Abbiamo
lasciato il temporale alle nostre spalle, ma per poco. Attraversiamo campi e
campi di granturco quasi pronto per il raccolto e ci fermiamo in una grande
stazione di benzina in mezzo alla piana.
È lì,
sospesi in quest'aria elettrica, con i biondi campi a scuotersi contro lo
sfondo tetro della tempesta incombente, le antiquate insegne in latta del
benzinaio, il vento a raffiche che ci spettina i capelli - è qui che vorrei
essere realmente capace di fotografare. Per raccontare quello che le parole non
riescono ad esprimere.
sabato 28 settembre 2013
venerdì 27 settembre 2013
pioggia calda
"Non
importa farlo alla perfezione. Questo è uno di quei problemi che ci portiamo
addosso noi occidentali, l'idea che si debba raggiungere il massimo, la
perfezione a tutti i costi."
Ci guarda,
seduta sul pouf verde tutto ricamato, i suoi occhi appoggiati sui nostri. Alla sua
sinistra un Buddha di pietra gorgoglia rivoli d'acqua in segno d'assenso. I dipinti
a parete ci mostrano i loro lineamenti indiani per tentare di convincerci.
"Lo yoga dà i suoi effetti su chiunque, tanto
su chi inizia per la prima volta, come voi, come su chi è già esperto. Ed
ognuno riceve il massimo beneficio nel praticare con concentrazione ed impegno,
e non in base a quanto è avanzato il proprio stato."
Le mani in
grembo, vestita completamente in lino bianco, uno scialle turchese legato in
vita, il terzo occhio disegnato con cura.
Mi sento
confortato da questa visione. Scompaiono i paragoni, i confronti, i tentativi
di essere di più di quel che si è. Rimane il presente, ontologicamente l'unica
realtà che importa. Ed il mondo diventa improvvisamente un luogo accogliente, dove anche la pioggia riscalda.
la libertà
Un uomo va
dal suo re che ha grande fama di saggezza e gli chiede: "Sire, dimmi,
esiste la libertà nella vita?"
"Certo",
gli risponde quello. "Quante gambe hai?"
L'uomo si
guarda, sorpreso della domanda. "Due, mio Signore."
"E tu,
sei capace di stare su una?"
"Certo."
"Prova
allora. Decidi su quale."
L'uomo pensa
un po', poi tira su la sinistra, appoggiando tutto il proprio peso sulla gamba
destra.
"Bene",
dice il re. "E ora tira su anche quell'altra."
"Come? È
impossibile, mio Signore!"
"Vedi? Questa
è la libertà. Sei libero, ma solo di prendere la prima decisione. Poi non più."
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra
mercoledì 25 settembre 2013
prima di irig - giorno 3
La strada
esce dal Parco puntando verso la piana e ricompaiono le scene di un'epoca ormai
scomparsa. Strade dai cigli polverosi, senza segnaletica, case scorticate, coi
mattoni forati e le strutture in cemento armato in vista. Di fronte ad ogni abitazione
carri parcheggiati su cui sono esposte casse di frutta e verdura pronte ad
essere vendute. Uomini e donne di tutte le età siedono, solitari, su logore
sedie arenate a pochi passi dai carri, presidi umani di una povertà antica. Tu
ti fermi e contratti, senza possibilità di dialogo, un chilo di pesche.
Poco dopo
fermiamo la macchina sul ciglio della strada ed entriamo in un piccolo locale
che annuncia menù per i camionisti di passaggio. Carne, carne e ancora carne. Varchiamo
la porta, sperando di trovare qualcosa di tipico e a prezzi popolari. Il locale
in realtà è poco più che una baracca agghindata apparentemente a caso: pareti
in boiserie scura vagamente orientaleggianti, spolverini, reti da pesca appese
al soffitto, paraventi , foto del ventennio precedente, radiatori da montagna. Tutto
ciò a fare da cornice ad una decina di tavoli, apparecchiati con tovaglie di
cotone spesso, montanare. Seduto ad uno dei tavoli sta un uomo, l'unico,
intento a terminare il suo pranzo. Solleva un ciglio lanciandoci una breve
occhiata, e poi torna al suo pasto. Il padrone del locale smette di giocare con
una bambina di poco più di dieci anni, si alza dalla sedia e ci viene incontro,
perplesso. Cerchiamo di farci capire, domandando se è ancora possibile
mangiare. L'uomo, titubante, risponde di sì, seminando qua e là qualche parola
in inglese.
