giovedì 27 settembre 2012

indomita



Con i denti. Le unghie, l'entusiasmo ed i denti.
Ad affermar continuamente la nostra libertà, non solo nonostante le difficoltà, ma anche grazie ad esse.
Una vita cercata, bramata ed afferrata. Una vita sofferta e piena. Indomita.
E che inizia quando meno te lo aspetti.

lunedì 24 settembre 2012

il sostegno




Arrivo al Sostegno dei Landi, rallento e comincio a camminare. La corsa, in fondo, non era altro che una scusa. La casa di manovra è un edificio fatiscente del secolo scorso con semplici modanature in mattone a vista, affiancato da quel che resta di un'ex-cartiera. Doveva avere una sua dignità, una volta, mentre ora le gronde sono divorate dall'ossido, le tegole rotte o scomparse. Risalendo il canale noto un signore che vanga il piccolo triangolo di terra che si trova tra il sentiero ed il Canalazzo. Poco più avanti c'è un ragazzo, probabilmente un gitano, che è entrato in una recinzione ed ora salta tutto contento su di un gigantesco tappeto elastico. Passo sotto il cavalcavia della tangenziale. Qui i resti di un'umanità reietta non sono neppure occultati. Trai grandi piloni di sostegno si trovano materassi, carrelli, vestiti e su di tutto ciò campeggia un grande murales: il mondo è ammalato. Stretti tra le sponde del maleodorante canale ed i piloni, a contatto con tutti gli animali che lo abitano, per tetto la tangenziale, qui "risiedono" almeno un paio di persone. Dall'altra parte del Navile una recinzione circoscrive un campo con alcuni furgoni parcheggiati ed i segni, anche qui, di una vita nomade. Proseguo lentamente, mentre sciami di zanzare banchettano amabilmente su di me. Passato il cavalcavia un profumo di uva e di mosto mi pervade. Sull'altra sponda si trova, malconcia, una vigna. In poco tempo arrivo al Sostegno dei Torreggiani, ormai in rovina. Continuo a costeggiare i due canali, uno dei quali ormai non è altro che un letto in secca ricoperto di vegetazione. Arrivo ad un ristorante, da Sandro sul Navile. Incredibile come anche oggi i camerieri preparino i tavoli, i cuochi cucinino, ed il padrone del locale si aggiri cercando di assicurare un minimo di decoro a questa casa gettata su queste acque che profumano di fogna. Gli asciugamani e le tovaglie stese ad un filo ancorato tra due alberi, a pochi centimetri dalla selva di giunchi che ha preso il posto del piccolo canale, mi ricordano scene in bianco e nero da inizio secolo.

giovedì 13 settembre 2012

monaci





C'è un momento in cui ci guardo e non posso fare a meno di sorridere.
Io che ti parlo in inglese mentre sbraiti con tua sorella in spagnolo, e lei che mi spiega in italiano. Ed è bello guardarci sotto questo cielo stellato, questi alberi ancora verdi, in mezzo al biergarten. Sapere di avere qui un'isola, un rifugio perenne, una seconda famiglia, un nido di anormalità confortante.

mercoledì 12 settembre 2012

diamond hill - day 5




La chiamano Diamond Hill, anche se il crinale in realtà è ben più esteso di quanto si immagini. È da qui che si domina il Connemara Park in tutta la sua maestosità. Ed è da qui che non si può fare a meno di rimanere meravigliati.
Tutto intorno, fino all'orizzonte (fino alle montagne erbose, fino ai laghi profondi e allo sconfinato oceano) la natura regna sovrana, padrona dello spazio e del tempo da sempre. Non strade, non case, non ponti. Non vi sono ferite artificiali a tagliare il suo corpo, ma crepe scavate da ruscelli e fiumi, conche riempite dall'acqua e foreste improvvise. Solo si intuisce qualche piccola casa svanire nell'orizzonte della costa, nascosta nella boscaglia fitta del lago, ed una lingua in doghe di legno che sorvola la grande torbiera.
Il resto è natura, pura e incontaminata.


