giovedì 31 gennaio 2008

a bon droyt - capitolo 3


Accade, a volte, che persone, come foglie secche gradevolmente adagiate sul terriccio, che non si sono mai sognate di cambiare lo stato della loro vita ormai diretta verso un destino che il tempo ha prefissato, prendano, per così dire: fuoco.
Il fuoco divampò a Limoux grazie a un misero foglio di carta da lettere comune, ricopiato una dozzina di volte, appeso a una certo numero di porte intorno alla locanda. Il fuoco si appiccò alle porte della gente, passò di bocca in bocca, girellò tra le panche della chiesa e finì per esplodere in un boato nella sala comune della locanda.

“Signori, per favore!”. Irmine non riusciva a tenerli tutti a bada quella sera.
Mezza Limeux si era data appuntamento alla locanda per prendere una birra.
“E’ vero che danno le parti a chi vuole?”, chiese Elsie dal fondo, seduta sul suo André.
“Si, ma è una cosa del signor Corsi. Dovete parlare con lui!”, rispose Irmine mentre si divincolava tra i tavoli con 3 boccali di birra in una mano.
“…E il signor Corsi dov’è, si può sapere?”.
“E’ andato a Vierzon per spedire una lettera, Briac. Tornerà domani mattina… Fernand vai a prendere un altro barile di birra”.
Briac e Anton stavano seduti al tavolo con Egide nel disperato tentativo di finire una partita di carte e tutti e tre urlavano per un'altra birra.
“Secondo me gli porta via anche le mutande”, disse Egide sparando un asso di cuori contro Anton.
“A me han’ detto che è un tipo a posto, Briac ci ha parlato.”, disse Anton sgomitando di bastoni.
“Si è un bravo diavolo, distinto e matto come un cavallo.”, rispose Briac chiudendo di cuori.
Irmine si avvicinò al gruppo: “Ecco le vostre birre e domani verso le tre del pomeriggio siete tutti convocati qui.”
“Sarebbe???” chiese Briac.
“Domani tutti e tre per parlare con Francesco di questa storia del teatro, e tu smetti di guardarmi il culo Egide!”.

domenica 27 gennaio 2008

puffi

Forse è proprio così. Forse siamo pezzi di puzzle
Ogni carattere con le sue protuberanze e i suoi avvallamenti
Tutto colorato e indecifrabile

A volte ti guardi e capisci
Sei un pezzo di un puzzle dei Puffi in mezzo a una cavalcata del Far West
Hai sbagliato posto

sunday smile


parc de Poble Nou - Jean Nouvel

Gran Via - Arriola&Fiol Arquitectes




Pont Bac de Roda - Santiago Calatrava


escursioni

A volte le città sembrano degli oggetti depositati dal mare sulle sponde di qualche spiaggia. Edifici splendidi e lisci come perle; altri colorati e rugosi; e tante incrostazioni del tempo, barocche, moderniste.
Barcellona è piena di tutto ciò-
C'è l'architettura di moda, i locali minimal-lounge, i ristoranti etnici, gli alberghi ultralusso. Ci sono le case vecchie e cadenti, le stanze senza luce, le camere con affaccio su pozzi d'aria. Ci sono le catapecchie, i bambini che giocano in mezzo alle macerie di qualche edificio in rovina, le signore che stendono i panni sul marciapiede, chiacchiere in lingue straniere all'interno di antri luridi.
Il fascino è che qui ci trovi proprio tutto. A quanto pare basta cercare e lo troverai.
Forse è proprio questo che la rende così affascinante.

