giovedì 23 maggio 2013

piuttosto che fare



E quella industriosità anaffettiva che ci riduce a manovali ciechi, cani di pietra, formichine laboriose e incoscienti che non sollevano il capo. Pietre sul greto della storia che si fanno levigare senza opporsi.

Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.
Giovanni Falcone

martedì 21 maggio 2013

contadino



"Guardi Luisa, questa mattina sono venuti .. saranno stati in 5, tutti della mia età. Vengono da me e mi chiedono se ho le pere. Ma io dico, come si fa? In che mondo siamo finiti? Figli di contadini. Perchè quando ero piccolo io in Italia eravamo tutti figli di contadini, chi non era contadino? Io capisco se mi viene un giovane, uno che ha studiato e magari non ha mai visto un pero in vita sua - dice riferendosi a me, in un insulto senza offesa- e mi chiede delle pere a maggio, ma un contadino, un contadino! Vuol dire essere proprio fuori dal mondo. Non lo sanno che le pere si cominciano a raccogliere da metà giugno? Se le vogliono adesso arrivano dall'Argentina. Che mi va bene, va benissimo la varietà. Ma che venga da me, un produttore imolese, di prodotti tipici, a chiedere delle pere a maggio..."

lunedì 20 maggio 2013

sposiamoci



"Io sono il tuo Principe e tu mi sposerai" disse Humperdinck.
Buttercup mormorò:"Io sono la tua serva e rifiuto".
"Io sono il tuo Principe e non puoi rifiutare".
"Sono la tua serva fedele e l'ho appena fatto".
"Rifiutare significa morire".
"Uccidimi, allora".
"Sono il tuo Principe e non sono così male ... Come puoi preferire la morte piuttosto che sposarmi?"
"Perchè" replicò Buttercup "matrimonio significa amore, e non è il mio passatempo preferito. Ci ho provato una volta e mi è andata male e ho giurato che non amerò nessun altro".
"Amore?" disse il Principe. "E chi ha parlato di amore? Io no di sicuro. Ascolta: deve esserci sempre un erede maschio al trono di Florin. Adesso sono io. Una volta morto mio padre, non ci sarà più un erede, ma un re. Sono ancora io. Quando succederà, mi sposerò e proverò ad avere figli finchè non arriverò un maschio. Quindi hai due possibilità: sposarmi e diventare la donna più ricca e più potente nel raggio di mille miglia, regalare tacchini per Natale e darmi un figlio, o morire tra strazi e tormenti, in un futuro molto prossimo. A te la scelta".
"Non ti amerò mai".
"Non saprei che farmene, del tuo amore".
"Va bene, allora sposiamoci".

La principessa sposa - William Goldman

mercoledì 15 maggio 2013

la prossima volta



Certo, avrei potuto dirti che andavamo verso i monti, verso il freddo, verso la neve. Ma dopo come avresti fatto ad arrabbiarti?

Nel paesino non c'era un'anima. Le prime ore del sabato pomeriggio annunciavano bufera, l'aria carica d'inverno pronta a scatenarsi. Tutti erano rintanati dietro spessi portoni, al riparo di camini fumanti.
Noi, seduti sulle doghe in legno del teatro all'aperto, consumavamo i nostri panini combattendo il freddo con una birra gelata.
Infilammo la porta della rocca che fuori cominciava lo spettacolo. Una tormenta coi fiocchi (propriamente) si riversava sul basso Appennino romagnolo sbiancando campi e tetti, cristallizzando uliveti e pinete. Percorremmo il cammino di ronda sferzati dal vento e dalla neve, attenti a dove poggiavamo i piedi. Sullo sperone di roccia di fronte a noi si trovava la torre dell'orologio, la sua immagine raspata dal bianco si confondeva, scompariva a riappariva in una corrente di fiocchi di nebbia.

Ed è da qui, dalla sommità del torrione di Brisighella, in una valle spatolata da una nevicata improvvisa e muta, che penso che effettivamente il piumino ci poteva stare. Magari la prossima volta te lo dico prima.

una mano lava l'altra



L'aria è calda nel primo pomeriggio domenicale. Le strade vuote, nuvole di pollini si sollevano per poi tornare a terra. In questa afa embrionale ci trasciniamo per la ChinaTown bolognese ed entriamo in un bar. Mentre aspettiamo il nostro caffè ci diamo un'occhiata intorno. Una signora non proprio anziana, tiene una piccola bimba dalla faccia lunare sulle sue gambe. Non la culla, non ci gioca, non le parla. Semplicemente la tiene in grembo. Un gruppo di giovani seduti al tavolo fuori stanno giocando a mahjong. Ribaltano grandi tessere che somigliano a quelle del domino e le spostano. Alle mie spalle un accento napoletano discute con un accento cinese.
Per la signora in qualche giorno dovremmo riuscire ad avere tutti i documenti - afferma serenamente la Campania.
D'accordo, e invece come facciamo per la ragazza ed i suoi figli? - si informa l'altro.