omey island - day 5



Poi la marea scende e lentamente scivola acqua su acqua. Gli scogli diventano rocce, le alghe si sdraiano sul fondale ed i pesci riprendono il largo. L'oceano, piano piano, lascia il posto alla sabbia fino a che quella che era una piccola isola diviene una penisola, un piccolo mondo ricongiunto alla terra madre da un ampio cordone ombelicale d'arena bianca. La spiaggia più chiara, ampia e pacifica che abbiamo visto in tutto il Paese.
È l'isola di Omey, che nel suo appartato silenzio custodisce un lago ed un cimitero.


martedì 11 settembre 2012

più moralità




Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura l'insicurezza, l'ingordigia, l'orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli a essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, rimpossessiamoci della lingua, in cui la parola "dio" è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire "fare l'amore" e non "fare sesso". Alla lunga anche questo fa una grossa differenza.

Tiziano Terzani

mercoledì 5 settembre 2012

danza urbana





E ad un certo punto la città non c'è più. O meglio. Non è proprio che non ci sia più. La Rossa continua a circondarci ma rapidamente scompare, svanisce. Si eclissano gli edifici di via Don Minzoni nella luce della sera, sfuma la massiccia schiena del Mambo, svapora questo canale in secca che ci divide da lei.
Sì, perchè è lei, Emily Tanaka, che ha spento le luci sulla platea cittadina per accenderne una, microscopica, su di sè. Strane scarpe in pelle scura ai piedi, fasce nere aderenti a disegnarle le ginocchia, un vestito corto, comodo, nero anch'esso, tagliato sulle spalle, una frangia di capelli nerissimi. E tutto ciò che emerge è una pelle perlata e due occhi inequivocabilmente orientali.
Si muove, Emily, confinata tra il letto sfatto del canale e l'alta parete in mattoni. Aspetta che la penombra della sera si porti via le ultime certezze, lascia scorrere stralci di musica, lo spirito dei Mogwai, e poi si scosta lentamente, con movenze antiche e moderne, un automa preistorico, la rozza primitività di una corporeità fluida. E così se li porta via. Lo spazio, risucchiato in quelle movenze magnetiche che riducono il mondo alla sfera che la circonda, quella piccola bolla di luce creata dalla lanterna che lei porta a spasso. Gli occhi sfarfallano nel tentativo di catturarne i movimenti, traditi da una notte che ancora non è. Si porta via il tempo, scuotendosi, voltandosi al rallentatore, comprimendo passato e futuro con il suo cibernetico camminare a ritroso.
E si porta via le nostre pene, stregate da un connubio impossibile tra l'anima nipponica e le sonorità elettroniche.

domenica 2 settembre 2012

due di due




Quando l'incidente capita a un maschio, e l'infortunato si mette a piangere, gli altri si aspettano da lui che esca dall'azione e smetta di lamentarsi, in modo che il gioco possa proseguire. Se la stessa cosa accade in un gruppo di bambine, il gioco si ferma e tutte si raccolgono intorno all'amica che piange per aiutarla. 
[...] i maschi vanno orgogliosi di un'indipendenza e un'autonomia tipica del tipo duro e solitario, mentre le femmine si interpretano come elementi di una rete di connessioni. Pertanto, i bambini si sentono minacciati da qualunque cosa possa mettere in discussione la loro indipendenza, mentre le bambine lo sono di più da una rottura nelle loro relazioni interpersonali.

