domenica 22 settembre 2013

katolička porta - giorno 2



Katolička Porta è la piazza sul lato della cattedrale di Novi Sad. Questa sera (e, come scopriremo poi, ogni sera) è gremita di ragazzi di tutte le età, ognuno con il suo personale botellòn. Cerchiamo di evitare di finire come a Zagabria (a guardarci negli occhi al tavolino di un bar) e decidiamo di unirci alla calca festante. Prendiamo qualche birra e ci appostiamo vicino alla fontana. Dopo pochi minuti un ragazzo viene a chiederci un cavatappi ed il gioco è fatto: in breve conosciamo Milan e la sua simpatica combriccola. Milan è un ragazzo originario di un paesino poco fuori città e si è trasferito qui per studiare. Dice che la città è molto interessante ed ha una gran vita, grazie al fervore studentesco, e la piazza sembra dargli ragione. Sostanzialmente il centro storico è costituito da due arterie principali: un boulevard pedonale dove ogni locale è un bar che si espande sulla strada con tavolini e divanetti, ed una strada stretta dove si concentrano i pub ed i clubs della città. Ci facciamo qualche giro di birra insieme e poi bissiamo con quello che stanno bevendo loro, un mix senza nome fatto di vino bianco e schweppes al limone.
Aleksandra, una ragazzona bionda molto appariscente, ci racconta di come lavori per l'ufficio Erasmus tentando di incrementare le possibilità per i serbi di andare all'estero. Una grande opportunità per i ragazzi di qui per poter studiare fuori dal Paese, ma purtroppo le borse sono poche. Li invitiamo a venire a trovarci a Bologna, visto che nessuno di loro vincerà una borsa Erasmus. Milan ci guarda e dice che il problema è che in Serbia non ci sono soldi, che c'è tantissima povertà. Loro sono già fortunati a poter studiare in città, ma non possono fare vacanze, lavorano per stare lì, e di andare all'estero, purtroppo, non se ne parla. Auguriamo loro, goffamente, che aprano delle connessioni low-cost con l'Italia, per poterli ospitare in un futuro.
Poco prima di mezzanotte riveliamo che è il mio compleanno e quindi, tutti insieme, scoliamo i bicchieri e ci trasferiamo in uno dei clubs vicini. Varchiamo la porta e ci infiliamo dietro ai nostri nuovi amici nella calca del locale. Una musica hip-hop sparata a tutto volume fa muovere i corpi come nei videoclip e le ragazze non perdono occasione per mostrare come hanno imparato a scuotere i loro averi. Io e te ci guardiamo, silenziosamente basiti. La notte procede al ritmo di gin tonic e birre, passando da un locale all'altro, attraversando sale dove la musica a noi pare decente ma non ad Aleksandra, che guida i giochi. Quando tutti i locali chiudono Milan, tutto emozionato, ci trascina nel posto che fa la "miglior pizza della città". È un banco che serve le pizze direttamente in strada, e non è niente male. Qui finalmente riusciamo a parlare un po' con Bojana e Danijela che, ormai prede dell'alcol, tentano di esprimersi in un fantasioso inglese. Tutta gente molto simpatica, piena di vita e di quella semplicità che contraddistingue aree dove la ricchezza ancora non ha corrotto la genuinità.
Quando ormai ogni speranza di trovare qualcosa aperto svanisce, salutiamo i nostri momentanei compagni di viaggio e ci ripromettiamo di vederci in Italia. E un hvala di cuore raggiunge ognuno di loro.

