sabato 23 febbraio 2008
a bon droyt - capitolo 11 - scena 1
“Prego, prego! Avanti c’è ancora posto… Buona sera signor Parroco… no no non si preoccupi nulla di sconcio… qui sta sera solo altissima cultura! La lanterna? No no non è possibile, è sicuramente una buona imitazione…”
“Fernand dammi una mano con le birre!” Irmine si era piazzata al suo posto di combattimento: aveva praticamente trasferito la locanda nel piazzale del castello, barili di birra, di vino, panini imbottiti e tutto a un prezzo ragionevolmente più alto del normale. “Avanti signori! Qui da bere e da mangiare! È così che si fa a teatro nelle grandi città!” Urlava a destra e a manca Irmine sbracciandosi per farsi vedere dal suo angolo “prendete da bere, più si beve meglio riesce l’opera!!”.
“Briac dammi una mano con le luci!”
“Aspetta Anton, devo andare da Francesco…”
“Mio Dio sono emozionantissima”
“Non temere Elsie cara sarai stupenda!”
“O amore mio… ma André… ora vai o ti perderai l’inizio!”
“Francesco!”
“Dimmi Briac…”
“Nervoso?”
“Mai stato più a mio agio! E poi ci siete voi a tenermi no?”
Adrien, Briac e Francesco stavano ai piedi della torre con il naso puntato in su, dietro al palco e invisibili dalla corte.
“Um… si non ti preoccupare, basta che metti i piedi tra le pietre io e Briac ti tireremo su.” Disse Adrien con molta poca convinzione.
Francesco dette uno sguardo alla nera sagoma: La torre si stagliava contro il cielo stellato, le 15 lanterne appese sul fianco illuminavano fiocamente il percorso, liscio e ininterrotto da aperture, che da terra saliva dritto come un fuso su, su fino in cima, dove una fioca luce piccola, piccola segnava il punto di arrivo. Era una finestra larga un braccio e alta due ma da quella distanza sembrava poco più di un puntino. Francesco distolse lo sguardo e si volse verso Briac:
“Mi raccomando Briac! Rimani con gli attori fino al momento della scalata poi vieni qui. E va a chiamare Fernand deve fare il gobbo.”
“Bene! A proposito: se ce la fai ti offro da bere!” rispose Briac dando un’ultima occhiata alla torre, stava quasi per correre via quando si voltò e disse, rivolto a Francesco: “A proposito! Guy è arrivato con l’ospite, terza fila cinque sedie sulla destra, così m’ha detto di dirti…”
“Grazie Briac, ora vai!” E Briac andò a chiamare Fernand.
Platea piena.
Irmine silenziosa nel suo angolo circondata da casse e barili.
Anton alle luci a destra del palco.
Fernand nella sua postazione a sinistra del palco con il copione tra le mani.
Silenzio.
Il silenzio, quello giusto, quello che ti piglia il cuore e te lo spiegazza ben bene nel petto.
Le facce mute.
Un uomo sul palco(Cassio), su una scala, si volge al pubblico:
“Voi che palpitate, voi che ci scrutate… dal buio. Noi vi sentiamo.
Noi vi sentiamo nel fremito dei nostri petti. Sentiamo i vostri cuori, le vostre lacrime, sentiamo le vostre grida, il palpito di ogni rintocco del vostro essere.
Noi vi sentiamo, perchè vi possediamo,
con ogni sillaba.
Ogni rintocco di sillaba, un rintocco di cuore.
Ogni nostra lacrima, una vostra lacrima.
Noi vi diamo la vita e la morte servita su un palco di legno.
Possiamo toccare con ogni nota, ogni pausa, ogni gesto, anche il più remoto e delicato, le vostre anime.
Ed ogni vibrazione di un nostro mignolo….
…
una esplosione nei vostri occhi.
Nel buio…
Noi vi sentiamo…
E vi porgiamo…
Docilmente.
Intimamente.
Su questo palco.
Le nostre vite.”
Entrano Madame Gervaise e Agramente
Madame Gervaise. “Oh su piantala vecchio chiodo d’un cialtrone che con tutto sto berciare mi svegli la clientela”
Agramente. “Berciare è dir poco mia signora! il vostro cameriere pare lustri lampadari urlandogli contro!”
Cassio “che vi piaccia o no! Mio signore… a questi vecchi raccatta polvere poco gli faccio sia con grida o con l’olio del mio gomito, sono i topi quelli che piglio alla sprovvista.”
Madame Gervaise. “Cassio, non dire sciocchezze… topi, ma si sa che qualche d’uno scappa fuori ogni tanto… in fondo siamo in campagna no? Ma non si preoccupi signore piccoli piccoli, neanche sembran roditori”
Cassio. “Quelli infatti son gli scarafaggi… mia signora.”
Madame Gervaise. “Caro il mio garzone, sempre con la voglia di scherzare… fila a lavorare in cucina!”
Cassio esce di scena
Agramente. “Campagna! Questa è la vostra migliore! Eppure in questi giorni pare di stare in piazza al carnevale di città! Chi sono questi illustri che alloggiano nella vostra amena casa? In fede mia mai ho visto tante facce di signori in luogo meno signorile”
Madame Gervaise. “La mia locanda s’è sempre vantata di illustri ospiti… signore!”
Agramente. “Ah! Topi e scarafaggi sono una corte di debito rispetto non lo nego. Forse più vasta di quelle di Francia e d’Inghilterra messe insieme.”
