martedì 23 ottobre 2012

cliffs parte seconda - day 9



È quasi senza pensare che dirigiamo, poi, nuovamente verso le Cliffs. Dal litorale di Doolin, infatti, parte uno dei sentieri che permettono di percorrere tutte le Cliffs of Moher da nord-est a sud-ovest, fino al punto più alto e ancora oltre.
Poco più avanti il sentiero che costeggia il profilo della scogliera è sbarrato da un cartello: "Clare Co. Council. Caution. Very dangerous cliffs ahead". Scavalchiamo il cancello e ritroviamo il nostro sentiero. Il manto erboso comincia ad alzarsi notevolmente, piano piano, a salire mentre sulla destra le rocce scendono verticali fino al livello dell'oceano. Passiamo da un campo di capre, scavalchiamo qualche altro steccato, attraversiamo ponticelli improvvisati che permettono di passare da uno sperone all'altro, camminando su decine di metri di vuoto.
A pochi metri dalla costa alcune foche stanno cercando di procacciarsi il cibo quotidiano, nuotando senza fretta.
A volte il sentiero taglia dritto per i campi di foraggio e la scogliera sparisce, ingoiata dalle rotonde forme di madre terra. Altre si fa ardito e sfiora il precipizio, quella parete di roccia stratificata e scura che si inabissa nelle acque.
Non si capisce bene se sia ancora il nostro stanco stato di catatonia a farci proseguire, o la consapevolezza che questo mastodontico monumento naturale è il nostro addio a questa terra. In ogni caso continuiamo a camminare per oltre un'ora, risalendo il pendìo, godendoci il sole e la pioggia irlandesi per un'ultima volta, rimandando senza rimorsi la partenza ora dopo ora.
In fondo, tornare a Galway è già quasi un tornare a casa. Perchè Galway è città, perchè è già conosciuta, perchè è una tappa breve. Perchè l'Irlanda è il non civile, il non-antropizzato.

la stessa



Ci vedremo, in un'altra terra con un'altra lingua. Tu sarai la stessa, ma con un altro nome, un'altra storia, un altro sguardo. Eppure io avrò ancora tutti gli oggetti che mi hai lasciato in tutti questi anni, quando eri tu senza saperlo.
Quel portachiavi a forma di tartaruga, imbarazzante per uno della mia età. Quell'anello, così tanto più grande del mio dito. Le scarpe che comprammo insieme, che dovevano cedere col tempo, e che invece continuano a martoriarmi i piedi. I boxer, quelli rossi da pugile, che comprai perchè ti piacevano e che quindi, in fondo, sono tuoi. Il cactus che era piccolo piccolo, e che ora scoppia di salute. Le scarpe da venti euro che mi facesti comprare, che vissero senza di me, che viaggiarono la penisola ispanica senza il proprio padrone, passando di mano in mano, di lingua in lingua, finchè tornarono a me, anni dopo, in un'altra città di un altro Paese. Il pupazzo di carta che mi costruisti per esorcizzare la scimmia che aveva il sopravvento su di me e che è ancora appeso alla parete di camera mia. La cintura che mi desti per evitare che perdessi i pantaloni per le strade di Madrid. Lo scampolo di tessuto di quel blu elettrico inguardabile, che conservo solo perchè tu ci cucisti sopra un gigantesco bottone. Il braccialetto di cuoio da quattro soldi, quello con i buchi, che ci legammo al polso nell'ascensore di Barcellona, prima che questa crisi venisse a rubarci i nostri sogni di gloria. La collana che mi portasti dal Brasile, al ritorno da casa. I calzetti con l'antiscivolo, orribili. E tutti quegli oggetti intangibili che sono i ricordi.
Li avrò tutti con me. E forse, consegnandoteli, sarò finalmente libero.

sabato 20 ottobre 2012

doolin - day 9



Mi alzo abbastanza presto, tutto sommato. In camera sono rimasti solo un paio di ragazzi. Vado verso la cucina che pullula di gente più o meno sveglia che si prepara la colazione. Io vago un po' in tondo, per orientarmi. La stanza è larga quasi quattro metri con il piano della cucina su tre dei quattro lati. Il lavello, ovviamente, sotto la finestra. Il piano è disseminato ordinatamente di pan carrè, marmellate, miele, burro, succo, latte, cereali, bollitori, tostapane, tazze, piatti, tutto gentilmente offerto dalla casa. Mi metto in coda, silenzioso, e mi preparo le mie fette di toast e mi siedo ad uno dei due tavoli che stanno al centro della stanza. La gente si divide, chi sui tavoli, chi sul piano cucina, chi esce dalla portafinestra e fa colazione al sole.
Mentre persevero nel mio stato catatonico sento dall'altro tavolo parlare spagnolo. Ci sono due ragazze, capelli castani lunghi, che stanno guardando su un portatile da dieci pollici gli autobus per andare verso Galway. Noi veniamo da Galway dico, nel caso avessero bisogno di qualche informazione sugli ostelli.
Le ragazze hanno poco più di vent'anni. Finita la scuola hanno deciso di venire in Irlanda per qualche anno. Cosa fanno? Baby-sitter. Stanno in famiglia, imparano un po' di inglese e nel frattempo, appena possono, girano il Paese. Ironizzo sul solito vero clichè degli italiani e spagnoli come peggiori parlatori di inglese in Europa. Mi confermano di aver avuto molti problemi, soprattutto all'inizio. Ma ora sono tranquille, e dopo un anno tutto si è perfettamente sistemato.
Nel frattempo Lompa passa dietro di me in silenzio. La faccia non è delle migliori e la colazione a base di Maalox. Le sette pinte di ieri notte han lasciato il segno. Direi che stamattina non se ne parla di mettersi al volante. Scendiamo verso il paese, che scopriamo essere semplicemente un addensarsi delle case che stanno sulla via principale, prima del porto. Scendiamo a fare quattro passi lungo gli scogli, lastre di pietra erose dall'acqua e dalla salsedine. Ci godiamo il tepore di questo sole irlandese mentre di fronte a noi continuano a passare i traghetti che fanno la spola tra Doolin e le Aran.

