giovedì 29 novembre 2012

nulla e così sia



Aspetto, seduto alla fermata, un casottino in legno con una finestrella. Intorno l'aria grigia regna, convertendo il primo pomeriggio in un momento senza tempo. Guardo in lontananza tra gli scheletri degli alberi comparire sagome di case di campagna, specchi d'acqua, strisce d'asfalto che se ne vanno verso l'orizzonte, vuote.
Buttato qui, in mezzo al niente, e magnificamente a mio agio.

liste



(Se vi sembra idiota pensare di consolarsi con simili liste di suoni meravigliosamente evocativi, sappiate che siete nel torto, o che non sapete veramente cosa siano certe crepe dell'anima, e di riflesso il valore dei linimenti che le possono curare. Non solo. Mi permetto di aggiungere che se non avete almeno una persona a cui trovereste sensato regalare liste del genere in segno d'amore - nella certezza che ne sarebbe deliziata - vi state perdendo qualcosa)

Alessandro Baricco - Una certa idea di mondo

martedì 27 novembre 2012

diritto



Riusciamo maledettamente a rovinarci la vita con le nostre stesse mani quando dimentichiamo che abbiamo il diritto ad essere felici. O, almeno, a provare ad esserlo.

lunedì 26 novembre 2012

cristallo



È di notte che questa città dà il meglio di sè. Quelli che con la luce del sole sono edifici di poco conto, la ripetizione poco fantasiosa di uno stile consolidato, di notte si trasformano in spugne di cristallo mostrando il loro contenuto di vita. Le finestre, grandi e senza tende, si accendono e gli appartamenti diventano vetrine, le case cavità dalla luce calda e gli interni chiari. Un catalogo di umanità srotolato sulle facce della città. Un elogio alla trasparenza.

boreale



È ritornando verso casa, con le mani cariche di cibo, solcando la campagna che ormai già riconosco, fendendo il buio costellato di finestre fluorescenti, che guardiamo il cielo, insolitamente luminoso. Un bagliore sulfureo lo anima, in piena notte. Dicono che sono le luci delle serre, mi dici. O un'anteprima di aurora boreale, pensiamo.

domenica 25 novembre 2012

fienile - svartsjö



Un vortice, un papillon di isole che si sfrangiano dal centro, dal nucleo antico della città. Strade come tentacoli grigi che tengono insieme porzioni di terra arsa dal freddo. Case, fattorie sparse, ventose che si diradano allontanandosi dal corpo centrale. Lontano dal cuore pulsante, nel mezzo dell'isola di Svartsjö, a due passi dal Mar Baltico, seminato tra campi di foraggio ed una rada boscaglia, sta un fienile in legno, dipinto di rosso, le finestre bianche. Al di sopra del magazzino, circondati da doghe in legno sbiancato, tra le falde del tetto, stiamo seduti al tavolino, bianco anch'esso. Un buon tè, caffè, pane ai cereali tostato, burro, biscotti, spumini ricoperti di cioccolata. Fuori la luce è grigia e spande su tutto un aroma malinconico, un'aria da domenica mattina. Una chitarra, due voci, il tempo che rotola senza scosse. Il vuoto intorno, l'estinzione della ricerca di un senso diverso dal semplice esserci.

sabato 24 novembre 2012

controsenso



Le cose migliori che ho fatto sono state, in fondo, quelle prive di senso.
Non che fossero realmente insensate, intendiamoci. Semplicemente non rientravano nella catena consequenziale degli eventi. Un salto nella logica della vita. La carta Imprevisti del Monopoli.
Via, pensateci bene. Quale sequenza logica porta un mite studente, privo di grilli per la testa, a scegliere la futura città dove abitare in base al suono del suo nome? Al suono. Quel rotolare di gutturale-nasale-dentale che evocava tante immagini nella sua testa. Cosa lo porta a rifiutare una borsa di studio (vinta) per un'altra città (dal suono peraltro niente male, ma non quello che aveva in mente) e tornare a farne domanda l'anno successivo, con ostinata e immotivata persistenza, ancora una volta per Granada? Quale moto dell'animo incompatibile con il mio carattere mi ha spinto a mandarti l'sms che ci ha fatto conoscere, quando non eri altro che un nome esotico? Così non saprei spiegarmi perchè venni a casa tua, quel pomeriggio di domenica, senza nessun'altra intenzione che l'aiutarti a sfangare quella gamba rotta. Non che ti avessi notato alla festa. E allora perchè?
Nulla di assurdo in tutto ciò, solo non è logico. Non esiste un filo che porti a dire che quella scelta era meglio di altre. Semplicemente, in quel momento, senza pensieri, sapevo quale fosse la scelta giusta. E non sono sicuro che si tratti di sentire, di una sensazione. Io sapevo che era quella. Nel bivio tra A e B sapere di dover passare per i campi.
Come quando decisi di passare un mese ospite in casa altrui, di città in città, con l'armadio in macchina. Come avrei potuto conoscerti, diversamente?