Madame Gervaise. “Mio signore la vostra genia non si smentisce, sembrate avvezzo ai rituali di ogni corte, anche di quella più minuta, ma quella che oggi alloggia qui è da parlarci con la faccia al pavimento. Si tratta, niente meno della contessa Desdemona e del suo seguito! Imbellettati e ben vestiti, pare di stare a messa la domenica.”
Entra il Cavaliere di Ripafratta
Agramente. “Parli di belletti…”
Cavaliere di Ripafratta “…e spuntano merletti! Miei cari! Che meravigliosa giornata, non siete d’accordo?”
Madame Gervaise “Molto appropriato Cavaliere! Se mi pagaste la pigione con la stessa solerzia con cui v’alzate al mattino… certo le mie giornate sarebbero radiose.”
Agramente “allora mia cara… parlavate di contesse…”
Cavaliere di Ripafratta “Si mia cara dica, dica… “
Madame Gervasie “Dico che la discrezione è oro, i nuovi ospiti han la spada alla cintura e pesano le parole meglio del denaro…”
Agramente “Meglio il denaro alle parole, ma se la discrezione è oro il silenzio è certo la miglior bilancia per pesarlo”
Cavaliere di Ripafratta “Che sia maledetto chi ha inventato la retorica! Per conto mio non son avvezzo a queste ciarle! Una buona colazione è ciò che ambisco maggiormente!”
Madame Gervaise “Non temete che vi lasci digiuno! Temete piuttosto che vi mostri il conto”
Cavaliere di Ripafratta “Il vile denaro non è un argomento per gente del mio rango! E per di più rischia di farmi scemare l’appetito”
Agramente “Non tema Cavaliere se argomentaste col denaro avremmo il dispiacere di non udirla mai.”
rientri

Dentro il silenzio.
Nessuno.
Respiro sollevato ed entro.
È un piacere tornare a casa e trovarla vuota, confortevolmente priva dei suoi abitanti. Trovarsi in mezzo ad uno spazio finalmente e totalmente proprio. Senza limitazioni comportamentali. Sentire il silenzio. Gustare l’assenza di ogni rumore e movimento.
Mi muovo al buio verso la mia stanza.
Amo il buio.
Appoggio la spesa ed entro in cucina.
Si apre la porta di casa, si accendono le luci, le stanze si riempiono di suoni.
È già finita. Peccato.
venerdì 22 febbraio 2008
la santa sindrome
22. Ho visitato palazzo degli infissi a Firenze. (....si ci sono infissi alla finestre e allora??)
23. Vorrei una pomata per l 'Irpef. (Herpes è difficile...)
24. Se lo sapevo glielo divo! (Ovvio...)
25. Usare il DDT fa diventare più grande il buco nell'Orzoro. (Addio colazione)
26. Tu non sei proprio uno sterco di santo. (Menomale...)
27. Tu l'hai letto il fu Mattia Bazar? (Antonella Ruggero???)
28. E' andato a lavorare negli evirati arabi. (Contento lui...)
29. Lo scontro ha causato 5 feriti e 10 confusi. (Uno dei confusi sei tu??)
30. A forza di andare di corpo mi sono quasi disintegrata. (O disidratata??? Alla faccia della diarrea!)
31. Mia nonna ha il morbo di Pakistan. (....)
32. La mia auto ha la marmitta paralitica. (...e al posto dei cavalli ha le sedie a rotelle??)
33. Verrà in ufficio una stragista per il tirocinio. (Si salvi chi può!)
34. Sono momentaneamente in stand-bike. (L'attesa in bicicletta....)
35. Che lingua si parla in Turchia? Il turchese. (...è logico)
36. Davanti alla sua prepotenza resto illibato.(....si....)
37. Scendi il cane che lo piscio. (...guinzagliato però!!!!)
38. Da vicino vedo bene, è da lontano che sono lesbica.(Aiuto...)
39. C'è una peluria di operai. (Che schifo!!)
40. E' inutile piangere sul latte macchiato. (Meglio farlo su un bel cappuccino...)
41. Sono sempre io il cappio espiatorio (L' impiccato)
42. Beviamo una Magnum di Kruger. (salute)
43. Signora, vorrei 100 grammi di prosciutto senza polistirolo. (...che faccio un po' fatica a digerirlo...)
44. Mi sono fatta il Leasing al viso. (..pensavo un mutuo...)
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Siamo usciti di casa e ci siamo incamminati lungo Carrer Corsega fino a Passeig de Gracia. Attraversata la Diagonal ci siamo addentrati nel quartiere Gracia. Improvvisamente la città dei grandi e moderni edifici è sparita ed ha lasciato spazio alla piccola architettura di quello che tanto tempo fa doveva essere un villaggio nelle vicinanze di Barcellona. Gli edifici bassi e con le tipiche facciate da pueblo lo sussurrano.
Il cinema proietta solo film in lingua originale, e così entriamo e ci sediamo, in attesa di guardare Sweeney Todd, l’ultimo di Tim Burton. Si spengono le luci in sala e noi tiriamo fuori dalla borsa le nostre bottiglie di birra. Il film è un musical in inglese, con sottotitoli in castigliano. Beh, meglio che in catalano, penso. E così il cervello si ritrova a saltare tra le due lingue ospiti..