giovedì 18 ottobre 2012

guinness - day 8



Poi ridiscendiamo verso Doolin. Ci sono tre ostelli sulla strada principale del paese. Il primo che incontriamo, il Rainbow Hostel, non ha più posto, mentre poco più avanti, al Flanagan's, con un po' di insistenza riusciamo ad ottenere due posti in una stanza da dodici. Appoggiamo i nostri averi in camera e ci dirigiamo subito verso la costa in cerca di cibo, visto che le cucine chiudono presto in questo Paese. Il primo locale che incontriamo è il Doolin Cafè, un posticcino carino con gli interni in stile vagamente parigino, pochi tavoli ed un'atmosfera rilassata. Ci guardiamo negli occhi, io e te, e ci rammarichiamo, come tante altre volte, di non essere qui con una ragazza. In ogni caso il locale è pieno e non ci serviranno prima delle dieci. La fame ci sta divorando e non ce la possiamo fare ad aspettare tanto, quindi scendiamo ancora verso l'edificio successivo. Il McDermotts Pub è assolutamente pieno di gente, murato, e la cucina è aperta ancora per poco. Ordiniamo al volo le consumazioni e portiamo le nostre birre con noi, cercando posto in uno dei due tavoli in legno che si trovano all'esterno. Seduto ci sono due ragazzi grosso modo della nostra età. Domandiamo se possiamo sederci al loro tavolo, visto che non c'è altro posto, e loro cordialmente ci ospitano. A questo punto fare amicizia è facile. Colin è irlandese di origine, ma ha studiato all'università a Nottingham, dove ha incontrato Ed, gallese, e son diventati grandi amici. Colin poi si è spostato per lavoro a Sidney dove progetta valvole per turbine e centrali, mentre Ed è rimasto a lavorare in università. Ora si sono dati appuntamento, dopo anni, in Irlanda, e se la stanno girando allegramente passando da una città all'altra. Colin ricorda che quando era piccolo sulle Cliffs ci venivano e non c'era nulla, non c'era il parcheggio, il centro visitatori, la piazza con i parapetti. "Parcheggiavamo la macchina a pochi metri dal precipizio e si stava lì, ad un soffio dal vuoto". Mentre mangiamo i due tracannano due pinte a testa (e chissà quante ne hanno già scolate prima che arrivassimo) ed ordinano l'ultimo piatto prima che la cucina chiuda definitivamente.
 Davanti a noi, sedute all'altro tavolo, ci sono sei donne irlandesi che ogni tanto danno da dire a Colin, il più affascinante della compagnia. Tutte quante hanno abbondantemente superato il loro peso forma diversi anni fa, forse per colpa dell'alcol che continuano ad ingerire, o delle patate fritte, o della vita. E non perdono occasione per smentire la loro femminilità ruttando come camionisti. Anche Colin sembra a metà tra l'imbarazzato ed il divertito. In compenso Ed, occhi da Elijah Wood dietro gli occhiali e capello corto, sfoggia un sorriso che non so bene se significhi allegria o ebbrezza. Io mi ricredo, e penso che sono contento di non essere qui con una ragazza.
Finito di mangiare proviamo ad entrare nel pub dove hanno appena cominciato a suonare. Tutti si sono radunati intorno alla nicchia di legno di fianco alla porta dove si sono piazzati i musicisti e non c'è un centimetro libero per passare, le sedie disposte anarchicamente ovunque, fin sotto al microfono. Tra il pubblico ci sono diversi stranieri, ma scopriamo con piacere che molti sono irlandesi. In ogni caso strano gruppo, il gruppo. Quasi anziani e molto giovani si affiancano suonando chitarre, banjo, tamburi. Sembrano suonare canzoni tradizionali, qualcuna su richiesta del pubblico. Dopo poco riusciamo a conquistare un tavolo, e per di più vicino al bagno. I bicchieri intanto continuano ad arrivare e venir scolati, noi a offrire a loro e loro a noi, con la differenza che i due trincano con velocità doppia rispetto a noi. Alla nostra quarta pinta Colin è euforico, comincia a cantare a squarciagola le canzoni, mentre Ed non gli sta dietro e se la ride. Poi si gira ghignando e ci dice: "Sapete a chi somigliate voi due? A Mario e Luigi!", riferendosi a Mario Bros.
Ad un centro punto un ragazzino, un teen-ager, si alza e va verso il microfono, chiedendo se può cantare. Il gruppo, molto contento, lo fa sedere e si mettono d'accordo sulla canzone. La chitarra attacca e l'auditorio va in visibilio (un pezzo che tutti conoscono tranne noi). Il ragazzo, acne sulle guance e sguardo timoroso, tira fuori una voce ruggente che non ti aspetti, e carica l'aria sostenuto dal possente coro dei clienti del bar.
"Qual è il vostro record di birre?" esordisce Colin ad un certo punto. Noi ci guardiamo e rispondiamo umilmente, sapendo benissimo che verremo seppelliti dalla sua risposta. E infatti così è. "Io il mio record l'ho stabilito ieri" prosegue mentre Ed se la ghigna tirando fuori il cellulare e mostrandoci una foto della sera prima. "Quattordici pinte in sette ore". Impressionante. Non so come facciano. Nella mia mentre si forgia una battuta che però non proferisco. Un bel Guinness. Ora capisco, in ogni caso, perchè Colin che dice di avere ventisei anni fisicamente sembra che ne abbia dieci in più.
Verso le due usciamo dal locale mentre i nostri due amici rimangono a farsi qualche bicchiere della staffa(!). Fuori la pioggia è nebulizzata, si ferma sugli occhiali creando la nostra piccola discoteca personale. Io comincio a correre nella notte cercando di smaltire l'alcol, corro in salita con tutto il fiato che ho finchè sparisco, esco dal cono di luce dei lampioni e mi ritrovo nell'oscurità completa.
Rientriamo in ostello. Tu vai a dormire diretto, mentre io mi addormento per una buona mezz'ora sulla tazza del cesso. Di stare disteso proprio non se ne parla. Poi, quando ho preso abbastanza freddo e mi sento un po' meglio, mi avvio anch'io verso la camera, ma era uno scherzo, ancora non ce la faccio. Allora mi siedo a lato della porta, gambe lungo il corridoio, e mi metto a dormire lì. Un'ora dopo sento dei passi. Mi sveglio e vedo i miei nuovi amici che stanno rientrando nella camera di fianco alla nostra e mi guardano con aria interrogativa. "It's all right, guys. Goodnight" dico sfoggiando un sorriso di cartone. Loro entrano ed io mi riaddormento. Verso le quattro mi alzo e vado a godermi il mio meritato sonno in cima al letto a castello.

mercoledì 17 ottobre 2012

cliffs of moher - day 8




Parcheggiamo ed usciamo dalla macchina. Tira un vento forte, il cielo è grigio e minaccioso, parente dei cieli di montagna capaci di tutto. Oltrepassiamo il varco di un simbolico ingresso e ci avviamo lungo una passeggiata lastricata fino ad uno spiazzo. A destra il sentiero si inerpica per una scala monumentale (pure troppo) che raggiunge una piccola torre di vedetta. A sinistra diviene un sentiero che presto termina in un piccolo belvedere. Ci avviciniamo al bordo e, finalmente, le vedo in tutta la loro magnificenza. Le Cliffs of Moher. Le Scogliere della Rovina. Una serpentina di otto chilometri di roccia che termina a picco sull'oceano, verticale, in caduta libera per oltre duecento metri. Ma non è tanto l'altezza ad impressionare. È la conformazione. Colossali masse di roccia che si lanciano verso il nulla, verso l'oceano, in un tuffo muto e congelato da millenni. Una costa fatta di promontori, di tentativi di assaltare l'orizzonte. Pareti verticali dove le ere geologiche sono messe a nudo, scoperte.
Ci si presentano, le scogliere, in un'atmosfera apocalittica. Una tempesta che non riesce ad esplodere imperversa tutto intorno, scaricandosi in acqua, poco lontano. L'aria si fa strana, azzurrognola, poi sulfurea. Un sole ostinato prova a sfondare la coltre di nubi, illuminando insperatamente porzioni di scogliera che si stagliano sullo sfondo cupo.
Sul parapetto, davanti a noi, un cartello recita: "Hai bisogno di parlare? Chiamaci. Samaritane" riportando poi un numero di telefono. A quanto pare queste zone sono famose per essere teatro di numerosi suicidi. Guardo giù. Non lasciano molto scampo.
Il percorso cammina sul bordo del precipizio, protetto da un parapetto. Presto la passeggiata si conclude con una bassa barriera di lastre di pietra che segna la fine del percorso ufficiale. Il tempo continua a peggiorare, la pioggia è, a volte, battente. La gente sta tornando verso il parcheggio, camminando in senso opposto al nostro. Noi ci guardiamo un secondo ed attraversiamo la barriera. Dall'altra parte il sentiero è un percorso sterrato scavato nella terra che corre a mezzo metro dal precipizio. Di protezioni neanche a parlarne. Rispolvero le mie antiche vertigini e andiamo avanti.
Due ore dopo stiamo ancora camminando senza sosta in direzione sud-ovest. Il cielo si è ripulito, il vento si è placato, e le scogliere sono illuminate da una tenue luce vespertina.