la vecchia









la contemporanea






il mare




l'altra





venerdì 25 gennaio 2008

piccioni viaggiatori


true love will find you in the end
it'll come out just he was your friend
don't be sad, i know you will
don't give up untill
true love will find you in the end

giovedì 24 gennaio 2008

a bon droyt - capitolo 2


Lo château Gauthier, come ormai la gente di Limeux l’aveva battezzato, distava poco meno di 3 km dal centro del paese. Passeggiando lungo il piccolo bosco che lo separava da Limeux la prima cosa che si scorgeva era la torre est.
Il Sig. Gaurthier aveva dato filo da torcere ad una nutrita schiera di studiosi dell’architettura medievale che pretendevano di saperne più di lui su come doveva presentarsi un dignitoso castello di epoca caroligia. Il risultato era quantomeno sorprendente: un incrocio tra il castello di Dracula e Neuschwanstein in Baviera.
La torre, alta più o meno 40 metri, era attaccata ad un mastio dal tetto a due falde molto acuminato. Dal mastio si protendevano in avanti due alte ali di edificio che terminavano anch’esse con due piccole torri.
Le due ali circondavano un vasta corte pavimentata e, a sud, chiudevano la corte tramite un alto muro di cinta interrotto da un imponente ingresso con tanto di ponte levatoio e torrioni ai lati.
Non essendo costruito in cima a una collina, come la logica fiabesca avrebbe imposto, il castello veniva a trovarsi facilmente nascosto dalla vegetazione intorno e questo andava certamente a discapito di una privilegiata posizione panoramica, ma decisamente a favore di una certa intimità.
La torre, come già detto, faceva eccezione: si stagliava per prima sopra il sentiero nel bosco indicando la deviazione che conduceva direttamente al grande ingresso. Appena imboccato il nuovo sentiero verso il fatato edificio si era costretti a fermarsi di fronte ad un ben più prosaico cancello in ferro che accessoriava un’alta recinzione di metallo sormontata da filo spinato. Il tutto era infine ingioiellato da telecamere e altri marchingegni antieffrazione molto meno affascinanti di un drago sputa fuoco, ma altrettanto efficaci nel loro lavoro.

Francesco guardava il grande cancello.
Era decisamente troppo “grande”: diede un paio di sguardi al filo spinato, alle telecamere e, tirato un sospiro, mise il dito sull’unico pulsante del citofono.
Nessuna risposta.
Dito sul pulsante.
Ancora nulla.
Dito sul pulsante.
Niente.
Francesco guardò l’albero più vicino alla recinzione: il filo spinato, le telecamere e, tirato un sospiro, mise il piede sull’unica maniera evidente per incontrare il signor Gauthier e rompersi una gamba.
“Ma che cazzo stai facendo?” l’ometto che aveva parlato era decisamente basso e decisamente incazzato.
“Salgo su questo albero.” Rispose il mio amico abbracciato teneramente alla ruvida corteccia .
“Questo lo vedo da solo… ma almeno che tu non voglia avere un figlio con questa pianta sembra tu voglia scavalcare la recinzione.”
“In verità signore questo albero non è il mio tipo e a dire il vero non credo che io gli piaccia.”
“E riguardo la recinzione?”
“Aimè temo che neppure lei mi desideri particolarmente”
“Ragazzo! Si da il caso che sia illegale”
“Si da il caso che non me ne freghi assolutamente nulla! E’ colpa mia se questo assurdo mondo ha fissato le sue leggi contro noi scalatori di alberi senza tener di conto della nostra sensibile natura amorosa?”
L’Omino sembrò vedere la recinzione per la prima volta, guardò l’albero e disse: “Anche se sali più in altro della recinzione dovrai fare un salto di quasi 4 metri per trovarti all’interno. Pensi di trascinarti fino al castello con una gamba rotta?”
Dovete sapere che il mio amico era dotato di una certa presenza di spirito, ma, in egual misura, anche di una certa coerenza logica. Vista dal basso la sua posizione era decisamente sfavorevole e le ragioni dell’omino, invece, incontestabilmente esatte.
“Lei come mi consiglia di procedere?”
“Prima di tutto scendendo.” Disse l’omino, e il mio amico scese docilmente.
“Per seconda cosa presentandoti” continuò l’omino.
“Franceso Corsi, piacere” disse il mio amico tendendo la mano verso il nuovo venuto.
“Piacere, sono Adrien Moreau, giardiniere della tenuta.” rispose il nuovo venuto con un certo garbo prendendo la mano del mio amico.
“E ora saresti così gentile da dirmi perché cavolo volevi romperti una gamba?”
“Devo parlare con il signor Gauthier”
“Sei un giornalista?”
“No sono una specie di scrittore…”
“Una specie?”
“io scrivo ehm… ha presente le bottiglie di olio al supermercato?”
“certo…”
“I barattoli di spezie?”
“si, ma che….”
“A presente le scatole di riso…”
“si, guarda che ci sono stato al supermercato! Cosa c’entra?”
“io scrivo i modi d’uso sulle etichette dei prodotti, incateno il senso delle cose alle cose stesse”
“…”
“Ha mai letto sull’etichetta dell’olio: Ideale su tutti i cibi, si sposa con tutti i sapori rendendolo fondamentale condimento per qualunque piatto?”
“…”
“Oppure sulle confezioni di curry: rende più esotica la vostra ricetta aggiungendo un pizzico di gusto tagliente ai sapori di ogni giorno? Ecco io scrivo queste cose.”
“Sono sbalordito”
“Posso immaginarlo. alcune di queste frasi mi hanno anche fatto vincere dei premi.”
“Premi?”
“Beh… nulla di importante… deve sapere che esistono gare di poetica spicciola… ho vinto due volte il premio per la miglior poesia con meno di 10 parole”
Adrien guardò il mio amico, il cancello, l’orologio e disse:
“Non posso farti arrivare fino al castello ma se vuoi possiamo continuare a casa mia davanti a una tazza di tè”
“Volentieri grazie”
Adrien trasse di tasca le chiavi del cancello, lo aprì e invito il mio amico a seguirlo.