Il film? Un po’ troppo pulp a volte, un po’ troppo teatrale, un po’ troppo musical. Per il resto le atmosfere di Burton sono sempre luoghi estremamente piacevoli in cui calarsi. Anche se la storia è di terribile crudeltà, e la fine mozzata come le teste. Resta qualcosa?
Oggi esco dal lavoro alle 19.20, vado insieme a Daniel verso il Collegio de los Arquitectos. C’è una conferenza sulle residenze dove parlano la mia capo e tale Moses Gallego. Mentre passeggiamo lungo Passeig de Gracia continuiamo a incrociare facce e lingue da tutta Europa. E al collegio la conferenza è in catalano.
È straordinario come in questa città ci sia di tutto. Come la gente che sta qui sappia come minimo 3 lingue e come ognuno cerca il modo per godersi tutto quello che c’è oltre il lavoro, come se ancora non si fossero arresi all’annichilimento sociale della condizione lavorativa.
E mentre scrivo tutto ciò dietro di me gocciano le camice, lavate a mano e appese ad asciugare alla mensola dell’armadio…
Ah. Che città!
giovedì 21 febbraio 2008
la santa sindrome 0
2. Soffro di vene vorticose. (Sarà un ballerino...)
3. Di fronte a queste cose rimango putrefatto! (Che schifo!)
4. In farmacia: Puoi darmi un 'una tantum'? (forse si chiama 'tantum verde'?)
5. Quando muoio mi faccio cromare. (Valido!)
6. Arriva il treno, hai blaterato il biglietto? (.....)
7. Come faccio a fare tutte queste cose simultaneamente?Dovrei avere il dono dell'obliquità!(la torre di Pisa???)
8. Un'onda anonima ha travolto i surfisti. (e nessuno la sa riconoscere???)
9. Almeno l'itagliano... sallo! (Eh...)
10. Basta! Vi state coagulando contro di me!(trasfusione?)
11. E' nel mio carattere: quando qualcosa non va, io sodomizzo! (Stategli lontano!)
12. Anche l'occhio va dalla sua parte... (Si chiama strabismo...)
13. Non so a che santo riavvolgermi. (Una video cassetta devota....)
14. Avete i nuovi telefonini GPL? (No mi spiace solo benzina!!!)
15. Il cadavere presentava evidenti segni di decesso. (Ma va?! Strano)
16. Prima di operarmi mi fanno un' autopsia generale.(Auguri!)
17. Vorrei un pacco di cotone idraulico. (Ha una perdita???)
18. Abbiamo mangiato la trota salmonellata. (Ancora auguri!)
19. Vorrei un'aspirina in supposte effervescenti. (Quando si dice faccia da culo...)
20. Vorrei una maglia con il collo a volpino. (Non era lupetto?....)
strana cosa
venerdì 15 febbraio 2008
pino

Lo disse senza neppure guardarlo negli occhi. Con la tazza tra le mani tentava inutilmente di scaldarle, mentre ad ogni soffio il vapore del the gli inondava la faccia. Amava quel sottile strato caldo e umido sul viso.
Dall’altra parte della stanza stava Pino, in quella sua tipica posizione da aborigeno con le palme dei piedi unite e raccolte tra le mani. Nell’ombra del suo angolo guardava distratto la sua composizione di arti. Non replicò nulla all’accusa. Alberto allora continuò.
- Hai paura, e ti capisco. Però bisogna che te ne renda conto. Stai cercando di ingannarti, di giustificarti da solo.
- Ma guarda, a me non importa nulla se lei non mi vuole più. Se va con altri, se mi tradisce. Non mi fa più né caldo né freddo. Che faccia quel cazzo che le pare.
Il tono era ruggente, ma inoffensivo come i primi dentini di un tigrotto. Alberto lo guardava. I lineamenti leggermente nascosti dall’ombra, la posa da auto contatto, lo sguardo che fissava il letto e terminava mille miglia più in là. Le parole sono come paraventi, si disse. Ci disegniamo sopra tante decorazioni, belle ed elaborate. Ma dietro siamo nudi. E, nudi, siamo tutti uguali.
-E’ normale che tu abbia paura. Non hai mai preso sul serio quello che lei era, ed ora che senti che la stai perdendo è troppo tardi. Tentare di minimizzare è la tecnica di sopravvivenza più vecchia al mondo. Ma non funziona, Pino. L’unica cosa che riesce a fare è darti un po’ di respiro per i primi giorni, ma il disinteresse che ti costringi a provare è una farsa. Non riuscirai a liberarti di lei così facilmente. Pensi a lei, lo so, anche ora. Dici che non ti importa e pensi a lei. Cerchi di convincere il tuo stomaco a smettere di essere un’uvetta passa e tornare cavo, ma non ti riesce. Ti dipingi un sorriso, ma chi ti conosce sa che è una smorfia.
-Non è così importante..
-Già. Di più.
Alberto si sentiva un corsaro in questo momento. Si sentiva di star attaccando una barca fragile, senza vele in mare aperto. Vedeva le proprie parole lanciarsi attraverso la stanza, da un angolo all’altro, e raggiungere l’imbarcazione di Pino con fragore, rompendone la chiglia, pezzo a pezzo. Non lo faceva con cattiveria. Non c’erano Jolly Roger sulla sua nave. Solo non sopportava più che la gente si ingannasse, da sola. Che si proteggesse tanto da non riuscire più a sapere cosa realmente provava. Era il suo modo di combattere le infezioni. Riaprire le ferite, al sole, e spargere sale.