È curioso come, anche in questo caso come a Santiago, la maestosità della natura mi trasmetta quel senso di sacro e di trascendente che le chiese ormai non riescono più a trasmettermi. Quasi che l'immobile indifferenza della natura esercitasse su di me un senso di figliolanza. Come se la meta di un viaggio come questo, on the road, non potesse che essere il tornare all'origine di tutto, ad un linguaggio pre-logico e anticivile. È la natura, l'immensità di tutto questo che ho davanti, ad essere cattedrale a se stessa.

corcomroe abbey - day 8



È vagando per diverso tempo che, finalmente, la incontriamo. Al fondo di una strada bianca senza uscita, fiancheggiata da alti alberi ricchi di foglie. Quello che ci si para di fronte è la Corcomroe Abbey, un imponente complesso abbandonato costruito completamente con la pietra calcarea tipica del Burren. Fondata alla fine del XII secolo, l'abbazia conosciuta come "Santa Maria della Roccia Fertile"divenne il monastero dei Cistercensi che vi rimasero dal 1249 al 1628. Quello che ora rimane è una maestosa chiesa, anche questa senza più il tetto, a croce latina. La grande navata centrale è interrotta da una parete che introduce un secondo ingresso assiale, ma non riusciamo a ricostruire esattamente se fosse un esonartece o  se la costruzione venne ampliata mantenendo la vecchia facciata. Ai lati i resti di due navate minori, coperte ad un livello più basso, danno corpo allo spazio centrale raccordandolo con il chiostro. Due volte a crociera, costolonate e intrecciate, coprono l'ampia abside che termina con un'alta trifora a sesto acuto ed una piccola monofora in chiave. Un semplice altare in pietra si erge al di sopra di una pavimentazione ormai inesistente, ridotta ad un acciottolato.
Tutto il complesso, non solo l'antico chiostro (di cui rimane pressochè nulla), ma perfino dentro la chiesa, di fronte all'ingresso, nelle cappelle laterali, nella nave centrale e nelle nicchie absidiali, è invaso da lapidi e tombe. Quello che era un luogo di preghiera e cultura è ora divenuto un piccolo cimitero a cielo aperto.
È strano addentrarsi in questi luoghi. Passeggiare sulle teste di uomini morti secoli fa. Rubare il silenzio e la sacralità con le nostre parole e le nostre fotografie. Mi sento un po' un corvo, saltellando trai vari muretti diroccati. E, sotto un cielo plumbeo, lasciamo questo luogo di pace.

domenica 14 ottobre 2012

riposo - day 8



È proprio questo il bello di perdersi. Sono sempre stato d'accordo coi situazionisti, a riguardo.
Vagando per il Burren decidiamo di fermarci in un luogo a caso per pranzo. Seguiamo una direzione non ben precisata finchè scorgiamo un piccolo cartello. Ne seguiamo le indicazioni che ci portano su una stradina bianca che muore in un cancello chiuso. Parcheggiamo, attraversiamo un paio di muretti a secco, fiancheggiamo campi dove le mucche ci osservano come se fossimo strani esseri, e ci ritroviamo, finalmente, in un piccolo appezzamento recintato occupato quasi completamente da un antico edificio. Come tante altre chiese dell'epoca, di questa son rimaste in piedi solo le massicce pareti perimetrali, mentre il tetto è scomparso lasciando l'interno a cielo aperto. I muri sono composti da pietre sbozzate di grandi dimensioni. Non posso fare a meno di notare alcune singolarità che balzano all'occhio, come le eleganti mensole che commentano il punto in cui il tetto si congiunge con l'angolo dell'edificio. O la presenza a lato dell'ingresso, grossolanamente chiuso con alcuni massi, di due facce che emergono dal profilo della costruzione. Una, poco al di sotto di una dalle mensole, ritrae una testa umana con gli occhi chiusi ed i lineamenti rilassati. L'altra è un cane, o un lupo, a guardia di uno degli stipiti.
Ci sediamo su di una roccia che affiora dall'erba e cominciamo a mangiare. Intorno non si sente un rumore, solo il vento che spazza i campi e ci passa sopra la testa. Man mano che ci guardiamo intorno scopriamo che quest'area veniva utilizzata per le sepolture ed ancora ne rimangono i segni. Defilata, all'ombra di un bell'albero, sta una curiosa tomba, molto simile ad una tenda: due fogli sottili di pietra appoggiati l'uno all'altro e tamponati da due lastre triangolari. Un luogo per il riposo, ora come allora.

burren - day 8



Attraversa l'Oceano, sul fondale, e risale poi la costa creando questa landa che ci circonda. È il Burren (Grande Roccia), l'immenso tavolato calcareo unico al mondo che occupa buona parte del Claire. Quello che sulle Isole Aran era una prova generale interrotta bruscamente dalle acque, qui diviene un paesaggio esteso oltre duecento chilometri quadrati. Le colline che si alzano dal profilo della costa sono composte da una superficie calcarea fessurata dall'acqua in cretti organici all'interno dei quali si trova spesso una rigogliosa fauna. Non è raro incontrarsi perfino piante di origine mediterranea o alpina. Ovviamente una stranezza naturale del genere non è una scoperta recente. Nell'area si trovano diversi siti risalenti alle civiltà del neolitico, come il Dolmen di Poulnabrone, costituito da due sottili lastre di pietra che ne sostengono una, posta in orizzontale, lunga quasi quattro metri. Qui, all'incirca tremila anni prima di Cristo, vennero sepolti una ventina tra adulti e bambini.
È impossibile non immaginarsi lo stupore che un luogo del genere doveva suscitare su popolazioni tanto primitive. Popolazioni per le quali l'esistenza era ancora una lotta per sopravvivere alla natura. E pensare che questi uomini abbiano dedicato le loro energie alla costruzione di un luogo sacro di tale eleganza primordiale, qualunque fosse la divinità che sentivano di doversi ingraziare, è grandioso. Civiltà che ancora utilizzavano asce di pietra levigata, come furono rinvenute trai sepolti, trovarono il modo di erigere una costruzione che desta stupore tutt'ora. Un proto-spazio, un tempio alla sacralità che il luogo stesso suscita. Come non pensare che qui, su queste colline calcaree leopardate di verde, vivesse un qualche essere superiore? Come non immaginare che immensi fogli di pietra sospesi da terra fossero il segno indiscutibile della potenza della natura che permetteva all'uomo un tale prodigio?


frontiere



Francia, Perù, Messico. Spagna, Marocco, Germania, Moldavia, Austria, Giappone, Portogallo. Guyana Francese. Australia, Rèunion. Danimarca, Argentina, Brasile, Venezuela, Russia, Turchia. Stati Uniti, Canada, Sud Africa, Grecia. Uruguay, Romania, Senegal. Iran, Albania, Libano. Polonia, Bulgaria, Inghilterra, Irlanda, Repubblica Ceca. Cina?

sabato 13 ottobre 2012

senso di colpa



Scegliere di darsi la colpa. Un'altra variante che non passa mai di moda, soprattutto fra coloro che si identificano con un'idea di sè di persone buone e sensibili.
La perfezione è impossibile, il futuro imprevedibile, le conseguenze delle nostre decisioni imperscrutabili; per cui, anche se siamo di indole dedita e onesta, non è verosimile riuscire a non danneggiare mai nessuno. Possiamo così a piene mani darci la colpa, sentirci responsabili della delusione che ci pare di intravedere in x, della mancanza di motivazione dei dipendenti, della pressione alta del capo, della morte del canarino, delle ansie della figlia, della depressione della suocera, oltre che della nostra.

Ludovica Scarpa - La capra canta

galway - day 7



Galway è una gran bella città. Entriamo nell'ostello che si trova sul corso, Quay Street, e come al solito la fortuna ci assiste. La receptionist abbassa la cornetta e dice che due persone se ne sono appena andate e che quindi possiamo prendere il loro posto. Perfetto. Saliamo al terzo piano dove si trova la nostra stanza che a stento contiene i due letti a castello. In compenso la finestra è un portento. Il muro è così spesso ed il bancale così profondo, che diventa un piccolo spazio intimo in cui sedersi e guardare, attraverso i doppi vetri, la gente in strada. Ci prepariamo e scendiamo.
Lungo tutta Quay Street e High Street ci sono decine di musicisti di strada con i più differenti strumenti. Una giapponese tutta intenta a suonare l'arpa, xilofonisti acrobati, chitarre e cajònes de flamenco, banjos. Dai pub, invece, esce musica rock.
Ci fermiamo a mangiare in un piccolo localino in posizione defilata e ci restiamo finchè non chiude. Un salto in un paio dei grandi pub e poi verso il fiume dove i ragazzi sono riuniti a gruppi. Il lungo fiume qui è sorprendentemente vivo. Non ci sono argini, l'acqua scorre semplicemente un metro e mezzo al di sotto della pavimentazione e sul bordo stanno seduti a bere decine di ragazzi. Mi sorprende positivamente il fatto che, nonostante le zone siano potenzialmente pericolose, ci siano così tante ragazze sole, fuori dal gruppo, a coppie.
Oltrepassata una delle porte che ancora rimangono dell'antica fortificazione, ci troviamo a passare di fianco ad un locale interessante, ricavato nell'edificio che sorge lungo la banchina. Purtroppo appena tentiamo di entrare ci dicono che è chiuso e rimaniamo con la voglia di passarci qualche ora.

