lunedì 17 dicembre 2007

venti di questi giorni

Mise gli auricolari. Alzò il bavero e strinse la sciarpa.
Il viaggio iniziava.
Uscì dal portone e si avviò lungo il viale. Il freddo notturno era l’unico abitante di quella desolata domenica e le vie sembravano set di qualche film su cui si erano magicamente spenti i fari. Voltò ed imboccò la via che lo portava fino in piazza. Un vento improvviso si alzò ferendolo come un rasoio al volto. Iniziò una nuova canzone e inaspettatamente la città, muta nell’asetticità dei suoi auricolari, cambiò aspetto e si accordò alla malinconia musicale. Il freddo ora gli ricordava le sferzate gelide ed umide che si pativano sui ponti delle navi, a notte, in alto mare. Quel vento carico di libertà, sale ed ignoto. Quel vento che portava le stelle sulla poppa. Gli ricordava gli inverni passati in riva, a nascondersi nella nebbia, quando il mondo non era altro che una bolla di fumo biancastro che non sarebbe mai riuscito a trovarlo. Gli alberi dal giardino della piazza lasciavano cadere le poche foglie rimaste e queste, come leggeri gusci di noce che navigavano nel maestrale, attraversavano gli spazi vuoti, si infilavano nei cortili, sbirciavano dalle imposte socchiuse le coppie in amore. Poco più avanti un gruppo di foglie morte, incartapecorite, cominciarono a mulinare, rincorrendosi nel vento come cuccioli di qualche forma ancora non scoperta di animale. Li guardava saltare, librarsi, strisciare per poi tornare indietro, a ricongiungersi con le altre. Le strade erano deserte, inutilmente illuminate, ed mostravano ogni tanto i rosari delle luci di natale. La solitudine nascose la vergogna e si mise a cantare sommessamente, accompagnando con un filo di voce la colonna sonora di quella notte. “Lagrimas de plastico azul, rodando por la escalera”. Il freddo lo ristorava, protetto dentro il suo cappotto ed il suo mondo di suoni personali. Guardava la città inanimata, che si muoveva assonnata nell’aria della notte, e senza voce. Le gambe, a lungo allenate alle camminate solitarie, procedevano in automatico a passo spedito, imboccando strade senza esitazione. Si sentiva come un filo che, improvvisamente, correva dritto dentro l’ordito di un grande arazzo, senza toccare nulla. Come se fosse possibile non sentire la complessità dell’intreccio.
Tolse la chiave e chiuse la porta di casa. Appoggiò con cura il montone nell’armadio, sulla gruccia, piegò la sciarpa e mise la borsa sul suo ripiano. Si mise una maglietta, un paio di pantaloni e si infilò nel letto. Appoggiò il portatile sulle gambe e mise un film. Uno qualsiasi, non importava che fosse. Il suo volto rimase illuminato dall’azzurro del monitor finché la sveglia non disse che era abbastanza tardi. Spense il computer e si mise a dormire, nel freddo silenzioso della sua stanza.

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