Daniel Goleman - Intelligenza emotiva

giovedì 30 agosto 2012

carraig na creine - day 4



Salgo i due gradini e suono il campanello, pronto a chiedere se per caso non sia rimasta una stanza per la notte. Dopo qualche momento di attesa la porta si apre e sulla soglia appare una signora sulla settantina, rimpicciolita dall'età. Da dietro gli occhialini lei appoggia sui miei i suoi occhi gentili e con dolcezza mi dice:
- Buonasera, come va?
Interdetto da tanta gentilezza, resto un momento sulla porta a bocca aperta, non riuscendo ad esternare immediatamente la fredda pragmaticità della mia richiesta.
- Buona sera a lei - riesco finalmente ad esordire -. Ci domandavamo se per caso non le fosse rimasta una camera libera per stanotte.
Lei mi osserva e lentamente volge lo sguardo verso la nostra macchina.
- Quanti siete?
- Soltanto due - le dico.
Lei fa un movimento lento che le serve per prendere tempo e cercare di farsi un'idea, immagino, su chi siamo, su se sia il caso di darci ospitalità.
- Dunque, dovrei avere una doppia, se per voi va bene.
Entriamo in uno stretto corridoio, perlinato in legno chiaro dalle venature rosse per pavimento, intonaco crema tendente all'arancio per le pareti. La nostra stanza sembra una reggia nordica, comparata a quello cui eravamo abituati. Due grandi finestre dagli infissi in legno bianco affacciano sul giardino, protette da pesanti tende in stile montano. Tra il letto matrimoniale ed il singolo, entrambi con testata in legno inciso, si trova una bassa cassettiera bianca. Una parete della stanza è completamente rivestita in legno e da essa emergono una mensola, dove si trova un vassoio con due bicchieri ed una brocca d'acqua, ed una consolle con un grande specchio davanti. Anche il bagno è curato ed accogliente, con dettagli e ripiani in legno.
La signora ci si avvicina, silenziosa e premurosa e ci domanda:
- A che ora pensate di svegliarvi domattina? A che ora preferite la colazione?
Rimango quasi commosso dalla domanda.
- Vi va bene la tipica colazione irlandese?
E così ci prepariamo, contenti come pasque, e ci fiondiamo nel piccolo centro di Clifden.

Nella tenue luce del mattino la sala della colazione sembra grande ed accogliente. Ancora una volta il legno regna sovrano, ricoprendo pavimenti, pilastri e soffitto. Una grande finestra si apre verso ovest. Dietro di noi un grande camino con base in pietra, due poltrone ed una serie di foto di famiglia. Su un tavolino si trovano cereali, latte, frutta, yogurt, salse, burro, marmellate e condimenti vari. Ci sediamo e dopo poco zia May (ormai così ribattezzata perchè identica alla zia di Peter Parker) ci porta due piatti con uova fritte, salsicce, pancetta, pomodori, wurstel, accompagnati da succo di frutta, tè e pane ai cereali. Allettati da tanta bontà cominciamo a chiacchierare con la simpatica signora. Le domandiamo del magnifico telefono anni '20 (non funzionante) che tiene in sala, del tempo in Irlanda (clichè immancabile), della situazione lavorativa nel Paese (tutti quanti se ne vanno non solo dalle campagne ma anche dalle città, puntando verso altre nazioni meno in crisi), ed infine del perchè non ci siano tanti alberi, nonostante l'Irlanda sia così incredibilmente verde.

Mentre siamo sull'uscio confesso a zia May di non aver mai mangiato prima la tipica colazione irlandese.
- Tanta gente dice anche che non la vorrà mangiare mai più - mi dice con un occhiolino.
- No, no - mi affretto a chiarire - io la mangerei molto volentieri.
- Allora non te la dimenticare.
- Non lo farò, non si preoccupi.

Ce ne andiamo con una strana sensazione di contentezza dentro. Sarà la super-colazione. Sarà la gentilezza inaspettata della padrona di casa del Carraig na Creine. Sarà la bellezza del Paese. Non lo so. Ma in ogni caso è stato bello. Anche se ancora non ho capito cosa ci facciano, davanti a casa, un aquascooter riempito di fiori ed una gigantesca turbina navale.

clog - day 4




Perchè no. Perchè no, deve aver pensato. Dev'essere bello. Scivolare lungo la costa, trovare un varco, risalire a lato delle scogliere, correre di fianco ai campi, visitare i villaggi, essere "dentro" ai villaggi. Farmi circondare dalla terra, materna e soffice, farmi abbracciare, rinchiudere, quasi rinchiudere. E andare a morire là dove il sole dalla terra sorge e nella terra tramonta. Là dove non ci sono tempeste, dove il mio carattere finalmente verrà domato dalle anse sinuose delle colline e dei prati, e le mie ansie spariranno. E dove, finalmente, potrò vedermi come da fuori, come in uno specchio, vedere chi sono - chi non lo desidererebbe?

