di noi.

venerdì 4 ottobre 2013

parte del tutto



Non ci sentiamo in alcun modo parte del tutto. Al contrario. Ognuno si vede come un'entità separata, a sè; ognuno si sente forte del proprio ingegno, delle proprie capacità e soprattutto della propria libertà. Ma è proprio questo sentirci liberi, disgiunti dal resto del mondo, a causarci un gran senso di solitudine e di tristezza.

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

quartier generale - giorno 4



Ci riproviamo. Torniamo verso i due grandi edifici collassati su se stessi, quelli che avevamo intravisto il giorno precedente sotto l'acquazzone. Attraversiamo il centro antico, percorriamo strade larghe fiancheggiate di edifici monumentali, pomposi, e ci fermiamo su Kneza Miloša. Ci armiamo ognuno della sua macchina fotografica e cominciamo a scattare. Gli edifici sono effettivamente 3, i due grandi stecconi gradonati ed un piccolo edificio ad un solo piano sollevato da terra. Attraverso la strada, mi avvicino, scatto foto degli interni vuoti, dei ferri ossidati nel cielo minaccioso, le auto che corrono di fronte a queste rovine. Dopo poco mi si avvicina il militare che avevo notato ieri. Lo saluto e continuo a cercare una buona angolazione, ma lui non smette di osservarmi. Lo sento dirmi:
- Fai pure tutte le foto che vuoi, che dopo tanto le cancelliamo.
 Lo guardo con aria sinceramente stupita e lui, con sguardo rassegnato e comprensivo, mi risponde:
- Non mi chiedere perchè, è così.
- Cioè, vuoi dirmi che tu stai qui, a sorvegliare un edificio vuoto da una decina d'anni, dentro cui non è rimasto nulla, per impedire ai turisti di scattare foto?
- Era il vecchio quartier generale dell'esercito, e gli ordini sono di evitare che se ne diffondano le immagini.
- Ma è un edificio del centro, è praticamente un monumento..
La risposta è un'educata alzata di spalle.

Aleksander è un ragazzo giovane, nato a Belgrado e vissuto qui anche durante la guerra. Parla un discreto inglese e si vede che è annoiato, stanco di far la guardia ad un ammasso di pietre recintate, ma adempie con scrupolo al compito che gli è stato assegnato. Mi dice di chiamare i miei amici e che dobbiamo cancellare, di fronte a lui, le immagini scattate.
- Ci sono telecamere che ci riprendono e non posso farvi andare via senza che le abbiate cancellate. O almeno che abbiate fatto vedere che lo fate - suggerisce.
Quando gli presentiamo Nathan, Aleksander sembra animarsi un po' e comincia a parlare degli Stati Uniti. Di come siano venuti a portare guerra nel suo Paese, di come si sentano potenti e non perdano occasione per mandare i loro marines in giro per il mondo. Nathan dice che non è stato lui a mandarceli, i militari in Serbia.
- Non hai forse votato per chi lo ha fatto?
Nathan è un personaggio molto tranquillo e non risponde alle accuse. Il serbo non ha intenzione di provocare, cerca solo un dialogo diverso dal solito per salvarsi dalla noia endemica di un compito francamente assurdo.
Nel frattempo la pioggia ha cominciato a farsi battente e ci ripariamo nuovamente sotto le impalcature del cantiere. Proviamo ad offrire un ombrello ad Aleksander ma lui sorride e dice che non può, non quando è in servizio. E si accende una sigaretta, quasi potesse, quella proteggerlo dall'acqua e dal freddo.
Il militare continua a raccontarci della povera Serbia, di ciò che pensa degli Stati Uniti (opinioni chiaramente nate dentro ad una caserma, anche se in parte condivisibili), di come ricorda la guerra quando aveva dodici anni.
È un ragazzo simpatico, peccato non lo si possa invitare a bere qualcosa e sentire di più di quel che ha da dirci. Sarebbe un bel modo per capire meglio la Serbia.
Dopo quaranta minuti la pioggia ci dà un po' di tregua e decidiamo di salutare il nostro momentaneo amico, ringraziandolo per le chiacchiere. Lui ci saluta e si accende un'altra sigaretta mentre le luci del tramonto si stanno spegnendo sul vecchio quartier generale.

