venerdì 15 febbraio 2008

pino



- Lo sai bene che fai così solo perché hai paura.
Lo disse senza neppure guardarlo negli occhi. Con la tazza tra le mani tentava inutilmente di scaldarle, mentre ad ogni soffio il vapore del the gli inondava la faccia. Amava quel sottile strato caldo e umido sul viso.
Dall’altra parte della stanza stava Pino, in quella sua tipica posizione da aborigeno con le palme dei piedi unite e raccolte tra le mani. Nell’ombra del suo angolo guardava distratto la sua composizione di arti. Non replicò nulla all’accusa. Alberto allora continuò.
- Hai paura, e ti capisco. Però bisogna che te ne renda conto. Stai cercando di ingannarti, di giustificarti da solo.
- Ma guarda, a me non importa nulla se lei non mi vuole più. Se va con altri, se mi tradisce. Non mi fa più né caldo né freddo. Che faccia quel cazzo che le pare.
Il tono era ruggente, ma inoffensivo come i primi dentini di un tigrotto. Alberto lo guardava. I lineamenti leggermente nascosti dall’ombra, la posa da auto contatto, lo sguardo che fissava il letto e terminava mille miglia più in là. Le parole sono come paraventi, si disse. Ci disegniamo sopra tante decorazioni, belle ed elaborate. Ma dietro siamo nudi. E, nudi, siamo tutti uguali.
-E’ normale che tu abbia paura. Non hai mai preso sul serio quello che lei era, ed ora che senti che la stai perdendo è troppo tardi. Tentare di minimizzare è la tecnica di sopravvivenza più vecchia al mondo. Ma non funziona, Pino. L’unica cosa che riesce a fare è darti un po’ di respiro per i primi giorni, ma il disinteresse che ti costringi a provare è una farsa. Non riuscirai a liberarti di lei così facilmente. Pensi a lei, lo so, anche ora. Dici che non ti importa e pensi a lei. Cerchi di convincere il tuo stomaco a smettere di essere un’uvetta passa e tornare cavo, ma non ti riesce. Ti dipingi un sorriso, ma chi ti conosce sa che è una smorfia.
-Non è così importante..
-Già. Di più.
Alberto si sentiva un corsaro in questo momento. Si sentiva di star attaccando una barca fragile, senza vele in mare aperto. Vedeva le proprie parole lanciarsi attraverso la stanza, da un angolo all’altro, e raggiungere l’imbarcazione di Pino con fragore, rompendone la chiglia, pezzo a pezzo. Non lo faceva con cattiveria. Non c’erano Jolly Roger sulla sua nave. Solo non sopportava più che la gente si ingannasse, da sola. Che si proteggesse tanto da non riuscire più a sapere cosa realmente provava. Era il suo modo di combattere le infezioni. Riaprire le ferite, al sole, e spargere sale.
La notte si spense lentamente, in una pioggia di sussurri e sguardi.

10 commenti:

Amélie ha detto...

mi scuso per la foto ripetuta
ma la sua reale posizione è questa
senza dubbio

papaya ha detto...

tutto così familiare..godblessus..

Giorgio Zurbi ha detto...

uh possiamo mettere tutti i nomi del mondo su queste righe e ottenere a più riprese le nostre storie io ci metto i miei occhi preferiti

Amélie ha detto...

a volte le cose sono così banali e quotidiane che appartengono a tutti
e non ci sarebbe neppure bisogno di scriverle

parmino ha detto...

la mia vita si scrive col bianchetto

Amélie ha detto...

oppure con un sms

parmino ha detto...

il mio caro amico giorgio si scusa ma è costretto a lasciare la storia "A Bon Droyt" in sospeso per qualche tempo, ci sono stati dei lievi contrattempi. Mi chiede di ringraziare tutti i suoi fans e di dirvi che al più presto tornerà a scrivere e concluderà la storia per voi!

Amélie ha detto...

non mollare mai,,,
non mollare mai...

Orazio Portico ha detto...

quando ero piccolo non riuscivo a scrivere la parola aeroplano, ci o provato, provato, provato... sembrava la cosa più importante del mondo, mia madre mi tirava certi schiaffi...
ma proprio non riuscivo....

quando ormai non interessava più a nessuno ci sono riuscito.

Amélie ha detto...

e perdesti la capacitá di scrivere HO