Questo deve aver pensato quando arrivò sulla costa ovest, nei pressi di Clog.
Questo deve aver pensato l'oceano quando creò l'unico fiordo d'Irlanda.

mercoledì 29 agosto 2012

mayo - day 4




Chilometri. Uno dopo l'altro. Uno di seguito all'altro, per minuti, ore, giorni. Chilometri lungo una striscia d'asfalto che corre adagiata sul corpo di questa terra, di questa Madre Terra, così prospera e rigogliosa, così accogliente e benevola. Centinaia di chilometri percorsi su di un nastro grigio, una pellicola di fotogrammi d'asfalto, la corsa di due linee bianche, tratteggiate, come le linee lungo cui tagliare, lungo cui incidere l'artificiale per lasciar spazio alla natura. La sventagliata di due colpi di inchiostro che corrono, candidi,  verso l'orizzonte, scomparendo dietro curve, dossi, colline. E in mezzo, sulla mezzeria, tante piccole lucine, fari in miniatura sulla rotta verso l'indomito e l'infinito. Lucciole al led, sirene per le notti di nebbia, e per i fumi dell'alcol, forse. E tutto intorno la pelle, una pelle soffice e verde, morbida e precisa, come un mantello che si posi su queste membra, su questo corpo così florido e tenace, tonico nelle sue forme ed essenziale, mai violento. Sul corpo, vivo e possente, della Madre Terra, dell'ancestrale forza generatrice.

lunedì 27 agosto 2012

due in uno




E continuare, ogni giorno, ad averne nuove prove, nuovi esempi da catalogare, nuove conferme.
Vite che si scelgono per prassi, per comodità, per pragmaticità. Come si comprerebbe un ombrello in un giorno di pioggia. Perchè da soli non ce la fanno, zoppi esistenziali, che continuano a passare costantemente da una persona all'altra, pur di non sentire, vorace, il vortice della solitudine, dell'individualità, della sproporzione col mondo. Si danno regole, norme, leggi di convivenza, come se l'affetto fosse un patto sociale, la famiglia un nucleo burocratico, la notte una parentesi. Si scelgono per mancanza di fantasia, allineandosi a ciò che hanno ereditato da millenni di storia, semplicemente perchè non hanno abbastanza immaginazione per inventarsi qualcosa di meglio che spegnersi reciprocamente. Scelte per paura di un orologio che corre, che ci porta via gli anni, e allora certe cose van fatte, certi traguardi tagliati, che poi l'importante è tagliarli, non importa come o con chi. Perchè sono quelle medaglie che sempre si portano a giustificazione di un'esistenza indegna, quasi fossero sufficienti, per il solo esserci, a giustificare una cattiva vita. Una delle tre medaglie che sanciscono, ancora agli occhi di molti, la differenza tra una vita fallimentare ed una vita compiuta. Scelte perchè si deve, perchè ci tocca, perchè così si fa. Scelte per ridurre al minimo le delusioni, riducendo al minimo le ambizioni a provarci. Concentrando il mondo in una stanza, trasformando i dettagli nel tutto, assumendo per oggettiva la soggettività di una convinzione, immolando le peculiarità del proprio io sull'altare di un noi schizofrenico.

Fu in quella- precisamente in quella [faccia]- che lo sguardo di Hector Horeau si incagliò, e più in generale tutta la sua vita si incagliò, e più in generale ancora il suo destino si incagliò. Non era poi una faccia bellissima, come lo stesso Hector Horeau non ebbe mai difficoltà ad ammettere negli anni seguenti. Ma ci sono navi che si sono incagliate nei posti più assurdi. Una vita si può ben incagliare in una faccia qualunque. 
[...] Non lo sapevano, ma stavano, simultaneamente, entrando in otto anni di tragedie, strazianti felicità, ripicche crudeli, pazienti vendette, silenti disperazioni. Insomma, stavano per fidanzarsi.
A. Baricco - Castelli di rabbia

E poi, finalmente, qualche buon esempio. Qualcuno sano, la cui vita a due dà maggior senso alla sua vita da solo. E allora, con un sospiro, posso ancora sperare.

derry - day 3




In fondo, pare che in questa città non ci sia poi molto. Sarà che è domenica, poco prima della sera, sarà che è un orario inutile, sarà che il tempo rende tutto quanto silenzioso e grigio. Ma per le strade non si vede anima viva, se non 4 ragazzini che giocano intorno ad una piccola discarica di cantiere.
Siamo a due passi dal confine tra le due anime d'Irlanda, quella della Repubblica e quella dell'Ulster. Londonderry (o, semplicemente, Derry), si adagia lungo l'ansa del fiume, poco prima che questo divenga ampio, e forte, e oceano. Attraversiamo le mura ciclopiche, le uniche rimaste ancora intatte su tutta l'isola, e ci aggiriamo per vie spopolate di serrande abbassate e muri in mattoni.

