martedì 8 gennaio 2008

stop making sense - showroom










stop making sense

Guardava il suo bicchiere. Continuava a svuotarsi con incredibile noncuranza.
Alzò per un momento gli occhi e si ritrovò a guardare ancora una volta quella scena. Intorno ad un tavolino quadrato, basso, stavano gli altri ragazzi dell’appartamento. Ognuno parlava con il suo tipico accento straniero ed ognuno interveniva con il suo carattere, come fossero macchiette di quello spettacolo. Lui si sentiva come se gli avessero tirato le tende intorno. Come se le sue parole, raggiunta la tenda, morissero. Le sentiva vuote alle sue orecchie, antipatiche quanto dovevano sembrare agli altri.
Uscì. Mandò un sms al suo amico francese e si ritrovarono al bar all’angolo con Gracia.
Gli offrì una birra e lo spronò a chiacchierare. Non aveva voglia di parlare, ma solo di sentirsi trascinare dal flusso dei problemi altrui. Annegare i suoi e lasciarsi trascinare dall’alcol e dalle chiacchiere che non lo toccavano.
D’altra parte il suo amico aveva la sua dose di problemi seri, conditi da un contorno si sane paturnie e problemi del cazzo. Eran proprio questi ultimi a dilettarlo. Scovare l’inutilità di un problema autoindotto e specularci sopra. Ma stasera non era serata.
L’alcol non ne voleva sapere di risolvere i problemi ed il suo interlocutore era troppo abbattuto per continuare nella cerebrale vivisezione alla dr House.
Si sentì stanco.
Desiderò di andare a dormire.
Guardò la cameriera rispondere al telefono e sorrise. Lo metteva sempre di buon umore.
Quando arrivò al tavolo, inaspettatamente le chiese: “Un amore nero”

godi godi buongiorno

Due dita di caffè
Un goccio di latte
Un dito di panna
Una spruzzatina di cacao
Un chicco di caffè al cioccolato
Ingrediente segreto

Io nel caffè ci metto 3 cucchiaini di zucchero, ma quello che facevano in quel Bar, ve lo assicuro, lo bevevo amaro.
Perché non era amaro, lo era, ma in modo speciale.
Era speciale, si!
Non si scioglieva: si suadeva in bocca il gusto della panna, crocchiava il cioccolato del chicco, ti pigliava alla sprovvista, affascinava, ti sbatteva dentro il calore di un cuore nero, forte chiaro, certo, distinguibile tra mille, amaro e forse no.
Era sicuro come il culo, ve lo dico, quel caffe lo facevano solo lì al “GODI GODI”, dove una cameriera (immaginatevela) vi rispondeva al telefono con un caldo: “Godi Godi, buon giorno?”

Non riuscivano a dargli un nome a quel caffè, si erano esauriti con il nome del bar: “GODI GODI”, che come presupposto suona una favola.
Quel caffè proprio non riuscivano a descriverlo, cavoli, gli serviva un nome da mettere su quel menù, ma proprio non gli veniva. Vi giuro, hanno passato un anno a cambiare nome. C’era da impazzire, i clienti abituali finivano a litigare tra un “Caldo abbraccio alla Panna” e un “Forte bacio di Afrodite”. Si davano da fare con la cameriera tra un “Suadente Calore del Cuore” e un “Estasi della prima volta”. Cominciarono a piovere consigli e fu un bombardamento a tappeto tra: “GODI GODI SPECIAL”, “LA VITA IN UNA TAZZINA”, “BIANCA AMICIZIA”, “AMORE NERO”, “LUI COME NESSUNO”.
Il padrone del locale si trovò addirittura a litigare con una coppia. Inferocita perché il loro “AMORE ETERNO” si era tramutato misteriosamente in “ESPLOSIONE DI UNA NOTTE”
Finché un bel giorno non si stufarono tutti: cassiere, cameriere, barista e padrone.
Lo chiamarono:
“caffè”

cartoline da barcellona









temperatura 18°. sole. cielo azzurro.
chi inventò l'inverno forse non aveva fatto i conti con questa città

