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Scendo dall’aereo e mi dirigo all’uscita del gate. Nessuno. Salgo al piano superiore dove si trova il corridoio di collegamento delle altre uscite. Nessuno. Eppure mi avevano scritto che mi sarebbero venute a prendere, penso. Forse mi stanno aspettando alla stazione del treno annessa. Nulla neppure qui. Eppure … Vabbè, vorrà dire che le manderò un sms. Bonjour, je suis arrivè. Ou est que nous puvons nous encontrer?
Oh merda. Non ho il numero. Non ci posso credere. Son proprio fesso. Non mi sono scritto il numero! E ora? Vado all’ufficio informazioni e chiedo se nell’aeroporto c’è un internet point. Sorry, only wi-fi conneccion, but you need a laptop. Merda. E ora? Aspetto. Aspetto mezz’ora e non le vedo. Neppure mi arrivano messaggi. Forse mi aspettano in centro, penso. D’altra parte l’aeroporto è molto fuori città. Probabilmente mi venivano a prendere lì. Prendo un biglietto dell’autobus e salgo. Non so dove mi lascia ma poco importa. Eppure, da qualche parte il numero ce lo devo avere.. certo! Nella scheda italiana. Metto la scheda, trascrivo il numero e scrivo il messaggio. Ci vediamo alla stazione del bus, sto arrivando.
Dopo 10 min mi arriva un sms da un numero sconosciuto. Ti stiamo aspettando all’aeroporto. Dove sei? Merda. Sono sul bus, ci vediamo in stazione. Avevo sbagliato a trascrivere il numero. Chissà chi avrà ricevuto il mio sms. Magari mi aspetta in stazione..
Cala la prima sera su Lione e con lei il freddo, mentre noi ci addentriamo nel centro storico, tra le vie gotiche, l’Opera di Jean Nouvel e il fiume. Andiamo a prendere Djou e aspettiamo gli altri in una piazzetta. Le ragazze rispondono al telefono e parlano indistintamente spagnolo e francese. Una volta riuniti al ristorante sono praticamente tutti bilingui franco spagnoli. Conosco Maria, che è andalusa ma vive in Francia da sempre e cerca lavoro a Parigi. David, con origini granadine ma perfettamente francese, Tania, malaghese trapiantata, Alicia e Melanie, e Antonio e Charlotte, gli unici francesi doc.
Verso le 3 di notte digito il codice di accesso per il portone ed entro nel loft di Djou. Sul parquet si trova il mio divano letto. E il mio meritato riposo..jpg)
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Bon jour, Djou.
Bonjour.
Djou è sceso a prendere le paste per me. In 5 secondi trasforma il mio letto in un divano e poi in un tavolo. Geniale. Idea mia, mi dice. Mangio con gusto una praline, con gocce di zucchero azzurro. Poi una versione delle frittelle e un cornetto, il tutto annacquato da un lunghissimo caffè all’americana e succo.
Saliamo fino alla cattedrale, in cima alla collina. Mentre facciamo gli stupidi con le foto di rito sorprendo una faccia conosciuta. I due ragazzi catalani che erano con me sull’aereo sono esattamente di fianco a noi ora, a guardare la città dall’alto della zona panoramica. Non smetto mai di sorprendermi di quanto sia piccolo in mondo..
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Accende l’unica luce ed entriamo. Il vuoto ci accoglie nella sua penombra e comincio a preparare i divani. Li dispongo entrambi di fronte alla grande vetrata scorrevole che apre sul balcone. Dietro di noi solo un appartamento vuoto come nei film americani. Al di sopra del parquet, a parte i sanitari del bagno e il piano cottura della cucina, ci sono solo muri bianchi e soffitto. Due tavoli, due poltrone e un letto completano la lista degli oggetti della sala. L’assenza totale di qualsiasi mobile è tranquillizzante, rende tutto informale e colonizzabile. Ci sediamo per terra, spostiamo le poltrone dove preferiamo, attacchiamo il computer alla presa più vicina al letto. Apriamo i cartoni delle pizze e cominciamo a mangiare, mentre dall’altra parte del balcone, oltre le luci tremule che disegnano l’argine del fiume, le luci della città internazionale costituiscono la nostra scenografia. Sopra cielo e stelle.
Una candela rossa mi inebria e sostituisce presto la luce elettrica. La stanza cade in un’atmosfera rosata di chiacchiere e risa, mentre il carattere verace da pueblo spagnolo ci accompagna dallo schermo..jpg)
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Al risveglio un sole con gli occhi appannati dalla bruma mattutina illumina la sala. Accende le pareti e la macchina del caffè. Raccolgo la mia vita, ancora una volta, nella mia borsa a tracolla. La guardo, rotonda e pesante, con le spilline appuntate. È ironico, penso, e sintomatico che la vita che mi porto in giro sia stipata in una borsa che mi regalai a Granada, quando me ne andai. La mia vita sta, effettivamente, tutta in questo simbolo ora.
Cammino al di sotto del grande arco di Calatrava e so che non riuscirò a trovare le parole. Guardo i piedi, confondo i sentieri dei miei passi. Conto la distanza che ci separa dalla macchina. Aggiungo sospiri a sospiri. Sento che non riesco più a trattenere i momenti, che li vorrei fotografare, scrivere, raccontare. Cambiare. Vorrei poterli rendere dolci con le parole. Chiudo la portiera e ripartiamo.
Oltrepasso la barriera del metal detector e sono fuori dalla Francia.
Uscito dall’aeroporto mi sento nuovamente come a casa. Conosco i luoghi, comprendo perfettamente la lingua, posso comunicare, posso scegliere. Mentre continuo ad essere circondato da veri stranieri mi addentro per le vie tortuose del barrio gotico e di quello ebraico e penso che piacerebbero tanto al mio amico Giorgio Zurbi.
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