La notte si spense lentamente, in una pioggia di sussurri e sguardi.
a bon droyt - capitolo 10
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Briac, Anton, Fernand e Francesco guardavano insieme il loro operato nella sfavillante luce del mattino.
“Mi prude il culo” Anton interruppe il silenzio.
“Lavatelo meglio” disse Fernand, mentre si teneva la gamba che per l’occasione aveva deciso di fargli un male cane.
“E si… abbiamo fatto un gran lavoro…” disse Francesco
“Gli attori come vanno?” chiese Anton
“Faranno la loro parte in questa storia…”
La mattina dello spettacolo, mentre i cospiratori si lasciavano andare alla nostalgia del lavoro compiuto, un furibondo signor Gauthier era costretto dalla pubblica forza dell’ordine a rivedere tutti i suoi libri contabili e un treno arrivava in perfetto ritardo alla stazione di Vierzon.
Per Il giovane Guy quel treno era molto importante. Francesco gli aveva dato un compito con precise istruzioni e lui si era posto in animo di eseguirlo con la precisione di un soldato in guerra. Di fatti già un ora prima dell’arrivo del treno avreste potuto vedere il giovane Guy aspettare paziente con il suo bel cartello in mano. Sul cartello una sola parola: “A Bon Droyt”.
mercoledì 13 febbraio 2008
a bon droyt - capitolo 9

Commissariato di Vierzon: ufficio del Capo Questore prima porta a destra in fondo al corridoio. -2 gg allo spettacolo. ore 10.15
“Qui ci deve essere un malinteso…”
“No signor Gauthier. Nessun malinteso. Si tratta di un controllo”
“Io sono un onesto cittadino lavoratore…”
“Occorreranno 3 giorni buoni per verificare tutta la documentazione, la camera d’albergo ve la offriamo noi…”
“Sono appena tornato da un lungo viaggio vorrei dormire a casa se possibile…”
“No non è possibile, lei è sotto inchiesta fiscale preferiamo che rimanga qui a Vierzon…”
“Ma commissario….”
Sbam!
“Niente ma. Ci risulta che ha fatto costruire un castello a Limeux… e l’Ispettore Flore.. lei conosce l’ispettore vero?”
“Certo… Egide Flore viene spesso a Limeux”
“bene… l’ispettore Flore non vede bene la faccenda del castello. Lui, e noi, ci domandiamo: come fa un umile proprietario di una fabbrica di tagliaunghie a permettersi un castello?”
Sbam!
“io non posso credere che questo…”
“Lei non si preoccupi… ci preoccuperemo NOI di mettere le cose a posto… Fil accompagna il signor Gauther alla pensione Moroe”
Sbam!
“Fil Cristo santo chiudi quella cazzo di finestra una buona volta.”
voglio credere

Se non mi chiamerai
voglio credere,
ora che la notte avanza gelida,
che sia perchè stai bene là dove sei,
perchè davanti ad un fuoco invernale
tieni al caldo i piedi e le amicizie
e il prezioso amore e
non penzoli triste da un bicchiere.
Ti prego
sporcati di cenere
steso sul tappeto
ridi piano piano
insieme a quella musica
suonala ancora
che già amo.
Riponi il tuo cuore
nello scrigno della protezione
(sguardo vacuo d'artista)
E io sarò con te
più contenta così che
con mille pensieri.
So che, almeno stasera,
è lì il tuo posto, caldo.
Non ti chiedo un pensiero
e di sicuro non l'ultimo.
Solo di poter ammirare
ancora una volta
quello sguardo vestito
da bambino.
riso e wurstel

È la costante sensazione di star perdendo qualcosa, di stare nel posto sbagliato, di non star facendo qualcosa di più importante, che fotte il presente. È la percezione costante dell’errore, dell’equivoco.
Eppure molte volte il Qualcosa d’altro non c’è. Non è preciso, non è comprensibile. È solo una sensazione viscerale che ti porta a bruciare le tappe per liberarti del presente, fino a quando non sarai libero e liberamente sentirai il vuoto intorno a te. E allora sentirai crescere il senso di inutilità.
Il presente si vive col presente.
martedì 12 febbraio 2008
a bon droyt - capitolo 8
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Castello di Limeux (château Gauthier): grande corte centrale giorno -3 gg allo spettacolo. ore 18.15
“Adrien come facciamo a illuminare quella cacchio di torre?”
“Leghiamo delle lanterne di carta lungo il percorso dalla base alla finestrella lassù vedi?”
“Briac…. ma quelle sono le lanterne della festa del paese?”
“E allora?”
“No dico… e se si rovinano?”
“Fatti gli affari tuoi Ignace pensa a recitare”
“Devi chiamarmi Orazio l’ha detto Francesco”
“Insieme alle lanterne leghiamo anche la corda per salire….”
“Adrien…”
“Dimmi Orazio…”
“Quello s’ammazza”
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Entro a El Prat e mi dirigo direttamente al punto di controllo. Seduto nella sala di attesa, aspettando che chiamino il mio volo, vedo gli aerei che continuano ad arrivare e partire per tutto il mondo e intorno a me centinaia di persone. Mi sento potente, a mio agio nel posto dove tutto passa e cambia, dove si collegano Paesi tanto differenti. Dove perditempo e uomini d’affari sono attori muti della stessa scena. Passaggi rapidi, binari che potrebbero incrociarsi coi miei e cambiare, insensatamente, la mia vita. Mi tornano in mente gli occhi bagnati della ragazza sul treno appena uscito dalla stazione di Sans. E gli abbracci gridati di altre decine di persone. Le valige immense dagli occhi a mandorla e quelle a stelle e strisce.