La mattina scendiamo in strada per l'ultima ricognizione di rito (Galway, come tutte le città irlandesi, offre il meglio di sè nella vita notturna) e prima di riprendere la macchina facciamo in tempo ad ascoltare un vecchino che, nessuno sa come, ha portato un pianoforte verticale di un bel color castagno all'incrocio tra le strade del centro e lì, alle dieci di una domenica mattina, delizia i passanti con brani di musica classica.
Che chiedere di più.


bodhràn - day 4




Ci aggiriamo un po' per il centro di Clifden, il che significa fare avanti e indietro per Market Street e Main Street. Tutti i luoghi di interesse del paese (dal supermercato alle poste, dalla chiesa ai numerosissimi pub, dall'albergo all'internet point) si trovano su queste due strade che si incontrano con un curioso angolo ottuso in un obelisco metallico di dubbio gusto. In ogni locale in cui entriamo incontriamo qualcuno che sta suonando dal vivo per i numerosissimi turisti che in questi giorni affollano la cittadina. In questi giorni, infatti, è in corso la mostra mercato dei Pony del Connemara, evento tanto rinomato da portare su queste coste gente da tutta l'Irlanda e saturare la capienza ricettiva del paese. Ci infiliamo in uno dei pochi pub in cui la cucina è ancora aperta e veniamo fatti sedere in un piccolo tavolino di fianco al palco, una semplice pedana in legno appoggiata alla porta in legno che chiude il vecchio accesso al pub.  Sopra vi trovano posto un cajòn de flamenco, un bodhràn (tamburo tipico in queste zone), una tastiera ed alcune pedaline. Alla porta sono appesi un banjo e due chitarre, una classica ed una acustica.
Dopo poco un pingue signore dai capelli bianchi, vestito completamente in nero, fa la sua comparsa sul piccolo scenario e comincia subito ad interagire con il pubblico. Dà da dire un po' a tutti, chiedendo da dove veniamo, e riserva ad ognuno una battuta. C'è una famiglia di statunitensi che tentano di dimostrarsi  disinvolti nella loro rigidità di cera. Una coppia di londinesi attempati. Una famiglia di Monaco che sta cercando di indovinare, dal nostro modo di parlare, se siamo spagnoli o italiani. Dall'altra parte del locale scorgiamo qualche gruppo di ragazzi sicuramente italiani e qualche francese.
Sul palco salgono poi due ragazzi, uno imbraccia la chitarra e l'altro il banjo. L'uomo in nero, che mi ricorda tanto un Johnny Cash nostrano, è evidentemente lo spirito goliardico del trio e continua a far ridere i clienti del pub con una serie di battute che, ne sono certo, si ripetono più o meno ogni sera. Come il suo cavallo di battaglia che apre la strada alla musica: "Riempite i calici e brindiamo. E ricordate: più bevete, meglio suoniamo ".
D'accordo. Lompa (un purista, si sa) sostiene che sia tutta musica per turisti, uno spettacolino che ci propina esattamente quello che vogliamo sentire. Una sorta di tipicità forzata. Un pizza-pasta-mandolino per stranieri. Eppure anche così hanno il loro fascino. Canzoni che hanno addosso un misto di allegria, di voglia di vivere e nello stesso tempo di malinconia. Mentre il tamburo tesse il ritmo della storia che la voce sta cantando, le melodie raspate sulla chitarra sono decorate da un banjo che corre velocissimo da una nota all'altra. Il nostro amico suona a volte il bodhràn, altre il cajòn de flamenco, altre ancora due cucchiai, messi schiera contro schiena e fatti schioccare sulle dita con grande abilità. Capisco perchè gli irlandesi si siano fatti la fama di essere i musicisti più rapidi al mondo.
Poi c'è un momento di pausa. I musicisti vanno a fumare fuori, a sgranchirsi. La gente si rilassa e ritorna a parlare ad alta voce. I vassoi di Guinness continuano a viaggiare dal bancone ai tavoli. Il ragazzo che suona il banjo scompare a chiacchierare con il nostro Johnny, mentre il chitarrista, un ragazzo che avrà all'incirca 25 anni, si ferma a chiacchierare con gli statunitensi, che sbandierano contenti il loro album appena comprato. Dice di essere stato anche lui per un po' di tempo negli States, a causa di una ragazza. Per un attimo il tono si intristisce ma poi, prontamente, risfoggia il sorriso amabile di sempre e con una battuta rimette tutti di buon umore.
Un attimo da nulla. Eppure mi basta per farmi pensare a quanto siamo abituati ad usare le nostre maschere, lavorative o meno. A come essere buffoni aiuti a non far entrare nessuno là dove la vita più brucia.

venerdì 12 ottobre 2012

dùn dubhchathair - day 7




Lo chiamano Black Fort, il forte nero, ma non ci aspettiamo né palizzate né indiani.
Scendiamo a costeggiare il porto e poi proseguiamo sulla strada che aggira la piccola baia e punta verso sud-est. Intravediamo la piccola pista di atterraggio, in lontananza, poi abbandoniamo il tracciato principale per addentrarci verso sud-ovest. Le poche case si fanno rade, i muretti a secco sempre più bassi, la strada asfaltata diventa una successione di pietre annegate in un sentiero. Decidiamo di abbandonare le biciclette dentro un recinto e proseguiamo a piedi, risalendo sotto il sole cocente la collina. Che poi è strano chiamarla collina, visto che lo strato di terra che ricopre la pietra è sottilissimo, quasi una pelle dalla peluria verde ed effimera. Arrivati in cima, il sentiero si allarga e prosegue dritto dritto fino all'orizzonte. Ci guardiamo intorno e non vediamo nulla che somigli a un forte, solo questo tracciato bordato da due ordinate file di pietre che distinguono il nulla dal nulla. Procediamo e l'erba scompare sempre più, sopravvivendo solo nelle pieghe della pietra.
L'altopiano, infatti, è una gigantesca e grigia placca calcarea scavata dall'acqua piovana in piccole e sinuose gole  profonde qualche decina di centimetri. È proprio in queste gole che la terra si annida generando episodi di verde. Il risultato è un paesaggio arido, un deserto di pietra leopardato dall'erba.
Poi l'altopiano finisce, e lo fa senza preavvisi. Ancora una volta la roccia viene tagliata di netto precipitando per decine di metri fino all'oceano. Ed in questo tuffo statico rivela tutto il suo passato, scoprendo le numerose fasce che la compongono, tutte orizzontali. Le guardo e mi vien da pensare che non sono altro che rughe, segni lasciati dal tempo sulla superficie di questa terra intrisa di miti e di mistero. E, come le rughe di una grande saggia, esercitano su di me un grande fascino.
Finalmente vediamo verso l'orizzonte una conformazione simile a quella del Dùn Aonghasa e ci incamminiamo procedendo paralleli alla scogliera. Ci ritroviamo così ad attraversare una miriade di muretti che, ancora una volta, dividono il nulla dal nulla. Tutti paralleli tra loro e perpendicolari alla costa, sono costituiti da pietre disposte, questa volta, in verticale, le une appoggiate alle altre. Una costruzione che mi ricorda il Muro di Frisia. Come per i campi del paese, le pietre sono state tolte dalla terra per dissodarla ed al tempo stesso riutilizzate per le recinzioni. Qui, però, non c'era nulla da dissodare: i muretti a secco restano a fare la guardia ad un'infinità di piani rocciosi, di scalinate naturali, di canaloni calcarei che occupano tutto l'orizzonte. Non mi sorprende che, con un paesaggio del genere, proliferassero le leggende. Che nascessero storie che ora chiameremmo fantasy. Certe zone del Signore degli Anelli potrebbero benissimo essere ambientate qui. Già ce li vedo, orchi e nani a combattere su questa landa pietrosa.
Finalmente arriviamo. Il forte è, ancora una volta, una cinta muraria a semicerchio di pietre sbozzate. L'ingresso al Dùn Dubhchathair è costituito da una strettoia che costringe a passare rasente tra mura e precipizio. Protetto rispetto alla terra, si apre poi verso l'oceano lasciando spaziare lo sguardo all'infinito. Al riparo di questa "fortificazione" sono rimaste solo le pareti basali di quelle che dovevano essere le abitazioni: stanze di forme organiche le une addossate alle altre, tutte rivolte verso lo spazio aperto. Ci accasciamo dentro una di queste, cercando ristoro per la nostra pelle ormai quasi bruciata nella poca ombra che ancora garantiscono le vecchie case.