Lecito o no, non lo sapremo mai. Ma sembravano tanto due mafie che si davano una mano.

mercoledì 8 maggio 2013

hamami ancora - day 5



Ci dirigiamo a passo spedito in direzione del Gran Bazar. È tardi e tra poche ore dovremo fiondarci all'aeroporto, ma prima c'è una cosa che dobbiamo fare. Ci fermiamo in un piccolo negozietto che straripa frutta sulla strada, prendiamo un succo di melograno ed una spremuta d'arancia fatti al momento, due dolci e ci sediamo su una panchina a fare colazione. Intorno a noi la città si prepara per tornare ad essere quella galassia di mercati che è ogni giorno.
Entriamo nel Hamami Cemberlitas, uno dei bagni turchi più famosi ed antichi della città. L'edificio, progettato dall'architetto Sinan alla fine del XIV secolo, si offre con una corte coperta intorno alla quale corrono 3 piani di ballatoi in legno. Paghiamo e ci dividiamo. Io infilo la scala che mi porta alle piccole cellette vetrate al primo piano. Qui mi spoglio e vesto il telo tipico. Ridiscendo al piano terra ed entro da una grande porta. Immediatamente gli occhiali si appannano e tutto si immerge in una nebbiolina calda. La sala è molto ampia e su ognuno degli otto lati che la compongono si aprono nicchie con piccole fonti. Una maestosa cupola sovrasta lo spazio centrale lasciando penetrare la luce attraverso alcune piccole feritoie a forma di stella. Al di sotto della cupola una grande piattaforma ottagonale in pietra occupa il centro della sala. Mi ci sdraio, respirando affannosamente. La pietra è caldissima, al limite del sopportabile. Come prima cosa devo sudare, mi pare di aver capito da chi mi ha indirizzato qui dentro. E questo lo so fare.
Appoggio gli occhiali e mi rosolo su entrambi i lati lasciando che il pensiero vaghi per le nebbie e le ombre della stanza. Di fianco a me due ragazzi parlano tra loro in una lingua a me sconosciuta.
Poi entra il mio massaggiatore. Prende un guanto di crine e comincia a rasparmi mentre cerca di comunicare in un inglese basilare, al quale rispondo a monosillabi, tramortito dalla manipolazione. Mi sento un po' impacciato, sbattuto in ogni dove mentre un uomo che potrebbe essere mio babbo mi insapona. Said ha il fisico nerboruto e asciutto, il volto ricoperto di rughe, e lavora al hamami da 35 anni. Dopo avermi insaponato mi fa sedere di fianco ad una fonte e comincia a versarmi sulla testa secchiate di acqua bollente da togliere il respiro.
Finito il massaggio torno nella mia celletta e me ne rimango un quarto d'ora in contemplazione del soffitto. Caravanserraglio, madrassa, hamami, moschea. Cerco di immedesimarmi nella grande cultura che permeava l'impero ottomano, a cavallo tra fascino e ripugnanza dell'Occidente. Di certo anche loro, come i romani, sapevano rilassarsi.
Mi siedo trai tavoli della grande corte coperta ed osservo le altre persone passeggiare ai piani superiori, altri turisti come me che non sanno dove andare. Asciugamani vengono stesi ai fili e poi riposti con cura.
Quando mi raggiungi la tua faccia rasenta l'iconografia della visione mistica. E mi racconti del mondo che si trova dentro l'hammami femminile. Delle grandi donnone che ti manipolavano, delle pozze di acqua calda e fredda, dell'aroma, delle ragazze che dal nulla hanno cominciato a dimenarsi in un'improvvisata danza del ventre proprio sopra la grande pietra ottagonale, sotto la scena della cupola. Una visione di altri tempi.