Salgo sull’aereo e prendo posto di fianco al finestrino. Mentre mi allaccio la cintura inizio a leggere il libro che mi ha consigliato Daniel, il mio collega. È la storia di un ragazzino di Barcellona che scopre un libro interessantissimo. Scopre che era stato comprato da un viaggiatore durante un soggiorno. Sorrido. Guarda caso proprio a Lione.
Nel frattempo mi accorgo di essermi così abituato ai viaggi in aereo da non essermi quasi reso conto delle manovre di decollo. L’aereo sta facendo la virata di assestamento della rotta, trasformando tutto il mondo visibile dal mio finestrino in cielo e mare. Da quassù l’acqua è una spessa pellicola plastificata al di sotto della quale piccole scaglie si muovono sinuose.
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Scendo dall’aereo e mi dirigo all’uscita del gate. Nessuno. Salgo al piano superiore dove si trova il corridoio di collegamento delle altre uscite. Nessuno. Eppure mi avevano scritto che mi sarebbero venute a prendere, penso. Forse mi stanno aspettando alla stazione del treno annessa. Nulla neppure qui. Eppure … Vabbè, vorrà dire che le manderò un sms. Bonjour, je suis arrivè. Ou est que nous puvons nous encontrer?
Oh merda. Non ho il numero. Non ci posso credere. Son proprio fesso. Non mi sono scritto il numero! E ora? Vado all’ufficio informazioni e chiedo se nell’aeroporto c’è un internet point. Sorry, only wi-fi conneccion, but you need a laptop. Merda. E ora? Aspetto. Aspetto mezz’ora e non le vedo. Neppure mi arrivano messaggi. Forse mi aspettano in centro, penso. D’altra parte l’aeroporto è molto fuori città. Probabilmente mi venivano a prendere lì. Prendo un biglietto dell’autobus e salgo. Non so dove mi lascia ma poco importa. Eppure, da qualche parte il numero ce lo devo avere.. certo! Nella scheda italiana. Metto la scheda, trascrivo il numero e scrivo il messaggio. Ci vediamo alla stazione del bus, sto arrivando.
Dopo 10 min mi arriva un sms da un numero sconosciuto. Ti stiamo aspettando all’aeroporto. Dove sei? Merda. Sono sul bus, ci vediamo in stazione. Avevo sbagliato a trascrivere il numero. Chissà chi avrà ricevuto il mio sms. Magari mi aspetta in stazione..
Cala la prima sera su Lione e con lei il freddo, mentre noi ci addentriamo nel centro storico, tra le vie gotiche, l’Opera di Jean Nouvel e il fiume. Andiamo a prendere Djou e aspettiamo gli altri in una piazzetta. Le ragazze rispondono al telefono e parlano indistintamente spagnolo e francese. Una volta riuniti al ristorante sono praticamente tutti bilingui franco spagnoli. Conosco Maria, che è andalusa ma vive in Francia da sempre e cerca lavoro a Parigi. David, con origini granadine ma perfettamente francese, Tania, malaghese trapiantata, Alicia e Melanie, e Antonio e Charlotte, gli unici francesi doc.
Verso le 3 di notte digito il codice di accesso per il portone ed entro nel loft di Djou. Sul parquet si trova il mio divano letto. E il mio meritato riposo..jpg)
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Bon jour, Djou.
Bonjour.
Djou è sceso a prendere le paste per me. In 5 secondi trasforma il mio letto in un divano e poi in un tavolo. Geniale. Idea mia, mi dice. Mangio con gusto una praline, con gocce di zucchero azzurro. Poi una versione delle frittelle e un cornetto, il tutto annacquato da un lunghissimo caffè all’americana e succo.
Saliamo fino alla cattedrale, in cima alla collina. Mentre facciamo gli stupidi con le foto di rito sorprendo una faccia conosciuta. I due ragazzi catalani che erano con me sull’aereo sono esattamente di fianco a noi ora, a guardare la città dall’alto della zona panoramica. Non smetto mai di sorprendermi di quanto sia piccolo in mondo..
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Accende l’unica luce ed entriamo. Il vuoto ci accoglie nella sua penombra e comincio a preparare i divani. Li dispongo entrambi di fronte alla grande vetrata scorrevole che apre sul balcone. Dietro di noi solo un appartamento vuoto come nei film americani. Al di sopra del parquet, a parte i sanitari del bagno e il piano cottura della cucina, ci sono solo muri bianchi e soffitto. Due tavoli, due poltrone e un letto completano la lista degli oggetti della sala. L’assenza totale di qualsiasi mobile è tranquillizzante, rende tutto informale e colonizzabile. Ci sediamo per terra, spostiamo le poltrone dove preferiamo, attacchiamo il computer alla presa più vicina al letto. Apriamo i cartoni delle pizze e cominciamo a mangiare, mentre dall’altra parte del balcone, oltre le luci tremule che disegnano l’argine del fiume, le luci della città internazionale costituiscono la nostra scenografia. Sopra cielo e stelle.