sabato 6 ottobre 2012

educazione moderna



È sabato mattina ed il cervello è ancora vuoto. Sull'autobus ritrovo la solita umanità di terza classe, quella per cui la scelta dei mezzi pubblici non ha nulla a che vedere con la sensibilità ecologica ma con una necessità economica. Ragazze cinesi in tiro dalle nove di mattina, una signora russa infagottata nel suo maglione blu elettrico anni '80, pakistani, bengalesi con il loro carico di buste, ucraini in jeans e maglietta. E poi, ovviamente, gli anziani.
Mentre sono lì, con ronzìo del cervello in accensione, sale il tipico anziano che ha voglia di parlare. Appena imboccate le porte si avvicina all'autista ed esordisce (continuando un suo immaginario dialogo) con: “Nessuno paga il biglietto all'Atc, ma poi tutti si lamentano”, buttando lì un barlume di lucidità inaspettata. Si siede e comincia a rivolgersi un po' a tutti, indistintamente, guardando in direzione della gente seduta sull'altro lato. “Io prima andavo in bicicletta ma poi mi hanno messo una protesi, ci hanno messo un anno a darmi i soldi perchè sono vecchio. Ci andavo dappertutto, ma ora mia figlia mi ha fatto l'abbonamento mi ha dato un telefonino, perchè dice che sai quando esci ma non sai quando torni, con tutta sta gente che corre, che beve, tutti di fretta, dove andranno poi.Quando ero giovane io si andava con le macchine a pedali e c'erano molti meno incidenti, guardi se questo dev'essere il progresso. E per fortuna che ho trovato posto a sedere, l'altra volta c'era un ragazzo proprio lì, mi ha guardato e non si è mosso, io non gli ho detto niente, sa, era di quelli con l'anello al naso, come le mucche di mia sorella, e non si sa mai, meglio non dare da dire, mi dica lei se questa è educazione, guardi, io ho solo la quinta elementare ma certe cose le ho sempre rispettate e ora invece questa è l'educazione moderna...” e continuando a parlare inforca nuovamente le porte e scende.

giovedì 4 ottobre 2012

dún aengus - day 7



Il sentiero si inerpica. Più che un sentiero è un tracciato segnato da muretti a secco che ci portano a salire il pendio attraversando un deserto di pietra. Qua e là solo qualche ciuffo d’erba e due solitarie vacche. Attraversiamo quello che viene chiamato “cavallo di Frisia”: un’ampia area che circonda la prima cinta muraria costituita da pietre infilate nel terreno con la punta rivolta verso chi si avvicina al forte. Questo stratagemma impedisce a chi volesse attaccarlo di avvicinarsi a cavallo e gli impone di procedere unicamente a piedi. Geniale, assolutamente geniale se penso che è stato ideato da popolazioni che risalgono a prima del primo millennio avanti Cristo. Attraversiamo la prima cerchia muraria, un accatastamento di pietre a secco sbozzate spesso, nella parte più ampia, fino a quattro metri. Il forte chiamato Dún Aonghasa (Dún Aengus in inglese) è costituito da quattro cinta murarie concentriche di muri a secco che racchiudono uno spazio centrale sacro. Costruito a ridosso della grande scogliera, il sistema difensivo presenta una forma a D che termina direttamente sul precipizio: un centinaio di metri di caduta libera verso l’oceano. Nella cerchia più interna si trova ora semplicemente una grande pietra rettangolare. Una enorme piattaforma naturale, piana, quasi perfettamente rettangolare, che termina improvvisamente nel punto più alto della scogliera, racchiusa da quattro cinta murarie concentriche. E, dove il muro non rende cieco lo sguardo, l’oceano a perdita d’occhio, e la costa irlandese per centinaia di chilometri.
Non mi stupisce che qui i druidi tenessero i loro rituali stagionali, che qui avvenissero probabilmente sacrifici, e che qui menti suggestionabili e semplici si facessero invasare dalla potenza incontrastata della natura. Noi, incapaci di reale stupore a causa della nostra conoscenza, attirati dai depliant più che dal luogo, resi non impressionabili da fotocamere estremamente sensibili, noi, popolo di consumatori di cultura take-away, restiamo in silenzio di fronte a tanta semplice meraviglia.
E, sempre più, mi si conferma un’intima teoria. Che ciò che realmente vale, ciò che realmente impressiona (spazialmente, umanamente e culturalmente) non trova spazio in una fotocamera.

aran - day 7




Scorriamo di fianco alla costa in sella alle nostre bici fino ad un punto in cui la costa si fa più dolce, e le placche di roccia formano delle terrazze nell’acqua. Un piccolo casottino bianco segna il punto di avvistamento delle foche. Risaliamo la strada fino ad una stretta spiaggia bianca, una delle poche zone sabbiose dell’isola. Qui si trova un crocicchio di strade che portano in tutte le direzioni. Di fatto l’isola è percorsa da un’unica strada, da sud-est a nord-ovest, sulla quale si trovano tutte le case. Solo nella parte centrale, più ampia, questa spina dorsale si divide in due, con una strada sul crinale ed una lungo la costa. A sud di questa strada l’isola si trasforma in un deserto di pietra, una successione di lastre senza vegetazione che terminano bruscamente nell’oceano con spettacolari scogliere.
Superiamo la spiaggia e ricominciamo a salire. La strada volta a sinistra, a sud. È la via che conduce a Dùn Aonghasa. Proprio nell’incrocio si trovano due edifici dall’aria vagamente mediterranea. Bassi villini di bianco calce e gli infissi colorati di azzurro o giallo. Sulla facciata del più caratteristico dei due, sotto al tetto in paglia evidentemente appena rifatto, spiccano rigogliose piante in fiore. La casa è un bar e ne approfittiamo per una seconda colazione a base di tè e dolci tipici. Ci sediamo di fuori a goderci questo magnifico sole che è venuto a salutarci. Osservo l’altro edificio. Nonostante l’apparenza risulta essere un edificio turistico, dove vendono souvenir dell’isola. Mentre mi godo i fiori e la paglia due bambini ci scorrazzano intorno. Il piccolo, dalla carnagione ed i capelli innegabilmente irlandesi, continua a girare trai tavoli con una confidenza che rivela la sua familiarità con il luogo. La bimba, invece, ha la carnagione più scura, i capelli lunghi fin sotto la spalla liscissimi e di un nero corvino. Il taglio degli occhi tradisce origini vagamente orientali. Si mettono infine a giocare sul tavolo di fianco al nostro. Provo a prestare attenzione a quello che dicono, ma non capisco. Finchè arriva la mamma, con una monovolume con altri due bimbi a bordo, a prenderli. Si intrattiene un po’ in chiacchiere con la padrona del bar che nel frattempo, con ancora il grembiule, sta innaffiando i fiori. E così capiamo, non capendo nulla, che la lingua che sentiamo è il gaelico e che, a quanto pare, la famiglia è una delle poche che effettivamente vivono sull’isola.