una buona idea - giorno 4



Ci sediamo a due passi dalla cattedrale su sedie di vimini, ognuno con la sua birra. Il cielo minaccia pioggia, ancora una volta e ci prepariamo a tornare in ostello.
Nathan è originario della California ed un anno e mezzo fa è partito con la sua macchina fotografica alla volta dell'Europa. Da allora ha sempre viaggiato, spostandosi di Paese in Paese, immortalando paesaggi magnifici, realtà umane commoventi, parti di mondo ancora nascoste. Ha lavorato in Giordania in una ONG aiutando la gente del posto, viaggiando nell'interno, attraversando il deserto; si è trasferito poi in Romania a costruire case per i poveri, ha partecipato alla festa della vendemmia, ha visto matrimoni gitani, la povertà di un secolo fa. Ha visitato la Turchia, la Grecia. Ora sta cercando di raggiungere Amburgo, dove ha degli amici e dove ha lavorato per un certo periodo, così da poter lasciare i suoi bagagli pesanti e continuare a muoversi più agilmente. Dentro due grandi valige si trova il materiale dei suoi viaggi, i suoi hard disk, le sue foto, e portarle in aereo è troppo costoso. Così si mette a controllare se c'è un mezzo economico per andare verso nord. Tu gli dici che siamo in due, che abbiamo posto in macchina e che possiamo portarlo fino a Sarajevo se da lì è più facile trovare un biglietto. Lui ci pensa un po' e dice che è una buona idea.
Lasciamo il bar, attraversiamo il centro e raggiungiamo l'ostello un minuto prima che si scateni il diluvio.

giovedì 3 ottobre 2013

la casa dei fiori - giorno 4




La mattina, sul terrazzino dell'ostello, chiacchierano amabilmente due strani personaggi. Uno somiglia all'uomo dei fumetti dei Simpson, camicia sgualcita di jeans, pantaloni corti e sandalo crucco, coda di cavallo e berretto da subsonica, pure quello in jeans. L'altra è una bionda platinata che veste una canotta leopardata rossa dalla quale emergono le spalle da rugbista ricoperte quasi interamente di tatuaggi.
Dopo un'ora, non so bene come, ci ritroviamo tutti quanti nella nostra macchina. Delphine, la parigina, la stiamo accompagnando alla stazione; Cat, l'assistente sociale londinese, che vuole guardare ancora un po' la città prima di prendere l'aereo di ritorno alle 5 del mattino seguente; e Nathan, il fotografo californiano, che si fa trascinare dal gruppo.
Arriviamo al Museo della storia jugoslava a Novi Beograd, la parte della città che si trova sull'altra sponda del Sava rispetto al centro antico. All'interno della Casa dei Fiori si trova sepolto, per sua volontà, Josip Broz, meglio conosciuto come Tito. Al di sotto di una copertura vetrata, fiancheggiato da palme e piante lussureggianti, in un edificio dal microclima controllato, sta la salma dell'uomo che più di tutti ha cambiato i destini della gente di questo Paese nell'ultimo secolo.
Dopo una visita fugace al museo, Cat ci porta alla parte che preferisce della città: lo stadio della Stella Rossa. Tifosa sfegatata del Tottenham, ci inonda di chiacchiere sui suoi trascorsi allo stadio e così ci trascina fin quasi sugli spalti.
Entriamo nella Kalemegdan Citadel, cittadina fortificata di origine celtica situata alla confluenza tra il Sava ed il Danubio. Controllare questa zona significava controllare il sud del Paese. Dopo pochi minuti a passeggiare lungo le mura, tra la fortezza ed il fiume, Cat esordisce con: "Ok, dov'è il bar?"