Il menù è,
ovviamente, rigorosamente in serbo. Ci guardiamo, sorridiamo, e scegliamo
pietanze a caso indicando col dito nomi impronunciabili dal listino. Mentre aspettiamo
studiamo la cartina ed il percorso dei prossimi giorni, ci raccontiamo quel che
ci aspettiamo, quel che ci piacerebbe vedere.
L'uomo
rientra nella sala e porta in tavola un vassoio straripante, una montagna di
cipolla sepolta sotto spiedini, braciole, patate, verdure. Tutto ottimo e più
che abbondante. Tu cerchi di complimentarti, alzando il pollice per dire
"buono", ma non sono sicuro che il padrone-cameriere-barista-cuoco
del locale abbia capito. E in fatti, qualche minuto dopo, rientra con un'altra
insalata. "Uno" gli avevi indicato con il pollice al cielo, ed
un'altra insalata ti ha portato. A quanto pare, il linguaggio dei gesti è
tutt'altro che universale. Mentre beviamo i nostri caffè turchi, tentando di
riprenderci dal cibo, raccontiamo all'uomo del viaggio che stiamo
intraprendendo. Lui ci sorride, col sorriso di chi guarda una vita ormai troppo
lontana dalla sua. Con un misto di compiacimento e rassegnazione.
Infialiamo la
porta e ci ritroviamo sotto un violento acquazzone estivo che spazza la strada.
Corriamo rapidi verso la macchina e puntiamo verso sud. È ora di lasciare la
periferia del Paese e puntare sulla capitale.
martedì 24 settembre 2013
staro hopovo - giorno 3
Mentre
schiacci il tuo solito pisolino, mi incammino lungo la strada. Mi faccio
accompagnare da un timido sole che illumina campi di cereali, vigneti e
prugneti. Osservo attentamente ciò che mi circonda mentre vi passo attraverso e per un attimo la campagna mi pare quella ordinata e pacifica della
Toscana. Poi i casolari mai terminati e quelli in disuso mi
riportano alla balcanica realtà. Per quasi un'ora seguo il
nastro di asfalto che si srotola sinuoso in mezzo ai campi, finchè torno a
salire ed entro nel recinto di un piccolissimo monastero, Staro Hopovo.
A lato del tracciato principale si trova una chiesina di pietra chiara di un'unica stanza, poco più che una cappella. Un piccolo ingresso, un leggero marcapiano su cui campeggiano archetti ciechi ed uno splendido mosaico dorato che mi guarda. Al di sopra, un rosone in miniatura, quasi un bottone traforato. Sull'altro lato si trova la casa dei monaci, un edificio modesto di una manciata di stanze al cui fianco si estende l'ampia copertura in legno che protegge i lunghi tavoli per i pranzi comunitari.
E qui, ad pochi chilometri dal precedente monastero, la vita mi sembra così diversa, così tanto più legata alla foresta che lo circonda, alla solitudine che li isola, al silenzio che alimenta la meditazione.
A lato del tracciato principale si trova una chiesina di pietra chiara di un'unica stanza, poco più che una cappella. Un piccolo ingresso, un leggero marcapiano su cui campeggiano archetti ciechi ed uno splendido mosaico dorato che mi guarda. Al di sopra, un rosone in miniatura, quasi un bottone traforato. Sull'altro lato si trova la casa dei monaci, un edificio modesto di una manciata di stanze al cui fianco si estende l'ampia copertura in legno che protegge i lunghi tavoli per i pranzi comunitari.