lunedì 7 gennaio 2008

natività

Quando sono nato sembrava tutto normale. (A parte che il medico aveva detto a mia madre di abortire)
Mi sono messo a vivere. Molto bene, pochi ricordi, i primi amori non corrisposti, le prime teorie sulla vita e i primi amici di cui non ricordo nemmeno il nome. Tutto normale.
Il disastro è iniziato dopo!
Nessuno te lo chiede di vivere però intanto un giorno ti schizzano fuori dal culo di tua madre e ti sbattono uno zaino sulle spalle: "e vai!"
“E Ora?” dico io
“Adesso vivi!” ti rispondono
“Studia!”
“Diventa grande in qualcosa!”
“fatti valere!”
“Se quella ragazza ti piace provaci!”
E io tutto contento come un coglione al primo appuntamento, zaino in spalla, sorriso sulla faccia, l’abbecedario sotto l’ascella.
Poi l’ecatombe. Già perché nel mezzo di tutti i consigli per gli acquisti si sono scordati alcuni dettagli da nulla. Tipo il Dolore. Il groppo allo stomaco che ti piglia quanto senti che vorresti svitare il mondo dal suo piedistallo e vederlo rotolare giù dalla scrivania. Quando capisci che non sei un genio della pittura contemporanea, Quando ti rendi conto di sapere suonare la chitarra poco meglio che il campanello di casa, Quando fai fiasco con tutte le ragazze del pianeta (dico tutte), Quando la poesia migliore che hai scritto è la lista della spesa.
Quanti di noi pensano di non valere una cicca? Pensano che in fondo non valga la pena alzare le chiappe dal cesso (che comunque è uno dei momenti migliori della vita). Quanti di noi guardano stancamente la propria vita e pensano che sarebbe ora di dargli una riverniciata, ma non hanno la più pallida idea di come si faccia?
Siamo sinceri con noi stessi: “Io non valgo un cazzo!”
Altro che grandi propositi, Altro che aspirazioni, sogni, obbiettivi, vittorie.
Basta! Lasciamoci penetrare dal vero significato della vita: “nulla”
E diciamolo a gran voce “CHI SE NE FREGA!”
Se il tuo capo è uno stronzo.
Se la ragazza che ti piace neanche ti vede.
Se hai smesso l’università perché non avevi voglia di fare una sega.
Se i tuoi genitori ti valutano a pagelle.
“CHI SE NE FREGA!”
Ecco come si piglia la vita: a colpi de “CHISENEFREGA”.
Dobbiamo essere gli araldi del libero pensiero scevro da ogni pensiero!
Dobbiamo essere le trombe squillanti dell’unica vera battaglia al cessate il fuoco!
Dobbiamo essere vivide luci che brillano in una giornata di sole accecante!
“CHI SE NE FREGA!”
Orgogliosamente nullità!
Uniti vinceremo!
Ecco la mia filosofia! Il mio inno alla gioia!
Ecco la mia bandiera! La mia maglietta portafortuna!
Ecco la lingua! La poesia dell’eternità!
Ecco!
“CHI SE NE FREGA!”
Nulla m’importa!
Nulla mi tange!
Nulla può nulla!

E poi arrivò lei.

domenica 6 gennaio 2008

notturno

Ore 5.56 del mattino.
Il mondo è proprio strano. In sala - come sempre dietro la mia testa - ci sono Juan (Dio mio, potrebbe essere allo stesso modo un boss della mafia o un guru religioso), Lolo (l’ispettore Clouseau più festaiolo che conosca), Barbi (ma che razza di nome è?!) e l’altra ragazza venezuelana, con la musica house a palla nello schermo piatto a non so quanti pollici. Stanno ballando, con calici di rum e coca o succo sparsi sul tavolo.
Lolo non lavora. Non ancora. Gli altri lavorano un casino. Ma questo non importa a nessuno. Le rispettive vite private non sono un alibi al divertimento. Li guardo in faccia dal gigantesco divano dove sono accasciato da qualche minuto e percepisco distintamente l’aura della contentezza. Parole così leggere da rendere tutto facile. Scherzi, pantomime.
Juan, circondato dalle 2 ragazze, spara la sua massima con quella voce impostata che sfotte se stessa e lo rende autoritario e poco credibile: per vivere bene non bisogna scordarsi della felicità; e la felicità è fatta di amare, condividere, gustare.
Hundertwasser diceva che aveva tanti nomi per quanti desideri avesse: pittore, architetto, ecologista. Ogni stile di vita ha il suo fascino, indubbiamente. Che noi lo approviamo o meno, che riusciamo a calarci effettivamente nei suoi panni o meno.
Musica house, poco cibo e scadente, ballo e socievolezza infinite. Lavoro, camicie e documenti, motociclette e colloqui. E poi il devasto, le ore al freddo per arrivare alla disco, i bicchieri che arrivano di continuo e di continuo se ne vanno.
Continueranno fino a tarda mattinata. Sicuramente. E poi saranno zombie. Probabilmente.
Eppure il sorriso, quello ce l’avranno affascinante.