Una candela rossa mi inebria e sostituisce presto la luce elettrica. La stanza cade in un’atmosfera rosata di chiacchiere e risa, mentre il carattere verace da pueblo spagnolo ci accompagna dallo schermo..jpg)
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Al risveglio un sole con gli occhi appannati dalla bruma mattutina illumina la sala. Accende le pareti e la macchina del caffè. Raccolgo la mia vita, ancora una volta, nella mia borsa a tracolla. La guardo, rotonda e pesante, con le spilline appuntate. È ironico, penso, e sintomatico che la vita che mi porto in giro sia stipata in una borsa che mi regalai a Granada, quando me ne andai. La mia vita sta, effettivamente, tutta in questo simbolo ora.
Cammino al di sotto del grande arco di Calatrava e so che non riuscirò a trovare le parole. Guardo i piedi, confondo i sentieri dei miei passi. Conto la distanza che ci separa dalla macchina. Aggiungo sospiri a sospiri. Sento che non riesco più a trattenere i momenti, che li vorrei fotografare, scrivere, raccontare. Cambiare. Vorrei poterli rendere dolci con le parole. Chiudo la portiera e ripartiamo.
Oltrepasso la barriera del metal detector e sono fuori dalla Francia.
Uscito dall’aeroporto mi sento nuovamente come a casa. Conosco i luoghi, comprendo perfettamente la lingua, posso comunicare, posso scegliere. Mentre continuo ad essere circondato da veri stranieri mi addentro per le vie tortuose del barrio gotico e di quello ebraico e penso che piacerebbero tanto al mio amico Giorgio Zurbi.
a bon droyt - capitolo 7
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Castello di Limeux (château Gauthier): grande corte centrale giorno -4 gg allo spettacolo. ore 16.15
“Lisè quante battute hai tu?”
“Da oggi Chiamami Agramente devo entrare nella parte… una dozzina…”
“e perché io ne ho solo una?”
“Cosa devi dire?”
“Ecco: Un altro giorno mia signora solo uno e tutto sarà svelato..”
“Fortunato te”
domenica 10 febbraio 2008
a bon droyt - capitolo 6
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Su tutto si infranse come un onda, la scogliera, il desiderio, l’infinito.
Sbam!
Castello di Limeux (château Gauthier): grande corte centrale giorno -5 gg allo spettacolo. ore 8.30
“Quello sarebbe un palco???”
“no queste sono le assi del palco!”
“e sotto le assi?”
“Boh? Briac mi ha detto di metterle qui!”
“Dove metto la lanterna?”
“Qui le lanterne? Aspetta ma quello è il lanternone della chiesa!?”
“Si perché?”
“E la Chiesa?”
“Sta in paese.”
“cosa c’entra.. il parroco ti ha lasciato prendere il lanternone della processione di S. Jeanne?”
“il parroco non c’era, ma mica ne ha bisogno adesso”
“Briac sembri preoccupato…”
“Egide ha intenzione di fermare il signor Gauthier…”
“Hai paura che non ci riesca?”
“No, ho paura che ci riesca”
mercoledì 6 febbraio 2008
lunedì 4 febbraio 2008
a bon droyt - capitolo 5
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Si radunarono alla locanda un numero imprecisato di persone: tante che la fila per entrare iniziava dalla piazza davanti alla locanda.
La bolgia caotica e sovraeccitata fu immediatamente ricondotta all’ordine grazie alla veemenza di Briac e allo sguardo solenne di Fernand.
I dialoghi si svolsero, più o meno, così:
Briac: “Nome?”
Candidato: “Felix”
Briac: “Sai cosa stiamo facendo qui?”
Candidato: “Effettivamente no, ero venuto per bere…”
Fernand: “Levati il cappello…”
Briac: “Stiamo organizzando una recita teatrale”
Candidato: “Oh bello”
Briac: “Hai mai recitato?”
Candidato: “No”
Briac: “Ti piace il teatro?”
Fernand: “Smetti di guardarti i piedi! Mica è un interrogatorio… e rispondi!”
Candidato: “Forse”
Fernand: “Che cazzo vuol dire forse?”
Candidato: “Mai stato a teatro, ma forse, se ci fossi stato, mi sarebbe piaciuto”
Briac: “UN ALTRO!”
Briac: “Nome?”
Candidato: “Briac sono Elsie…”
Briac: “Sai cosa stiamo facendo qui?”
Candidato: “Certo! Un “casting”… a cosa serve il fucile?”
Fernand: “Elsie, non ti distrarre”
Briac: “Elsie, hai mai recitato?”
Candidato: “No no no! Ma mi piacerebbe moltissimo! E poi il mio amore… che è li dietro vedete? Dice che sarei bellissima sotto le luci di un palco, lassù, davanti a tutti, io, una folla di uditori ammirati che mi guardano! Non sarebbe bello? Su Briac, non fare quella faccia. Guarda che so di saper recitare! Dammi un occasione, ho sentito che c’è una principessa… “
Briac: “Fernand metti giù il fucile”
Candidato: “… Solo una principessa? Be’ certamente non vorrete dare questo ruolo ad un'altra! Avanti Briac, lo sai che sono la più carina del paese, no? E poi li c’è il mio fidanzato…”
Briac: “UN ALTRO!”