E qui, ad pochi chilometri dal precedente monastero, la vita mi sembra così diversa, così tanto più legata alla foresta che lo circonda, alla solitudine che li isola, al silenzio che alimenta la meditazione.
novo hopovo - giorno 3
Come
varchiamo la soglia del chiostro del monastero di Novo Hopovo ci ritroviamo circondati dalle chiassose voci
di un gruppo di turisti. Sciami di anziane signore zampettano sotto il portico
facendo incetta di souvenir sacri e prodotti locali.
La chiesa che domina il chiostro è stata restaurata recentemente ma reca ancora i segni della storia, delle battaglie e dell'incuria. L'ingresso è protetto da inferriate sulle quali campeggia la croce e da un portone dai rosoni vagamente arabeggianti. All'interno, sotto ciò che resta degli affreschi di chiara atmosfera orientale, i monaci camminano senza rumore, splendidi nel loro rigoroso vestire in nero, barba lunga e copricapi a capitello. Non posso fare a meno di osservarli muoversi silenziosi ed eleganti, misteriosi, a vestire una condizione ideale che tante volte ho agognato. Eppure una tristezza antica mi prende quando vedo la piccola bancarella che hanno allestito all'interno della chiesa, a pensare che questi uomini che hanno scelto il ritiro dalla civiltà abbiano dovuto trasformare il proprio artigianato in souvenir. Il frutto di secoli di fatiche spirituali piegato alle folcloristiche voglie di un'economia più forte.
La chiesa che domina il chiostro è stata restaurata recentemente ma reca ancora i segni della storia, delle battaglie e dell'incuria. L'ingresso è protetto da inferriate sulle quali campeggia la croce e da un portone dai rosoni vagamente arabeggianti. All'interno, sotto ciò che resta degli affreschi di chiara atmosfera orientale, i monaci camminano senza rumore, splendidi nel loro rigoroso vestire in nero, barba lunga e copricapi a capitello. Non posso fare a meno di osservarli muoversi silenziosi ed eleganti, misteriosi, a vestire una condizione ideale che tante volte ho agognato. Eppure una tristezza antica mi prende quando vedo la piccola bancarella che hanno allestito all'interno della chiesa, a pensare che questi uomini che hanno scelto il ritiro dalla civiltà abbiano dovuto trasformare il proprio artigianato in souvenir. Il frutto di secoli di fatiche spirituali piegato alle folcloristiche voglie di un'economia più forte.
lunedì 23 settembre 2013
novi sad - giorno 3
Parcheggiamo
su Beogradski kej, attraversiamo la strada e ci sediamo cavalcioni sull'argine.
Davanti a noi scorre placido il Danubio nel suo letto ampio, rigirandosi silenzioso
in questo sabato mattina d'agosto. Estraiamo piano le paste dal sacchetto ed
assaporiamo la vista della fortezza sulla sponda opposta.
Costruita già
prima dell'arrivo dei Romani, la fortificazione si erge a pochi passi dal fiume
su di un improvviso rilievo, dominando il borgo asburgico che sorge ai suoi
piedi e la città che venne successivamente costruita sulla sponda opposta per
ospitare la popolazione ortodossa, ossia la vera Novi Sad, Città Nuova. Infiliamo
una scala che si insinua nella terra e sbuchiamo nella parte austriaca, ancora
cinta da mura. Tetti a falda spioventi, bow-windows, scrostate insegne di bar, inquietanti
simboli del potere.