martedì 2 ottobre 2012

apnee



Lo ricordo perfettamente, senza fatica né oggettività. Lo ricordo perfettamente come si ricordano gli eventi del passato, come bolle di emozioni e profumi.
Ero nel bagno piccolo, quello disotto. Ci facevamo la doccia, in quel bagno. Pensili celesti e decorazioni floreali sulle piastrelle alle pareti. Una luce giallastra dall'alto. Ricordo come mi impegnassi per stare da solo sotto il getto dell’acqua e tentare (non che ci riuscissi benissimo) di insaponarmi un po’, qua e là. Mentre ero tutto indaffarato a spargere la schiuma, il babbo (allora un gigante che supervisionava il tutto) mi disse: “Adesso, mentre sei sotto la doccia, prova a tenere gli occhi aperti. E a respirare”. Infatti quando mi infilavo sotto il getto dell’acqua chiudevo gli occhi e restavo in apnea e per tornare a riaprirli e a respirare dovevo spostarmi dove non mi arrivasse l’acqua. Così le mie docce erano un continuo saltare dentro e fuori dal fiotto.
Rimasi perplesso. Già mi costava tanto insaponarmi. Ora dovevo aggiungere questa nuova sfida.
Ricordo che mi misi sotto, occhi chiusi e bocca chiusa. Poi aprii piano le palpebre. L’acqua cominciò ad entrare, ad affogare la vista. Ma in fondo non era poi così fastidiosa. E allora schiusi la bocca e respirai. Ed il respiro, da sincopato e timoroso, divenne sempre più naturale.

Lo ricordo distintamente, con tutti i colori e le parole che forse non ha mai avuto. Ma lo ricordo assolutamente reale. Ed il ricordo era del momento in cui, improvvisamente, avevo conquistato qualcosa e mi ero sentito parte del mondo dei grandi.

di così - brunori sas



Che cos'è quest'ansia / Che mangia la pancia
Che cos'è che manca / Forse un conto in banca

E quello che voglio / È viverla meglio
Di così

Ho lasciato i sogni / Chiusi nell'armadio
Che dentro al cassetto / Non ci stanno più

Quello che voglio / È vivermi meglio
Quello che voglio / È vivermi meglio
È vivermi meglio / Di così 

domenica 30 settembre 2012

stella del mattino - day 7



Apro gli occhi. Il sole illumina le pareti della tenda chiamandomi fuori. Apro la bocca del nostro rifugio e davanti mi si para il prato verde, i muretti a secco, il tetto aguzzo dell'unica casa, bianca, e sullo sfondo il profilo dell'Irlanda, ancora coperta di nubi. Le altre tende sono ancora chiuse.
Prendiamo il cibo e scendiamo in riva al mare. Ci sediamo sugli scogli a fare colazione, mentre intorno i gabbiani lanciano i loro richiami nell'aria. Il mare è blu, bellissimo. Vagamente, lontano, vediamo del movimento, qualche gruppo in bicicletta che scorre sul profilo dell'isola.
Tornando verso il porto passiamo davanti al Joe Watty's, il bar dove abbiamo cenato ieri sera. Sui tavoli in legno ci sono ancora una dozzina di boccali vuoti che aspettano di essere rigovernati. Proprio di fronte sta una casina bianca con una porta sopra la quale campeggia la scritta: Comhar Creidmheasa Àrainn Teo. Evidentemente un piccolo (e a quanto pare l'unico) istituto di credito dell'isola.
Poco più avanti, nel breve selciato di fronte ad un'altra casetta, troviamo uno strano grande contenitore di metallo, che riconosciamo essere la buchetta del servizio postale. Servizio che, ovviamente, è costituito dall'unica stanza che si trova all'interno.
Poi, come una visione cubana nel mezzo della terra gaelica, ecco un edificio senape con un preciso zoccolo rosso ed una malandata porta in legno colorata di marrone. Un'astuta fascia bianca sotto la trabeazione riporta a caratteri neri il nome del luogo. E nel mezzo del selciato ecco passare un gallo, tronfio, nella sua passeggiata mattutina.


nessuno



"Perchè se ne sta qui tutto solo?", chiese Alice, non volendo iniziare una discussione.
"Diamine, perchè con me non c'è nessuno!", gridò Humpty Dumpty.

Lewis Carroll

domenica mattina




Mi sveglio e penso a te.
Sei un pipistrello che vola nella mia testa.
E la tua decisione non mi dà pace.

sabato 29 settembre 2012

di miti e di stelle - day 6




Appoggio la testa sul materassino e guardo il cielo.
Nel mio stomaco riposa un'ottima cena di pesce, delle ostriche e due buone pinte di Guinness. Intorno non vedo altro che verde, muri a secco ed il cielo stellato sopra di me.
La Via Lattea. A quanto pare esiste ancora, nonostante continuiamo a spegnerla, ogni notte, accendendo le nostre mille luci. Le stelle, milioni di microscopiche pagliuzze d'oro sparse nella notte, confuse e lontane. Eppure qualcuno, quando ancora l'immaginazione era scienza e la mitologia storia, ci riconobbe delle figure, ci seppe leggere dei racconti. Racconti che parlavano di semidei che cercavano l'immortalità nel seno della madre di tutti gli dei. Di combinazioni evocative di astri che influivano sul carattere delle persone, sul loro destino. Che stupore doveva suscitare, allora, la notte. Allora che molto era ignoto ed immensa era la meraviglia.
Parliamo, io e Lompa, mentre l'umidità risale dall'oceano e si posa su di noi. Di fronte a tutto questo è impossibile abbandonarsi a discorsi futili ed è come se la natura desse nuovo peso ai nostri pensieri. Fino a tarda notte, fino a che le parole cominciano a rallentare, a sfumare.
È il dieci di agosto. Una maestosa stella cadente fende il cielo da nord a sud e spegne la notte.

teampall chiarain - day 6



La costa è ricca di ciottoli rotondi e grosse pietre levigate. Strane alghe scure si annidano là dove la marea scende, presto beccate dai gabbiani. Poco più in alto, negli anfratti della roccia cresce qualche sparuto e rigoglioso ciuffo d'erba. Al largo, dove le onde diventano indistinte ed il colore omogeneo, si riconosce la sagoma della madrepatria, dell'Irlanda, e ricalcata su di essa la sagoma bianca e sottile delle nuvole.
Ci addentriamo vagabondando tra segnali turistici e muretti a secco. Giungiamo ad un'antica chiesa riportata con il nome di Teampall Chiarain. Come tante altre, questa ha perduto completamente il tetto ma ha conservato perfettamente le mura perimetrali, trasformandosi così, anch'essa, nell'ennesimo recinto di pietra. Sui due lati corti è ancora ben visibile il timpano che sosteneva la copertura ed in uno di essi è ricavata la monofora dell'abside. Uno dei lati lunghi accoglie, invece, l'ingresso,  una bella apertura ad arco acuto sagomato. Le pareti sono costituite da grosse pietre sbozzate e sovrapposte a filari orizzontali. L'interno, senza pavimentazione ma con un acciottolato sparso, presenta qualche semplice nicchia ed i resti di un piccolo altare addossato alla parete. Nel prato che circonda la chiesa diroccata si trova una stele, una lama di pietra decorata con motivi celtici e con un foro perfettamente cilindrico. I resti di quella che probabilmente doveva essere una meridiana orizzontale.
Comincio a capire il fascino subìto dai tanti che hanno visitato queste isole nei secoli e l'aura di pace che si sono portati a casa. L'oceano, il sole, gli animali che si sentono ancora indisturbati padroni della terra e dell'acqua. Una natura pacata e silenziosa. Le opere dell'uomo, fatte della stessa materia di cui è fatta l'isola, composti in trame o in edifici, preservati o divenuti ruderi e tornati, quindi, natura, mi appaiono come veri capolavori di land-art inconsapevole e ante litteram.