martedì 1 ottobre 2013

non aprire quella porta - giorno 3



Ci accampiamo nell'ottavupla, una stanza sotto tetto molto densa di persone e con il condizionatore guasto. Non faccio in tempo a girarmi che hai già impezzato la ragazza che occupa il letto di fronte al nostro e l'hai invitata a uscire a cena con noi.
Delphine è di Parigi dove lavora nella didattica universitaria già da qualche anno. Le piace viaggiare sola tutte le volte che può anche se, a questo giro, i suoi amici non erano molto contenti che si facesse in solitario il giro dei Balcani. Domattina partirà alla volta di Novi Sad ma per stasera è dei nostri e ha deciso di portarci a Skadarlija, il quartiere bohemien della città. In realtà la zona è alquanto turistica, zeppa di terrazze ad invadere la stradina di ciottoli e piccole orchestre che suonano dal vivo, di fronte ai commensali, ad un volume decisamente troppo alto. Dopo aver sondato per due volte tutti i locali, scegliamo quello che ci sembra il meno peggio. Afferro la maniglia della porta, la tiro verso di me e guardo Delphine, aspettando che entri prima di noi. Non l'avessi mai fatto. Prima ancora di sederci lei si scaglia contro il tipico maschilismo italiano ed il nostro modo fintamente galante di far sentire inferiori le donne. Io e te ci guardiamo, vivamente sorpresi. Non mi era mai passato per la testa che un gesto di gentilezza potesse passare per discriminazione. Ci domanda se non pensiamo che possa aprirsela da sola, la porta. Mi sembra una domanda sciocca, ma lei è alquanto seria. Le rispondo che la porta la apro anche agli uomini, e che non è quindi un gesto sessista. Sguardo volitivo assolutamente privo di trucco, capelli raccolti, abbigliamento ben poco femminile, Delphine è, a quanto pare, una femminista convinta. Non le dico che lo sono anch'io. Le domando se, secondo lei, non sia sessista che agli uomini non sia concesso indossare abbigliamento considerato femminile, mentre le donne possono vestire come gli uomini. Ribatte che gonne, tacchi, calze, trucco non sono altro che una scomodità e non sarebbero una conquista per la popolazione maschile.
La discussione va avanti per quasi un'ora, mentre tu ti alieni a guardare l'orchestra che ci costringe a urlare. Ci spostiamo poi in un localino trovato per caso in un vicolo dove suggerisce di brindare tutti insieme con della rakia, una sorta di grappa del luogo. Tracanniamo il bruciabudella e continuiamo a fare i finti maschilisti.
Ovviamente, di offrirle la rakia, non se ne parla neppure.

pedalando verso sud



Davanti a me si ferma una bicicletta carica all'inverosimile. Il ragazzo, cresta platinata e piercings ai lobi, completo da ciclista ed attrezzatura tecnica, estrae la cartina dal manubrio e la consulta, cercando il nome della via sull'edificio. Mi avvicino e chiedo se ha bisogno di aiuto. Lui mi risponde con un sorridente Danke, mi mostra la cartina e mi dice: "Noi dovremmo essere qui, giusto?". Nel foglio è rappresentata tutta l'Italia, da nord a sud, ed il lui mi sta indicando, con il suo ditone tozzo, un'area che va da Modena a Faenza. E cerca il nome della via..
Sorrido e chiedo dove deve andare. Con il dito scorre verso sud, fino a Rimini e San Marino. Perplesso guardo la strada che sta percorrendo, diretta a nord, e lo indirizzo sulla via Emilia.
"Buon viaggio e good luck". "Danke, man"

lunedì 30 settembre 2013

apocalypse please - giorno 3



Lanciamo la macchina sulla strada che ci porta verso il cuore urbano con l'idea di essere in una città devastata dalla guerra nel passato recente, e pronti a coglierne i segni. La periferia di Belgrado è anonima come in tutto il mondo. Torri prive di carattere, edifici senza pregio, residenze tristi. Più ci avviciniamo alla parte antica e più le strade, ampi viali alberati, si fanno monumentali, pomposi. Finchè, percorrendo Kneza Miloša, la meraviglia ci mozza le parole.
"Fermati!"
Scendiamo dalla macchina, voltiamo l'angolo e ci ritroviamo di fronte un edificio in procinto di collassare su se stesso. Probabilmente da almeno una decina d'anni. Uno steccone gradonato e bugnato, setti in cemento armato che sostengono solai armati, finestre a nastro e linguaggio moderno. Doveva incutere rispetto, all'epoca, il bestione. E ora guardalo, cieco e mutilo, un reperto che mostra le sue viscere fossili al palazzo del potere che gli sta di fronte. Tentiamo di immortalare il cadavere di pietra in questa atmosfera apocalittica, catturando la poca luce prima di dirigerci alla ricerca di un ostello. Invece, dopo un paio di minuti, il cielo cupo si scuote e comincia a riversarci addosso secchiate d'acqua che ci costringono a cercare un riparo. Lo troviamo sotto i ponteggi di un cantiere proprio di fronte al nostro cadavere urbano, confidando nella rapidità dei temporali estivi. Eppure si è alzato il vento, e la pioggia non accenna a diminuire. l'acqua comincia a penetrare tra le assi di legno ed in una decina di minuti ci ritroviamo con 2 sconosciuti a stringerci nelle zone più riparate. Piove così tanto che la città è trascolorata, grigia e scomparsa dietro una cortina d'acqua che ci impedisce di vedere lontano. La strada è quasi allagata, le macchine faticano a passare, il tram è fermo con le quattro frecce, la gente cerca riparo negli androni, sotto i ponteggi, alle fermate del bus.
Sotto le impalcature dall'altro lato della strada, un militare continua a fare brevi ronde, andata e ritorno, incurante dell'acqua che viola la sua uniforme.
Cercavamo un impatto violento con la città. Beh, è quello che abbiamo avuto.

