mercoledì 11 febbraio 2009

il nulla


Una lattiginosa aura circondava tutto quanto. Cercavamo di risalire, dal piovoso mondo al nuovo paradiso.
Salivamo sempre più, puntando verso l’alto in quel magma candido e filamentoso. I nostri occhi erano fissi, in attesa.
Poi quel grumo di umidità si diradò e potemmo vedere nuovamente più in là delle nostre ali. Ma il paesaggio non era ciò che ci aspettavamo.
Al di sotto si stendeva, piana e placida come un mare, la grande distesa delle nubi temporalesche, che ancora ruggivano la loro potenza verso la terra. Al di sopra però non si stendeva la salvifica cupola celeste, bensì una sorta di illusione apocalittica. Un altro strato di nubi, perfettamente allineate su se stesse e tese come un velo, nascondevano il cielo trasformando lo spazio restante in un inutile sandwich di nulla. Tra di esse non un colore, non un cielo in lontananza, non un profilo. Solo il grigio muto di una luce diafana e carica di elettricità. Se non fosse stato per le cinture che ci legavano ai sedili avresti detto di poter perdere il concetto di sopra e di sotto. Quale era mare e quale cielo, dal momento che né l’uno né l’atro erano visibili? Dov’era la terra? Cos’era quel tremendo nulla che ci avvolgeva?
Ma l’aereo non si fermò e salì fino a fendere anche quello strato, puntando sempre verso l’alto. Un’ulteriore bambagia eterea nascose le nostre ali al mondo.
Poi, finalmente, sulla carlinga tornò a splendere il sole. Dagli oblò la potevamo vedere fare il surf su quelle onde, come chi riemerga per respirare da un mare in tempesta. E, sopra, l’agognato celeste.

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