domenica 16 marzo 2008

mixing people

Forse le persone sono percentuali di altre entità, di altre persone, mixate in proporzioni diverse.
Stasera al ristorante argentino c'era Cecilia, uno di quei personaggi nei quali ti sembra di riconoscere molto più che una sola persona.
Indubbiamente è un misto tra lo sguardo dell'Agne, le fattezze dell'Irina e il carattere della protagonista di Sex and the city.
Strano riconoscere così tanti risvolti nei piccoli gesti di una sconosciuta.


Come Gioia. Che quando parla ha tutta l'aria della Romagna di una volta, l'atmosfera di quella casa che Fellini ci raccontava anni fa. Eppure trai capelli e nel suo cappotto nuovo porta i venti di Barcellona e delle Ande.

giovedì 13 marzo 2008

casteldefels











Vi assicuro. Sembrava che ci guardassero.
La bianca chiesa mediterranea. La diroccata residenza rinascimentale.
Dalle finestre gotiche incastonate nel pulito maniero tardomedievale potevi sentire gli sguardi arrivare fin giù, nel grande piazzale principale, e condannarti:
Cosa ci fai nel mio castello? Non ho forse messo a guardia una candida chiesa per dissuadere i timorati di Dio? E non ho forse squarciato la casa, con tutte le sue decorazioni interiori esposte al cielo, a monito dei presuntuosi? Cosa ci fai tu laggiù, dove nessuno più dovrebbe stare?

sabato 8 marzo 2008

il cielo di Amelie




Sognavo di essere in quel film. Sognavo che le mie notti avessero l'aroma di un racconto, che il cielo fosse quello di un super8.
Stamattina, alle 5, il cielo della grande città era così luminoso da sembrare fosforescente.
E mentre respiravo l'aria fredda della notte, che sapeva di Granada, sul tetto di una qualche casa una bambina continuava a farsi domande sul mondo...

un sabato della vita


Nel sole del primo pomeriggio di un sabato Hector porta a spasso i suoi 60 anni da un appartamento all’altro, ed alla fine si ferma al primo piano di Muntaner 175. In silenzio dispone il tavolo nella grande terrazza assolata, sposta le sedie, controlla il grande vaso con le piante grasse. Ripassa mnemonicamente l’ordine del barbecue e si siede a contemplare la giornata che oggi ci tocca. Silenzioso taglia fettine di formaggio, allineandole con cura sul tagliere di legno aspettando che la sedia di fianco a lui smetta di essere vuota.
Trascorre il tempo, Hector, accompagnandosi con tanti piccoli gesti che prima era solito fare con sua moglie ed ora solo con suo figlio.

Arriva Juan. Capelli rossi perfettamente raccolti, occhiali alla moda. Ha fatto tardi ieri sera, ma questo non gli impedisce di godersi il suo piatto di pasta e di essere perfettamente pronto per dare l’assalto ad un altro giorno. A volte le immagini più semplici sono quelle più emblematiche. Juan morde la vita, con avidità e gusto, mentre Hector lo accompagna come un discreto coprotagonista.

caotica ana - julio medem

Onirico e allucinato come sempre. All'insegna di un conto alla rovescia ipnotico Ana scoprirà che attraverso di lei passano le vite di molte altre donne, di molte religioni e culture, di altri tempi.

