domenica 6 settembre 2009

stella cadente - dia4










Qualcosa si muove di fianco a me. Apro gli occhi. Nella stanza piena di luce vedo una sagoma chiudere la porta cercando di fare poco rumore. Non ho l’orologio e il telefono è spento. Non ho idea di che ore siano. Dopo un istante la porta si riapre ed è un uomo quello che entra. Subito gli chiedo assonnato: “Che ore sono?” “Le 8.00”. Merda. Negli alberghi del pellegrino è consentito restare solamente fino alle 8.00 e non oltre.
Salto giù dal letto a castello, mi metto pantaloni, maglietta e scarpe ed esco dalla stanza. Il corridoio di questo che sembra più un hotel che un albergo del pellegrino è invaso dal carrello della donna delle pulizie e dai suoi arnesi. Scorro velocemente le varie stanze fino a dove si trova quella dei miei amici, che in teoria mi avrebbero dovuto svegliare. Nessuno. Zaino in spalla mi dirigo all’entrata. Nessuno. Nel bar nessuno. Nel portico, nel giardino, sulla strada non un’anima viva. Del centinaio di persone che c’erano qui ieri sera son rimasto solo io. Guardo il cielo, ormai luminoso, ed una strana sensazione mi invade. Come quando, nelle gite scolastiche, non mi svegliavo ed il pullman con tutti quanti era di fronte all’albergo ad aspettarmi. Solo che questa volta il pullman non c’è più.
Chiamo i miei amici e li raggiungo al bar del primo villaggio. Colazione rapida e partenza. Sono le ore 9.00. Penso che siamo gli unici a partire così tardi. La gente ferma con noi a fare colazione sta facendo la seconda colazione.

Il paesaggio cambia leggermente. Lasciamo la provincia di Palencia ed entriamo in quella di Leon; comincia ad apparire qualche albero sul cammino e nei campi, passiamo per il paesino di Sahagùn.

A Bercianos del Real Camino l’Albergue è l’ultima casa del paese, una vecchia casa rurale restaurata. Ci accolgono con un bicchiere di tè freddo e la notizia che siamo arrivati troppo tardi e non c’è posto per noi. Ci consigliano di piantare la tenda di fianco al campo di squash, in fondo alla via, e così facciamo. Come una famigliola di zingari cominciamo a colonizzare lo spazio verde intorno al campetto: laviamo i vestiti nella fontana, li stendiamo con uno spago tra due alberi, ci appropriamo del tavolino di cemento rovesciandoci sopra i nostri zaini e le nostre cose.

Attraverso il recinto della “zona sportiva” e mi ritrovo su una tavola piatta, dritta fino all’orizzonte. Vedo il mondo scomparire sotto una lieve depressione prima di risorgere nel profilo dei monti in lontananza. La terra sotto di me è costituita da un leggero strato di erba riccia e bruciata dal sole, uno strato soffice e accogliente sul quale mi siedo. Un carro abbandonato, i tralicci della luce, le curve sinuose dei cumuli di semi raccolti sul tavoliere, un gruppo di piccioni davanti a me. E l’orizzonte infinito, sotto il sole. Tutto ha il ritmo della natura. Non c’è fretta in questi luoghi, non c’è posto per nessun tipo di stress. Il respiro si sintonizza col vento. La vita si svolge dall’alba al tramonto. Ed il buio porta finalmente stanchezza e riposo. Vera stanchezza e vero riposo. Senza preavviso, dal nulla qualcosa si fionda sul gruppo di piccioni che rapidi si disperdono. L’ attacco di un uccello rapace.

Mi aggiro per il paesino, che ha tutta l’aria di essere stato importante un tempo. Piazzettine, tradizionali case di terra battuta in rovina, la chiesa crollata e la nuova in costruzione, il bar con il circolino. Poi, al margine est,esterna all’ultima fila di case, improvvisamente un gruppo di persone. Han tirato fuori le sedie dalle case o stanno appoggiate ai muri all’ombra del sole calante. Nei rettangoli di terra di fronte dei gruppi di signori anziani stanno giocando. Giocano a bocce, con sfere antiche e segnate dal tempo. Ma è l’ultimo campo da gioco ad attirare la mia attenzione. Un'asticella di ferro piantata nel suolo ed un signore che tira, nell’aria, degli oggetti metallici. Sono ferri di cavallo. Ferri di cavallo come boomerang primitivi che devono centrare l’asta ed ancorarcisi. Resto sbalordito. Pensavo fosse una cosa relegata ad altri tempi e altri mondi, pensavo fosse legata a immagini in bianco e nero, a foto mangiate dal passato. E, invece, guarda un po’ cosa mi riserva questo paese sperduto nella landa assolata.

La notte è fredda a Bercianos. Ma è la notte di S. Lorenzo e visto che siamo a dormire all’aperto decidiamo di non dormire nella tenda. I miei amici si stendono nel prato del campetto, riparati da qualche albero. Io oltrepasso la recinzione e mi stendo lontano nel campo, steso sul soffice manto di erba bruciata, come un tappeto naturale. Guardo in alto. Avevo dimenticato che il cielo la notte non fosse omogeneo. Avevo dimenticato il suo colore profondo e oscuro, la casualità con cui le stelle forano il suo buio, il bagliore della Via Lattea. Intorno a me un'intera calotta di stelle si stende, da orizzonte a orizzonte, densa e disegnata con precisione. Non voglio addormentarmi prima di aver visto una stella cadente, mi dico. E l’attesa viene ricompensata. Un oggetto infuocato scorre silenzioso e lento nel mio campo visivo, da cima a fondo, con decisione. Waaaaaaaaa. Magnifico.

Non so che ore sono ma ho freddo. L’umidità si sta mangiando le mie gambe rannicchiate dentro il sacco a pelo ormai bagnaticcio. Mi sono svegliato per il freddo. Provo a riaddormentarmi, ma è ormai impossibile. Il flebile bagliore delle stelle illumina una landa desolata e fredda in una notte senza luna. Raccolgo tutto e mi rintano nella tenda. Sarà difficile ritrovare il sonno e il caldo, già lo so.

1 commento:

papaya ha detto...

mamma mia.