strand



- Certo, da quella parte. Andate verso l'acqua, scendete a destra poi a sinistra fino al molo. Lì lo troverete.
Scendiamo lungo l'argine, al di sotto del livello della strada. Lo Strand è composto da tre locali, uno a lato dell'altro: un ristorante, un pub, una discoteca. Di fronte, un paravento di arbusti, il mare, ed un ponte che ci lega alla terraferma.
Nel pub c'è già diversa gente. Prendiamo posto e poco dopo il gestore introduce il gruppo che fa il suo debutto stasera. Nel videoclip che viene proiettato compare una ragazza di colore dai lineamenti assurdamente malinconici ed un costume da bagno di più di mezzo secolo fa. La cantante, un'androgina ragazza in giacca e cravatta, algida nella sua dolce impassibilità, mangia dolci seduta su una terrazza vista mare.
In fondo il video era meglio della performance, e allora raccogliamo lo zaino e ci spostiamo nella discoteca, in attesa del concerto dei Twin Shadow. Il gruppo che apre il concerto è composto da due gemelle di Stoccolma, una bionda e una mora, poco più che ventenni. Minigonna e pantaloni di pelle aderenti, tacco alto, espressione da superdive. Il canto laconico e circolare delle terre del nord, rianimato da un buon ritmo di batteria. Ma, in fondo, niente di eccezionale.
E poi arrivano loro, gli statunitensi, e la storia cambia. Una carica che a queste terre manca, la leggerezza del sole e della superficialità, uno stupido ottimismo. Un look senza stile che ha fatto scuola.
Poi la stanchezza. I duemila chilometri si fanno sentire, le venti ore sveglio zaino in spalla pure, e ci avviamo verso casa. Una metro, un'altra, l'attesa a Brommaplan. All'una e mezza prendiamo il bus che esce dalla città, supera i sobborghi, si addentra per una piccola strada che corre sinuosa a raggiungere le isole che circondano il centro. Ci lascia nel mezzo del nulla, su un piccolo marciapiede da dove saltiamo sul primo bus e di lì un'altra mezz'ora verso il nulla della notte. Al secondo cartello Äppelfabriken scendiamo. Per venti minuti camminiamo lungo la stradina bordata di alberi scheletrici, senza un solo lampione, senza una luce pubblica. Qua e là le cucine delle fattorie con la loro lampada accesa, a orientarci. Costellazioni di stelle artificiali.
Ed infine il tuo fienile. L'odore forte della fermentazione delle mele, delle composte, delle marmellate, dei succhi. Una ripidissima scala a pioli ci porta nel sottotetto dove sdraiarsi finalmente, e riposare, custoditi da un guscio di liscio legno bianco.

lola



Le basse volte in mattoni a vista, mangiati dal tempo. Un freddo ipogeo leggermente scaldato dagli avventori del bar. Qualche tavolino, tazze di tè, un piattino con delle crêpes, un pezzo di torta. Il mio zaino da montagna anni ottanta appoggiato alla sedia. E noi che ci scaldiamo al fuoco della tua nuova idea.
Los metasasenados. Una serie di omicidi ideali, di soppressioni di vecchie consuetudini, e per ognuna una canzone. Il tuo nuovo nome, il logo. E comporre dalla vetrata di una sauna che affaccia sulle viscere del mare arenate nella periferia isolana di Stoccolma.
È pomeriggio. È notte. E qua sotto, due rampe di scale al di sotto della Västerlånggatan, nel quartiere vecchio, il tempo si è scordato di noi.

