martedì 24 marzo 2009

prima vera festa di sant'ellero


Usciamo dalla stazioncina e ci incamminiamo lungo la strada che si insinua sul pendio. Girata la curva, dietro un cartello con un elefantino rosso, ci appare la nostra meta, in tutta la sua iconica bellezza da Mulino Bianco.
La collina sale lieve davanti a noi, pettinata dai tanti rasta disciplinati della vigna. Al di sopra, sul crinale, illuminata dall’ultimo sole di una gelida giornata tardo-invernale, si affaccia la cascina. Come riesumata dall’immaginazione collettiva dei bambini che siamo stati, la cascina sembra incredibilmente bidimensionale, con il tetto a doppia falda e le quattro finestrelle al di sotto. Separato dal cortile si trova il fienile, un'altra casupola, un po’ più piccola. E alla sua destra, a completare il disegno, un albero. Uno solo, con la chioma alta e folta.
Qui vivono in 13. Ragazzi e ragazze che han deciso di abbandonare gli agi della città per tornare alla semplicità della vita comunitaria. Non ci sono recinti a proteggere la casa, non ci sono chiavi nelle porte. La vigna Frescobaldi costituisce l'ingresso al cortile. Non ci sono termosifoni. Ogni stanza è fornita di una stufa e la legna viene tagliata nel bosco che si trova al limite del campo.

Seduto in un angolo, col profilo leggermente arrossato dalla luce che illumina la parete, Martino sta leggendo. Sopra di lui, appeso, impiccato o consacrato come un dio pagano, sta il telaio di una bici da corsa. Una splendida carcassa cromata a pulita. A fare da quinta a tutto ciò è la polverosa e pietrosa stalla dove noi siamo seduti, alla rinfusa, su tronchi di legno, poltrone sfondate, sedie da campo. Il freddo entra dalla sbilenca porta in legno e dai vetri rotti della finestra. Una ragazza-donna apre una lattina di birra, mentre con l’altra mano sorregge un bambina di pochi mesi, avvolta nella sua salopette termica.

Poi Stefano si alza, prende la parola. È impacciato. Racconta brandelli di storia tentando di tracciare la deriva di una vita improvvisamente sfrattata e gettata in strada. Tentando di scrivere nelle nostre menti la traiettoria di 4 anni passati su un destriero meccanico per sottrarsi all’inumanità dei centri per i senza tetto. Vola, Stefano, sulla sua bici, con la sua casa appresso. Vola nei racconti senza sapere dove andrà a finire né cosa non dirà.

È l’ora della pizza. Di fronte al gigantesco forno a legna della rimessa i pizzaioli fanno il loro lavoro mentre la gente si raduna in attesa del cibo, fa la fila per il vino, si scalda di fronte al bidone di latta che brucia nel cortile, o intorno alla banda dei Fiati Sprecati.

2 commenti:

papaya ha detto...

sei proprio sicuro che nn ci fosse? lui suona cn i fiati sprecati. benvenuto nel loro affascinante mondo.

Amélie ha detto...

si. abbastanza sicuro.
a meno che non sia cambiato così tanto..