venerdì 4 ottobre 2013

quartier generale - giorno 4



Ci riproviamo. Torniamo verso i due grandi edifici collassati su se stessi, quelli che avevamo intravisto il giorno precedente sotto l'acquazzone. Attraversiamo il centro antico, percorriamo strade larghe fiancheggiate di edifici monumentali, pomposi, e ci fermiamo su Kneza Miloša. Ci armiamo ognuno della sua macchina fotografica e cominciamo a scattare. Gli edifici sono effettivamente 3, i due grandi stecconi gradonati ed un piccolo edificio ad un solo piano sollevato da terra. Attraverso la strada, mi avvicino, scatto foto degli interni vuoti, dei ferri ossidati nel cielo minaccioso, le auto che corrono di fronte a queste rovine. Dopo poco mi si avvicina il militare che avevo notato ieri. Lo saluto e continuo a cercare una buona angolazione, ma lui non smette di osservarmi. Lo sento dirmi:
- Fai pure tutte le foto che vuoi, che dopo tanto le cancelliamo.
 Lo guardo con aria sinceramente stupita e lui, con sguardo rassegnato e comprensivo, mi risponde:
- Non mi chiedere perchè, è così.
- Cioè, vuoi dirmi che tu stai qui, a sorvegliare un edificio vuoto da una decina d'anni, dentro cui non è rimasto nulla, per impedire ai turisti di scattare foto?
- Era il vecchio quartier generale dell'esercito, e gli ordini sono di evitare che se ne diffondano le immagini.
- Ma è un edificio del centro, è praticamente un monumento..
La risposta è un'educata alzata di spalle.

Aleksander è un ragazzo giovane, nato a Belgrado e vissuto qui anche durante la guerra. Parla un discreto inglese e si vede che è annoiato, stanco di far la guardia ad un ammasso di pietre recintate, ma adempie con scrupolo al compito che gli è stato assegnato. Mi dice di chiamare i miei amici e che dobbiamo cancellare, di fronte a lui, le immagini scattate.
- Ci sono telecamere che ci riprendono e non posso farvi andare via senza che le abbiate cancellate. O almeno che abbiate fatto vedere che lo fate - suggerisce.
Quando gli presentiamo Nathan, Aleksander sembra animarsi un po' e comincia a parlare degli Stati Uniti. Di come siano venuti a portare guerra nel suo Paese, di come si sentano potenti e non perdano occasione per mandare i loro marines in giro per il mondo. Nathan dice che non è stato lui a mandarceli, i militari in Serbia.
- Non hai forse votato per chi lo ha fatto?
Nathan è un personaggio molto tranquillo e non risponde alle accuse. Il serbo non ha intenzione di provocare, cerca solo un dialogo diverso dal solito per salvarsi dalla noia endemica di un compito francamente assurdo.
Nel frattempo la pioggia ha cominciato a farsi battente e ci ripariamo nuovamente sotto le impalcature del cantiere. Proviamo ad offrire un ombrello ad Aleksander ma lui sorride e dice che non può, non quando è in servizio. E si accende una sigaretta, quasi potesse, quella proteggerlo dall'acqua e dal freddo.
Il militare continua a raccontarci della povera Serbia, di ciò che pensa degli Stati Uniti (opinioni chiaramente nate dentro ad una caserma, anche se in parte condivisibili), di come ricorda la guerra quando aveva dodici anni.
È un ragazzo simpatico, peccato non lo si possa invitare a bere qualcosa e sentire di più di quel che ha da dirci. Sarebbe un bel modo per capire meglio la Serbia.
Dopo quaranta minuti la pioggia ci dà un po' di tregua e decidiamo di salutare il nostro momentaneo amico, ringraziandolo per le chiacchiere. Lui ci saluta e si accende un'altra sigaretta mentre le luci del tramonto si stanno spegnendo sul vecchio quartier generale.

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