La cosa andò avanti per circa due ore. Molti dei convenuti dovettero tornare a casa delusi e solo 11 persone furono selezionate per recitare, le altre avrebbero fatto dignitosamente parte del pubblico:
Elisie (dopo molte discussioni) avrebbe fatto il CARCERIERE
Felix: MADAME GERVAISE
Julie: CASSIO
Lisé: AGRAMANTE
Gaston: DESDEMONA
Gilbert: RINALDO
Hugo: IL CALAVALIERE DI RIPAFRATTA
Isidore: PRIMA GUARDIA
Lilas: SECONDA GUARDIA
Ignace: ORAZIO
Emilien: FABRIZIO
Briac aveva concluso distribuendo a tutti un copione che Francesco aveva preparato molto tempo prima dove erano descritti i personaggi, lo svolgersi della scena e, naturalmente, le battute di ognuno. Aveva annotato inoltre, che nessuno degli attori aveva mai avuto esperienze, anche indirette, con il teatro, compreso lui stesso, e che non aveva nessuna dannata idea di cosa si dovesse fare a questo punto. Lasciò la locanda per ultimo dando a Irmine la nota e stabilendo che il gruppo teatrale si sarebbe incontrato con Francesco la mattina dopo al castello.
Madrid
Fuori, da qualche parte nelle terre sperdute tra Saragozza e Madrid, un nevischio festeggia il nostro arrivo a quello che dovrebbe essere un autogrill. Da queste parti fa freddo, penso nella lingua dei dormienti. E poi noto che sono l’unico senza giacca e con la felpa di cotone.
Madrid. Il sabato mattina in giro non c’è un’anima. Alle 9.00 arrivo a casa di Claire che mi accoglie e mi offre una rapida colazione. La lascio continuare a dormire mentre vago per le vie della città in direzione del Prado. Improvvisamente incrocio un ricordo. Plaza Mayor. Poi un altro. Plaza del Sol. E altri ricordi si allineano davanti a me cercando nella memoria il motivo di una nostalgia presente. Chissà se anche le città ricordano i loro visitatori. Chissà se sono coscienti che sulle loro strade si svolgono gli atti principali dei drammi personali di molti.
Cambio strada e mi dirigo al Prado.
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Con Claire cerchiamo per mezz’ora un posto dove mangiare rifugiandoci infine, come sempre, in una bettola. La fame ci divora e ordiniamo due menù e una tortilla. Un signore anziano che fatichiamo a capire è il gestore del locale per quanto sembri impossibile. Sputacchiando ci dice che ha finito il lomo. Non importa, rispondiamo.
Nel frattempo mi racconta di lei, del suo lavoro, del suo ragazzo, della sua nuova vita. Mi dice, senza tanti preamboli, di come sia contenta del lavoro ma anche di come sia rimasta delusa dalle sue compagne di casa. Ci contava molto per creare nuove amicizie e invece così non è stato. Capisco, le dico, e il sollievo accompagna le nostre chiacchiere di fronte a un piatto di carne, patate e uova.
Lo sappiamo, l’abbiamo imparato entrambi dopo Granada. Ma è importante dirselo. Non è solo una città, per quanto bella e affascinante, a renderci contenti. Non è solo il lavoro a nobilitare l’uomo.
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Tra chiacchiere e bar arriviamo al tramonto sotto le torri pendenti. I nostri piedi sono gonfi e roventi come ferri da stiro. In metro arriviamo a casa ed io mi sparo una doccia bollente mentre Daniel prepara un aperi-cena.
Il tempo di riposare e siamo nuovamente fuori, quartiere Malasaña. Comincio a sentire la stanchezza salire dalle gambe al cervello e mi dico che, in fondo, è più che normale. Dopo una notte passata a dormire a tratti sul pullman e una giornata intera a camminare per la capitale. Alle 3 siamo a casa. Il sonno mi prende prima ancora che realizzi di essere nel letto.
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Le grida del mercato mi svegliano. Sembra di stare a un bazar. La gente urla sotto la leggera pioggerellina mattutina. Dopo la colazione con tostata, colacao e spremuta ci addentriamo nel mondo del Rastro, tipico mercato madrileño. Vendono di tutto. Appoggiate ai tronchi di alcuni alberi giovani stanno porte in legno massello, borchiate e con cardini. Anch’esse in vendita.
Dopo una lunga camminata, un Burger King e milioni di parole straniere nelle nostre bocche ci salutiamo alla stazione.
Il bus esce dalla città e si addentra nel nulla che circonda la capitale. Chilometri di rocce polverose, colline raspate, sterpaglia e alberi radi costituiscono la tela su cui è dipinta Madrid. L’autostrada saggiamente corre rettilinea cercando di lasciare al più presto quella desolazione ed arrivare a destinazione. Ogni tanto si vede qualche segno di civiltà, ma sembra più un errore o un invito alla fotografia. Cartelli stradali dove neppure arriva la corrente elettrica. Case dove non vi sono strade. Un inno alla solitudine.
Scendiamo una leggera collina e senza preavviso né motivo, nella stessa configurazione di altre decine di vuoti cañon prima e dopo, compare una cittadina, incolore come le rocce.
Scendiamo ancora una volta allo stesso autogrill. Ancora una volta pessimo tempo. Piove. Dalla grande vetrata osservo la pioggia spruzzare quel nulla che posso vedere stendersi oltre le colline. Poco più sotto un hotel cerca di attirare l’attenzione con la sua gigantesca insegna al neon lampeggiante montata sul tetto. Sul retro una serie di lenzuola bianche svolazzano al vento e alla pioggia, testimoni dell’incuranza e insensatezza delle umane azioni in una landa così desolata. Intorno i cumuli di detriti e rottami sono degni del più classico dei locali di sosta del deserto degli Stati Uniti.