sabato 28 settembre 2013

dizel - giorno 3



Abbiamo lasciato il temporale alle nostre spalle, ma per poco. Attraversiamo campi e campi di granturco quasi pronto per il raccolto e ci fermiamo in una grande stazione di benzina in mezzo alla piana.
È lì, sospesi in quest'aria elettrica, con i biondi campi a scuotersi contro lo sfondo tetro della tempesta incombente, le antiquate insegne in latta del benzinaio, il vento a raffiche che ci spettina i capelli - è qui che vorrei essere realmente capace di fotografare. Per raccontare quello che le parole non riescono ad esprimere.

venerdì 27 settembre 2013

pioggia calda



"Non importa farlo alla perfezione. Questo è uno di quei problemi che ci portiamo addosso noi occidentali, l'idea che si debba raggiungere il massimo, la perfezione a tutti i costi."
Ci guarda, seduta sul pouf verde tutto ricamato, i suoi occhi appoggiati sui nostri. Alla sua sinistra un Buddha di pietra gorgoglia rivoli d'acqua in segno d'assenso. I dipinti a parete ci mostrano i loro lineamenti indiani per tentare di convincerci.
 "Lo yoga dà i suoi effetti su chiunque, tanto su chi inizia per la prima volta, come voi, come su chi è già esperto. Ed ognuno riceve il massimo beneficio nel praticare con concentrazione ed impegno, e non in base a quanto è avanzato il proprio stato."
Le mani in grembo, vestita completamente in lino bianco, uno scialle turchese legato in vita, il terzo occhio disegnato con cura.

Mi sento confortato da questa visione. Scompaiono i paragoni, i confronti, i tentativi di essere di più di quel che si è. Rimane il presente, ontologicamente l'unica realtà che importa. Ed il mondo diventa improvvisamente un luogo accogliente, dove anche la pioggia riscalda.

la libertà



Un uomo va dal suo re che ha grande fama di saggezza e gli chiede: "Sire, dimmi, esiste la libertà nella vita?"
"Certo", gli risponde quello. "Quante gambe hai?"
L'uomo si guarda, sorpreso della domanda. "Due, mio Signore."
"E tu, sei capace di stare su una?"
"Certo."
"Prova allora. Decidi su quale."
L'uomo pensa un po', poi tira su la sinistra, appoggiando tutto il proprio peso sulla gamba destra.
"Bene", dice il re. "E ora tira su anche quell'altra."
"Come? È impossibile, mio Signore!"

"Vedi? Questa è la libertà. Sei libero, ma solo di prendere la prima decisione. Poi non più."