La casa del giardiniere era una piccola costruzione in legno di un solo piano. L’ingresso era abbastanza grande da alloggiare un tavolino per due e una dispensa di legno stile molto (molto, molto) rustico. In un angolo della stanza c’erano due fornelli, un frigo e un lavello. I quattro lati della stanza erano occupati dalla porta di ingresso, dalla porta del bagno, dalla porta della camera da letto e da una grande finestra che affacciava sul bosco e su un piccolo capanno. Nel complesso era una casa tanto rustica quanto piccola, ma almeno eccezionalmente intima.
I due uomini si erano seduti al tavolo davanti ad un te servito in porcellane di fine gusto francese che malamente si accostavano al luogo dove venivano riposte.
“E così vorresti scalare la torre? Scusami se te lo dico ma mi pare una cosa proprio stupida. E’ alta, parecchio alta… sei per caso uno di quelli che scala i palzzi per hobby?”
“No, è più una missione” rispose il mio amico guardando la sua tazza di te con aria un po’ assente.
“Non ti sarai innamorato anche della torre?”
“Voglio salvare una dama in cima alla torre e portarla giù”
“Vorresti salire per 40 metri e poi ridiscendere con qualcuno???” a questo punto Adrian fece fatica a non urlare a metà tra il divertito e il preoccupato: “Ragazzo… sei matto.”
“Ciò non di meno la sfida mi tenta…”
“Il signor Gauthier non ti darà mai il permesso… e se poi ti ammazzi?”
“Con o senza il permesso lo farò”
“Comunque il signor Gauthier è partito due giorni fa e non tornerà prima di un mese”
Un’altra cosa da sapere sul mio amico: era dotato di un certo senso della provvidenza.
“E lei signor Moreau? Può farmi arrivare alla torre?
“Sei scemo? Io sono anche il custode se non lo avessi capito.”
Adrian incominciò a pulire il tavolo mentre le ombre della sera si allungavano da dietro i mobili. Il mio amico smise di guardare la sua tazza senza pudore: "ccasioni disse ua tazza e tirando fuori il suo sguardo delle grandi occasioni disse obili." ila camera da lettoe tirando fuori il suo sguardo delle grandi occasioni disse, senza pudore:
“C’è anche un'altra cosa che dovrebbe sapere…”
Adrian si voltò verso il mio amico.