martedì 7 maggio 2013

zeki - day 4



Risaliamo nuovamente la collina per poi ridiscendere in direzione del nostro hotel. Sfiliamo per queste vie silenziose che abbiamo imparato a conoscere, il passo sicuro sotto le stelle. Scolliniamo e ci ritroviamo sul palcoscenico della città, nel giardino dove Aya Sofia e la Moschea Blu si fronteggiano da secoli, silenziose. La fontana è in funzione e lancia nell'aria spruzzi colorati che si stagliano contro il cielo ed i volumi plastici delle due moschee. Gli ultimi reduci della notte, qualche coppietta ed alcuni irriducibili venditori ambulanti presidiano le panchine che circondano lo specchio d'acqua. Ci sediamo a goderci lo spettacolo, consci che domani tutto questo sarà solo un ricordo. I richiami dei muezzin che scandiscono le ore della giornata, come una volta le campane delle chiese. Gli uomini sempre indaffarati a vendere qualcosa, ovunque e qualsiasi tipo di merce, in questa città perennemente in vendita. Le donne intraviste nei quartieri poveri, nei parchi pubblici o in qualche bazar, intente ad arginare l'esuberanza di bambini cenciosi, a tenere insieme case decrepite, a lavorare nell'ombra. I dolci, bombe caloriche ad alta densità, l'onnipresente tè che viaggia per le vie della città su splendidi vassoi in metallo, l'aroma di narghilè, il cibo, ottimo ovunque lo abbiamo mangiato. E mentre ripasso mentalmente quello che questa città ci ha svelato di sè, dal cielo cominciano a scendere le prime gocce, ad interrompere il mio commiato ideale. Lentamente ci alziamo e procediamo sfilando sul lato della Moschea Blu. Lasciandomi alle spalle il parco Sultanahmet mi torna alla mente quando, per andare a casa, dovevo passare tra duomo e battistero, nelle notti fiorentine, sorprendendo la mole ricca e imponente di Santa Maria del Fiore assopita. E la meraviglia era un po' la stessa che provavo guardandoti, mentre dormivi al mio fianco.
Scartiamo tutti gli altri locali tipici e ci fiondiamo nei bassi fondi del nostro quartiere per l'ultima sera sotto l'egida della mezzaluna. La parete gialla e tanti piccoli vasi colorati appesi ci danno il benvenuto al bar reggae. Ci sediamo su poltrone fatte di copertoni e tavoli ricavati da botti in legno. Un ragazzo si avvicina tranquillamente e ci chiede cosa può portarci. Cappello da Indiana Jones, occhialetti, bretelle, torna verso il bancone non prima di averci lasciato la piacevole sensazione di essere in un posto accogliente.
Le birre si inseguono, il narghilè fomenta i pensieri e le parole, le patatine alimentano le disquisizioni notturne. E passiamo in rassegna tutto, passato e futuro, andando alla deriva sulle note di Elvis. Ed è un po' come ritrovare qualcosa, forse qualcosa che non si è mai avuto o che si è sempre temuto. Chissà. Tutto è confuso e sereno, ed i pensieri si fondono alle canzoni.
Zeki, così si chiama, ci chiede di fare una foto con lui e di lasciargli uno schizzo per il bancone. In preda al furore tracciamo visioni oniriche e scritti criptici, riversando sulla carta il manifesto desiderio di tornare qui, un giorno. Come se avessimo trovato un amico.

venerdì 3 maggio 2013

che pesci pigliare - day 4



Ancora una volta imbocchiamo la porta di un bar, piccolissimo, nei meandri di Galata. Davanti al bancone, un semplice e piccolo ripiano in legno,  l'unico tavolo è occupato da alcune ragazze presumibilmente canadesi. Ma non è questo ad averci attirato. Al di sopra del bancone si trova un tavolato in legno, un soppalco, e nascosto da mobili e cianfrusaglie d'epoca intravediamo un paio di sgabelli. Chiediamo di poter salire e l'anziano uomo ci dice che non c'è problema, ma che il tè dovremo portarcelo sù da soli. Per chiarirsi indica la scala: poco più che una scala a pioli.
I mattoni a vista e le voltine intonacate si sposano alla meraviglia con il tavolato inchiodato del soppalco, sul quale si trova il più piccolo bagno che io abbia visto: due pareti in perlinato appoggiate tra la scala ed il muro. Ed intorno a noi c'è un po' di tutto. Uno sgabello di reminiscenze romane, una cornice con un bassorilievo rappresentante un sole, una bandiera della Turchia, una credenza vetrata, scatoloni di ciarpame, bicchierini, tazzine e servizi da tè. Quando finalmente riesco a portare al nostro tavolo i chai, il barista mi urla da basso che lo zucchero lo trovo là, in alto sulla mensola, al di sopra della scala.

Facciamo ritorno nuovamente verso Sultanahmet, dove abbiamo in previsione di andare a mangiare in un ristorante con terrazza vista Mar di Marmara. Imbocchiamo la solita strada che ci porta fino al ponte di Galata ed al mercato del pesce. Il profumo di pesce alla brace che ci inonda è decisamente troppo allettante per ignorarlo e ci attardiamo per l'ennesima volta trai banchi. Una bancarella, una griglia ambulante, offre pesce arrostito. La tentazione è troppo forte e ne prendo uno. Il ragazzo sceglie un pesce cui ha già asportato testa e coda e lo appoggia sulla graticola. Con un arnese simile ad un attizzatoio comincia a spellarlo e poi, con perizia degna di un samurai, incide e spina il pesce senza tagliarlo, con mosse di una rapidità impensabile. Una volta pronto mette il pesce tra due fette di pane, lo guarnisce con insalata, verdure e salse varie e la mia cena è pronta. Per meno di cinque euro. Ottimamente spesi.
Oltrepassato il ponte vediamo la stessa scena sull'altra sponda, ma questa volta i pesci vengono cotti sulle barche attraccate, sorte di piccole imbarcazioni che sembrano uscite da un film su Singapore, ed i panini lanciati direttamente ai clienti che stanno sulla riva.

Mentre consideriamo di ignorare il ristorante per vagare ancora per i vicoli, ci infiliamo nella Moschea Nuova. Da poco i muezzin hanno chiamato a raccolta i fedeli ed il loro canto ha risuonato per tutta la città. Dietro di noi giunge un ragazzo in giacca e ventiquattrore, cammina spedito fino alla fonte. Si lava mani e piedi e poi si infila difilato nella grande sala della moschea. Noi restiamo nel cortile, a guardare le stelle fare capolino trai minareti e a discutere di prospettive. Gli occhi stanchi e contenti di tanto vedere, i piedi di tanto andare.

mercoledì 1 maggio 2013

venticinque aprile



Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.