È qui, usciti dal centro, a due passi dal fiume, tra un lurido kebabbaro e degli assurdi lampioni retrò, che troviamo un piccolo negozietto dove finalmente possiamo spendere le ultime sterline rimaste, prima di varcare la frontiera. Qui ci sono solo alcoolici, con un'intera stanza-frigo dove riposano le birre. Decidiamo, infine, di portarci via un cartone di Guinness, e ci rechiamo alla cassa. Prepariamo le 4 sterline ma a quanto pare costano più di quanto avessimo previsto. Il cassiere, con calma olimpica o noia biblica, ci guarda, guarda fuori, poi alza le spalle e torna a leggere il suo giornale, intendendo con questo il conto saldato.
Grazie amico. E con questo bottino ci apprestiamo a far ritorno nell'Eire.

coleraine - day 3



Ci sediamo in ultima fila, ovviamente, ma questo non è sufficiente a farci passare inosservati. Vestiti con jeans e maglietta, zaino in spalla, spicchiamo nel nutrito gruppo di ultracinquantenni in giacca e cravatta, vestito e cappellino.
Sul palco, dietro ad una piccola ringhiera in legno, ci sono due uomini. Uno sta parlando al microfono in questo momento, mentre l'altro siede un po' più lontano. Dice di qualcuno, che verrà venerdì prossimo a raccontare della sua esperienza in America del Sud, e si augura che ci saremo tutti. Mentre scende dal palco quasi si porta via il microfono, scatenando un sorriso generale, sostenuto da una pronta battuta del suo compagno. È questi allora a prender la parola. Il tono scherzoso ed amorevolmente autoritario di chi sa di avere l'auditorio dalla sua, i gesti esperti, le pause opportune. Alterna lievi battute ad incoraggiamenti alla comunità.
Ci guardiamo intorno. Le panche sono in legno, ma diverse da quelle che siam abituati a vedere. Sedute molto corte, coperte da cuscini, braccioli molto alti agli estremi, con ampie volute vittoriane. La distanza tra una e l'altra è estremamente ridotta, giusto lo spazio per le ginocchia, così che la sala risulta gremita da un numero incredibile di posti. Occupati solamente una ventina. Le pareti sono ricoperte fino a 2 metri da terra da un perlinato di legno scuro, con una cornice sommitale intagliata leggermente. Al di sopra alte aperture in finto stile gotico, con strombature in pietra pronunciate ed archi a sesto acuto ad incastonare finestre con decorazioni a piombo. Quello che sembra un palco presenta varie sedute, tutte il legno, un largo piano d'appoggio e, sul lato destro, un organo girato di tre quarti, al cui posto siede una signora. Dietro a tutto ciò campeggia quello che dovrebbe essere un rosone, nel quale spicca la decorazione di una stella a sei punte.
Mentre osserviamo tutto ciò, l'uomo sul palco comincia a parlare di salmi. Dietro di lui, inaspettatamente, vediamo comparire delle scritte su uno sfondo celeste, relative ai passi che sta citando, proiettate da chissà dove. Quella che dovrebbe essere una messa è, a tutti gli effetti, una sorta di lezione, un'incontro cattedratico dove il prete, con tanto di powerpoint e bicchiere d'acqua sul leggio, espone ai suoi fedeli la parola del giorno. Incredibile. Estremamente pragmatico. Anche quando, dopo un cenno all'organista (a questo punto, direi, sua moglie) partono con una canzone tradizionale le cui parole compaiono, con tempismo perfetto, proiettate dietro di lui. Un karaoke liturgico.