venerdì 7 marzo 2008

a bon droyt - capitolo 12 - la fine


“Puttana miseria”. Metto personalmente la mia parola di uomo d’onore: il sig. Gauthier non era tipo da parolacce. La sua faccia crollò nello stesso momento della sua valigia a terra. Di fronte a lui uno spettacolo da fine del mondo: il piazzale del castello sembrava brutalmente trasformato in una discarica: sedie rotte dappertutto, cartacce come un tappeto, tavoli, bottiglie a non finire, botti da osteria divelte.
“Eh già! Gliel’avevo detto che non era un bello spettacolo!” l’ispettore Egide stava al fianco del sig. Gauthier con vago sorriso dipinto sul volto.
“Ma non credevo così tanto….”
“Devastato?”
Infondo al piazzale giaceva, abbandonato come un uomo dopo una lunga notte in buona compagnia, niente meno che un palco. Doveva essere stato abbastanza bruttino anche quando era intero, ma ora giaceva disfatto, sfasciato e divelto.
Dalla torre svolazzava una fune con ancora appese alcune lanterne, le più ardite erano volate letteralmente via finendo sui tetti del castello o chissà dove.
“…e dice che nessuno ricorda nulla?”
“Mi dispiace ma quando siamo arrivati, questa notte, non ci aspettavamo tanta gente. Sono scappati quasi tutti i pochi che siamo riusciti a trattenere sono ancora ubriachi, ma temo che non ne sappiano più di noi.”
“…e c’è stato uno spettacolo teatrale… vero?”
“Si, sappiamo che qualcuno a messo in scena, clandestinamente, uno spettacolo.”
“Grazie ispettore… credo che lei possa andare…”
“E riguardo a Adrien”
“Oh… già… be rilasciatelo non mi importa se c’entra oppure no… non intendo sporgere denuncia.”
“Arrivederci allora!”
“Arrivederci.”

“Irmine!”
“Dimmi Briac…”
“Portami un’altra boccia, sei sicura che Francesco non ha lasciato detto nulla?”
“No Briac. Sta mane ho trovato i soldi della pigione sul suo letto e la stanza già pulita.”
“OH Briac!!”
“Dimmi Anton…”
“Sai che Elsie e Andrè si sposano?”
“Alla salute!”

Era una mattina assolata e felice. Di quelle con il fondale dipinto a campi di grano, in una campagna che sembrava non avere alcuna preoccupazione al mondo, in mezzo ai campi c’era una stradina che collegava due paesini: uno era Vierzon, l’altro era Limeux.
Due uomini stavano seduti sul ciglio della strada, tutti e due con le rispettive valige.
“Da dove sei uscito?”
“Dal portone principale…”
“Rifarti la torre in discesa non ti andava?”
“Decisamente no… e poi l’importante era entrare.”
“E tutto questo a cosa sarebbe servito?”
“Volevo che sapesse che non mi sono dimenticato della promessa…”
“…”
“…”
“per sempre… giusto?”
“Giusto”
i due uomini non si guardavano mentre parlavano, poi uno di loro trasse di tasca una busta.
“Ieri sera dopo essere entrato nella torre sono sceso nello studio e gli ho lasciato l’anello.”
“Quel anello???”
“si, l’ho lasciato sulla sua scrivania.”
“Pensavo ci tenessi”
“non mi serve più…”
“Quella è lei?”
“tieni te la regalo”
“E’ la sua ultima lettera?”
“…”
“Non mi serve più.”
“Cosa dovrei farci?”
“Quello che ti pare”

Detto questo Francesco si alzò e prese la sua valigia:
“Arrivederci”
“Un ultima cosa… perché hai voluto che venissi qui?”
“Volevo che vedessi”
“…”
“Ora hai un'altra storia da raccontare no?”
“…”
“Addio…”

Francesco si incamminò senza voltarsi e lo sconosciuto rimase seduto sul ciglio della strada in mezzo ai campi dipinti dal sole cocente.
In mano teneva l’ultima lettera che lei aveva scritto a Francesco molti anni prima.
L’aprì.
Lesse le ultime parole scritte dalla mano di lei: “…per sempre” e la firma di lei; quel nome che aveva dato tanta pena al suo amico.

Si alzò e si incamminò nella direzione opposta a quella di Francesco.




FINE

mercoledì 5 marzo 2008

pinos


Mi siedo e la cerco trai relatori. La riconosco, anche se da dove sono posso scorgerne solo la nuca, ma quei capelli antrace rigati di bianco non mentono. Poi si gira, e ricordo perché mi aveva stregato la prima volta. Lo sguardo comunica sicurezza ed intelligenza. Poi le viene ceduta la parola per presentare il progetto di Plaça de la Gardunya, progetto del suo studio, Estudio Carme Pinos. Sto in piedi perché non posso parlare del mio progetto stando seduta, dice. Il pubblico ride. È forte. Incredibilmente bambina dietro quelle vestigia antiche. Le mani gesticolano accompagnando il loro movimento con il tintinnare dei numerosi bracciali. Racconta concitata, un racconto che già ho sentito a Firenze, ma sempre affascinante. Ci sono gli ultimi sviluppi, i cambiamenti, le intenzioni. Tutto raccontato con degli occhi dallo sguardo intenso, che non capisci se ti stanno osservando o trapassando. Incredibile. Come se l’origine della sua mirada stesse molto più dietro, nella profondità dell’essere.