“Innamorato?” chiese Fernand mentre cercava di rimanere in equilibrio sulla scala.
“Capisci sempre alla rovescia!” gli rispose Anton, il garzone del emporio, mentre gli passava la spugna strizzata.
“L’hai detto tu che è innamorato!”
“Innamorato della torre! Ma era un presa per il culo!” Anton riprese la spugna nera per lo sporco e la lavò bene nel secchio, poi porgendola di nuovo a Fernand aggiunse:
“L’ha detto Adrian che lui è innamorato della torre per prenderlo per il culo!”
“Allora di chi è innamorato?”
“Di tua sorella! Ma insomma… l’importante è che lui scalerà la torre dello château!”
“E il signor Gauthier?”
“Non lo saprà mai!”

“Una recita!” Elsie era raggiante “Guarda André!”
André si avvicinò alla sua innamorata tutta intenta a leggere l’avviso appeso alla porta della locanda.
“Sembra proprio così cara Elsie, e cercano attori… deve essere un idea di Irmine!”
“Dice che si terrá al castello e tutta Limeux è invitata a partecipare”
“Perché non chiedi di fare l’attrice Elsie, saresti bellissima su un palco.”

“Si l’ho sentito io… ne parlavano Fernand e Anton alla locanda mentre pulivano l’insegna!”
“E’ un idea del nuovo venuto, pare sia un commediografo!”
“Macché commediografo! È un poeta”
“E che differenza c’è?”
“Secondo me è un trucco per rapinare il signor Gauthier!”
“Un commediografo scrive commedie il poeta scrive poesie!”
“Per me è uguale, sempre di roba scritta si tratta!”
“Vi dico che è un trucco! Vedrete se non ho ragione anche le mutande gli porta via!”
“le commedie si recitano!”
“e le poesie? Si fischiettano?”
“Anche le mutande… ve lo dico io.”

we're just ordinary people

Apro la porticina che si ritaglia dentro il grande portone di Carrer Mallorca e mi ritrovo nel sole barcellonese delle 14.00. Mi guardo intorno finché una voce richiama la mia attenzione dall’altra parte della strada. La guardo e la riconosco. Dentro un elegante cappotto nero sta Marta a lato di uno scooter. Attraverso le 4 corsie senza curarmi del rosso ed andiamo a pranzo.
Scendiamo una scaletta e ci ritroviamo in una taverna con le pareti in pietra e le volte in cotto. Ci sediamo ed ordiniamo. Mi racconta di lei. Di come sia stata mesi a Londra per perfezionare la lingua, di come voglia lavorare per Ove Arup (il più grande studio di strutturisti al mondo), di come abbia mandato curricula da Chicago a Tokio. Sono realmente sorpreso. Ha entusiasmo da vendere e mi dice che sta per iniziare un corso di cucina giapponese.
La sera usciamo con i ragazzi dello studio: Barbara e Alessandra, italiane, Daniel, statunitense, e Deborah, tedesca. Ci sediamo sui divani e mentre ordiniamo arriva Gioia, ragazza di Lugo, che si unisce a noi. Daniel ci presenta la sua ragazza, che risulta essere l’unica spagnola del gruppo. Si unisce a noi anche Chavi, il catalano fratello del capo. Visto che Debby non parla spagnolo ci imbarchiamo in una discussione in inglese sul perché delle nostre scelte accademiche, scoprendo che a volte le scelte capitali sono molto meno romantiche di quanto ci si aspetterebbe.
-anche se la mia lo è, romantica-
Usciti dal bar il gruppo Italia si dirige verso casa, chiacchierando per i marciapiedi dell’Eixample. Passiamo di fianco a Casa Milà, illuminata come una grande scultura spugnosa incrostata sull’angolo di Passeig de Gracia.
A casa le ragazze stanno guardando Dr. House in tv mentre gli altri sono fuori per un aperitivo. Ci scaldiamo la pasta del giorno prima (un ragù+ come quelli di Martin, con la differenza che è buono) e mangiamo sui tronchi che costituiscono le nostre sedie. Dopo la prima puntata la tv viene ammutolita e lo stereo manda Lauren Hill a palla, tanto che non riesco a parlare con Gwen che mangia di fianco a me. A quanto pare i vicini non hanno intenzione di lamentarsi.
Prima di andare a dormire penso di entrare nel mondo di Amelie, ma sono troppo stanco. E crollo nel mio loculo in affitto in un sonno profondo, mentre al di là della mia testa la house impazza ancora una volta.