a secco - day 6



Per fortuna siamo riusciti a salire sull'ultimo traghetto in partenza da Rossaveel ed in breve tempo siamo arrivati su Inis Mòr, la più grande delle tre isole Aran. In biglietteria ci avevano detto che non c'erano più posti disponibili sull'isola, ma con un po' di insistenza siamo riusciti a sapere che esiste un camping e là dovremmo poterci accampare per una manciata di euro. Camminiamo lungo una delle due strade che si allontanano dal porto, unico punto dove esiste realmente un paese, costituito peraltro quasi unicamente da negozi di maglioni, di noleggi di biciclette e di b&b. La stradina, stretta e a doppio senso di marcia, è spesso bordata da muretti a secco che recingono le proprietà. Questi muretti, costituiti da grigie pietre anche di grosse dimensioni continuano per tutta l'isola tramando i campi come una rete, opera di un assurdo ragno scultore. A quanto pare, infatti, l'isola è un immenso piano inclinato di pietra calcarea al di sopra del quale si è formato un sottile strato di terra. Per questo motivo gli alberi sono praticamente assenti, non esistono appezzamenti coltivati ed i campi sono lasciati a foraggio per qualche vacca o cavallo. Le pietre, come avviene in Puglia, vengono estratte dissodando i campi e vengono poi riutilizzate come recinzioni. Gli abitanti di queste parti per secoli hanno vissuto unicamente di ciò che dava loro il mare, esportandolo in Irlanda a cambio di legname da costruzione e torba per il riscaldamento. Durante i lunghi inverni burrascosi si tenevano occupati raccogliendo alghe dalla costa per usarle (come i giapponesi) per la concimazione dei pascoli.
Abbiamo lasciato il porto da una buona mezz'ora, il centro abitato si è disgregato in una serie di villini sparsi, ed ancora il camping non si vede. Il sole come al solito finge di tramontare scorrendo lentamente verso la superficie dell'oceano e lasciandoci per lungo tempo in questa luce morente. Lentamente ci supera un carretto trainato da un cavallo. Chiediamo al ragazzo dove sia il camping e questi ci indica una stradina laterale che scende sulla destra avvicinandosi con qualche curva alla costa. Scendiamo e scoviamo alcune tende dentro ad uno degli infiniti recinti di pietre. Entriamo da un piccolo cancello di ferro battuto e tutto quello che troviamo sono quattro tende disposte ai quattro angoli dell'appezzamento ed un casotto piccolo con i bagni. Tutto qua. Niente reception, nessuna registrazione, nessuno cui pagare. Piantiamo la tenda, lasciamo i bagagli e ci avviamo verso la costa.

venerdì 28 settembre 2012

predestinato



Bei personaggi, gente con una tenacia che oggi pochi sembrano avere, distratti come si è da mille impegni e, in fondo, non impegnati più in nulla. Questi erano personaggi con una sola idea, ma quella era ferma, sicura. Era anche gente con poche scelte e forse proprio per questo più dura e in fondo più felice. [...] le sue scelte erano estremamente limitate, e con ciò aveva un "destino". Oggi le alternative di ciascuno sono molte di più, la mobilità sociale ha aperto a tutti la possibilità di aspirare a qualsiasi cosa, ma con ciò nessuno è più "predestinato" a nulla. È forse per questo che la gente è sempre più disorientata e incerta sul senso della propria vita.

Tiziano Terzani

torba - day 6




Acqua. Acqua che affiora trai ciuffi d'erba, che si fa spazio tra le piccole colline, che circonda i segnali stradali. Uno specchio di cobalto, come fosse la sostanza della terra. Ovunque. Ed una strada che corre, disegnando curve inspiegabili in mezzo a questa piana palude rigogliosa e soleggiata.
E finalmente capisco cosa sia una torbiera.

giovedì 27 settembre 2012

kylemore - day 6



A quanto pare al signor Henry la zona era piaciuta alquanto. D'accordo, la strada passava proprio tra il lago e la futura residenza, ma questo non era un gran problema. Aveva appena abbandonato la professione di medico per gestire gli affari del padre a Manchester, ed i soldi certo non gli mancavano. Decise allora, anni dopo quella magnifica luna di miele, di acquistare tutta l'area a nord della Diamond Hill e di spostare la strada sulla sponda opposta del lago di Kylemore. Ingaggiò un centinaio di braccianti, presi tra la povera gente del posto, che per quattro anni si sarebbero dovuti dedicare alla costruzione dell'ambizioso castello.
Il signor Henry era benvoluto dagli abitanti della provincia, e la sua fama si espanse ben presto in tutto il Connemara. Di indole profondamente romantica, non peccava tuttavia di senso pratico e lungimiranza. Fu così che quando conobbe il signor Fuller, uomo che esercitava la propria professione a Manchester ma originario del Kerry, pensò di affidare a lui l'ambizioso progetto. Da parte sua l'architetto, interpretando lo spirito del suo committente, decise di cedere alle proprie inclinazioni per un certo gusto eclettico, recuperando elementi dal linguaggio gotico ecclesiastico e militare.
Quattro anni dopo l'uomo, che nel frattempo era divenuto parlamentare della Regina con al seguito una famiglia di nove figli, si trovò di fronte una facciata in pietra dominata da un massiccio corpo centrale di tre piani, affiancato da uno snello torrino ottagonale e due ali asimmetriche di due piani. Al di sopra del portale di ingresso, concluso con un curioso arco a sesto acuto ribassato, campeggiava un grande bow-window a due livelli di bifore sovrapposte, che illuminava la scala monumentale all'interno. Questa dava accesso a tutto il complesso, con le sue 33 camere da letto e 4 bagni,  la sala da ballo, quella per il biliardo, lo studio, l'aula dedicata all'insegnamento, la sala per fumatori ed quella per le armi, oltre ad un certo numero di stanze per domestici e servitù.
Un miglio più a ovest, al limite della tenuta, ordinò la costruzione di uno degli ultimi giardini murati d'Irlanda: sei acri di terreno, perfettamente esposti a sud e protetti dai venti freddi del nord, tre dei quali dedicati a giardino di piacere e tre ad orto. Al fine di mantenere la produzione per tutto l'anno, fece erigere una ventina di serre in ferro e vetro al di sotto delle quali crescevano le più varie specie di  ortaggi e frutta. Appassionato delle ultime innovazioni tecniche, Mitchell Henry predispose, oltre ad una piccola centrale idroelettrica, un sistema di canalizzazioni interrate che dalla dimora principale portavano aria calda fino alle serre garantendone un clima ottimale anche nei freddi inverni.

Purtroppo l'idillio del suo Paradiso personale durò ben poco. Infatti sette anni dopo, di ritorno da un viaggio in Egitto, la moglie si ammalò di una strana febbre ed in breve tempo si spense, coccolata fra le mura del castello che lui aveva costruito. Il signor Henry rimase, comprensibilmente, profondamente scosso. Tutto l'ingegno, l'impegno, l'amore e l'armonia con cui egli l'aveva circondata non erano stati sufficienti a garantir loro che un paio di anni di felicità. Affranto ma indomito, decise allora di far costruire in suo onore, vicino alla sponda del lago, una piccola chiesa. Eppure lo stile gotico poco si addiceva alla grazia e femminilità della defunta moglie. Quello che il signor Henry cercava era uno scrigno dove cercar conforto, un'alcova calda che si specchiasse sulle gelide acque del lago. Cominciò a prendere forma un progetto dove non vi fossero più, sotto le gronde, mostruosi gargoyles ma angeli proiettati verso il cielo. Nelle facciate fiorirono una gran quantità di piccoli rosoni, le nervature della copertura si incrociarono in grappoli floreali, una trama di petali lapidei rivestì le pareti. Nè badò a spese per ottenere l'effetto che desiderava. Internamente, ad impreziosire la superficie di arenaria, vennero collocati fasci di colonne costruite con le pietre provenienti dai quattro angoli dell'Irlanda, dalle nere pietre vulcaniche ai marmi pregiati. Un tappeto in legno sosteneva le file di panche, riscaldate da canalizzazioni ipogee.
Ma tutto questo non bastò. E non fu sufficiente neppure erigere un piccolo mausoleo, al riparo di uno dei grandi alberi. Il signor Henry non riusciva più sopportare di vivere da solo in quel luogo, in quella terra così ambita e a cui aveva dato tanto. Decise allora di abbandonare Kylemore. Abbandonando la sua dimora alle nebbie dell'ovest.