martedì 4 marzo 2008

la biblioteca




Ore 18.27.
Marco, ¿hablamos?
Seguo Carmen attraverso il corridoio, l’ingresso, un piccolo studiolo, fino ad arrivare alla libreria dove si trova il tavolo per le riunioni. Al di fuori delle 3 grandi vetrate una Barcellona spazzata da anomali venti nordici si muove al calar del sole.
Mi siedo sulla sedia di vimini pronto ad ascoltare cosa Carmen ha da dirmi, sapendo già che sarò inondato dal suo fiume di parole talvolta incoerenti e fuorvianti.
Stranamente, invece di sentirmi in balia della situazione, mi sento forte, certo di quali sono gli obiettivi e le condizioni. E questo mi mette a mio agio. Ascolto e parlo poco, come un animale guardingo, che sa di dover mostrare forza e lasciare poco spazio al dubbio. Mi spiega tante cose, Carmen, di concorsi, residenze, crolli di ipoteche. Mi limito ad assentire e sento crescere in me la sensazione di essere come un giovane pugile che ricorda ancora il dolore degli ultimi pugni, cocente sul volto ed allo stomaco. Ricorda la guardia bassa e lo scarso gioco di gambe e allora alza i pugni, parla poco, osserva e ragiona velocemente. Valuta la situazione e le possibilità che si aprono. Ogni parola risparmiata porta a una nuova apertura da parte dell’avversario e a nuove prospettive.
Quando tocca a me so come agire. Ho imparato a conoscere il mio capo. So cosa voglio e di cosa ho bisogno.
Tema per la tesi e soldi. Sono le due condizioni perché io rimanga.
Rimaniamo d’accordo che all’inizio di aprile ci sentiremo per comunicarci le nostre decisioni.
Me ne vado contento, come chi ha vinto una piccola battaglia personale, senza sangue ma senza vergogne né timori.
Il pugile ha imparato a muoversi sul ring. A quanto pare pian piano comincerà a ballarci su quel quadrato.

lunedì 3 marzo 2008

senso unico


La luce attraverso le finestre altrui come il teatrino della vita quotidiana. Seduto sulla mia poltrona osservo i vuoti delle case e immagino i suoni che fin qui non arrivano. Gli odori, i piatti, gli umori. I bui. Le penombre.
E le mute ricerche di ognuno.
Ognuno si divincola nel traffico dell’anima intento a trovare la sua direzione.
E se un giorno tutto fosse improvvisamente facile, e la strada fosse indicata chiaramente e senza dubbio?

fiori di loto




In fondo, forse, non c’è bisogno di molto di più. Tutto sta nelle pieghe di un muffin ancora mezzo surgelato, mangiato sdraiati su una panchina di un qualsiasi Starbucks del mondo. Forse i fiori più profumati sono quelli che fiori non sono, ma che del fiore portano il significato.

boqueria


Sotto un cielo che non riesce ancora ad essere primaverile schiviamo i mimi della Rambla che attirano i turisti con gli stessi sketch da anni. La Boqueria, con il suo continuo formicolio, attira la nostra attenzione e ci attrae con le sue bancarelle di ardite composizioni di frutta.
Le papaye, si sa, si attraggono tra loro, e sfoggiano la loro eleganza in una silenziosa danza che scivola tra gli altri frutti. Un zumo de papaya, por favor.

succo di papaya



domenica 2 marzo 2008

la finestra sul cortile


Finalmente si torna a vedere il sole.
La stanza nuova è almeno 3 volte quella di prima e con una porta finestra grande quanto una parete che permette di accedere al balcone. Davanti sfila il collage delle vite dei vicini, che si muovono dalle loro finestre come i fotogrammi di un film giapponese..