domenica 22 settembre 2013
katolička porta - giorno 2
Katolička Porta è la piazza sul lato
della cattedrale di Novi Sad. Questa sera (e, come scopriremo poi, ogni sera) è
gremita di ragazzi di tutte le età, ognuno con il suo personale botellòn. Cerchiamo
di evitare di finire come a Zagabria (a guardarci negli occhi al tavolino di un
bar) e decidiamo di unirci alla calca festante. Prendiamo qualche birra e ci
appostiamo vicino alla fontana. Dopo pochi minuti un ragazzo viene a chiederci
un cavatappi ed il gioco è fatto: in breve conosciamo Milan e la sua simpatica
combriccola. Milan è un ragazzo originario di un paesino poco fuori città e si
è trasferito qui per studiare. Dice che la città è molto interessante ed ha una
gran vita, grazie al fervore studentesco, e la piazza sembra dargli ragione. Sostanzialmente
il centro storico è costituito da due arterie principali: un boulevard pedonale
dove ogni locale è un bar che si espande sulla strada con tavolini e divanetti,
ed una strada stretta dove si concentrano i pub ed i clubs della città. Ci facciamo
qualche giro di birra insieme e poi bissiamo con quello che stanno bevendo loro,
un mix senza nome fatto di vino bianco e schweppes al limone.
Aleksandra, una ragazzona bionda molto
appariscente, ci racconta di come lavori per l'ufficio Erasmus tentando di
incrementare le possibilità per i serbi di andare all'estero. Una grande
opportunità per i ragazzi di qui per poter studiare fuori dal Paese, ma
purtroppo le borse sono poche. Li invitiamo a venire a trovarci a Bologna,
visto che nessuno di loro vincerà una borsa Erasmus. Milan ci guarda e dice che
il problema è che in Serbia non ci sono soldi, che c'è tantissima povertà. Loro
sono già fortunati a poter studiare in città, ma non possono fare vacanze,
lavorano per stare lì, e di andare all'estero, purtroppo, non se ne parla. Auguriamo
loro, goffamente, che aprano delle connessioni low-cost con l'Italia, per
poterli ospitare in un futuro.
Poco prima di mezzanotte riveliamo che è il
mio compleanno e quindi, tutti insieme, scoliamo i bicchieri e ci trasferiamo
in uno dei clubs vicini. Varchiamo la porta e ci infiliamo dietro ai nostri
nuovi amici nella calca del locale. Una musica hip-hop sparata a tutto volume
fa muovere i corpi come nei videoclip e le ragazze non perdono occasione per
mostrare come hanno imparato a scuotere i loro averi. Io e te ci guardiamo, silenziosamente
basiti. La notte procede al ritmo di gin tonic e birre, passando da un locale
all'altro, attraversando sale dove la musica a noi pare decente ma non ad
Aleksandra, che guida i giochi. Quando tutti i locali chiudono Milan, tutto
emozionato, ci trascina nel posto che fa la "miglior pizza della
città". È un banco che serve le pizze direttamente in strada, e non è
niente male. Qui finalmente riusciamo a parlare un po' con Bojana e Danijela
che, ormai prede dell'alcol, tentano di esprimersi in un fantasioso inglese. Tutta
gente molto simpatica, piena di vita e di quella semplicità che contraddistingue
aree dove la ricchezza ancora non ha corrotto la genuinità.
Quando ormai ogni speranza di trovare
qualcosa aperto svanisce, salutiamo i nostri momentanei compagni di viaggio e
ci ripromettiamo di vederci in Italia. E un hvala di cuore raggiunge ognuno di
loro.
monastero di grgteg - giorno 2
Usciamo dalla
porta della rimessa sperando che nessuno ci veda, ma appena ritorniamo alla
luce del giorno due paia d'occhi ci fissano. Automaticamente cerchiamo di
calarci velocemente nella parte dei turisti ingenui portando la mano alle
nostre macchine fotografiche, come fosse una scusa. La suora, tarchiata e
sorridente, si avvicina domandandoci qualcosa in questa lingua che non
conosciamo. Rispondiamo in un inglese stentato che stavamo giusto facendo
qualche foto. La ragazza si allontana dalla macchina, ci viene incontro e ci dice che non
si può passare dalla rimessa, che è una zona riservata alle suore del monastero. Ci
profondiamo in scuse idiote e mi preparo a ridiscendere il sentiero per tornare al
parco naturale. Ma vengo colto alla sprovvista dalla tua domanda: "Sapete se da queste
parti possiamo trovare un posto dove mangiare qualcosa?". Io, la suora e la ragazza
ti guardiamo, perplessi ed increduli allo stesso modo. Due turisti stranieri, a
piedi, senza auto, in mezzo al Parco Naturale presidiato solo da qualche
monastero, che cercano un posto dove mangiare come fossero in un parco
d'attrazioni. La ragazza traduce per la suora che, inaspettatamente, si
illumina e le risponde. La ragazza ci dice che le suore hanno già cenato
(saranno le sei) e che ora è un momento di depurazione spirituale e fisica. Ma se
ci accontentiamo di un cibo tradizionale, molto semplice, suor Teodora sarà
contenta di servircelo. Imbarazzati (a questo punto entrambi) rispondiamo che
se non è troppo un disturbo accettiamo volentieri. La ragazza ci affida alle
cure della suora e ci saluta.