monastero di grgteg - giorno 2



Usciamo dalla porta della rimessa sperando che nessuno ci veda, ma appena ritorniamo alla luce del giorno due paia d'occhi ci fissano. Automaticamente cerchiamo di calarci velocemente nella parte dei turisti ingenui portando la mano alle nostre macchine fotografiche, come fosse una scusa. La suora, tarchiata e sorridente, si avvicina domandandoci qualcosa in questa lingua che non conosciamo. Rispondiamo in un inglese stentato che stavamo giusto facendo qualche foto. La ragazza si allontana dalla macchina, ci viene incontro e ci dice che non si può passare dalla rimessa, che è una zona riservata alle suore del monastero. Ci profondiamo in scuse idiote e mi preparo a ridiscendere il sentiero per tornare al parco naturale. Ma vengo colto alla sprovvista dalla tua domanda: "Sapete se da queste parti possiamo trovare un posto dove mangiare qualcosa?". Io, la suora e la ragazza ti guardiamo, perplessi ed increduli allo stesso modo. Due turisti stranieri, a piedi, senza auto, in mezzo al Parco Naturale presidiato solo da qualche monastero, che cercano un posto dove mangiare come fossero in un parco d'attrazioni. La ragazza traduce per la suora che, inaspettatamente, si illumina e le risponde. La ragazza ci dice che le suore hanno già cenato (saranno le sei) e che ora è un momento di depurazione spirituale e fisica. Ma se ci accontentiamo di un cibo tradizionale, molto semplice, suor Teodora sarà contenta di servircelo. Imbarazzati (a questo punto entrambi) rispondiamo che se non è troppo un disturbo accettiamo volentieri. La ragazza ci affida alle cure della suora e ci saluta.
Ci ritroviamo nel refettorio e suor Teodora, evidentemente la cuoca, comincia portarci diversi piatti. La nostra interprete se n'è andata e quindi la comunicazione si risolve sempre in una sorta di ossequioso ringraziamento. Sul tavolo arrivano patate lesse, pane ai cereali, una zuppa, dei pomodori, frutta, vino. Ci lanciamo sulla zuppa e scopriamo cosa fosse l'aroma che pervade il convento: aglio. Aglio in ogni dove. Nelle  patate, nei pomodori, nella zuppa; trecce d'aglio appese alle catene del portico, alle pareti. Evidentemente lo usano come un disinfettante naturale.
Cerchiamo di comunicare con suor Teodora che però non mastica altro che serbo. Lei alza il dito al cielo (universale gesto per dire che ha avuto un'idea) e scompare fuori dal refettorio. Ritorna presentandoci una sua sorella che, evidentemente, parla un po' di inglese. Ci intratteniamo un po' con lei spiegando chi siamo e da dove veniamo. Dopo poco la sorella si accomiata ed esce. All'arrivo dell'ennesima portata cerchiamo di ringraziare la cuoca, tentando di farci comprendere a gesti e con l'unica parola imparata fino ad ora: "dobro", cioè "buono". In risposta la suora ritorna con un'altra consorella a farci da traduttrice. E così andiamo avanti per almeno un'ora, cambiando interprete altre 4 volte, e conoscendo, nell'ordine, altre due suore, un monaco tutto vestito in nero e con la barba lunga, la madre superiora ed una signora con il velo, di Mostar, probabilmente una novizia.
Rifocillati comunichiamo che vogliamo partire prima che faccia buio perchè abbiamo quasi un'ora di cammino per arrivare alla macchina, parcheggiata lungo la strada nel Parco. Teodora si preoccupa subito, dicendoci (tramite l'interprete occasionale) che se lo sapeva diceva a sua sorella di portarci in città! Ma ormai è tardi! E la foresta è pericolosa, ci sono i drogati la notte! Io e te ci guardiamo, dicendole di non preoccuparsi, che staremo attenti, che abbiamo la torcia, che il sentiero è il medesimo fatto all'andata e dunque non c'è pericolo, e che partiremo all'istante per evitare il buio.
Le suore respingono vivamente ogni nostro tentativo economico di ringraziarle ed ogni forma di offerta per il monastero. "Farete una donazione la prossima volta che verrete a trovarci", ci dicono, sapendo che non succederà mai.
Sulla soglia del monastero suor Teodora sorride dei nostri abbracci di ringraziamento ("the italian mode") e ci segna con una benedizione ortodossa. La ringraziamo e prendiamo per il bosco.
Ovviamente il buio è più rapido del previsto nel fitto degli alberi ed il nostro passo vola spedito contro il tempo, prima di ritrovarci completamente ciechi in un Parco che non conosciamo. Mentre cerchiamo di orientarci con i pochi dettagli che ricordiamo dell'andata, mi ritrovo a pensare che sarebbe bello che il Dio di queste terre desse ascolto ad una benedizione pronunciata nella sua lingua.

la sfida



Ma, essendo Barry, dopo un po' si sarebbe stufato, perché più che altro gli piacevano gli inizi delle cose. Capisci quello che voglio dire? Gli faceva piacere rendersi simpatico alla gente, farla arrendere. Gli faceva piacere occuparsene. Ma appena la gente gli si era arresa, la sfida era finita, capisci, e la lasciava perdere. Si annoiava. Come ha fatto con te. È per questo che non aveva amici intimi.