sabato 1 marzo 2008

godi godi buongiorno 3

“Claire, porta un caldo abbraccio a quel signore nell’angolo…” disse il padrone mentre tirava fuori da un frigo una bottiglia di succo, “…e Claire…” si fermo a mezza frase. Claire lo guardò con aria interrogativa, il cassiere stava già fissando l’orologio e tutti si accorsero che c’era qualcosa che non andava.
Erano le 12.20 e il telefono non aveva squillato.
La vita ha un senso dell’umorismo, ma volte le sue battute non fanno ridere nessuno, anzi.

Quel giorno moriva kubrick, nasceva Aristotele, e una ragazza il cui nome mi è ignoto usciva dal lavoro come tutti i giorni da 3 mesi a questa parte per recarsi alla più vicina cabina del telefono e trovare la morte che l’attendeva nel mezzo della strada sorpresa soprappensiero da un camionista con discutibili gusti in fatto di adesivi da carrozzeria: uno dei quali rappresentava proprio la morte.
Io la vidi.
Guardava a terra.
Ferma.
Non feci in tempo a urlare.
Non feci in tempo a fare nulla.
Guardava una pozzanghera.

“Finalmente quel maledetto stupido ha smesso di prenderci per il ****.” Disse il padrone ad alta voce quel giorno, mentre Claire rispondeva al telefono un'altra volta, “Godi Godi Buongiorno?”, quella battuta che ti rinfresca la giornata.

venerdì 29 febbraio 2008

delirious bcn


questo è un post a quattro mani. niente di religioso, certo. se fossimo stati in 4 sarebbe stato a ottomani, ma così non è.
e io che credevo che avessimo superato la fase del vivoconaltrediecipersonemanesonoentusiasta!
in realtà c'è ancora qualcuno che lo è e che considera un ostello casa propria.
ormai ho finito la vena creativa, come disse il conte Dracula, dopo aver succhiato il collo del signor Van Gogh.
mhhh.
già fatto? è pic?
nic!
comunque
grazie a daniel per la cena tahilandese e per il lume di candela (manca poco che mi mangio anche il tovagliolo... va bene il romanticismo però la bolletta pagala!)
ma che male e che ridere e di nuovo che male se rido.. ma coletta e coppoletta le conoscete? no, perchè sono mie compagne di sgrigna da anni, ormai.
vabbè
noi si va a nanna, che domani si lavora.
buona notte a tutti i sonnambuli e specialmente a giorgio, che non si sa mai che ci capisse qualcosa in questo post e poi me lo spiegasse..
'notte scriccioli

mercoledì 27 febbraio 2008

ruvido


Non ci sono portachiavi. Non ci sono puntine, foto, peluche. Non una tazza simpatica, un disegno appeso, un comodino dipinto. Non c’è posto per gli infradito, per la maglietta preferita, per il mercoledì al biliardo. Non turni né biciclette.
C’è la povertà. Ci sono l’indispensabile e qualcosa in meno. Pareti ruvide e persone ruvide. I libri stanno in libreria e i profumi nelle case altrui.
Viaggiare è imparare ad abitare. È sentirsi addosso i mondi altrui. E portarne il segno.

domenica 24 febbraio 2008

4 marzo 1943

video

Dice che era un bell'uomo e veniva
veniva dal mare
Parlava un'altra lingua però sapeva amare
E quel giorno lui prese a mia madre
sopra un bel prato
L'ora più dolce prima di essere ammazzato

Così lei restò sola nella stanza
la stanza sul porto
con l'unico vestito
ogni giorno più corto
E benché non sapesse il nome
e neppure il paese
mi aspettò come un dono d'amore
fino dal primo mese

Compiva sedici anni quel giorno la mia mamma
le strofe di taverna
le cantò a ninna nanna
e stringendomi al petto che sapeva
sapeva di mare
giocava a far la donna
con il bimbo da fasciare

E forse fu per gioco
o forse per amore
che mi volle chiamare
come Nostro Signore
Della sua breve vita il ricordo
il ricordo più grosso
è tutto in questo nome
che io mi porto addosso