martedì 22 gennaio 2008

Novecento - A. Baricco

Tutta quella città... non se ne vedeva la fine...La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?E il rumore.Su quella maledettissima scaletta... era molto bello, tutto... e io ero grande con quel cappotto,
facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c'era problema.Col mio cappello blu.Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino...Primo gradino, secondo gradino.Non è quel che vidi che mi fermò.È quel che non vidi.Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi... lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata città c'era tutto tranne.C'era tutto.Ma non c'era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti.
Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare.Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu.Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni e miliardiMilioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita.Se quella tastiera è infinita non c'è musica che puoi suonare.
Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.Cristo, ma le vedevi le strade?Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una.A scegliere una donna.Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di.Morire.Tutto quel mondo.Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce.E quanto ce n'è.Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla...Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta.
E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa.
Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.Io ho imparato così. La terra...quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo.
È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò.Lasciatemi tornare indietro.

editoriale 2


Gennaio 2008
Son passati quasi 2 anni da quando iniziai questo blog. Da quando Sgano mi disse come fare, e titubante cominciai. Era il mio diario di bordo di un’avventura che avrebbe cambiato la mia vita. Iniziai che ero già passato alla fase 2 della mia vita in Spagna, e tutta quella dei drammi degli inizi rimase unicamente nelle mail.
Ora mi sembra un ritorno.
Nuovamente le stesse difficoltà, le piccole conquiste e le grandi novità. Un dejavu.
Su queste pagine solo le piccole conquiste, momenti brillanti su miliardi di ore.
Nella bocca un’altra lingua ed introno altri Paesi (Catalogna, Spagna, Francia, Venezuela, Brasile,Germania, USA, Svezia, Scozia, Messico, Serbia, Argentina). Ed addosso la sensazione di un cappotto nuovo tutto da cucire.

cherbourg - beirut

http://www.youtube.com/watch?v=r8hr7A62Vsk&feature=related

Well it's been a long time
since I've seen you smile
Gambled away my fright
Till the morning lights shine

domenica 20 gennaio 2008

bip

Ospedale.
Letto.
“bip” delle macchine.
Lui le stringeva la mano delicatamente mentre lei lo guardava con un filo di vita appesa agli occhi.
“bip”
Lui aveva sul cuore un peso, non riusciva a piangere, ma avrebbe voluto farlo, non voleva che lei lo vedesse triste, ma avrebbe voluto piangere.
“bip”
“Come sta la nonna sta facendo molta fatica con i bambini?” chiese lei con un sussurro.
“Bene… la nonna … per lei va bene… non ti preoccupare”
“Bip”
“Quel tuo amico ha detto che domani passerà di nuovo prima dell’operazione” sussurro lei.
“E’ un bravo medico dopo gli andrò a parlare… ci sono i bambini fuori… vorrebbero vederti…”
“Bip”
“Falli venire, uno alla volta…”
Uno alla volta in qual reparto. I pazienti non devono essere disturbati. I medici non devono essere intralciati.
L’uomo andò a chiamare i suoi figli.
“Bip”.
Mentre si allontanava guardò un ultima volta verso di lei, mentre lei guardava lui allontanarsi, mentre lui se ne andava, anche lei se ne andava. Lui si sentiva morire dentro.
“Bip”
Lei no.

samarcanda

Presto, dategli il cavallo più veloce che c’è.

sabato 19 gennaio 2008

a bon droyt - capitolo 1


A Limeux vicino a Vierzon, nel centro della Francia, vive un matto che, come dice la gente del posto, ha un grandissimo pregio: è ricco, schifosissimamente ricco. La peculiare vitalità, se così posso definirla, di questo omino eccezionalmente eccentrico lo ha portato a investire il suo patrimonio (frutto di un indefesso lavoro nel campo dei tagliaunghie tascabili) nella costruzione di una magione quanto meno sproporzionata rispetto ai nostri tempi di civili abitatori di loft, flat e simili: un castello.
Il castello in questione non si è proposto (l’omino) di costruirlo con moderne scenografie di cemento rivestite, bensì dopo numerosissime bestemmie (dell’architetto) tramite l’impiego di mezzi consoni all’epoca in cui simili strutture erano in auge.
L’omino, oltre una valanga di soldi, possiede una “carte d’identité” con su scritto “Gustave Gauthier”.
Il Sig. Gauthier è così finito, suo malgrado, in un impresa ciclopica, non quella di costruire il più inutile e vistoso feticcio falso storico dei nostri tempi (dopo Las Vegas), ma di dover tenere a bada giornali e giornalisti che immancabilmente hanno cominciato a punzecchiarlo in ogni modo.