Aidan Chambers, Un amico per sempre

giovedì 19 settembre 2013

some prefer cake



Si spengono le luci e parte il video.
La ragazza si sveglia in un letto che non è il suo senza ricordare come ci sia finita, dopo la festa, e cosa sia successo. Mentre cerca di rivestirsi nota nell'armadio solo indumenti femminili. Ed è proprio una ragazza quella che entra dalla porta e, augurandole buongiorno, le stampa un bacio sulla bocca.
Il documentario che segue, invece, racconta l'esperienza della regista all'interno del campo Burning Man, nel deserto del Nevada. Una città temporanea, una distesa di decine di migliaia di persone che per poco più di una settimana all'anno lavorano e festeggiano insieme dando vita al più grande esperimento comunitario di autoespressione radicale ed arte. Al suo interno si trova il campo Beaverton, oasi che accoglie lesbiche, bisessuali, trans, genderqueer. E per quei otto giorni di fuoco non c'è limite a nulla.

Si riaccendono le luci tra gli applausi generali.
Mi guardo intorno. Mai viste tante ragazze tutte insieme. E mai visti tanti capelli corti in testa a delle ragazze, tutti insieme. Anche il motociclista davanti a me, capello a scodella anni '80 e giacca della Dainese, si volta rivelandosi una donna. Onestamente, a parte il fotografo, non riesco ad individuare un altro uomo in sala, ma molte donne in versione mascolina.

C'è poco da sorprendersi in ogni caso. Sono io l'anomalia all'interno di "Some prefer cake", il festival del cinema lesbico di Bologna.

martedì 17 settembre 2013

fruska gora - giorno 2



Ci sediamo ad uno dei tavoli in legno immersi nel bosco, intorno alla casa montana che funge da ristorante. Tu stai male, uno strano mal di testa pre-hangover, ed abbiamo bisogno di un caffè, o almeno di un bicchiere d'acqua dove sciogliere l'antidolorifico. La fortuna è che il cameriere parla un po' di inglese, la sfortuna che non ha caffè. E, a dire il vero, neppure acqua corrente. A quanto pare hanno avuto un problema con le condutture e sono senza acqua . La visita al bagno lo conferma. Guardiamo la piccola stradina di fronte a noi dove auto e camion serpeggiano verso la cima alla spossante velocità di 20 km/h. Siamo ormai piuttosto lontani da Ruma, dove abbiamo abbandonato l'autostrada per Belgrado, e non vogliamo tornare indietro senza aver visto il parco di Fruska Gora. Chiediamo informazioni su come arrivare alla casa del parco ma il cameriere dice che non ne esiste nessuna, nessun info-point. Poi ci pensa un po' sù e ci dice che potremmo andare in una casina dove si trova un vecchio, bussare alla sua porta e provare a chiedere. Lui dovrebbe poterci aiutare.
La strada è un disastro. Letteralmente. Crateri, voragini scavate in una strada bianca di ghiaia e sassi. Dopo un certo numero di curve troviamo una casa tra gli alberi. Il signore anziano che sta seduto all'ingresso non parla inglese, e chiama il nipote. In uno stentato tentativo di comunicare ci mostra la pianta del parco, che se vogliamo possiamo comprare, ma di informazioni rispetto a sentieri e punti dove accampare riesce a darcene ben poche. Risaliamo in macchina pronti ad addentrarci nella selva e conquistarci i primi chilometri di natura balcanica.
Inaspettatamente dal fogliame emerge una svettante torre delle telecomunicazioni, una scultura in cemento alta quasi duecento metri. Ciò che colpisce è la grande voragine che sventra il corpo sferico che si trova a metà della torre. Solai divelti, armature come tessuti rappresi ad annaspare nell'aria, scale monche, infissi esangui come scheletri sciacallati dal tempo, intonaci sbucciati dall'incuria e dalle intemperie.
Ecco qualcosa che si avvicina a quello che desideravamo incontrare. Le tracce del dramma dei Balcani.