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

mercoledì 25 settembre 2013

prima di irig - giorno 3



La strada esce dal Parco puntando verso la piana e ricompaiono le scene di un'epoca ormai scomparsa. Strade dai cigli polverosi, senza segnaletica, case scorticate, coi mattoni forati e le strutture in cemento armato in vista. Di fronte ad ogni abitazione carri parcheggiati su cui sono esposte casse di frutta e verdura pronte ad essere vendute. Uomini e donne di tutte le età siedono, solitari, su logore sedie arenate a pochi passi dai carri, presidi umani di una povertà antica. Tu ti fermi e contratti, senza possibilità di dialogo, un chilo di pesche.
Poco dopo fermiamo la macchina sul ciglio della strada ed entriamo in un piccolo locale che annuncia menù per i camionisti di passaggio. Carne, carne e ancora carne. Varchiamo la porta, sperando di trovare qualcosa di tipico e a prezzi popolari. Il locale in realtà è poco più che una baracca agghindata apparentemente a caso: pareti in boiserie scura vagamente orientaleggianti, spolverini, reti da pesca appese al soffitto, paraventi , foto del ventennio precedente, radiatori da montagna. Tutto ciò a fare da cornice ad una decina di tavoli, apparecchiati con tovaglie di cotone spesso, montanare. Seduto ad uno dei tavoli sta un uomo, l'unico, intento a terminare il suo pranzo. Solleva un ciglio lanciandoci una breve occhiata, e poi torna al suo pasto. Il padrone del locale smette di giocare con una bambina di poco più di dieci anni, si alza dalla sedia e ci viene incontro, perplesso. Cerchiamo di farci capire, domandando se è ancora possibile mangiare. L'uomo, titubante, risponde di sì, seminando qua e là qualche parola in inglese.
Il menù è, ovviamente, rigorosamente in serbo. Ci guardiamo, sorridiamo, e scegliamo pietanze a caso indicando col dito nomi impronunciabili dal listino. Mentre aspettiamo studiamo la cartina ed il percorso dei prossimi giorni, ci raccontiamo quel che ci aspettiamo, quel che ci piacerebbe vedere.
L'uomo rientra nella sala e porta in tavola un vassoio straripante, una montagna di cipolla sepolta sotto spiedini, braciole, patate, verdure. Tutto ottimo e più che abbondante. Tu cerchi di complimentarti, alzando il pollice per dire "buono", ma non sono sicuro che il padrone-cameriere-barista-cuoco del locale abbia capito. E in fatti, qualche minuto dopo, rientra con un'altra insalata. "Uno" gli avevi indicato con il pollice al cielo, ed un'altra insalata ti ha portato. A quanto pare, il linguaggio dei gesti è tutt'altro che universale. Mentre beviamo i nostri caffè turchi, tentando di riprenderci dal cibo, raccontiamo all'uomo del viaggio che stiamo intraprendendo. Lui ci sorride, col sorriso di chi guarda una vita ormai troppo lontana dalla sua. Con un misto di compiacimento e rassegnazione.
Infialiamo la porta e ci ritroviamo sotto un violento acquazzone estivo che spazza la strada. Corriamo rapidi verso la macchina e puntiamo verso sud. È ora di lasciare la periferia del Paese e puntare sulla capitale.

martedì 24 settembre 2013

staro hopovo - giorno 3



Mentre schiacci il tuo solito pisolino, mi incammino lungo la strada. Mi faccio accompagnare da un timido sole che illumina campi di cereali, vigneti e prugneti. Osservo attentamente ciò che mi circonda mentre vi passo attraverso e per un attimo la campagna mi pare quella ordinata e pacifica della Toscana. Poi i casolari mai terminati e quelli in disuso mi riportano alla balcanica realtà. Per quasi un'ora seguo il nastro di asfalto che si srotola sinuoso in mezzo ai campi, finchè torno a salire ed entro nel recinto di un piccolissimo monastero, Staro Hopovo.
A lato del tracciato principale si trova una chiesina di pietra chiara di un'unica stanza, poco più che una cappella. Un piccolo ingresso, un leggero marcapiano su cui campeggiano archetti ciechi ed uno splendido mosaico dorato che mi guarda. Al di sopra, un rosone in miniatura, quasi un bottone traforato. Sull'altro lato si trova la casa dei monaci, un edificio modesto di una manciata di stanze al cui fianco si estende l'ampia copertura in legno che protegge i lunghi tavoli per i pranzi comunitari.
E qui, ad pochi chilometri dal precedente monastero, la vita mi sembra così diversa, così tanto più legata alla foresta che lo circonda, alla solitudine che li isola, al silenzio che alimenta la meditazione.

novo hopovo - giorno 3



Come varchiamo la soglia del chiostro del monastero di Novo Hopovo ci ritroviamo circondati dalle chiassose voci di un gruppo di turisti. Sciami di anziane signore zampettano sotto il portico facendo incetta di souvenir sacri e prodotti locali.
La chiesa che domina il chiostro è stata restaurata recentemente ma reca ancora i segni della storia, delle battaglie e dell'incuria. L'ingresso è protetto da inferriate sulle quali campeggia la croce e da un portone dai rosoni vagamente arabeggianti. All'interno, sotto ciò che resta degli affreschi di chiara atmosfera orientale, i monaci camminano senza rumore, splendidi nel loro rigoroso vestire in nero, barba lunga e copricapi a capitello. Non posso fare a meno di osservarli muoversi silenziosi ed eleganti, misteriosi, a vestire una condizione ideale che tante volte ho agognato. Eppure una tristezza antica mi prende quando vedo la piccola bancarella che hanno allestito all'interno della chiesa, a pensare che questi uomini che hanno scelto il ritiro dalla civiltà abbiano dovuto trasformare il proprio artigianato in souvenir. Il frutto di secoli di fatiche spirituali piegato alle folcloristiche voglie di un'economia più forte.

