lunedì 7 luglio 2008

Uto - Andrea De Carlo


L’unica cosa che ero riuscito a fare era stata compensare e compensare, costruire schermi interiori dietro cui ripararmi. Mi ci ero abituato così tanto che in certi momenti mi sembrava di non avere bisogno di niente per vivere, poter resistere a qualunque genere di interferenze.
A capire che è un lavoro, essere felici. È una costruzione. Devi metterla giù tavola per tavola e chiodo per chiodo, e controllare di continuo che tutto sia a posto, e tenere ben spalato tutto intorno. Ci vuole un sacco di manutenzione, Uto. Anche solo per stare insieme tra un uomo e una donna. È un lavoro.

Non ero mai stato un grande abitatore di case, o usatore di oggetti; non avevo mai avuto bisogno di molto. Mi chiedevo se era un modo di sentirmi libero, o di compensare la delusione che il mondo mi provocava di continuo; se era una rivalsa o era paura o incapacità o cosa.

Un tempo passavo attraverso i luoghi senza lasciare la minima traccia, e mi sentivo libero. Stavo in una casa senza appendere un solo foglio di carta alle pareti, tenevo i miei vestiti nelle valigie. Stavo attento a non dipendere da nessuno, non far dipendere nessuno da me.

È che siamo così vigliacchi e deboli, madonna. Noi uomini, no? Passiamo la vita a cercare una donna abbastanza forte da poterle passare le consegne di nostra madre. Come bambini striscianti e imploranti, Uto. E loro sanno benissimo di avere il controllo, giocano sui nostri sensi di colpa e di inadeguatezza e sui nostri sistemi di proiezione con un istinto così sicuro. Giocano di attesa e di rimessa, no? Stanno lì in poltrona e stanno lì sulla porta, stanno lì a guardare tutto il tempo quello che riesci a fare, per decidere se dirti “bravo” o dirti che fai schifo.

3 commenti:

papaya ha detto...

anche a me aveva colpito questo ultimo pezzo, ma è vero solo a metà. i sensi di colpa sono nostri, i sistemi di proiezione sono miei. non sto sulla porta a decidere se fai schifo o no. in realtà sto di fronte allo specchio che sempre frappongo tra me e gli altri, a decidere se mi faccio schifo o no. e lo specchio riflette, frantumato, e ferisce tutti, in profondità.

papaya ha detto...

e cmq essere felici è un lavoro. che, purtroppo, una volta veniva naturale.

Amélie ha detto...

mi piace 'sto pezzo, ma in realtà non sono troppo d'accordo. non vedo nessuno sulla porta pronto a giudicare. nessuno che stia li solo x darmi i voti. anzi, è proprio il sistema da cui sto cercando di uscire (a novembre, se tutto va bene).
il problema è che siamo terribilmente duri con noi stessi, molto più di quanto gli altri e le condizioni non ci richiedano.
se solo smettessi di mandarlo in frantumi quello specchio e ti fidassi di chi ti è vicino..