in transito - giorno 1



- Solo per una notte, sì.
Sandra sfoggia il suo sorriso e ci precede. Magra e dinoccolata, sguscia al di fuori della porta, attraversa il ballatoio e ci mostra la nostra stanza. La doccia dietro un paravento, il water sul ballatoio.
Affrontiamo la nostra cena frugale a base di tupperware e chiacchieriamo un po' con i ragazzi di passaggio per la sala. Chi va a Belgrado, chi viene di lì, chi è in viaggio per l'Europa da tempo. Riposano le loro membra per qualche minuto, chiamando temporaneamente casa questo divano. Tutti stranieri, tutti nomadi, tutti momentaneamente immigranti.
Ulica Ivana Tkalčića è piena di vita. Due file di basse case tradizionali, di chiaro stampo montano, si fronteggiano lungo una via che serpeggia verso l'alto. Ogni piano terra è un bar, un pub, un ristorante. Ognuno con la sua terrazza a colonizzare e rendere fertile la strada, il suo gruppo musicale a trattenere i turisti. Ci sediamo mentre il fresco della notte comincia ad entrarci dentro, assaporiamo le nostre bollicine e ci godiamo alcune ottime cover dal vivo.

martedì 10 settembre 2013

a un palmo di naso dalla tua pelle




Come un gruppo Metal
In un locale vuoto
Con due vecchi al bancone
Ti sentirai
Come un cecchino
Senza le munizioni
Al suo primo lavoro
Ti sentirai
Animale da ghiaccio ai tropici
Vegetariano costretto a tritare carne
Per campare…

Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti

Naufrago leghista
Salvato da un rumeno
Residente a Milano
Aspira polvere nel deserto
Un nuovo sospettato
In un caso già chiuso

Come quando
Sono a un palmo di naso
Dalla tua pelle
E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti

La distruzione di un amore - Colapesce

lubiana - giorno 1



Alziamo gli occhi, passeggiando per il centro di Lubiana - asburgico oltre ogni nostra previsione, tetti spioventi a costeggiare il corso, strade ordinate ed intonaci come nuovi - locali ispirati all'Italia, al Messico, gallerie d'arte seminate lungo la salita che porta al castello, sù, in cima alla collina - giardini e parchi a trapuntare la trama cittadina, stretta tra la collina della fortezza e lo sterminato parco Tivoli - un fiume che scorre placido tra le sponde murate e le balaustre pompose, influenzato anch'esso dal rigore dell'antico Impero - l'impressione che tutto sia fin troppo preciso e ordinato, la sensazione di stare dentro una di quelle sfere di cristallo in cui città in miniatura sono racchiuse, splendide e senza macchia, folcloristiche fino all'eccesso, in attesa che qualcuno le scuota e che, finalmente, nevichi.
Alziamo gli occhi, passeggiando per il centro, e gioiamo per il grappolo di scarpe appese ai cavi della luce. Proprio quello che desideravamo. Un abbozzo di neve ad agosto.

lunedì 9 settembre 2013

tutt.uno



Mi faccio trasportare dal tempo, inerte ed ebete come polline al vento, tutto osservando e nulla dicendo. Il mondo passa attraverso gli occhi come un film muto, come il paesaggio dai finestrini del treno. I suoni mi sciacquano i timpani, la pelle a gioire della brezza. Ed il palato sedotto dai mille sapori di questa terra.
La libidine di una cascata d'acqua domestica a lavarmi il capo, dei fichi che si sciolgono in bocca, della pastella fritta, delle verdure del campo. Della genuinità di una terra ancora viva. Della massività che ci accoglie tra le sue braccia di pietra.

mercoledì 4 settembre 2013

sinapsi di pietra



Mura possenti ci circondano. Pareti come madri ci abbracciano, massicce, tonde, morbide. È nel ventre della terra, in stanze quadrate, sotto coni che allattano il nostro spirito; tra nicchie che nascondono l'inessenziale, sulla pelle di intonaci illuminati dall'ultimo sole, è qui che ritroviamo noi stessi, egoisti schizofrenici dalle manie esistenziali.
È qui, su pavimenti lisciati dai decenni, circondati da campi a perdita d'occhio, da alberi che danno ombra e frutti, da qui fino al lungo orizzonte; è qui, nel tempo che è antico ed il clima è amico, che noi ritroviamo, finalmente, noi stessi.