lunedì 23 settembre 2013

novi sad - giorno 3



Parcheggiamo su Beogradski kej, attraversiamo la strada e ci sediamo cavalcioni sull'argine. Davanti a noi scorre placido il Danubio nel suo letto ampio, rigirandosi silenzioso in questo sabato mattina d'agosto. Estraiamo piano le paste dal sacchetto ed assaporiamo la vista della fortezza sulla sponda opposta.
Costruita già prima dell'arrivo dei Romani, la fortificazione si erge a pochi passi dal fiume su di un improvviso rilievo, dominando il borgo asburgico che sorge ai suoi piedi e la città che venne successivamente costruita sulla sponda opposta per ospitare la popolazione ortodossa, ossia la vera Novi Sad, Città Nuova. Infiliamo una scala che si insinua nella terra e sbuchiamo nella parte austriaca, ancora cinta da mura. Tetti a falda spioventi, bow-windows, scrostate insegne di bar, inquietanti simboli del potere.

domenica 22 settembre 2013

katolička porta - giorno 2



Katolička Porta è la piazza sul lato della cattedrale di Novi Sad. Questa sera (e, come scopriremo poi, ogni sera) è gremita di ragazzi di tutte le età, ognuno con il suo personale botellòn. Cerchiamo di evitare di finire come a Zagabria (a guardarci negli occhi al tavolino di un bar) e decidiamo di unirci alla calca festante. Prendiamo qualche birra e ci appostiamo vicino alla fontana. Dopo pochi minuti un ragazzo viene a chiederci un cavatappi ed il gioco è fatto: in breve conosciamo Milan e la sua simpatica combriccola. Milan è un ragazzo originario di un paesino poco fuori città e si è trasferito qui per studiare. Dice che la città è molto interessante ed ha una gran vita, grazie al fervore studentesco, e la piazza sembra dargli ragione. Sostanzialmente il centro storico è costituito da due arterie principali: un boulevard pedonale dove ogni locale è un bar che si espande sulla strada con tavolini e divanetti, ed una strada stretta dove si concentrano i pub ed i clubs della città. Ci facciamo qualche giro di birra insieme e poi bissiamo con quello che stanno bevendo loro, un mix senza nome fatto di vino bianco e schweppes al limone.
Aleksandra, una ragazzona bionda molto appariscente, ci racconta di come lavori per l'ufficio Erasmus tentando di incrementare le possibilità per i serbi di andare all'estero. Una grande opportunità per i ragazzi di qui per poter studiare fuori dal Paese, ma purtroppo le borse sono poche. Li invitiamo a venire a trovarci a Bologna, visto che nessuno di loro vincerà una borsa Erasmus. Milan ci guarda e dice che il problema è che in Serbia non ci sono soldi, che c'è tantissima povertà. Loro sono già fortunati a poter studiare in città, ma non possono fare vacanze, lavorano per stare lì, e di andare all'estero, purtroppo, non se ne parla. Auguriamo loro, goffamente, che aprano delle connessioni low-cost con l'Italia, per poterli ospitare in un futuro.
Poco prima di mezzanotte riveliamo che è il mio compleanno e quindi, tutti insieme, scoliamo i bicchieri e ci trasferiamo in uno dei clubs vicini. Varchiamo la porta e ci infiliamo dietro ai nostri nuovi amici nella calca del locale. Una musica hip-hop sparata a tutto volume fa muovere i corpi come nei videoclip e le ragazze non perdono occasione per mostrare come hanno imparato a scuotere i loro averi. Io e te ci guardiamo, silenziosamente basiti. La notte procede al ritmo di gin tonic e birre, passando da un locale all'altro, attraversando sale dove la musica a noi pare decente ma non ad Aleksandra, che guida i giochi. Quando tutti i locali chiudono Milan, tutto emozionato, ci trascina nel posto che fa la "miglior pizza della città". È un banco che serve le pizze direttamente in strada, e non è niente male. Qui finalmente riusciamo a parlare un po' con Bojana e Danijela che, ormai prede dell'alcol, tentano di esprimersi in un fantasioso inglese. Tutta gente molto simpatica, piena di vita e di quella semplicità che contraddistingue aree dove la ricchezza ancora non ha corrotto la genuinità.
Quando ormai ogni speranza di trovare qualcosa aperto svanisce, salutiamo i nostri momentanei compagni di viaggio e ci ripromettiamo di vederci in Italia. E un hvala di cuore raggiunge ognuno di loro.