indomita



Con i denti. Le unghie, l'entusiasmo ed i denti.
Ad affermar continuamente la nostra libertà, non solo nonostante le difficoltà, ma anche grazie ad esse.
Una vita cercata, bramata ed afferrata. Una vita sofferta e piena. Indomita.
E che inizia quando meno te lo aspetti.

lunedì 24 settembre 2012

il sostegno




Arrivo al Sostegno dei Landi, rallento e comincio a camminare. La corsa, in fondo, non era altro che una scusa. La casa di manovra è un edificio fatiscente del secolo scorso con semplici modanature in mattone a vista, affiancato da quel che resta di un'ex-cartiera. Doveva avere una sua dignità, una volta, mentre ora le gronde sono divorate dall'ossido, le tegole rotte o scomparse. Risalendo il canale noto un signore che vanga il piccolo triangolo di terra che si trova tra il sentiero ed il Canalazzo. Poco più avanti c'è un ragazzo, probabilmente un gitano, che è entrato in una recinzione ed ora salta tutto contento su di un gigantesco tappeto elastico. Passo sotto il cavalcavia della tangenziale. Qui i resti di un'umanità reietta non sono neppure occultati. Trai grandi piloni di sostegno si trovano materassi, carrelli, vestiti e su di tutto ciò campeggia un grande murales: il mondo è ammalato. Stretti tra le sponde del maleodorante canale ed i piloni, a contatto con tutti gli animali che lo abitano, per tetto la tangenziale, qui "risiedono" almeno un paio di persone. Dall'altra parte del Navile una recinzione circoscrive un campo con alcuni furgoni parcheggiati ed i segni, anche qui, di una vita nomade. Proseguo lentamente, mentre sciami di zanzare banchettano amabilmente su di me. Passato il cavalcavia un profumo di uva e di mosto mi pervade. Sull'altra sponda si trova, malconcia, una vigna. In poco tempo arrivo al Sostegno dei Torreggiani, ormai in rovina. Continuo a costeggiare i due canali, uno dei quali ormai non è altro che un letto in secca ricoperto di vegetazione. Arrivo ad un ristorante, da Sandro sul Navile. Incredibile come anche oggi i camerieri preparino i tavoli, i cuochi cucinino, ed il padrone del locale si aggiri cercando di assicurare un minimo di decoro a questa casa gettata su queste acque che profumano di fogna. Gli asciugamani e le tovaglie stese ad un filo ancorato tra due alberi, a pochi centimetri dalla selva di giunchi che ha preso il posto del piccolo canale, mi ricordano scene in bianco e nero da inizio secolo.

giovedì 13 settembre 2012

monaci





C'è un momento in cui ci guardo e non posso fare a meno di sorridere.
Io che ti parlo in inglese mentre sbraiti con tua sorella in spagnolo, e lei che mi spiega in italiano. Ed è bello guardarci sotto questo cielo stellato, questi alberi ancora verdi, in mezzo al biergarten. Sapere di avere qui un'isola, un rifugio perenne, una seconda famiglia, un nido di anormalità confortante.

mercoledì 12 settembre 2012

diamond hill - day 5




La chiamano Diamond Hill, anche se il crinale in realtà è ben più esteso di quanto si immagini. È da qui che si domina il Connemara Park in tutta la sua maestosità. Ed è da qui che non si può fare a meno di rimanere meravigliati.
Tutto intorno, fino all'orizzonte (fino alle montagne erbose, fino ai laghi profondi e allo sconfinato oceano) la natura regna sovrana, padrona dello spazio e del tempo da sempre. Non strade, non case, non ponti. Non vi sono ferite artificiali a tagliare il suo corpo, ma crepe scavate da ruscelli e fiumi, conche riempite dall'acqua e foreste improvvise. Solo si intuisce qualche piccola casa svanire nell'orizzonte della costa, nascosta nella boscaglia fitta del lago, ed una lingua in doghe di legno che sorvola la grande torbiera.
Il resto è natura, pura e incontaminata.


omey island - day 5



Poi la marea scende e lentamente scivola acqua su acqua. Gli scogli diventano rocce, le alghe si sdraiano sul fondale ed i pesci riprendono il largo. L'oceano, piano piano, lascia il posto alla sabbia fino a che quella che era una piccola isola diviene una penisola, un piccolo mondo ricongiunto alla terra madre da un ampio cordone ombelicale d'arena bianca. La spiaggia più chiara, ampia e pacifica che abbiamo visto in tutto il Paese.
È l'isola di Omey, che nel suo appartato silenzio custodisce un lago ed un cimitero.


martedì 11 settembre 2012

più moralità




Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura l'insicurezza, l'ingordigia, l'orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli a essere onesti, non furbi.
Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, rimpossessiamoci della lingua, in cui la parola "dio" è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire "fare l'amore" e non "fare sesso". Alla lunga anche questo fa una grossa differenza.

Tiziano Terzani

mercoledì 5 settembre 2012

danza urbana





E ad un certo punto la città non c'è più. O meglio. Non è proprio che non ci sia più. La Rossa continua a circondarci ma rapidamente scompare, svanisce. Si eclissano gli edifici di via Don Minzoni nella luce della sera, sfuma la massiccia schiena del Mambo, svapora questo canale in secca che ci divide da lei.
Sì, perchè è lei, Emily Tanaka, che ha spento le luci sulla platea cittadina per accenderne una, microscopica, su di sè. Strane scarpe in pelle scura ai piedi, fasce nere aderenti a disegnarle le ginocchia, un vestito corto, comodo, nero anch'esso, tagliato sulle spalle, una frangia di capelli nerissimi. E tutto ciò che emerge è una pelle perlata e due occhi inequivocabilmente orientali.
Si muove, Emily, confinata tra il letto sfatto del canale e l'alta parete in mattoni. Aspetta che la penombra della sera si porti via le ultime certezze, lascia scorrere stralci di musica, lo spirito dei Mogwai, e poi si scosta lentamente, con movenze antiche e moderne, un automa preistorico, la rozza primitività di una corporeità fluida. E così se li porta via. Lo spazio, risucchiato in quelle movenze magnetiche che riducono il mondo alla sfera che la circonda, quella piccola bolla di luce creata dalla lanterna che lei porta a spasso. Gli occhi sfarfallano nel tentativo di catturarne i movimenti, traditi da una notte che ancora non è. Si porta via il tempo, scuotendosi, voltandosi al rallentatore, comprimendo passato e futuro con il suo cibernetico camminare a ritroso.
E si porta via le nostre pene, stregate da un connubio impossibile tra l'anima nipponica e le sonorità elettroniche.

domenica 2 settembre 2012

due di due




Quando l'incidente capita a un maschio, e l'infortunato si mette a piangere, gli altri si aspettano da lui che esca dall'azione e smetta di lamentarsi, in modo che il gioco possa proseguire. Se la stessa cosa accade in un gruppo di bambine, il gioco si ferma e tutte si raccolgono intorno all'amica che piange per aiutarla. 
[...] i maschi vanno orgogliosi di un'indipendenza e un'autonomia tipica del tipo duro e solitario, mentre le femmine si interpretano come elementi di una rete di connessioni. Pertanto, i bambini si sentono minacciati da qualunque cosa possa mettere in discussione la loro indipendenza, mentre le bambine lo sono di più da una rottura nelle loro relazioni interpersonali.

Daniel Goleman - Intelligenza emotiva