lunedì 19 novembre 2012

distanza in stanza



Un bus. Un treno, venti minuti a piedi, una doccia. Preparo lo zaino in fretta e riparto. Venti minuti a piedi e poi di nuovo treno. Una cena in compagnia ed un letto di fortuna. Sveglia presto, dieci minuti a piedi, metropolitana, aerobus. Aereo e poi aerobus.
Rimini, Bologna, Milano, Bergamo, Stoccolma.
Mezz'ora di bus, un'ora e mezzo di treno, quaranta minuti a piedi, un'ora di treno, metropolitana e un'ora di aerobus. Due ore e mezzo di aereo, un'ora e mezzo di aerobus.
Quattro chilometri, centoventi chilometri, quattro, duecentoventi, tre, cinquanta, milleseicento chilometri.
Un giorno di viaggio, completo.
E tutto per arrivare qui, su questo molo, nel nostro primo tramonto scandinavo.

sabato 3 novembre 2012

mica matto



- Shlomo, perchè sei tu il matto?
- Per caso. Io volevo fare il rabbino ma il posto era già preso. Visto che mancava il matto ho pensato: "Fai il matto se no lo fanno loro, fallo al posto loro".
- E non ti senti un po' solo?
- Oh no, non sono i matti che mancano.
- No, intendevo una donna. Perchè non hai moglie, Shlomo, dei bambini, una casa.
- Oh, no, non sono mica matto. [...] Li avrei amati troppo. Sarei morto d'amore. Impazzito. No no no.

Train de vie

giovedì 1 novembre 2012

incontentabile



Poichè tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l'uomo è incontentabile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una sempre insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si dà un solo nome, quella della sua causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, e allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n'è un'altra; e in realtà, una serie di altre.

Primo Levi

martedì 30 ottobre 2012

a casa




Via del Mastelletta, Bologna, quattro italiani. Via Boccaccio, Firenze, nove. Via Orcagna, Firenze, sette. Calle Spinola, Granada, un tedesco, uno spagnolo, un marocchino. Calle de la Concepción, Granada, un tedesco, uno spagnolo, un francese. Via Orcagna, Firenze, uno spagnolo e cinque italiani. Carrer Muntaner, Barcellona, tre italiani, due francesi, una spagnola, un argentino, due brasiliane, due venezuelane, due russi. Calle Baltasar del Alcázar, Siviglia, tre italiani. Via Massarenti, Bologna, quattro italiani. Via Goldoni, Bologna, un'italiana, un albanese, una francese, un'iraniana, un indiano. Via Jacopo di Paolo, Bologna, uno spagnolo, un polacco.

sabato 27 ottobre 2012

le prime nebbie



E mentre torno a casa in bicicletta, gli occhiali pieni della nebbia ottobrina della Pianura Padana, gli occhi carichi di acqua e stanchezza, vi rivedo tutti. I nomi confusi, gli uni sovrapposti agli altri. Gli israeliani che erano più di noi, le ragazze che avevano preparato un mare di cibo, buonissimo, tutto fatto a mano. I ragazzi di una gran simpatia, allegri, che trincavano come nessuno. C'era chi stava per finire medicina e chi stava iniziando. E poi c'era lui, di cui non ricordo il nome. Originario di Gerusalemme ("la città più bella del mondo", dice, e posso crederci), di madre francese, trasferitosi a Bologna a diciannove anni per studiare. Mi parla di Fantozzi, di Sordi. Scherza imitando il dialetto veneto, il napoletano, l'abruzzese. È incredibile. Tutto ciò ha dell'incredibile.

giovedì 25 ottobre 2012

se questo è un uomo



Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
   Considerate se questo è un uomo
   Che lavora nel fango
   Che non conosce pace
   Che lotta per mezzo pane
   Che muore per un sì o per un no.
   Considerate se questa è una donna,
   Senza capelli e senza nome
   Senza più forza di ricordare
   Vuoti gli occhi e freddo il grembo
   Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scopitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
   O vi si sfaccia la casa,
   La malattia vi impedisca,
   I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

martedì 23 ottobre 2012

verso casa - day 9



Poi il ritorno sono chilometri di strada. Un nastro che corre in mezzo al Paese, da ovest a est, prendendo la via più veloce per la capitale. Una sosta in una piazzola attrezzata nel mezzo del nulla, circondata dal bosco. La pioggia e il sole. Distese di campi e animali a brucare, contee bucate senza conoscerne neppure il nome.
La notte è Dublino, nuovamente. Torniamo a bazzicare per Temple Bar e i suoi locali affollati. Ci rifugiamo in un posticcino appartato, una stanza con qualche tavolo, in stile francese. Mangiamo in silenzio, sfiniti.
Poi l'aeroporto. La manciata di ore dormite sui sedili della macchina e poi via, verso casa.