Wu Ming - Altai

narghilè - day 4



Scendendo per Soğuk Çeşme Sokak ci imbattiamo nuovamente in un microscopico bar che avevamo già notato in precedenza. Il chioschino di fatto consiste in un bancone ed una serie di terrazzamenti che seguono la pendenza della strada. Su ognuno di questi, panche in ferro battuto con cuscini ricamati da motivi orientaleggianti raccolte intorno a bassi tavolini. Il sole batte dolce sulle mura di cinta che fanno da scenario alla visione. Un richiamo ineludibile.
Dopo averci portato i consueti tè, il ragazzo ci fa odorare un composto e ci chiede se vogliamo provarlo. Attraversa la piccola stradina, armeggia al piano basso di una casa in legno diroccata e, guardando il gatto che sonnecchia sul divano di fronte a lui, avvicina la fiamma ossidrica per accendere il carbone. Poco dopo ritorna con il nostro narghilè e l'impasto di tabacco e mele comincia a spandere il suo aroma morbido nell'aria.
Un altro ragazzo si siede di fianco a noi sulla panca e comincia a chiacchierare mentre predispone davanti a sè una serie di piccoli recipienti in terra cotta. Ci racconta con un sorriso che questi dieci giorni sono pieni di lavoro, che tanta gente in Europa ha le ferie e viene a passarle a Istanbul. Mentre parla apre un pacco di cellophane, ne estrae il tabacco aromatizzato e comincia a riempire i piccoli contenitori. Li ricopre con abilità uno per uno con un foglio di carta stagnola, la fora leggermente, et voilà, i narghilè per il primo pomeriggio sono pronti.
All'improvviso di lontano si insinua un canto, seguito poi da tanti altri a fargli eco, vicini e lontani. I muezzin hanno cominciato a richiamare i fedeli alla preghiera in tutta la città. I ragazzi si avvicinano all'impianto hi-fi e lo spengono. Non penso siano particolarmente osservanti, non sembra, ma per tutto il tempo della preghiera la musica rimane spenta, mentre loro continuano a lavorare. Come consuetudine, continuano a riempirci i bicchierini di chai, il tè turco, almeno finchè non appoggiamo il cucchiaino di traverso sul bordo del bicchiere stesso. E così, storditi dal sole e dal tabacco, ci spostiamo in cerca di un posto dove mangiare qualcosa.
Risalendo nuovamente verso Aya Sofia adocchiamo un locale che ci ispira fiducia ed chiediamo due kebap da portare via. Mi volto per cercare la cassa e mi ritrovo una sorridente ed allucinata faccia dai lineamenti inconfondibilmente nipponici che mi domanda se abbiamo già ordinato. Gli rispondo di sì e lui, tutto felice, mi chiede se sono italiano. Sì, perchè? - mi informo incuriosito. Perchè solo gli italiani invece di dire yes dicono yeeeeeeeeeeeees. E ci facciamo quattro risate.

Il parco Gülhane si estende tra Aya Sofia, il palazzo Topkapi ed il Corno d'Oro. Giardini ben tenuti, erba rasata, grandi sempreverdi secolari a fare ombra ad aiuole disegnate da fiori sgargianti. Sugli alberi ancora spogli si intravedono le cicogne ed i loro nidi, mentre grandi merli e piccoli pappagalli ci volano intorno.
Ci sdraiamo nel sole finalmente caldo del primo pomeriggio e divoriamo i migliori kebap che abbiamo mai assaggiato, attorniati da gruppi di turchi e turisti che fanno lo stesso. Il tempo diventa labile, si scioglie il nodo del "fare" e compare uno strano senso di pace che non conosco. Prendo uno dei miei libri preferiti e comincio a leggere. E così, al di sotto del palazzo del Sultano, comincia a farsi strada nella mia mente una campagna lontana ed una fattoria, quella di Mato Rujo, che dimora cieca, scolpita in nero contro la luce della sera.

martedì 30 aprile 2013

aya sofia - day 4



Aya Sofia, Santa Sofia. La chiesa dedicata alla Divina Saggezza. La chiesa distrutta e ricostruita continuamente nell'arco dei secoli. Incendi, guerre, saccheggi, profanazioni, terremoti. E risorgeva, come l'araba fenice, ogni volta. Ogni volta rinasceva più grande, più ardita, più spettacolare. Chiesa, poi moschea ed infine museo.
Come spesso succede quando l'aspettativa è troppo alta o quando si conosce troppo qualcosa prima di vederlo, l'incontro con Aya Sofia è meno meravigliante di quanto avrebbe dovuto e potuto. Troppe foto, troppe piante, troppe righe di libri affollano la mia mente; troppe persone, troppe parole, troppe impalcature ingombrano lo spazio intorno a me.
Eppure si impara anche questo viaggiando. Soprattutto se in compagnia. Le reazioni spontanee che ci contraddistinguono da quando abbiamo memoria mutano e si adeguano. Attimi di repentina insofferenza possono senza motivo sciogliersi. Ed è, questa, una liberazione. Si torna liberi di guardare con occhi diversi cose che mai ci hanno interessato, si finisce per osservare da nuove prospettive situazioni conosciute.
I medaglioni con le scritte in arabo che campeggiano immensi sui pennacchi; la grande cupola traforata alla base come se non avesse peso; il mihrab, il minbar, la qibla; i trafori nei capitelli delle colonne in pietra, le gelosie nei divisori in legno e oro; i mosaici, tante volte visti sui libri, ed ora finalmente vibranti e splendidi; i lampadari che ricordano le altre moschee della città. E, come sempre, mi fermo ad immaginare come sarebbe dovuto essere all'epoca, per chi non avesse avuto altro che i racconti a tracciarne l'immagine, la scoperta di una tale grandiosità. Di tanta altezza, luce, spazio, oro, artigianato. Quanta suggestione doveva suscitare. 