Ci ritroviamo
nel refettorio e suor Teodora, evidentemente la cuoca, comincia portarci
diversi piatti. La nostra interprete se n'è andata e quindi la comunicazione si
risolve sempre in una sorta di ossequioso ringraziamento. Sul tavolo arrivano
patate lesse, pane ai cereali, una zuppa, dei pomodori, frutta, vino. Ci
lanciamo sulla zuppa e scopriamo cosa fosse l'aroma che pervade il convento:
aglio. Aglio in ogni dove. Nelle patate,
nei pomodori, nella zuppa; trecce d'aglio appese alle catene del portico, alle
pareti. Evidentemente lo usano come un disinfettante naturale.
Cerchiamo di
comunicare con suor Teodora che però non mastica altro che serbo. Lei alza il dito al cielo (universale gesto per dire che ha avuto un'idea) e
scompare fuori dal refettorio. Ritorna presentandoci una sua sorella che,
evidentemente, parla un po' di inglese. Ci intratteniamo un po' con lei
spiegando chi siamo e da dove veniamo. Dopo poco la sorella si accomiata ed
esce. All'arrivo dell'ennesima portata cerchiamo di ringraziare la cuoca,
tentando di farci comprendere a gesti e con l'unica parola imparata fino ad
ora: "dobro", cioè "buono". In risposta la suora ritorna con un'altra consorella a
farci da traduttrice. E così andiamo avanti per almeno un'ora, cambiando
interprete altre 4 volte, e conoscendo, nell'ordine, altre due suore, un monaco
tutto vestito in nero e con la barba lunga, la madre superiora ed una signora
con il velo, di Mostar, probabilmente una novizia.
Rifocillati comunichiamo
che vogliamo partire prima che faccia buio perchè abbiamo quasi un'ora di
cammino per arrivare alla macchina, parcheggiata lungo la strada nel Parco. Teodora si preoccupa subito, dicendoci (tramite
l'interprete occasionale) che se lo sapeva diceva a sua sorella di portarci in
città! Ma ormai è tardi! E la foresta è pericolosa, ci sono i drogati la notte!
Io e te ci guardiamo, dicendole di non preoccuparsi, che staremo attenti, che
abbiamo la torcia, che il sentiero è il medesimo fatto all'andata e dunque non
c'è pericolo, e che partiremo all'istante per evitare il buio.
Le suore
respingono vivamente ogni nostro tentativo economico di ringraziarle ed ogni
forma di offerta per il monastero. "Farete una donazione la prossima volta
che verrete a trovarci", ci dicono, sapendo che non succederà mai.
Sulla soglia
del monastero suor Teodora sorride dei nostri abbracci di ringraziamento
("the italian mode") e ci segna con una benedizione ortodossa. La ringraziamo
e prendiamo per il bosco.
Ovviamente il
buio è più rapido del previsto nel fitto degli alberi ed il nostro passo vola
spedito contro il tempo, prima di ritrovarci completamente ciechi in un Parco
che non conosciamo. Mentre cerchiamo di orientarci con i pochi dettagli che
ricordiamo dell'andata, mi ritrovo a pensare che sarebbe bello che il Dio di
queste terre desse ascolto ad una benedizione pronunciata nella sua lingua.
la sfida
Ma, essendo
Barry, dopo un po' si sarebbe stufato, perché più che altro gli piacevano gli
inizi delle cose. Capisci quello che voglio dire? Gli faceva piacere rendersi
simpatico alla gente, farla arrendere. Gli faceva piacere occuparsene. Ma appena
la gente gli si era arresa, la sfida era finita, capisci, e la lasciava
perdere. Si annoiava. Come ha fatto con te. È per questo che non aveva amici
intimi.