La gente si riteneva sicura che il sig. Gauthier fosse l’uomo più pazzo che Limeux (paese di 34 anime) avesse mai annoverato tra i suoi illustri ospiti. Bisogna dire che la gente di Limeux era (ed è tuttora) dotata di una contagiosa cortesia, di una disinteressata ospitalità e di una affettuosa generosità. Accadde che qualche anno dopo l’edificazione del sopraccitato castello la gente di Limeux si trovò ad abbracciare l’idea (e insieme ad essa il mio amico), che il loro strambo concittadino era solo il secondo più pazzo uomo che Limeux avesse mai avuto l’onore di ospitare.
Fu così che il mio amico trovò nella locanda “la Cognette” una sbalordita schiera di ascoltatori, tutti ospitali, cortesi e generosamente pronti a dargli del matto.
“Allora Briac il solito?” chiese Irmine, la procace locandiera de “la Cognette” al suo abituale ospite. Briac era quello che nel nostro giro tondo di visioni del mondo si avvicinava maggiormente all’Ideale di “perdigiorno”. Il suo unico mestiere accertato infatti era quello di spendere denaro, la cui fonte nessuno conosceva, nella locanda e di finire, a tarda notte, perdutamente innamorato di qualche lampione per strada.
“No carissima Irmine, portami la bottiglia del tuo rosso migliore oggi è il 7 marzo devo festeggiare” rispondeva Briac mentre si accomodava nel solito posto.
“… Ah quasi dimenticavo la tua ricorrenza” Irmine era già pronta con una bottiglia e due bicchieri in mano.
“Allora Irmine ci sono nuove?”
“Ah si mio caro, oggi ho un ospite!”
“Mi pigli l’inferno…” Briac non ebbe modo di esprimere compiutamente i suoi propositi perché dal fondo della sala Fernand, che stava spazzando senza speranza un pavimento che solo un incendio avrebbe potuto lavare, si avvicinò con la sua andatura zoppicante “Ti pigli davvero l’inferno Briac, è la prima volta in quattro anni che mi tocca rifare una camera”.
“Su su Fernand il lavoro nobilita l’uomo” disse Briac strizzando l’occhio a Irmine.
Fernand era il tutto fare della locanda, aveva circa 60 anni e ne dimostrava più o meno il doppio. La gente diceva che si era preso una pallottola nella gamba durante una delle due guerre. Lui diceva che la pallottola se l’era presa per amore e poi mandava tutti a farsi fottere.
“Dov’è adesso il tuo ospite Irmine?” Chiese Briac
“E’ andato a farsi un giro in paese intanto che Fernand gli faceva la camera.”
La porta della locanda a questo punto si aprì tanto per chiarire che il mio amico non aveva più nulla da vedere del piccolo centro.
Il mio amico si guardò intorno, vide il gruppo seduto che lo guardava, e si piazzo davanti a Briac tendendo la mano:
“Piacere Francesco Corsi…” Briac lo guardò dall’alto in basso con una comprensione che rasentava quella di una macchina per radiografie. “Briac Bonnet” disse prendendo la mano.
“Allora sig. Corsi le piace la nostra cittadina?” chiese Irmine guardandolo con un largo sorriso da 30 euro anticipate
“Devo dire si. Mi piace molto, anche se temo che non basti una sola mattina per comprenderla a fondo” tecnicamente avrebbe dovuto essere un complimento visto che la “cittadina” era composta di circa 20 casette tutte più o meno sulla stessa strada e tutte più o meno uguali.
“Prenda un bicchier di vino offre la casa”
“Grazie, molto obbligato madame”
Francesco prese il bicchiere che Fernand aveva provveduto a recapitare mollando la scopa in un angolo e si mise a bere seduto con gli altri.
In poco meno di venti minuti i nostri quattro avevano scolato la prima bottiglia del rosso migliore della casa (che era anche l’unico rosso della casa). Ed ora stavano tutti li seduti con una gran voglia di chiacchere e lo spirito molto leggero:
“Un altro po’ di vino monsieur?” chiese Irmine, al mia amico.
“Oh grazie, si!”
Fernand aveva già stappato la nuova bottiglia e mentre rimboccava il bicchiere del mio amico gli chiese: “Allora, mi faccia capire. Lei vorrebbe parlare con il sig. Gauthier e chiedere… ?”
“Monsieur di noleggiare la torre più alta del castello per una notte”
“Si, d’accordo, ma per farne… ?” chiese Briac mentre pigliava la bottiglia da Fernand e cercava di comprendere l’esatta posizione del suo bicchiere sul tavolo.
“Per scalarla.” Rispose il mio amico trovando il bicchiere di Briac e perdendo il proprio.
“E poi…?”
“...prendere la mia dama e portarla in braccio fuori dal castello.”
“Quale dama?” chiese Fernad, che intanto aveva ripigliato la bottiglia a Briac.
“Quello è un dettaglio… quando sarà giunto il momento avrò trovato la mia bella.” rispose il mio amico con un soave sorriso mentre il bicchiere vuoto subito tornava magicamente pieno grazie a Fernand.
“Caro ragazzo, ma lei è matto?” e Irmine già pensava a farsi dare, oltre la cauzione, tutta la settimana anticipata.
“Con tutto il rispetto madame. No!”