lunedì 29 aprile 2013

beyoğlu - day 3



Risaliamo verso Tunel e poi puntiamo in direzione di Taksim, percorrendo senza entusiasmo İstiklal Caddesi ed i suoi negozi moderni. Ci facciamo sfilare di fianco il tram, unico superstite di un tempo passato, e ci addentriamo per Pera. Tutta quest'area rimase inabitata per secoli tanto che il suo nome deriverebbe dalla contrazione dell'espressione "il campo di fichi sull'altra sponda" o, semplicemente, "l'altro lato", in contrapposizione alla città antica. Questo almeno finchè gli europei, ed in particolare i genovesi (che costruirono la torre di Galata) ed i veneziani, non arrivarono a stabilirvisi. La comunità italiana divenne così importante che dal Cinquecento l'area venne ribattezzata  Beyoğlu (il figlio del Signore) come omaggio al figlio dell'importante ambasciatore veneziano Lodovico Gritti.
Tra le impalcature di un cantiere vi sono alcuni ragazzi seduti a terra: chitarra, violino ed un grande cembalo. Ancora una volta la musica ci rapisce ed i gridi lanciati nell'aria dalla cantante ci ricordano quelli dei muezzin che cinque volte al giorno si sentono risuonare in tutta la città. La melodia è così piacevole che per poco noi e un'altra decina di persone non rischiamo di essere travolti dal tram.
Ci infiliamo in una delle vie traverse per cercare un locale meno internazionale e curarci con l'ennesimo tè. Appena i bicchieri vengono appoggiati sul nostro tavolino fuori si scatena un'improvvisa tempesta e scrosci inaspettati bagnano le strade.
Passato il temporale arriviamo fino alla deludente piazza Taksim e da lì proviamo a perderci per le strade che dovranno poi portarci, nuovamente, verso il ponte di Galata. Dopo aver assaggiato i baklava, gli immancabili dolci turchi ricchi di frutta secca e miele, ci addentriamo nei meandri di vie che salgono e scendono per la collina. Intravvediamo bar in stile parigino, irlandese, terrazze all'italiana. Ci fermiamo su di una scala che scende a picco e apre uno squarcio tra gli edifici fino a mostrarci il faro, dall'altra parte del Bosforo.
Vagando veniamo catturati da una serie di negozi di antiquariato, stanze di rigattieri, botteghe di oggetti vintage. E così finiamo per sederci in un locale dalle pareti in mattoni a vista e l'atmosfera ambrata. La cameriera, di evidenti origini francesi, ci porta i nostri tè ed io mi preoccupo di perdere con dignità a scacchi.

domenica 28 aprile 2013

luppolo di mare - day 3



Percorriamo nuovamente il mercato del pesce sfilando tra le bancarelle e la banchina di attracco del traghetto. Begli esemplari di cui io misconosco i nomi guizzano dentro a grandi tinozze azzurre colme d'acqua. Oltrepassato una sorta di varco ci troviamo in una zona sterrata colonizzata dai tavolini dei vari locali che si affacciano su questa parte del Corno d'Oro. Baretti e chioschi con la pretesa d'esser ristoranti. È ancora presto ed i tavoli sono tutti vuoti. Ci sediamo ed ordiniamo due orate. Memore della scorsa volta lasci perdere l'ayran e bissiamo con una coppia di birre. A pochi passi da noi un uomo, che gli stenti hanno privato di un'età riconoscibile, armeggia su di un carretto. Protetto da uno spartano berretto da baseball, propone verdura e frutta fresca, spremute di arance e melograni. Poco oltre, a pochi passi dall'acqua, una coppia, probabilmente britannica, non sa decidersi su cosa ordinare. Dopo qualche minuto al nostro fianco si vengono a sedere due coppie di anziani tedeschi in villeggiatura. Tipico abbigliamento, tipiche espressioni, tipica giovialità vacanziera. E l'immancabile pinta tra le mani.
Nel sole di questo strano pranzo di pasqua osservo il liquido chiaro come il miele e le bollicine risalire lente alla superficie per respirare. Penso alle parole che Michi mi ha voluto scrivere usando lo scritto di Russell. E non posso fare a meno di constatare che i crucchi (i miei crucchi, almeno) siano maestri in questo, nell'arte pura dell'oziare, concepito nel suo senso più elevato e ormai, per noi, smarrito. Contemplo la birra (novello Amleto del luppolo) e non mi resta che ammettere che qualcosa, in fondo, ho imparato dalla convivenza con loro. E non solo ad apprezzare il gusto di una Pilsen nel sole pallido di una primavera che non vuole arrivare.

la rotta del caffè



Lei non ha posto obiezioni. Sapeva, aveva sempre saputo che il viaggiatore del mondo non può fermarsi, c'è sempre un altro luogo da vedere prima di chiudere gli occhi, un posto sconosciuto dove essere sepolti. Che il vecchio Ismail se ne andasse per la rotta del caffè, era scritto nel suo destino.