Non conoscendo bene i tempi perdiamo l'attimo per allontanarci appena finita la funzione e, prontamente, una mano si poggia sulla mia spalla.
- Ciao ragazzi, ben venuti. Potevate mettervi più in mezzo, che le panche, là, sono più distanziate
- Non si preoccupi - rispondo quasi meccanicamente- tanto siamo piccoli.
Strette di mano, mogli che si presentano, amici che si avvicinano tentando di non sembrare invadenti, altri che ci guardano e sfilano, curiosi. E poi il solito balletto con i consueti cosa fate/ siamo in vacanza/ di passaggio/ di passaggio sì, un giro con la macchina per l'Irlanda/ bello, anche a me piacerebbe/ dovrebbe farlo/ di dove siete/italiani/ eh, avete visto, qua il tempo è un po' diverso/ già, noi ora abbiamo 40°/ già/ già/ è stato un piacere avervi avuto tra noi/ la ringrazio, arrivederci.

Fuori New Row è spopolata, anziana nella sua luce tardo pomeridiana. E così ci avviciniamo alla macchina, e salutiamo Coleraine.

l'infinito - a. baricco



E io adesso sono qui. Ho una famiglia, ho un lavoro e la sera vado a letto presto. Il martedì vado a sentire i concerti che danno alla Sala Trater e ascolto musiche che a Quinnipak non esistono: Mozart, Beethoven, Chopin. Sono normali eppure sono belle. Ho degli amici con cui gioco a carte, parlo di politica fumando il sigaro e la domenica vado in campagna. Amo mia moglie, che è una donna intelligente e bella. Mi piace tornare a casa e trovarla lì, qualsiasi cosa sia successa nel mondo quel giorno. Mi piace dormire vicino a lei e mi piace svegliarmi insieme a lei ho un figlio e lo amo anche se tutto fa supporre che da grande farà l'assicuratore. Spero che lo farà bene e che sarà un uomo giusto. La sera vado a letto e mi addormento. E tu mi hai insegnato che questo vuol dire che sono in pace con me stesso. Non c'è altro. Questa è la mia vita. Io lo so che non ti piace, ma non voglio che tu me lo scriva. Perché voglio continuare ad andare a letto, la sera, e addormentarmi.
Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l'infinto. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso.
Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è una cosa spregevole. È bello. E poi chi l'ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l'impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà? È proprio obbligatorio essere eccezionali?
Io non lo so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie soprascarpe. C'è una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guardava sempre l'infinito, a Quinnipak, insieme a te. Ma qui non c'è l'infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.

domenica 26 agosto 2012

knocknarea - day 4



Sparpagliati su di un tappeto d'erba che si estende fino all'orizzonte, frastagliato da qualche casa bianca e qualche sparuto albero, stanno i resti di una civiltà megalitica. Pietre appoggiate le une sulle altre a creare un vuoto centrale, uno spazio riparato, protetto dal tempo che passa. Sono dolmen, monumenti funebri di una civiltà scomparsa da millenni. Il più grande tra quelli che si trovano nel cimitero di Carrowmore presenta un diametro di oltre una decina di metri, una calotta costituita da pietre di varia dimensione a coprire il nucleo centrale, un trilite che doveva custodire la salma di qualche grande personaggio dell'antichità.
È proprio uscendo da qui che i nostri occhi si imbattono sulla strana collina che si staglia a ovest contro il cielo plumbeo, a ridosso dell'oceano. Una collina dall'aspetto singolare, una protuberanza della terra verso il cielo, sormontata da un quello che, da questa distanza, sembra un disco, una calotta appiattita, una piramide tronca. Un luogo che la natura ha suggerito come sacro, un altare del paesaggio. Sarà per questo che Knocknarea, la Montagna della Luna, da sempre è stata oggetto di culto e generatrice di miti. Come quello che vuole che sotto il grande cairn a camera che campeggia sulla sua sommità sia stata sepolta Medb, la leggendaria regina guerriera della mitologia celtica. Seppellita in piedi, con indosso i vestiti rituali da battaglia, e rivolta a nord, contro i nemici storici. Ovviamente tutto questo non è mai stato smentito, visto che il gigantesco monumento megalitico (oltre 50 metri di diametro per 10 di altezza) non è mai stato profanato. Ma, in fondo, forse è meglio così. Qui la leggenda è presente, anche se non la si conosce. È tangibile nella potenza delicata di questa terra.