cliffs parte seconda - day 9



È quasi senza pensare che dirigiamo, poi, nuovamente verso le Cliffs. Dal litorale di Doolin, infatti, parte uno dei sentieri che permettono di percorrere tutte le Cliffs of Moher da nord-est a sud-ovest, fino al punto più alto e ancora oltre.
Poco più avanti il sentiero che costeggia il profilo della scogliera è sbarrato da un cartello: "Clare Co. Council. Caution. Very dangerous cliffs ahead". Scavalchiamo il cancello e ritroviamo il nostro sentiero. Il manto erboso comincia ad alzarsi notevolmente, piano piano, a salire mentre sulla destra le rocce scendono verticali fino al livello dell'oceano. Passiamo da un campo di capre, scavalchiamo qualche altro steccato, attraversiamo ponticelli improvvisati che permettono di passare da uno sperone all'altro, camminando su decine di metri di vuoto.
A pochi metri dalla costa alcune foche stanno cercando di procacciarsi il cibo quotidiano, nuotando senza fretta.
A volte il sentiero taglia dritto per i campi di foraggio e la scogliera sparisce, ingoiata dalle rotonde forme di madre terra. Altre si fa ardito e sfiora il precipizio, quella parete di roccia stratificata e scura che si inabissa nelle acque.
Non si capisce bene se sia ancora il nostro stanco stato di catatonia a farci proseguire, o la consapevolezza che questo mastodontico monumento naturale è il nostro addio a questa terra. In ogni caso continuiamo a camminare per oltre un'ora, risalendo il pendìo, godendoci il sole e la pioggia irlandesi per un'ultima volta, rimandando senza rimorsi la partenza ora dopo ora.
In fondo, tornare a Galway è già quasi un tornare a casa. Perchè Galway è città, perchè è già conosciuta, perchè è una tappa breve. Perchè l'Irlanda è il non civile, il non-antropizzato.

la stessa



Ci vedremo, in un'altra terra con un'altra lingua. Tu sarai la stessa, ma con un altro nome, un'altra storia, un altro sguardo. Eppure io avrò ancora tutti gli oggetti che mi hai lasciato in tutti questi anni, quando eri tu senza saperlo.
Quel portachiavi a forma di tartaruga, imbarazzante per uno della mia età. Quell'anello, così tanto più grande del mio dito. Le scarpe che comprammo insieme, che dovevano cedere col tempo, e che invece continuano a martoriarmi i piedi. I boxer, quelli rossi da pugile, che comprai perchè ti piacevano e che quindi, in fondo, sono tuoi. Il cactus che era piccolo piccolo, e che ora scoppia di salute. Le scarpe da venti euro che mi facesti comprare, che vissero senza di me, che viaggiarono la penisola ispanica senza il proprio padrone, passando di mano in mano, di lingua in lingua, finchè tornarono a me, anni dopo, in un'altra città di un altro Paese. Il pupazzo di carta che mi costruisti per esorcizzare la scimmia che aveva il sopravvento su di me e che è ancora appeso alla parete di camera mia. La cintura che mi desti per evitare che perdessi i pantaloni per le strade di Madrid. Lo scampolo di tessuto di quel blu elettrico inguardabile, che conservo solo perchè tu ci cucisti sopra un gigantesco bottone. Il braccialetto di cuoio da quattro soldi, quello con i buchi, che ci legammo al polso nell'ascensore di Barcellona, prima che questa crisi venisse a rubarci i nostri sogni di gloria. La collana che mi portasti dal Brasile, al ritorno da casa. I calzetti con l'antiscivolo, orribili. E tutti quegli oggetti intangibili che sono i ricordi.
Li avrò tutti con me. E forse, consegnandoteli, sarò finalmente libero.