E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto mi chiamo
Gesù Bambino

E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto mi chiamo
Gesù Bambino

E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino
per la gente del porto mi chiamo
Gesù Bambino

sabato 23 febbraio 2008

a bon droyt - capitolo 11 - scena 4

Mentre si consumava così una magnifica rissa da taverna su vasta scala, accadevano due cose un po’ in sordina.
La prima: due innamorati si guardavano negli occhi sul palco, unica isola di quiete in mezzo alla tempesta di grida e corpi:
“Elsie sei stata meravigliosa, ti amo”
“O caro… dici? Si credo di essere stata meravigliosa. Ti amo anch’io Andrè”
La seconda: Adrien e Briac tenevano la vita di Francesco appesa ad una corda tesa nell’oscurità della notte, totalmente assorbiti dal problema della scalata quasi del tutto incuranti della baraonda alle loro spalle.

Di questo putiferio accalorato e roboante Francesco non si era accorto di nulla: la sua concentrazione era totalmente rivolta alla liscia superficie di pietra della torre, alla stretta della corda di sicurezza e alla destinazione della sua ascesa. Un vento gelido raschiava il suo volto e le mani cominciavano a dolergli.
Era rimasto solo.
Non fisicamente.
Nella testa aveva solo la sua corda e la sua torre.
E il suo scopo.
Un mare di nulla sotto di lui e una piccola lucetta sopra.
Le lanterne ad una ad una avevano cominciato a spegnersi per il troppo vento.
“Cazzo tu lo vedi?” Chiese Briac rosso per lo sforzo ad Adrien
“Mi pare di vedere un ombra lassù… maledette lanterne.”
“E’ troppo buio dobbiamo calarlo giù”
“No, deve farcela…”
“Ma che cappero gli frega di ‘sta storia, tanto nessuno lo sta più guardando” Briac si voltò per constatare che la rissa continuava con vigore, anzi erano appena cominciate a volare le bottiglie: segno che si stava ancora al primo tempo.
“E’ una storia lunga Briac… non posso dirti di più, ma ti assicuro che il signor Gauthier se la merita”
“E ora che c’entra il sig Gauthier?”
Intanto Francesco era arrivato quasi alla finestra e già poteva intravedere l’interno della torre. Fu in qual momento che gli manco l’appiglio di un piede, Briac e Anton sentirono bruciare nelle mani lo strattone della corda, Anton stese il giovane Fabien con un uppercut da manuale, Irmine prese a fare il tifo per Fernand, Elsie e Andrè si godevano il cielo stellato e Fernand spianava corpi a suon di lanternate.
Francesco rimase per un poco a penzoloni contro la parete della roccia, sono quei momenti nella vita di un uomo che ti viene fatto di pensare, inspiegabilmente, alle cose più insensate: tipo la morte. Si riebbe subito e con grinta feroce, dando un bel colpo di scarponi nella roccia, si issò fino alla finestra.

Appena raggiunta la stanza della torre si volse verso la corte illuminata e finalmente si rese conto della bellissima rissa che si stava consumando da basso. Senza perdere tempo diede due forti strattoni alla corda. Adrien capì il segnale e lascio andare: “Adesso Briac dobbiamo andare!”
“Cosa? E come fa a scendere?”
“Non scende da qui. Io e te abbiamo finito ora tocca a Francesco.”
“um… Mi pigliasse il diavolo se ci capisco qualcosa!”
“Vai a prendere Fernand, Anton e Irmine, credo che quella lanterna che vola sia Fernand!”
“E poi?”
“E poi a casa io devo chiamare la polizia di Vierzon, Egide sta aspettando al commissariato.”
“Cosa???”
“Stasera una masnada di pazzi si è introdotta nel castello e io sono pur sempre il custode no?”
“E cosa ne sarà di Francesco?”
“Lui sa quello che sta facendo… ora vai non dobbiamo perdere altro tempo.”
In quel momento arrivarono Guy e un tizio sconosciuto.
“Buona sera…” salutò Adrien.
“Buona sera” rispose lo straniero “Francesco è già dentro?”
“Si”
“Bene, mi volevo complimentare con voi per l’ottimo spettacolo. Temevo che la trama fosse un po’ scontata, ma il finale…” e indicò la rissa alle sue spalle “… è stato decisamente sconvolgente.”
Guy tirò lo straniero per una manica e disse: “Ora dobbiamo andare all’appuntamento…”
Lo sconosciuto si rivolse a Adrien e Briac: “con il vostro permesso signori… mi congratulo ancora con voi per la bellissima serata. Addio.”
Adrien e Briac si guardarono con aria interrogativa, ma preso atto che la festa stava ormai languendo, si diressero a recuperare i membri della cospirazione di Limeux.