Spalle al cairn guardiamo davanti a noi la collina digradare fino all'oceano. Le pendici sono ricoperte da una bassa vegetazione che giunge fino alla costa dove una striscia piana di verde affoga e riemerge in forme sempre diverse. E mentre davanti a noi continuano ad alternarsi acqua e terra, si staglia all'orizzonte il profilo monumentale del Benbulben, dove giace il corpo di Dairmud, mitologico guerriero delle saghe celtiche.


l'estate - day 3




White House suonava bene come nome. E pure la posizione non sembrava male, affacciata sul fiume poco prima che diventi oceano, sull'abitato poco prima che diventi centro. Una piccola casetta bianca a due piani, tre finestre per piano, un ritaglio di prato davanti, un piccolo albero a farle ombra. Sotto una pioggerellina leggera ci avviciniamo per entrare quando vediamo un foglio appeso alla porta che recita "suonare alla casa dietro a questa".

La sala da pranzo è una stanza dalla moquette logora, un divano ed una poltrona sdruciti, le pareti di un crema slavato ed un vecchio caminetto malandato, retaggio di tempi migliori. La finestrella, dietro alle pesanti tende, guarda il piccolo giardino battuto dalla pioggia. A quanto pare al momento siamo soli nella casa e finalmente possiamo riposare un po', mangiare una zuppa di verdure fumante, bere le nostre Guinness in lattina. E poi fare due passi nel centro di Sligo, una volta attraversato il ponte.

Mi sto finendo di vestire alla poca luce del mattino che entra dalla finestra, gli occhi ancora appannati dal sonno. Il ragazzo pakistano che dormiva nella nostra stessa stanza sta finendo di vestirsi, camicia bianca e giacca grigia. Gli domando se sa di qualcosa di interessante da vedere in città. Mi risponde che è qui per lavoro solo da una settimana e che non ha avuto modo di visitarla. Gli domando allora se il tempo è sempre così d'estate, o se siamo stati sfortunati noi. Lui chiude la zip della sua giacca a vento, mi guarda e mi dice: "Non esiste, l'estate, in Irlanda". Apre la porta e se ne esce per andare incontro alla pioggia di un qualsiasi martedì d'agosto. 

martedì 21 agosto 2012

sliabh liag - day 3



Io qui non vedo niente, dico voltandomi indietro perchè mi senta.
Davanti a noi il risicato sentiero giunge sulla punta più alta e poi scompare, letteralmente, nel nulla. Ci mettiamo a carponi e con cautela ci avviciniamo al bordo. Aggrappati alla terra guardiamo giù e scopriamo che al di sotto di noi ci sono quasi 600 metri di strapiombo che finiscono dritti dritti nelle acque dell'oceano. Il sentiero (One Man's Path) scende precipitosamente lungo la parete del precipizio per un altro metro almeno, gira intorno ad una colonna di pietra completamente esposta e poi ritorna dalla parte protetta della scogliera. Pietrificati ci guardiamo in faccia e non abbiamo dubbi: dobbiamo trovare un percorso meno estremo.

Mentre corriamo lungo il sentiero sotto la pioggia, guardiamo indietro, e vediamo la parte più alta della Slieve League immergersi in una nube grigia carica d'acqua. Ancora una volta appena in tempo. 

lunedì 20 agosto 2012

la terra di mezzo - day 3




C'è una strada che esce dalla cittadina di Letterkenny e conduce agilmente a perdersi nell'entroterra, saltando da una parte all'altra del confine, senza condurre ad un luogo ben preciso. Bene, è proprio lungo questa lingua d'asfalto che passa per foreste e praterie, appezzamenti di verdi differenti e gruppi di capre, che ci siamo ritrovati a sostare, gustandoci la bucolica signoria della Natura.


in vino - day 2



Seguiamo le indicazioni dell'ubriaco di strada ed entriamo nel pub in Market Square, le pareti in pietra annerita, gli arredi in legno scuro. Ci sediamo al bancone rotondo sormontato da una grande cupola in rame ed ordiniamo da mangiare e da bere. Mentre cerchiamo di recuperare le forze a furia di carne e birra scura, dietro di noi un uomo canta accompagnato dalla sua chitarra acustica. Canzoni tradizionali, melodie celtiche, versioni folk di canzoni ben più famose. Un sound scuro e dolce, notturno e riposante, e una voce degna di questi luoghi.