Nel frattempo cala la notte, sulle strade e nel mio cervello. In una coscienza elastica, accompagnata dai Radiohead, arrivo a casa.
Domattina si rinizia.
a bon droyt - capitolo 4
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Salone della Locanda ore 15.20 giorno 0: 5 uomini, 1 donna e un ragazzetto di 15 anni.
Elenco dei cospiratori di Limeux:
“Francesco Corsi”
“Presente”
“Irmine Dupuis”
“Presente”
“Briac Lefevre”
“Presente”
“Fernand Roussel”
“Presente”
“Anton Mathieu”
“Presente”
“Egide?”
“Che cazzo ci fai qui?
“Beh che volete Irmine ha invitato anche me.”
“Guy?”
“Si Monsieur “
Francesco prese la parola per primo:
“Bene ecco i fatti. Metteremo su una storia tutta nostra, con tanto di attori e birra a fiumi. Inoltre pubblicizzeremo la cosa nelle fattorie vicine e nei paesini in modo da dare allo spettacolo il brivido della notorietà!”.
“Bene io credo che ci ricaverò il mio buon profitto senza tasse!”, disse Irmine mentre stappava il vino da buona padrona di casa.
“Si ma come facciamo per le luci, la scena e il testo da recitare?”, chiese Fernand scettico.
Francesco li guardò uno ad uno e spiego: “La scena è il castello, il testo è già scritto e già diviso in 10 parti, gli attori non sono un problema, Briac si occuperà dell’arruolamento”.
“La gente del paese è impazzita, vogliono partecipare tutti. Mi toccherà tenerli a bada col fucile”, disse Briac.
“Se è il caso aumentiamo il numero dei personaggi non importanti, ma non possiamo superare le 14 persone”, chiarì Francesco.
“E le luci?” chiese Anton preoccupato per la sua nuova responsabilità.
“Umm... a quelle ci dovremmo pensare, ma ho una mezza idea di usare delle lanterne” rispose Francesco.
“Possiamo rastrellare il paese e pigliare qualunque cosa somigli ad una lanterna”, disse Briac.
“…E la storia della scalata e la discesa ve la state dimenticando?”, intervenne Fernand, e tutti furono immediatamente attratti da questo dettaglio.
Fino a quel momento nessuno aveva sottolineato che, nella scena culmine dell’opera, Francesco (per motivi tutti suoi personali) avrebbe scalato a mani nude la parete della Torre, per ridiscendere in seguito con una ragazza sulla groppa. Ma in effetti nessuno aveva ancora pensato a come questa cosa potesse verificarsi, anzi, a dirla tutta, nessuno pensava realmente che fosse possibile.
“Certo occorrerà trovare una ragazza che non pesi troppo”, disse Irmine provocando in tutti un vago sorriso.
“Elsie?”, chiese Anton.
“Um... No, pesa troppo”, rispose Briac,
“Abbiamo bisogno di una damigella da salvare”. Tutti si voltarono verso Guy che era intervenuto per la prima volta. Guy, con i suoi 15 anni, era il membro più giovane di tutta la comunità di Limeux: era orfano, abitava con il prete della chiesa di Limeux e pascolava le pecore del sig. Durand.
“Molto appropriato direi!”, esclamò Francesco “Lasciate che pensi io alla damigella. E una questione personale.”.
Gli astanti convennero che non c’era molto da dire visto che il mio amico non si era ancora confidato del tutto sul motivo di tutto quel trambusto che per altro ormai si reggeva da solo sull’eccitazione di massa che aveva destato nel placido paese di Limeux.
E fu lì che la porta si aprì lasciando entrare un Adrien Moreau trafelato e molto preoccupato.
“Monsier Moreau, mancava giusto lei” lo chiamò subito Irmine sventolando la bottiglia di vino.
“Buongiorno a tutti! Grazie cara Irmine, no! Abbiamo un problema serio!”
“Che problema Adrien?”, chiese Briac accogliendo in sua vece l’invito di Irmine.
“Monsier Gauthier… mi ha scritto. Sta tornando al castello.”
Silenzio.
“Quanto tempo abbiamo?” chiese Francesco.
“Al massimo… 4 giorni”.
“Troppo pochi!”, disse Fernand.
“Siamo fregati!”, disse Briac.
“Non ancora!”, disse Egide.
E la compagnia lo guardò con rinnovato interesse. “Lasciate fare a me. Diciamo che abbiamo una settimana da oggi per organizzare tutto. Vi basta?”.
“D’accordo”, disse Francesco.
“Cosa pensi di fare?”, chiese Briac.
“Tu non ti preoccupare, riuscirò a trattenerlo per tre giorni buoni.”.
A questo punto Francesco diede chiari ordini a tutti. Briac avrebbe cominciato il “casting degli attori” da quella sera stessa. Fernand e Anton, accompagnati da Adrian, si sarebbero occupati di addobbare nel migliore dei modi il posto. Irmine avrebbe provveduto a una massiccia campagna pubblicitaria, Egide avrebbe fatto il giro di tutte le fattorie vicine per informare dello spettacolo e al momento giusto avrebbe fornito un valido diversivo per tenere sig. Gauthier alla larga dal castello.
Finito di distribuire incarichi a tutti, Francesco prese il giovane Guy da parte e gli dette delle precise istruzioni, nessuno sentì quello che si dissero: Guy se ne andò dalla locanda per primo con in mano una nota scritta che recava un nome e un ora prestabilita, nessuno lo rivide nei giorni successivi.


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