sabato 5 gennaio 2008

vienna 07-08




































































barcellona





bcn - day0

Mi allontano e li guardo. Lì, sul letto, stanno delle paia di pantaloni, calzini, maglioni, T-shirt. Guardo la valigia vuota e guardo i vestiti. Questo è tutto quello che mi porto della mia vecchia vita. Questo è tutto quello di cui ho bisogno nel nuovo mondo. E, a dire il vero, non è neppure tanto indispensabile. Guardo la mia libertà da ogni oggetto, da ogni luogo, e ne sono contento. Non c’è posto dove non possa mettere radici, dove mi senta estraneo perché quello di cui ho bisogno lo porto dentro, e lo tengo sempre con me.
Mi siedo al finestrino e guardo la pioggia cadere sulla pista di Forlì. Di fianco mi si siede un’amabile signora, che riversa sul suo brizzolato compagno una serie di dolci attenzioni. Prima di addormentarmi vengo circondato dal suo profumo. Un profumo che mi porta alla mente ricordi non miei. Ricordi di biscotti in scatole di latta, profumo di anni ’50. Mi sveglio immerso nelle turbolenze del volo e finalmente arrivo a Girona.
Fuori un italiano versione uomo-del-negozio-di-fumetti dei Simpsons comincia a fare l’“italiano”. Parla a voce alta, fa il verso agli spagnoli, attacca una pezza clamorosa ad una ragazza il cui accento nasconde la sua origine. Tutti, in fila per salire sull’autobus, si fanno amabilmente i cazzi loro (del ragazzo e della ragazza, intendo). Lei gli parla un po’ in spagnolo, poi sfoggia alcune frasi in dialetto veneziano ed infine culmina affermando di essere di Bristol, in un perfetto ed originale inglese. L’ominodelnegoziodifumetti ribadisce che di Bristol conosce solo i cartoncini.
Mi siedo al finestrino, solo. Una bella ragazza bionda, italiana, vestita in bianco, mi guarda e poi si siede nel sedile davanti. Peccato, penso. Ed aspetto di sentire i due tipi entrare per sollazzarmi ancora un po’. Lui fa il brillante richiamando l’attenzione di tutto il bus su qualcuno che aveva perso un guanto. Lei si siede di fianco a me, ride e chiacchiera con lui. Che la invita a cena. Lei declina gentilmente e tira fuori un libro in inglese. Che non riuscirà a leggere. Le offro una cicca. No, grazie. Le dico che non ho potuto fare a meno di sentire che era di Bristol e del fatto che parlasse così bene in italiano. Mi spiega che studia all’Accademia, anche se non crede che ci voglia un diploma per essere artista. Ha un entusiasmo nella voce affascinante. Piercing, rasta rossi. Mi racconta di come sua mamma sia italiana, suo babbo di Bristol, ma lei abbia vissuto la sua infanzia vicino al Madagascar, finché non se n’è andata a 17 anni per studiare a Venezia, girare Laos, Cambogia e dintorni, e finire a Barcellona prima di andare ad Edimburgo. Faccio l’italiano, non riuscendo a comunicare decentemente in nessuna lingua ma facendola ridere.
Ci salutiamo e mi faccio lasciare il contatto. Sai, sei la prima persona che conosco a Barcellona. Bella scusa, mi fa lei. Già, bella scusa.
Muntaner 175. Salgo. È l’1.30. Chiamo Juan, il ragazzo della casa. Mi risponde: Ciao amore. Ehm, ciao Juan, sono Marco, ti ricordi di me? Ah, si scusa, ti avevo scambiato per la mia morosa. Avevo immaginato. Tu suona ed entra. Qualcuno ti aprirà. Io sarò lì tra 15 minuti. Mi apre una ragazza mezza addormentata (il che è piuttosto normale per l’ora). Ovviamente non registro il nome. Entro nel salone, dove c’è un tavolo quadrato, tozzo e sbozzato, pieno di bottiglie e patatine. Su uno dei due enormi divani sta seduto un ragazzo, chiaramente italiano. La ragazza risulta essere brasiliana. In casa non ci sono che loro, gli altri sono appena usciti. Sono venezuelani, francesi, forse un belga, un’altra brasiliana. Siamo 11 in tutto. Te compreso, mi fanno. Arriva Juan. Capello biondo raccolto in un crocchio, occhiale alla moda tra il nerd e il D&G. Ultra accomodante, comincia subito a scherzare e a raccontare cose. Non c’è nessun imbarazzo. Lavorano tutti nell’appartamento. Lui gestisce appartamenti e fa il designer di interni, per bar e case. È argentino,e si nota.
La mia stanza è approssimativamente 2x3 m, con una finestra60x60 cm che da su un patio micro. L’armadio è costituito da una barra dove appendere le grucce e da una cassettiera-comodino. Una scrivania attaccata al letto completa il tutto.
C’è internet. Dopo le chiacchiere di rito (in mezze maniche e finestra aperta, perchè qui fa quasi caldo) vado a letto e comincio il mio resoconto. Nel frattempo di là in sala, cioè esattamente dietro il mio cuscino, sono arrivate almeno 4 persone, che sento distintamente chiacchierare.
Domani si esplora. Intanto buona notte.