a bon droyt - capitolo 11 - scena 3

La Torre, due guardie giocano a dadi di fronte al portone.

Prima guardia “6… non lo batti”
Seconda guardia “3… dannazione”
Prima guardia “6…”
Seconda guardia “3… disdetta”
Prima guardia “ahh! Sembra che il tempo s’è fermato! Due giri uguali a favor mio!”
Seconda guardia “shhh! Arriva qualcuno…”

Entrano Rinaldo,Fabrizio e Orazio un po’ in disparte

Fabrizio “Salute a voi!”
Prima guardia “E a voi lo stesso! Che vi mena a queste porte?”
Rinaldo “Ma guarda! Due valenti uomini d’arme!”
Prima guardia “Valenti quanto basta per guardare ad un portone.”
Fabrizio “Eh certo anche il portone ha il suo valore!”
Rinaldo “Quale terribile tesoro potrà mai celare questa porta per richiedere tanta sicurezza!”
Prima Guardia “Non son certo affari vostri!”
Fabrizio “Peccato!”
Rinaldo “Davvero! ‘Che i nostri affari ci pesano in saccoccia e saremmo stati felici di alleviare un po’ del nostro peso a favor vostro!”
Seconda guardia “Signori miei! Non son cose che si dicono a una guardia!”
Prima guardia “Non sono cose che si dicono, ma se saltan fuori se ne parla volentieri!”
Fabrizio “Diciamo che con mezza corona vorremmo soddisfare la curiosità… è un argomento che vi intriga?”
Prima guardia “Fuori la corona e le domande…”
Rinaldo “Da quanto tempo si erge questa Torre?”
Seconda guardia “Da sempre per quel che ne so io.”
Fabrizio “E per quale tesoro tiene fuori il mondo?”
Prima guardia “Ah non certo di un tesoro si tratta”
Seconda guardia “E non per tener fuori ma per tener di dentro!”
Fabrizio “Ah, ma qui non due guardie abbiamo, due oracoli! Più oscuri di una notte senza luna.”
Seconda guardia “Questa torre è una prigione!”
Rinaldo “Senti, senti! E voi sareste i carcerieri?”
Prima Guardia “No, solo le guardie della porta, il carceriere è dentro e con lui non si scherza”
Fabrizio “E quanti terribili malfattori assicura il vostro carceriere?”
Seconda guardia “Ah! Ma le domande crescono e la saccoccia non va appresso!”
Rinaldo “Altro che oracoli! Ora abbiamo due mercanti!”
Fabrizio “Via non fate tante storie per due corone!”
Seconda guardia “Ne faremo per tre!”
Rinaldo “Eccone quattro! E crepi l’avarizia!”
Prima guardia “Un solo uomo mio nobilissimo signore!”
Seconda guardia “Anzi neppure quello!”
Prima guardia “Una donna sta chiusa in questa torre!”
Fabrizio “E voi l’avete vista in ceppi?”
Prima guardia “Mai nella nostra vita!”
Rinaldo “Speriamo che le vostre vite durino in eterno allora!”