sabato 20 ottobre 2012

doolin - day 9



Mi alzo abbastanza presto, tutto sommato. In camera sono rimasti solo un paio di ragazzi. Vado verso la cucina che pullula di gente più o meno sveglia che si prepara la colazione. Io vago un po' in tondo, per orientarmi. La stanza è larga quasi quattro metri con il piano della cucina su tre dei quattro lati. Il lavello, ovviamente, sotto la finestra. Il piano è disseminato ordinatamente di pan carrè, marmellate, miele, burro, succo, latte, cereali, bollitori, tostapane, tazze, piatti, tutto gentilmente offerto dalla casa. Mi metto in coda, silenzioso, e mi preparo le mie fette di toast e mi siedo ad uno dei due tavoli che stanno al centro della stanza. La gente si divide, chi sui tavoli, chi sul piano cucina, chi esce dalla portafinestra e fa colazione al sole.
Mentre persevero nel mio stato catatonico sento dall'altro tavolo parlare spagnolo. Ci sono due ragazze, capelli castani lunghi, che stanno guardando su un portatile da dieci pollici gli autobus per andare verso Galway. Noi veniamo da Galway dico, nel caso avessero bisogno di qualche informazione sugli ostelli.
Le ragazze hanno poco più di vent'anni. Finita la scuola hanno deciso di venire in Irlanda per qualche anno. Cosa fanno? Baby-sitter. Stanno in famiglia, imparano un po' di inglese e nel frattempo, appena possono, girano il Paese. Ironizzo sul solito vero clichè degli italiani e spagnoli come peggiori parlatori di inglese in Europa. Mi confermano di aver avuto molti problemi, soprattutto all'inizio. Ma ora sono tranquille, e dopo un anno tutto si è perfettamente sistemato.
Nel frattempo Lompa passa dietro di me in silenzio. La faccia non è delle migliori e la colazione a base di Maalox. Le sette pinte di ieri notte han lasciato il segno. Direi che stamattina non se ne parla di mettersi al volante. Scendiamo verso il paese, che scopriamo essere semplicemente un addensarsi delle case che stanno sulla via principale, prima del porto. Scendiamo a fare quattro passi lungo gli scogli, lastre di pietra erose dall'acqua e dalla salsedine. Ci godiamo il tepore di questo sole irlandese mentre di fronte a noi continuano a passare i traghetti che fanno la spola tra Doolin e le Aran.