Aidan
Chambers, Un amico per sempre
giovedì 19 settembre 2013
some prefer cake
Si spengono
le luci e parte il video.
La ragazza
si sveglia in un letto che non è il suo senza ricordare come ci sia finita,
dopo la festa, e cosa sia successo. Mentre cerca di rivestirsi nota
nell'armadio solo indumenti femminili. Ed è proprio una ragazza quella che
entra dalla porta e, augurandole buongiorno, le stampa un bacio sulla bocca.
Il documentario che segue,
invece, racconta l'esperienza della regista all'interno del campo Burning Man,
nel deserto del Nevada. Una città temporanea, una distesa di decine di migliaia
di persone che per poco più di una settimana all'anno lavorano e festeggiano
insieme dando vita al più grande esperimento comunitario di autoespressione
radicale ed arte. Al suo interno si trova il campo Beaverton, oasi che accoglie
lesbiche, bisessuali, trans, genderqueer. E per quei otto giorni di fuoco non
c'è limite a nulla.
Si riaccendono
le luci tra gli applausi generali.
Mi guardo
intorno. Mai viste tante ragazze tutte insieme. E mai visti tanti capelli corti
in testa a delle ragazze, tutti insieme. Anche il motociclista davanti a me,
capello a scodella anni '80 e giacca della Dainese, si volta rivelandosi una
donna. Onestamente, a parte il fotografo, non riesco ad individuare un altro
uomo in sala, ma molte donne in versione mascolina.
C'è poco da
sorprendersi in ogni caso. Sono io l'anomalia all'interno di "Some prefer
cake", il festival del cinema lesbico di Bologna.
martedì 17 settembre 2013
fruska gora - giorno 2
Ci sediamo
ad uno dei tavoli in legno immersi nel bosco, intorno alla casa montana che
funge da ristorante. Tu stai male, uno strano mal di testa pre-hangover, ed
abbiamo bisogno di un caffè, o almeno di un bicchiere d'acqua dove sciogliere
l'antidolorifico. La fortuna è che il cameriere parla un po' di inglese, la
sfortuna che non ha caffè. E, a dire il vero, neppure acqua corrente. A quanto
pare hanno avuto un problema con le condutture e sono senza acqua . La visita
al bagno lo conferma. Guardiamo la piccola stradina di fronte a noi dove auto e
camion serpeggiano verso la cima alla spossante velocità di 20 km/h. Siamo
ormai piuttosto lontani da Ruma, dove abbiamo abbandonato l'autostrada per
Belgrado, e non vogliamo tornare indietro senza aver visto il parco di Fruska Gora.
Chiediamo informazioni su come arrivare alla casa del parco ma il cameriere
dice che non ne esiste nessuna, nessun info-point. Poi ci pensa un po' sù e ci
dice che potremmo andare in una casina dove si trova un vecchio, bussare alla
sua porta e provare a chiedere. Lui dovrebbe poterci aiutare.
La strada è
un disastro. Letteralmente. Crateri, voragini scavate in una strada bianca di
ghiaia e sassi. Dopo un certo numero di curve troviamo una casa tra gli alberi.
Il signore anziano che sta seduto all'ingresso non parla inglese, e chiama il
nipote. In uno stentato tentativo di comunicare ci mostra la pianta del parco, che se vogliamo
possiamo comprare, ma di informazioni rispetto a sentieri e punti dove
accampare riesce a darcene ben poche. Risaliamo in macchina pronti ad
addentrarci nella selva e conquistarci i primi chilometri di natura balcanica.