monastero di grgteg - giorno 2



Usciamo dalla porta della rimessa sperando che nessuno ci veda, ma appena ritorniamo alla luce del giorno due paia d'occhi ci fissano. Automaticamente cerchiamo di calarci velocemente nella parte dei turisti ingenui portando la mano alle nostre macchine fotografiche, come fosse una scusa. La suora, tarchiata e sorridente, si avvicina domandandoci qualcosa in questa lingua che non conosciamo. Rispondiamo in un inglese stentato che stavamo giusto facendo qualche foto. La ragazza si allontana dalla macchina, ci viene incontro e ci dice che non si può passare dalla rimessa, che è una zona riservata alle suore del monastero. Ci profondiamo in scuse idiote e mi preparo a ridiscendere il sentiero per tornare al parco naturale. Ma vengo colto alla sprovvista dalla tua domanda: "Sapete se da queste parti possiamo trovare un posto dove mangiare qualcosa?". Io, la suora e la ragazza ti guardiamo, perplessi ed increduli allo stesso modo. Due turisti stranieri, a piedi, senza auto, in mezzo al Parco Naturale presidiato solo da qualche monastero, che cercano un posto dove mangiare come fossero in un parco d'attrazioni. La ragazza traduce per la suora che, inaspettatamente, si illumina e le risponde. La ragazza ci dice che le suore hanno già cenato (saranno le sei) e che ora è un momento di depurazione spirituale e fisica. Ma se ci accontentiamo di un cibo tradizionale, molto semplice, suor Teodora sarà contenta di servircelo. Imbarazzati (a questo punto entrambi) rispondiamo che se non è troppo un disturbo accettiamo volentieri. La ragazza ci affida alle cure della suora e ci saluta.
Ci ritroviamo nel refettorio e suor Teodora, evidentemente la cuoca, comincia portarci diversi piatti. La nostra interprete se n'è andata e quindi la comunicazione si risolve sempre in una sorta di ossequioso ringraziamento. Sul tavolo arrivano patate lesse, pane ai cereali, una zuppa, dei pomodori, frutta, vino. Ci lanciamo sulla zuppa e scopriamo cosa fosse l'aroma che pervade il convento: aglio. Aglio in ogni dove. Nelle  patate, nei pomodori, nella zuppa; trecce d'aglio appese alle catene del portico, alle pareti. Evidentemente lo usano come un disinfettante naturale.
Cerchiamo di comunicare con suor Teodora che però non mastica altro che serbo. Lei alza il dito al cielo (universale gesto per dire che ha avuto un'idea) e scompare fuori dal refettorio. Ritorna presentandoci una sua sorella che, evidentemente, parla un po' di inglese. Ci intratteniamo un po' con lei spiegando chi siamo e da dove veniamo. Dopo poco la sorella si accomiata ed esce. All'arrivo dell'ennesima portata cerchiamo di ringraziare la cuoca, tentando di farci comprendere a gesti e con l'unica parola imparata fino ad ora: "dobro", cioè "buono". In risposta la suora ritorna con un'altra consorella a farci da traduttrice. E così andiamo avanti per almeno un'ora, cambiando interprete altre 4 volte, e conoscendo, nell'ordine, altre due suore, un monaco tutto vestito in nero e con la barba lunga, la madre superiora ed una signora con il velo, di Mostar, probabilmente una novizia.
Rifocillati comunichiamo che vogliamo partire prima che faccia buio perchè abbiamo quasi un'ora di cammino per arrivare alla macchina, parcheggiata lungo la strada nel Parco. Teodora si preoccupa subito, dicendoci (tramite l'interprete occasionale) che se lo sapeva diceva a sua sorella di portarci in città! Ma ormai è tardi! E la foresta è pericolosa, ci sono i drogati la notte! Io e te ci guardiamo, dicendole di non preoccuparsi, che staremo attenti, che abbiamo la torcia, che il sentiero è il medesimo fatto all'andata e dunque non c'è pericolo, e che partiremo all'istante per evitare il buio.
Le suore respingono vivamente ogni nostro tentativo economico di ringraziarle ed ogni forma di offerta per il monastero. "Farete una donazione la prossima volta che verrete a trovarci", ci dicono, sapendo che non succederà mai.
Sulla soglia del monastero suor Teodora sorride dei nostri abbracci di ringraziamento ("the italian mode") e ci segna con una benedizione ortodossa. La ringraziamo e prendiamo per il bosco.
Ovviamente il buio è più rapido del previsto nel fitto degli alberi ed il nostro passo vola spedito contro il tempo, prima di ritrovarci completamente ciechi in un Parco che non conosciamo. Mentre cerchiamo di orientarci con i pochi dettagli che ricordiamo dell'andata, mi ritrovo a pensare che sarebbe bello che il Dio di queste terre desse ascolto ad una benedizione pronunciata nella sua lingua.

la sfida



Ma, essendo Barry, dopo un po' si sarebbe stufato, perché più che altro gli piacevano gli inizi delle cose. Capisci quello che voglio dire? Gli faceva piacere rendersi simpatico alla gente, farla arrendere. Gli faceva piacere occuparsene. Ma appena la gente gli si era arresa, la sfida era finita, capisci, e la lasciava perdere. Si annoiava. Come ha fatto con te. È per questo che non aveva amici intimi.