Altai - Wu Ming

sinan - day 3



Certo, non c'era paragone con il progetto che aveva previsto per la moschea Selimiye a Edirne. Impianto centrale, pianta ottagonale coperta da una cupola contraffortata da otto semicupole, un apparato decorativo di una grazia e ricchezza mai viste. Il mihrab splendente di luce naturale. Il tutto circondato da ospedale, madrassa, biblioteca, hammam, negozi.
Sarebbe stata il suo orgoglio, il suo capolavoro.
Eppure Sinan guardò la Suleymaniyyè, la moschea imperiale che aveva terminato da qualche anno, e non ebbe dubbi. Istanbul era Istanbul, e non una qualsiasi città della periferia dell'Impero. Non che gli fosse riuscita male, intendiamoci. Solimano non l'avrebbe mai permesso. La moschea intitolata al figlio deceduto prematuramente doveva essere maestosa ed affascinante. Il modello che aveva scelto, poi, era di tutto rispetto. Lo schema planimetrico era sostanzialmente il medesimo di Aya Sofia, la grande chiesa che Giustiniano aveva fatto costruire a suo tempo,  e che tanto stupore ancora destava. Giardini curati in ogni dettaglio davano accesso al cortile dove si trovava la fontana per le abluzioni. Sul lato opposto un cimitero si estendeva approssimativamente della stessa dimensione del cortile. All'interno della moschea un apparato decorativo prezioso ma semplice sottolineava quasi unicamente la presenza della grande cupola. Il mihrab era rivestito di maioliche di Ïznik e circondato di vetrate policrome.
Seduto qui, ad un passo dalla sua opera, la guardò con attenzione, come chi valutasse il futuro. Ed infine si decise. "Il Grande Architetto", come lo chiamavano ormai, sarebbe stato sepolto dentro la sua più grande opera, nella capitale dell'Impero, dentro la Suleymaniyyè.
Volse lo sguardo altrove. Sopra le cupole delle madrasse, oltre i tetti delle case di Fatih, seminascosta da volute di fumo che salivano nel cielo plumbeo (o forse era la sua vista?), stava la moschea di Fatih con i suoi minareti a puntare verso l'alto. Ferita dal terremoto di qualche anno prima, eppure ancora lì, solida, a resistere al tempo che passava.
Si guardò le mani. Le pieghe incartapecorivano i suoi palmi di ottantenne, un leggero tremolio le scuoteva. Chi l'avrebbe mai detto, Sinan, si disse. Un albanese come te, un cristiano ortodosso albanese come te. Niente di tutto questo sarebbe stato creato se l'Impero non ti avesse prelevato, imberbe, e reclutato,  addestrato per essere spedito alla guerra. E ogni volta tornavi. E ogni volta che tornavi scalavi un gradino della gerarchia militare, sù, fino a diventare ufficiale. Non c'era altro modo, d'altronde, per conoscere il mondo. Non c'era un'altra via per vedere le grandezze costruite dall'uomo e diventare così mastro, costruttore, architetto. Di più. L'architetto del sultano. Con queste mani e questo ingegno hai plasmato le più importanti opere degli ultimi trent'anni. Hai creato qualcosa di immortale, di una bellezza imperitura.
Sospirò, alzandosi lentamente dal prato, le giunture che cigolavano.
Cara, disse rivolgendosi mentalmente alla sua opera, staremo insieme per l'eternità.

sabato 27 aprile 2013

cisterna della basilica - day 3



Infiliamo la scala e cominciamo a scendere. L'aria si fa umida e fresca, qualche goccia comincia a cadere dai soffitti sulle nostre teste. Arrivati in fondo ci si para innanzi una foresta di oltre trecento colonne alte nove metri, illuminate scenograficamente dal basso. Fusti e capitelli sono di varia provenienza, riciclati come si usava fare all'epoca. La Cisterna della Basilica, infatti, fu costruita nel VI secolo e raccoglieva le acque di uno dei più lunghi acquedotti dell'era romana. Passeggiamo tra le colonne come in una sorta di bosco di pietra, sentendoci per un attimo creature di un mondo fantastico. Sotto i nastri delle passerelle l'acqua è perfettamente trasparente e si vedono i numerosi e corpulenti pesci nuotare tranquilli. Verso il fondo dell'ampio salone vi sono due colonne alquanto singolari. Il basamento è costituito da giganteschi dadi sui quali è incisa a bassorilievo la testa della Medusa. Alquanto curioso, considerato che si trovavano in uno spazio ipogeo, privo di illuminazione ed al di sotto del livello dell'acqua.