Inaspettatamente dal fogliame emerge una svettante torre delle telecomunicazioni, una scultura in cemento alta quasi duecento metri. Ciò che colpisce è la grande voragine che sventra il corpo sferico che si trova a metà della torre. Solai divelti, armature come tessuti rappresi ad annaspare nell'aria, scale monche, infissi esangui come scheletri sciacallati dal tempo, intonaci sbucciati dall'incuria e dalle intemperie.
Ecco qualcosa
che si avvicina a quello che desideravamo incontrare. Le tracce del dramma dei
Balcani.
Inaspettatamente dal fogliame emerge una svettante torre delle telecomunicazioni, una scultura in cemento alta quasi duecento metri. Ciò che colpisce è la grande voragine che sventra il corpo sferico che si trova a metà della torre. Solai divelti, armature come tessuti rappresi ad annaspare nell'aria, scale monche, infissi esangui come scheletri sciacallati dal tempo, intonaci sbucciati dall'incuria e dalle intemperie.
in transito - giorno 1
- Solo per
una notte, sì.
Sandra sfoggia
il suo sorriso e ci precede. Magra e dinoccolata, sguscia al di fuori della
porta, attraversa il ballatoio e ci mostra la nostra stanza. La doccia dietro
un paravento, il water sul ballatoio.
Affrontiamo la
nostra cena frugale a base di tupperware e chiacchieriamo un po' con i ragazzi
di passaggio per la sala. Chi va a Belgrado, chi viene di lì, chi è in viaggio
per l'Europa da tempo. Riposano le loro membra per qualche minuto, chiamando
temporaneamente casa questo divano. Tutti stranieri, tutti nomadi, tutti
momentaneamente immigranti.
Ulica Ivana
Tkalčića è piena di vita. Due file di basse case tradizionali, di chiaro stampo
montano, si fronteggiano lungo una via che serpeggia verso l'alto. Ogni piano
terra è un bar, un pub, un ristorante. Ognuno con la sua terrazza a colonizzare
e rendere fertile la strada, il suo gruppo musicale a trattenere i turisti. Ci sediamo
mentre il fresco della notte comincia ad entrarci dentro, assaporiamo le nostre
bollicine e ci godiamo alcune ottime cover dal vivo.
martedì 10 settembre 2013
a un palmo di naso dalla tua pelle
Come un gruppo Metal
In un locale vuoto
Con due vecchi al bancone
Ti sentirai
Come un cecchino
Senza le munizioni
Al suo primo lavoro
Ti sentirai
Animale da ghiaccio ai tropici
Vegetariano costretto a tritare carne
Per campare…
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
Naufrago leghista
Salvato da un rumeno
Residente a Milano
Aspira polvere nel deserto
Un nuovo sospettato
In un caso già chiuso
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
In un locale vuoto
Con due vecchi al bancone
Ti sentirai
Come un cecchino
Senza le munizioni
Al suo primo lavoro
Ti sentirai
Animale da ghiaccio ai tropici
Vegetariano costretto a tritare carne
Per campare…
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
Naufrago leghista
Salvato da un rumeno
Residente a Milano
Aspira polvere nel deserto
Un nuovo sospettato
In un caso già chiuso
Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti
La distruzione di un amore - Colapesce
lubiana - giorno 1
Alziamo gli
occhi, passeggiando per il centro di Lubiana - asburgico oltre ogni nostra
previsione, tetti spioventi a costeggiare il corso, strade ordinate ed intonaci
come nuovi - locali ispirati all'Italia, al Messico, gallerie d'arte seminate
lungo la salita che porta al castello, sù, in cima alla collina - giardini e
parchi a trapuntare la trama cittadina, stretta tra la collina della fortezza e
lo sterminato parco Tivoli - un fiume che scorre placido tra le sponde murate e
le balaustre pompose, influenzato anch'esso dal rigore dell'antico Impero - l'impressione
che tutto sia fin troppo preciso e ordinato, la sensazione di stare dentro una
di quelle sfere di cristallo in cui città in miniatura sono racchiuse,
splendide e senza macchia, folcloristiche fino all'eccesso, in attesa che
qualcuno le scuota e che, finalmente, nevichi.