etichette


Ci si prova. A mettere per iscritto tutto quello che succede durante un viaggio ci si prova. Ma immancabilmente si desiste dopo qualche giorno. Tutto è troppo. Troppo grande, troppo esteso, troppo intenso. Non basterebbero le parole, le musiche, le immagini. Tutto non basta.
E allora ci si accontenta di fissare le riflessioni più importanti, le luci più forti, le parole più toccanti.
Il blog è un poco come l’etichetta di una bibita. Dentro ci stanno tante cose. Bollicine, zucchero, amaro, dolce, acqua. Ci sono emozioni e sensazioni. Ma sull’etichetta c’è solo la descrizione. C’è solo la parametrizzazione di un mondo.
Etichetta.
Così dovrei chiamare questo mondo virtuale dove mi potete leggere.
Perché non sono un insieme di pixels. Eppure è tutto ciò che avete.

stabilità


I 4000 giri della mia punto. I 15000 della moto che non ho mai avuto. Le pieghe in scooter. La piadina il venerdì sera. Schermo, dvd e divano. La colazione. I pranzi fuori e le cene dentro. Il fine settimana in famiglia.
Attraversando Passeig de Gràcia mi vengono in mente tutte le comodità che fan parte di una vita stabile. E mi accorgo di non averne affatto bisogno ed il fatto che il ricordo mi sia venuto così improvviso e inopportuno è sintomo di quanto non ne abbia sentito la mancanza finora.
Tutto è nuovo qui. Si impara da qualsiasi cosa, ogni ritaglio di città sorprende. È adrenalina. È aria che corre e io un aquilone. Tutto è brivido e novità e, finalmente, sembra di non fare in tempo ad annoiarsi.
Mi lascio quasi travolgere dai tanti impulsi, godendo nel vederli scompigliare i tanti granelli della clessidra della mia vita, e contemplandoli mentre ricadono in nuove e improbabili traiettorie
Eppure quando l’ebbrezza della brezza si calma un po’, quando il fisico si abitua a stare lassù in cima, mi viene da guardare alla clessidra e a cercare di scoprire se, nonostante tutto quel vento, trai granellini riesco a scoprire qualche immagine. Un disegno o una pace.

venerdì 18 gennaio 2008

marco


Nombre Masculino de origen Latín.
Martillo o relativo al dios Marte.