la città che non dorme - day 2



Il ritorno è rigorosamente a piedi. Riscendiamo fino al ponte superando il mercato del pesce, ormai chiuso e passando tra gli immancabili venditori ambulanti di carne alla griglia, pesce, riso, dolci. Mentre osservo i gruppi di uomini che stanno pescando dal parapetto mi domando se siano tutti affetti da qualche strana forma di insonnia, da disagi familiari o se semplicemente provino reale piacere a pescare a quest'ora. Sotto il ponte i locali notturni (una batteria di pub e piccole discoteche di vario genere) sono affollati di gente. Sul cammino per tornare nella città vecchia incontriamo persone occupate nelle più assurde offerte commerciali, soprattutto considerata l'ora. Un signore dai capelli corti, quasi completamente bianchi, sta appoggiato con le spalle al parapetto del ponte offrendo la sua bilancia da casa a chi volesse pesarsi. Un uomo seduto sulle scale del sottopassaggio guarda il nulla sperando che qualcuno acquisti uno dei suoi topi di plastica. Scampoli di tessuto sono appesi a delle grucce lungo la banchina, mentre paia di scarpe sportive stanno esposte su pile di scatole, poco lontano.
Il bazar delle spezie riposa nella penombra delle luci artificiali. Percorriamo strade illuminate e vuote, risalendo verso Sultanahmet.
La fame comincia a farsi sentire e poco dopo mezzanotte ci fermiamo a cenare in uno dei tavoli all'aperto di un ristorantino. Sento distintamente di fianco a noi tre ragazze civettare con uno degli inservienti dell'hotel dove evidentemente risiedono. Un gruppo di persone di lingua tedesca danno spettacolo offrendo da bere shots ai camerieri.
Risaliamo la collina costeggiando il parco Gulhane e le mura del palazzo Topkapi. La città vecchia è vuota e silenziosa. Prima di imboccare la strada che ridiscende la collina per riportarci all'hotel passiamo nel cuore di Istanbul. In quello che era il fulcro della meraviglia religiosa di un tempo e la congestione dei flussi turistici odierni. Alle due estremità del parco Sultanahmet, con le sue siepi e le sue fontane, si trovano infatti Aya Sofia e la Moschea Blu. Viste a quest'ora, spogliate della confusione della città e del perenne mercato che circonda i visitatori, appaiono come degli immensi gioielli che trafiggono la notte con i loro minareti.
Al rientro in albergo per fortuna ci è stata cambiata la stanza. Questa notte si dorme nel sottotetto mansardato. E, gran lusso, acqua calda per la doccia.

venerdì 26 aprile 2013

galata - day 2



Risaliamo una lunga scalinata che si addentra per il pendio. Incontriamo gruppi di giovani e turisti che si muovono nella notte. Poi infiliamo una stradina ricca di locali e negozi. Un bar al primo piano, aperto sulla strada, propone con una grafica accogliente dolci tipici; una vetrina d'artigianato espone orecchini ed anelli d'argento; un negozio poco distante esibisce filati e souvenir. La strada fa una curva secca e ci appare, improvvisa, la torre di Galata. Illuminata nella notte, spunta tra i tetti degli edifici quasi fosse di fuoco a ricordare l'antica funzione di avvistamento degli incendi.
Ai suoi piedi si trova la terrazza di un bar, riparata da una pergola e affacciata sul panorama. Mentre indugiamo sul da farsi veniamo attirati da una voce che si muove nell'aria. Un gruppo di giovani turchi è seduto a un lato della piazzetta ed intorno si è creato un semicerchio di persone rapite dal momento. Un cajon de flamenco ed un violino accompagnano l'anima del gruppo che suona una chitarra classica e canta. Ci sediamo anche noi a godere di questa melodia sorridente e malinconica. La sera e tiepida e la fretta non abita più in noi.
La via che risale la collina fino a piazza Tunel, nel cuore di Beyoglu, è illuminata dai piccoli negozietti che vi si affacciano. Bar, negozi di vestiti, souvenir, strumenti musicali, bigiotteria. Intorno a noi turisti e turchi si mischiano senza sosta diretti in chissà quale locale. Un Staffordshire Bull Terrier con collare di borchie e Rayban gialli specchiati scende con stile incredibile verso la torre.
Poi una delle solite folgorazioni. Una scala che scompare nel solaio di un microscopico bar stile Starbucks, ricompare al piano di sopra, per scomparire di nuovo. Ci guardiamo ed entriamo. Sono le dieci di sera, nel locale non c'è nessuno a parte una giovane barista. Saliamo fino al terzo piano e, da lì, una ripida scala in metallo ci porta sulla copertura. Una decina di tavolini abitano la piccola terrazza quadrata che si erge sopra gli altri edifici. La notte è limpida, gli aerei tracciano scie di luce nel cielo.
E mentre sorseggiamo il nostro tè non posso fare a meno di constatare, ancora una volta, come l'amore per la periferia, per l'imperfetto, per il degradato siano fortemente radicati in me. Guardo i balconi delle vie traverse, ingombri di incuria e residui di vita come in tutte le altre parti del mondo, gli angoli meno illuminati delle strade, i tetti sotto di noi, le cucine attraverso le finestre aperte. Guardo tutto questo e mi vengono in mente le parole di Junichiro Tanizaki ed il culto che il Giappone ha sempre nutrito per i segni che la vita lascia sugli oggetti, il rispetto reverenziale per il tempo che passa. Una forma di rispetto e di affetto che l'Occidente, in genere, non conosce.