Alziamo gli
occhi, passeggiando per il centro, e gioiamo per il grappolo di scarpe appese
ai cavi della luce. Proprio quello che desideravamo. Un abbozzo di neve ad
agosto.
lunedì 9 settembre 2013
tutt.uno
Mi faccio
trasportare dal tempo, inerte ed ebete come polline al vento, tutto osservando
e nulla dicendo. Il mondo passa attraverso gli occhi come un film muto, come il
paesaggio dai finestrini del treno. I suoni mi sciacquano i timpani, la pelle a
gioire della brezza. Ed il palato sedotto dai mille sapori di questa terra.
La libidine
di una cascata d'acqua domestica a lavarmi il capo, dei fichi che si sciolgono
in bocca, della pastella fritta, delle verdure del campo. Della genuinità di
una terra ancora viva. Della massività che ci accoglie tra le sue braccia di
pietra.
mercoledì 4 settembre 2013
sinapsi di pietra
Mura possenti ci circondano. Pareti come madri ci
abbracciano, massicce, tonde, morbide. È nel ventre della terra, in stanze
quadrate, sotto coni che allattano il nostro spirito; tra nicchie che
nascondono l'inessenziale, sulla pelle di intonaci illuminati dall'ultimo sole,
è qui che ritroviamo noi stessi, egoisti schizofrenici dalle manie
esistenziali.
È qui, su pavimenti lisciati dai decenni, circondati da campi a perdita d'occhio, da alberi che danno ombra e frutti, da qui fino al lungo orizzonte; è qui, nel tempo che è antico ed il clima è amico, che noi ritroviamo, finalmente, noi stessi.
È qui, su pavimenti lisciati dai decenni, circondati da campi a perdita d'occhio, da alberi che danno ombra e frutti, da qui fino al lungo orizzonte; è qui, nel tempo che è antico ed il clima è amico, che noi ritroviamo, finalmente, noi stessi.
martedì 3 settembre 2013
di paese
Si agita,
euforico. Salta e volteggia come fosse in preda a qualche strano spirito -oltre
a quello alcolico, si intende. Solleva ritmicamente il cappello da cowboy rivelando una calvizie avanzata che a nessuno
interessa. I vestiti (la giacca color panna, il panciotto, la camicia chiara) stentano
a contenerne l'entusiasmo e ci trascinano nelle feste di paese di tanti anni
fa, le feste che conosciamo solo dai racconti altrui e da qualche foto
seppiata. La banda, uscita direttamente dalle sagre di un'Italia ormai
scomparsa, fa cerchio intorno a lui raccogliendone l'allegria e trasformandola
in melodie.
Attorno una
folla festante di tutte le età si accalca in ogni dove. Gradini, lampioni,
balaustre, terrazzi, tetti, mura. Il borgo di Ceglie Messapica viene assaltato
per una notte dall'orgoglio di essere paese e di sapere ancora gioire dei piccoli
piaceri. E a ricordarlo è un Vinicio particolarmente sbronzo inquadrato da una
cupola di stelle.
lunedì 19 agosto 2013
la crisi
Non
possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a
fare le stesse cose.
La
crisi è la più grande benedizione per le persone e le
nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come
il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge
l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera
sé stesso senza essere "superato".
Chi
attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso
talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la
crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle persone e
delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta
agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di
ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di
crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo.
Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi
pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per
superarla.
Albert Einstein
mercoledì 7 agosto 2013
una ragione
Aveva un bisogno disperato di loro, non solo per i favori,
non solo per quello che avrebbe potuto ottenere a vantaggio di Yankel e di se
stessa e che Yankel non poteva permettersi, ma perchè fornivano dita per tappare
i fori nella diga che tratteneva la verità a lei nota: cioè che non amava la
vita. Che non c'era una ragione convincente per vivere.
Ogni cosa è illuminata - Jonathan Safran Foer
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