Locanda, entrano Agramente, Desdemona e Madame Gervaise

Agramente “Vi porgo umili scuse, ma di tutto sto’ trambusto avevo perso il segno più importante.”
Desdemona “Accetto le vostre scuse.”
Agramente “Se avessi saputo il vostro nome! Avrei maggiormente trattenuto le mie ciarle!”
Desdemona “Non vi chiedo altro che la vostra fedeltà!”
Madame Gervaise “la nostra e di tutto il paese, non troverà un solo uomo o animale che non si schieri per la vostra causa!”
Desdemona “Ah speravo che la mia presenza passasse inosservata!”
Agramente “Mia signora, contessa… la vostra presenza chiama autorità come il sole il giorno! Come potevate passare inosservata!”
Madame Gervaise “E per di più così vicino alla torre, non passerà un altro giorno prima che il carceriere sia avvisato!”
Desdemona “Non eran tutti servi della nostra fedeltà?”
Madame Gervaise “Mia signora. Son tutti eroi finché la pugna è in versi!”
Agramente “E fan presto gli eroi a tramutarsi in ladri se il bottino vale le bastonate!”
Desdemona “Non di bastoni saran le carte, ma di spade!”
Agramente “Ad ogni buon conto il vostro segreto non è un segreto in queste strade.”
Desdemona “Non agiremo come ladri nella notte, se a questo alludevate. Prima che la tromba della posta squilli ancora il nostro officio sarà già in bocca a tutti quanti. E Dio piacendo, noi sarem lontani. Ma vedo che i miei uomini ritornano… vi prego di lasciarmi.”

Escono Madame Gervaise e Agramente.
Entrano Rinaldo, Fabrizio e Orazio.


Desdemona “Miei cari! vi prego. Datemi le vostre nuove.”
Rinaldo “Non più di due guardie e un carceriere tronfio, sarà facile tutto sommato!”
Fabrizio “il Duca fece male i conti se pensava di impedirci l’impresa con tre sgualciti ribaldi.”
Desdemona “Mio caro Orazio, rompi il tuo silenzio e aprimi il tuo cuore, te ne prego!”
Orazio “Un altro giorno mia signora solo uno e tutto sarà svelato…”
Desdemona “Non un'altra alba vedrà sorgere chiusa in quella torre! Stasera stessa canteranno le vostre spade e darete sfogo ai vostri desideri, e se anche rimanessero un mistero le intenzioni che spinsero il duca a toglierci nostra sorella, sia quel che sia, domani la riavremo con noi! Questo conta più di mille spiegazioni.”
Rinaldo “a stanotte allora…”

Esterno della torre, notte. Due guardie e il cancelliere vicino al fuoco, entrano Rinaldo e Fabrizio

Carceriere “Ecco infine, giungono i saltimbanchi a onorare le nostre noiose ore di veglia”
Rinaldo “Speriamo di non avervi fatto attendere troppo e vogliate scusarci se le nostre note feriranno il vostro orecchio! Ben altre ferite presto vi condurranno a più celestiali cori”
Fabrizio “Sempre che il Santo conestabile del cielo vi lasci assistere ai suoi canti”
Rinaldo “Chissà Fabrizio se i cani son bene accetti”
Prima Guardia “E’ un insulto questo!”
Fabrizio “No! Constatazione.”
Seconda Guardia “Sguaina, e prega infame”
Fabrizio “Guarda la mia lama e dimmi se ti garba cane!”
Carceriere “Alle armi, addosso avanti!”
Seconda Guardia “Addosso!”
Rinaldo “Avanti! venite avanti a farvi sbudellare!”
Carceriere “La torre… uno sta scalando!”
Fabrizio “Grida adesso maledetto!”