Análisis por numerología del nombre Marcos
Naturaleza Emotiva:
Naturaleza diligente, cuidadosa y emotiva. Tiene originalidad, adquiere intelectualidad y recibe autoridad. Ama lo posible y lo imposible. Le gusta sentirse realizado y mejorado.
Naturaleza Expresiva:
Es exigente. Se expresa en forma original en la intimidad y en la integridad. Se distingue por su delicadeza. Ama el buen criterio y el misterio. Busca la aprobación.
Talento Natural:
Es mente de pensamiento previsor. Se expresa como pensador práctico, que planea en grande y al planear se sirve simultáneamente de la codificación y de la demolición. Recibe aumento en las empresas que requieren de métodos de esfuerzo organizado. Su mente es tanto más previsora cuanto más extensa es la empresa. Ama lo importante, lo que requiere tiempo y obra con el tiempo.Podría destacar en profesiones como experto en eficiencia, industrial, ejecutivo, editor o crítico editorial, comerciante, empleado público, banquero, interprete.

Número de Suerte: 7

camicia



Capisci quanto ti sei integrato nella vita di una città quando ti togli la camicia.
Slaccio finalmente il colletto che mi ha lasciato un evidente segno di abrasione e respiro di soddisfazione. Guardo l’orologio. Sono le 2.05. Sono ancora vestito come stamattina, con i vestiti del lavoro, con la camicia. Da una strana sensazione. Sentirsi addosso l’abbigliamento del lavoro e sapere che stai andando a festeggiare.
Entro in casa e mi apre un emerito sconosciuto che mi chiede se devo pagare il pedaggio (?!). Poi capisco. In casa ci saranno almeno una quindicina di persone e c’è una festa.
Ora vado a nanna, mentre di là (cioè 5 cm più in là della testa del mio letto) la house impazza.

Ps. Stasera Isa ha detto che in spagnolo ci sono molte più parole che in italiano o francese. Lei conosce solo lo spagnolo. Eppure, chissà se è vero…

mercoledì 16 gennaio 2008

innocent when you dream - tom waits

http://www.youtube.com/watch?v=61pp51kxvVM

The bats are in the belfry
the dew is on the moor
where are the arms that held me
and pledged her love before
and pledged her love before

It's such a sad old feeling
the fields are soft and green
it's memories that I'm stelaing
but you're innocent when you dream
when you dream
you're innocent when you dream

running through the graveyard
we laughed my friends and I
we swore we'd be together
until the day we died
until the day we died

I made a golden promise
that we would never part
I gave my love a locket
and then I broke her heart
and then I broke her heart

It's such a sad old feeling
the fields are soft and green
it's memories that I'm stelaing
but you're innocent when you dream
when you dream
you're innocent when you dream

mare

Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito
Antoine de Saint-Exupéry

martedì 15 gennaio 2008

i am the passenger - iggy pop

I am the passenger And I ride and I ride
I ride through the citys backside I see the stars come out of the sky
Yeah, they're bright in a hollow sky You know it looks so good tonight

I am the passenger I stay under glass
I look through my window so bright I see the stars come out tonight
I see the bright and hollow sky Over the citys a rip in the sky
And everything looks good tonight

Singin la la la la la-la-la la La la la la la-la-la la
La la la la la-la-la la la-la

Get into the car Well be the passenger
Well ride through the city tonight See the citys ripped insides
Well see the bright and hollow sky Well see the stars that shine so bright
The sky was made for us tonight Oh the passenger
How how he rides Oh the passenger
He rides and he rides
He looks through his window What does he see?
He sees the bright and hollow sky He see the stars come out tonight
He sees the citys ripped backsides He sees the winding ocean drive
And everything was made for you and me
All of it was made for you and me 'cause it just belongs to you and me
So lets take a ride and see whats mine

Singing...
Oh, the passenger He rides and he rides
He sees things from under glass He looks through his windows eye
He sees the things he knows are his He sees the bright and hollow sky
He sees the city asleep at night He sees the stars are out tonight
And all of it is yours and mine And all of it is yours and mine
Oh, lets ride and ride and ride and ride...
Singing...

domenica 13 gennaio 2008