il pesce e la notte - day 2



Sul ponte di Galata, che collega le due parti europee della città, si trovano i pescatori. Su entrambi i lati, a qualsiasi ora del giorno e della notte, puoi vedere canne da pesca lanciare ami nell'aria e poi aspettare. A quanto pare anche questo è in vendita. Per qualche lira si può godere del piacere di pescare nel Corno d'Oro affittando tutto l'occorrente direttamente qui, sul ponte. E poi, chissà, se non si prende nulla forse si può comprare anche qualche orata già pescata.
Non appena il ponte torna terra, sulla sinistra si trova il mercato del pesce, a due passi dal Corno d'Oro. Anche ora, che è quasi notte, i banchi sono aperti, le lampadine a ridisegnarne le mercanzie, costantemente annaffiate per mantenerle fresche, l'acqua che tracima, corre trai piedi dei clienti e si ricongiunge al mare. Gli ultimi ritardatari aspettano alla fermata del traghetto, manciate di turisti scattano foto al fascino dell'acqua nella notte, all'incanto antico del mercato del pesce.
Due bambine, poco più di una decina d'anni, se ne vanno in giro da sole in un posto del genere a quest'ora assurda della sera. Salutano e vengono salutate con calore dai banchi del mercato. C'è chi dà loro da dire e le risposte fanno sgorgare l'ilarità generale. A passo svelto dinnanzi a noi le bimbe cominciano a cantare e tamburellare su di un vecchio cembalo melodie orientaleggianti. Oltrepassato l'ultimo banco ci ritroviamo in una zona occupata da una distesa di tavolini di bar. Alla fioca luce di qualche lampada appesa qua e là diverse persone si stanno godendo il loro momento di ristoro nella fresca aria della sera. Le due bambine si avvicinano ai tavoli e cominciano a cantare per i commensali, passando da una coppia all'altra. Avvolti dalla nenia e dallo sciabordìo delle acque osserviamo l'altra riva, dove campeggiano imponenti le masse delle moschee, illuminate nella notte, e le loro gemelle nelle acque scure del Corno.

giovedì 25 aprile 2013

diciotto ore - day 2



- Italiani? - dice una voce qualche passo dietro di noi.
- Sì - rispondiamo con un certo sollievo, visto che è il primo che non ci confonde con gli ispanici.
- Da che città venite?
- Bologna. E dintorni.
- Sono stato a Bologna. Piazza Maggiore, le due torri.
Io cerco di minimizzare per andarmene, ma puntuale come diceva la guida arriva l'offerta.
- Venite dentro, che vi offro un tè.
Mentre cerco nel catalogo delle banalità diplomatiche un modo per divincolarci, tu infili la porta.
Il negozio è uno stanzone con tre grandi vetrate che danno su di una strada laterale, tra Taya Hatun e la ferrovia. Ci accomodiamo su due sedie in legno, di bella fattura, seduta e schienale di cuoio. Lui è un uomo sulla cinquantina abbondante, i capelli grigi, la barba ben rasata. Gli occhiali senza montatura lasciano trasparire uno sguardo malinconico, occhiaie stantie di preoccupazioni. Prende posto a tre metri da noi e spedisce la ragazza del negozio a procurarsi del tè.
Ci chiede dell'Italia. Di com'è vivere là ora, se è cambiata, com'è la situazione dopo Berlusconi. Spieghiamo i problemi della crisi, ore infinite di lavoro e pagamenti a singhiozzo, incerti e magri. Dice che anche lui ha vissuto per un certo periodo nel nostro Paese, ha studiato a Perugia qualche mese. Era giovane, neanche ventenne, e ha dormito un po' ovunque, alberghi, ospite in casa della gente, per strada, nelle stazioni, nei parchi. Ha girato in autostop e così ha imparato la lingua. Gli domandiamo com'è vivere in Turchia, vivere a Istanbul. Fa una pausa lunga. Bisogna lavorare tanto, ci rivela. C'è chi non fa niente, ma è perchè non vuole. Per chi vuole lavorare ci sono interminabili ore da affrontare per potersi pagare la vita. Lui, Ahmet, ha due figli ed ora dovranno andare all'università, a casa ha una moglie che ha problemi di testa, prende le medicine, forse è depressa. Ci rivela che lavora 18 ore al giorno (!!) e che dorme in negozio. Dice tutto questo come se stesse parlando di un fatto da nulla, senza rilievo. Gli occhi ci guardano senza cambiare espressione, senza accenti nelle parole, senza entusiasmo.
Infine arriva l'offerta. Se vogliamo prendere qualcosa, comprare qualche souvenir, ci farà un buon prezzo.
Lasciamo il negozio senza aver acquistato nulla, a parte uno strano senso di tristezza.