A questo punto, mentre gli attori se le davano di santa ragione, la povera Elsie (nei panni del carceriere) veniva sbudellata (per finta s’intende), non prima di riuscire ad attirare l’attenzione della folla convenuta sulla murata illuminata della torre, dove un ombra ben visibile si stava rizzando con tutte le sue forze nell’improbabile tentativo di scalare la torre del castello e di non finire spadellato sugli spalti.
Bisogna spezzare parecchie lance a favore del pubblico di Limeux, che, pur non composto da affezionati frequentatori di teatri, aveva seguito lo spettacolo con una silenziosa e sepolcrale attenzione.
Bisogna capire il pubblico che, non avvezzo a tanta concentrazione, arrivato alla scena delle botte si lasciò, per così dire, andare.
Fu un boato di grida.
Tutti, chi più chi meno, manco si trattasse di un incontro di pugilato, cominciarono a fare il tifo ognuno per lo schermidore preferito, e manco potessero dare man forte alla battaglia gridavano i peggiori appellativi alla volta del combattente scelto come avverso.
“Sbudellalo forza!”
“Attento, schiva, schiva!”
“Muovi le gambe è tutto nelle gambe!”
“Elsie sei bellissima!”
Gli attori, abbandonando ogni pretesa professionale, cominciarono a prenderci gusto nella lotta e a colpi di spada e cazzotti continuarono il loro duello in un crescendo di insulti corali.
Fernand era semplicemente allibito, non sapeva da che parte prendere la situazione, tutti erano ormai in piedi e gridavano a più non posso, da una parte la folla cominciò ad avvicinarsi al palco altri si alzavano sulle sedie per vedere meglio. Gli attori avevano cominciato a menarsi per davvero. Irmine, ricorrendo al suo istinto per gli affari, si era messa a distribuire birra tra la gente.
In men che non si dica dagli insulti, i più agitati, cominciarono a passare hai fatti. Tutti mezzi ubriachi iniziarono a pigliarsi.
Il prete diede aria al gonnone e si dileguò veloce come un razzo.
Sul palco i duellanti, da prima confusi, pensarono bene di gettare le spade e di passare alle mani e in zero due secondi erano già scesi a fare a botte con chiunque trovassero tra i piedi.
Le donne di Limeux non ebbero problemi a uscire dalla zuffa, ma, per nulla intimorite continuarono a fare il tifo per i loro mariti o fidanzati.
Fernand si adeguò in un lampo alla nuova situazione e, staccato il lanternone della chiesa, faceva vento a destra e a manca.
Anche Anton si lasciò prendere la mano e giù botte a tutti e tutto.

a bon droyt - capitolo 11 - scena 2

Escono Madame Gervaise, Agramente e il Cavaliere di Ripafratta.
Entrano la contessa Desdemona, Rinaldo e Fabrizio.


Rinaldo “Mia signora, questo ostello da mezza corona è sordido come una stalla”
Fabrizio “Invero temo che i nostri cavalli abbiano avuto miglior sorte”
Desdemona “Non lasciatevi divertere dal nostro scopo, la ragione che ci guida non guarda in faccia alla sorte e non v’è nulla di più sordido dell’onta che ci apprestiamo a tergere.”
Fabrizio “Contessa la nostra determinazione non verrà certo meno per il tanfo del nostro giaciglio.”
Rinaldo “Non altra che un ulteriore offesa da lavare.”
Fabrizio “La vendetta chiama! le nostre spade scriveranno il giusto epilogo!”
Desdemona “Fabrizio, Rinaldo… tenete parole e spade ben serrate! Prima d’ogni altra cosa, ora, è momento di calma e discrezione, siamo vicini al castello e a Dio piacendo non dobbiamo rovinare tutto con azioni sragionate. Andate ora… siate accorti e tornate a riferirmi!”
Rinado “con sua licenza mia signora.”

Escono Rinaldo e Fabrizio

Desdemona “alte son le mura che il tempo ci rivolge contro, i nostri giorni di attesa, come carcerieri impudenti, hanno tentato invano di levigare il nostro dolore, pare a volte che non vi sia più gioco alla speranza e come bambini stanchi di giocare lasciamo che il sonno dell’inedia ci culli fino a farci addormentare, quietamente, con i nostri desideri.
Le mura del tempo! Questa mirabile gabbia che ci tiene in prigionia è insieme catena e ancora di speranza. Forse quanto più lo spirito debole si lascia andare nel dormiveglia del suo animo meschino tanto più la virtù del forte si ridesta ad ogni attimo e ripiglia la battaglia, e i giochi, la speranza. Tale queste mura son per me insieme affronto e cuore del nemico, riceviamo dall’uno la vergogna e dall’altro il sangue che disseta la vendetta. Così oggi il tempo è trascorso. Le sue immense mura si son piegate! anzi innalzate! In una torre, che è insieme onta e cuore, l’uno da lavare l’altro da spaccare.