giovedì 19 settembre 2013

some prefer cake



Si spengono le luci e parte il video.
La ragazza si sveglia in un letto che non è il suo senza ricordare come ci sia finita, dopo la festa, e cosa sia successo. Mentre cerca di rivestirsi nota nell'armadio solo indumenti femminili. Ed è proprio una ragazza quella che entra dalla porta e, augurandole buongiorno, le stampa un bacio sulla bocca.
Il documentario che segue, invece, racconta l'esperienza della regista all'interno del campo Burning Man, nel deserto del Nevada. Una città temporanea, una distesa di decine di migliaia di persone che per poco più di una settimana all'anno lavorano e festeggiano insieme dando vita al più grande esperimento comunitario di autoespressione radicale ed arte. Al suo interno si trova il campo Beaverton, oasi che accoglie lesbiche, bisessuali, trans, genderqueer. E per quei otto giorni di fuoco non c'è limite a nulla.

Si riaccendono le luci tra gli applausi generali.
Mi guardo intorno. Mai viste tante ragazze tutte insieme. E mai visti tanti capelli corti in testa a delle ragazze, tutti insieme. Anche il motociclista davanti a me, capello a scodella anni '80 e giacca della Dainese, si volta rivelandosi una donna. Onestamente, a parte il fotografo, non riesco ad individuare un altro uomo in sala, ma molte donne in versione mascolina.

C'è poco da sorprendersi in ogni caso. Sono io l'anomalia all'interno di "Some prefer cake", il festival del cinema lesbico di Bologna.

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