giovedì 18 ottobre 2012

guinness - day 8



Poi ridiscendiamo verso Doolin. Ci sono tre ostelli sulla strada principale del paese. Il primo che incontriamo, il Rainbow Hostel, non ha più posto, mentre poco più avanti, al Flanagan's, con un po' di insistenza riusciamo ad ottenere due posti in una stanza da dodici. Appoggiamo i nostri averi in camera e ci dirigiamo subito verso la costa in cerca di cibo, visto che le cucine chiudono presto in questo Paese. Il primo locale che incontriamo è il Doolin Cafè, un posticcino carino con gli interni in stile vagamente parigino, pochi tavoli ed un'atmosfera rilassata. Ci guardiamo negli occhi, io e te, e ci rammarichiamo, come tante altre volte, di non essere qui con una ragazza. In ogni caso il locale è pieno e non ci serviranno prima delle dieci. La fame ci sta divorando e non ce la possiamo fare ad aspettare tanto, quindi scendiamo ancora verso l'edificio successivo. Il McDermotts Pub è assolutamente pieno di gente, murato, e la cucina è aperta ancora per poco. Ordiniamo al volo le consumazioni e portiamo le nostre birre con noi, cercando posto in uno dei due tavoli in legno che si trovano all'esterno. Seduto ci sono due ragazzi grosso modo della nostra età. Domandiamo se possiamo sederci al loro tavolo, visto che non c'è altro posto, e loro cordialmente ci ospitano. A questo punto fare amicizia è facile. Colin è irlandese di origine, ma ha studiato all'università a Nottingham, dove ha incontrato Ed, gallese, e son diventati grandi amici. Colin poi si è spostato per lavoro a Sidney dove progetta valvole per turbine e centrali, mentre Ed è rimasto a lavorare in università. Ora si sono dati appuntamento, dopo anni, in Irlanda, e se la stanno girando allegramente passando da una città all'altra. Colin ricorda che quando era piccolo sulle Cliffs ci venivano e non c'era nulla, non c'era il parcheggio, il centro visitatori, la piazza con i parapetti. "Parcheggiavamo la macchina a pochi metri dal precipizio e si stava lì, ad un soffio dal vuoto". Mentre mangiamo i due tracannano due pinte a testa (e chissà quante ne hanno già scolate prima che arrivassimo) ed ordinano l'ultimo piatto prima che la cucina chiuda definitivamente.
 Davanti a noi, sedute all'altro tavolo, ci sono sei donne irlandesi che ogni tanto danno da dire a Colin, il più affascinante della compagnia. Tutte quante hanno abbondantemente superato il loro peso forma diversi anni fa, forse per colpa dell'alcol che continuano ad ingerire, o delle patate fritte, o della vita. E non perdono occasione per smentire la loro femminilità ruttando come camionisti. Anche Colin sembra a metà tra l'imbarazzato ed il divertito. In compenso Ed, occhi da Elijah Wood dietro gli occhiali e capello corto, sfoggia un sorriso che non so bene se significhi allegria o ebbrezza. Io mi ricredo, e penso che sono contento di non essere qui con una ragazza.
Finito di mangiare proviamo ad entrare nel pub dove hanno appena cominciato a suonare. Tutti si sono radunati intorno alla nicchia di legno di fianco alla porta dove si sono piazzati i musicisti e non c'è un centimetro libero per passare, le sedie disposte anarchicamente ovunque, fin sotto al microfono. Tra il pubblico ci sono diversi stranieri, ma scopriamo con piacere che molti sono irlandesi. In ogni caso strano gruppo, il gruppo. Quasi anziani e molto giovani si affiancano suonando chitarre, banjo, tamburi. Sembrano suonare canzoni tradizionali, qualcuna su richiesta del pubblico. Dopo poco riusciamo a conquistare un tavolo, e per di più vicino al bagno. I bicchieri intanto continuano ad arrivare e venir scolati, noi a offrire a loro e loro a noi, con la differenza che i due trincano con velocità doppia rispetto a noi. Alla nostra quarta pinta Colin è euforico, comincia a cantare a squarciagola le canzoni, mentre Ed non gli sta dietro e se la ride. Poi si gira ghignando e ci dice: "Sapete a chi somigliate voi due? A Mario e Luigi!", riferendosi a Mario Bros.
Ad un centro punto un ragazzino, un teen-ager, si alza e va verso il microfono, chiedendo se può cantare. Il gruppo, molto contento, lo fa sedere e si mettono d'accordo sulla canzone. La chitarra attacca e l'auditorio va in visibilio (un pezzo che tutti conoscono tranne noi). Il ragazzo, acne sulle guance e sguardo timoroso, tira fuori una voce ruggente che non ti aspetti, e carica l'aria sostenuto dal possente coro dei clienti del bar.
"Qual è il vostro record di birre?" esordisce Colin ad un certo punto. Noi ci guardiamo e rispondiamo umilmente, sapendo benissimo che verremo seppelliti dalla sua risposta. E infatti così è. "Io il mio record l'ho stabilito ieri" prosegue mentre Ed se la ghigna tirando fuori il cellulare e mostrandoci una foto della sera prima. "Quattordici pinte in sette ore". Impressionante. Non so come facciano. Nella mia mentre si forgia una battuta che però non proferisco. Un bel Guinness. Ora capisco, in ogni caso, perchè Colin che dice di avere ventisei anni fisicamente sembra che ne abbia dieci in più.
Verso le due usciamo dal locale mentre i nostri due amici rimangono a farsi qualche bicchiere della staffa(!). Fuori la pioggia è nebulizzata, si ferma sugli occhiali creando la nostra piccola discoteca personale. Io comincio a correre nella notte cercando di smaltire l'alcol, corro in salita con tutto il fiato che ho finchè sparisco, esco dal cono di luce dei lampioni e mi ritrovo nell'oscurità completa.
Rientriamo in ostello. Tu vai a dormire diretto, mentre io mi addormento per una buona mezz'ora sulla tazza del cesso. Di stare disteso proprio non se ne parla. Poi, quando ho preso abbastanza freddo e mi sento un po' meglio, mi avvio anch'io verso la camera, ma era uno scherzo, ancora non ce la faccio. Allora mi siedo a lato della porta, gambe lungo il corridoio, e mi metto a dormire lì. Un'ora dopo sento dei passi. Mi sveglio e vedo i miei nuovi amici che stanno rientrando nella camera di fianco alla nostra e mi guardano con aria interrogativa. "It's all right, guys. Goodnight" dico sfoggiando un sorriso di cartone. Loro entrano ed io mi riaddormento. Verso le quattro mi alzo e vado a godermi il mio meritato sonno in cima al letto a castello.