Aidan Chambers, Un amico per sempre

giovedì 19 settembre 2013

some prefer cake



Si spengono le luci e parte il video.
La ragazza si sveglia in un letto che non è il suo senza ricordare come ci sia finita, dopo la festa, e cosa sia successo. Mentre cerca di rivestirsi nota nell'armadio solo indumenti femminili. Ed è proprio una ragazza quella che entra dalla porta e, augurandole buongiorno, le stampa un bacio sulla bocca.
Il documentario che segue, invece, racconta l'esperienza della regista all'interno del campo Burning Man, nel deserto del Nevada. Una città temporanea, una distesa di decine di migliaia di persone che per poco più di una settimana all'anno lavorano e festeggiano insieme dando vita al più grande esperimento comunitario di autoespressione radicale ed arte. Al suo interno si trova il campo Beaverton, oasi che accoglie lesbiche, bisessuali, trans, genderqueer. E per quei otto giorni di fuoco non c'è limite a nulla.

Si riaccendono le luci tra gli applausi generali.
Mi guardo intorno. Mai viste tante ragazze tutte insieme. E mai visti tanti capelli corti in testa a delle ragazze, tutti insieme. Anche il motociclista davanti a me, capello a scodella anni '80 e giacca della Dainese, si volta rivelandosi una donna. Onestamente, a parte il fotografo, non riesco ad individuare un altro uomo in sala, ma molte donne in versione mascolina.

C'è poco da sorprendersi in ogni caso. Sono io l'anomalia all'interno di "Some prefer cake", il festival del cinema lesbico di Bologna.

martedì 17 settembre 2013

fruska gora - giorno 2



Ci sediamo ad uno dei tavoli in legno immersi nel bosco, intorno alla casa montana che funge da ristorante. Tu stai male, uno strano mal di testa pre-hangover, ed abbiamo bisogno di un caffè, o almeno di un bicchiere d'acqua dove sciogliere l'antidolorifico. La fortuna è che il cameriere parla un po' di inglese, la sfortuna che non ha caffè. E, a dire il vero, neppure acqua corrente. A quanto pare hanno avuto un problema con le condutture e sono senza acqua . La visita al bagno lo conferma. Guardiamo la piccola stradina di fronte a noi dove auto e camion serpeggiano verso la cima alla spossante velocità di 20 km/h. Siamo ormai piuttosto lontani da Ruma, dove abbiamo abbandonato l'autostrada per Belgrado, e non vogliamo tornare indietro senza aver visto il parco di Fruska Gora. Chiediamo informazioni su come arrivare alla casa del parco ma il cameriere dice che non ne esiste nessuna, nessun info-point. Poi ci pensa un po' sù e ci dice che potremmo andare in una casina dove si trova un vecchio, bussare alla sua porta e provare a chiedere. Lui dovrebbe poterci aiutare.
La strada è un disastro. Letteralmente. Crateri, voragini scavate in una strada bianca di ghiaia e sassi. Dopo un certo numero di curve troviamo una casa tra gli alberi. Il signore anziano che sta seduto all'ingresso non parla inglese, e chiama il nipote. In uno stentato tentativo di comunicare ci mostra la pianta del parco, che se vogliamo possiamo comprare, ma di informazioni rispetto a sentieri e punti dove accampare riesce a darcene ben poche. Risaliamo in macchina pronti ad addentrarci nella selva e conquistarci i primi chilometri di natura balcanica.
Inaspettatamente dal fogliame emerge una svettante torre delle telecomunicazioni, una scultura in cemento alta quasi duecento metri. Ciò che colpisce è la grande voragine che sventra il corpo sferico che si trova a metà della torre. Solai divelti, armature come tessuti rappresi ad annaspare nell'aria, scale monche, infissi esangui come scheletri sciacallati dal tempo, intonaci sbucciati dall'incuria e dalle intemperie.
Ecco qualcosa che si avvicina a quello che desideravamo incontrare. Le tracce del dramma dei Balcani.