martedì 3 settembre 2013

di paese



Si agita, euforico. Salta e volteggia come fosse in preda a qualche strano spirito -oltre a quello alcolico, si intende. Solleva ritmicamente il cappello da cowboy  rivelando una calvizie avanzata che a nessuno interessa. I vestiti (la giacca color panna, il panciotto, la camicia chiara) stentano a contenerne l'entusiasmo e ci trascinano nelle feste di paese di tanti anni fa, le feste che conosciamo solo dai racconti altrui e da qualche foto seppiata. La banda, uscita direttamente dalle sagre di un'Italia ormai scomparsa, fa cerchio intorno a lui raccogliendone l'allegria e trasformandola in melodie.
Attorno una folla festante di tutte le età si accalca in ogni dove. Gradini, lampioni, balaustre, terrazzi, tetti, mura. Il borgo di Ceglie Messapica viene assaltato per una notte dall'orgoglio di essere paese e di sapere ancora gioire dei piccoli piaceri. E a ricordarlo è un Vinicio particolarmente sbronzo inquadrato da una cupola di stelle.

lunedì 19 agosto 2013

la crisi



Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione  per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla  notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi  supera sé stesso senza essere "superato".
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il  conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.

Albert Einstein

mercoledì 7 agosto 2013

una ragione



Aveva un bisogno disperato di loro, non solo per i favori, non solo per quello che avrebbe potuto ottenere a vantaggio di Yankel e di se stessa e che Yankel non poteva permettersi, ma perchè fornivano dita per tappare i fori nella diga che tratteneva la verità a lei nota: cioè che non amava la vita. Che non c'era una ragione convincente per vivere.

Ogni cosa è illuminata - Jonathan Safran Foer

lunedì 15 luglio 2013

girasoli



L'aria dell'alba è frizzante, fresca dopo l'acquazzone estivo. Zaino calcato sulle spalle, passo saldo, mi avvio verso il lungo viaggio di oggi. Il profumo e le sensazioni tradiscono il passaggio degli anni e mi riportano alle mattine passate sul Cammino, ad infilare un passo dietro l'altro, a riempire gli occhi di pezzi di mondo.

È bastato un violento scroscio d'acqua notturno per paralizzare la stazione di Verona e farmi perdere la coincidenza. Mi dirigo allora verso il centro ad approfittare dell'imprevisto. L'Arena stira le sue rughe nell'aria opaca, il Castelvecchio continua a presidiare le acque dell'Adige, un tavolino in metallo accoglie il mio libro, all'ombra di un ampio platano.

Abbandono lo zaino sul parquet e mi affaccio, appoggiandomi al parapetto proto-liberty. Sotto di me, oltre i platani, il Rodano scorre mansueto sancendo il confine dei quartieri vecchi. Edifici maestosi, campanili a svettare sulla collina, la sagoma obesa dell'Opera ed un'aria da grande città.

La Croix-Rousse si lascia risalire, una lunga scalinata come un ombelico che la lega al fiume cui deve il suo passato industriale. Sulla cima, dal ristorante maghrebino, la città è uno spettacolo di lucciole artificiali, solcate dal fiume, movimentate dai rilievi. Una piccola Tour Eiffel scintilla sulla destra, proprio di fronte alla cattedrale.

Si salutano gli idiomi, si baciano guance sconosciute, si sfoggia tutti lo stesso sorriso. La famiglia di Alicia ci ospita e ci rappresenta: genitori originari del nord della Spagna trapiantati nel cuore della Francia, figlie splendide e perfettamente bilingui che tornano a rinsaldare il loro legame con entrambi i Paesi. Maria, granadina residente a Parigi, e Pierre-Maxim, tornato in patria dopo lunghi anni di permanenza in Sudamerica. Melanie e Charlie, a rispolverare esperienze estere ispaniche ed anglosassoni. Gaelle, che porta orgogliosa l'accento gallego misto ad un francese senza sbavature, reduce da Tahiti, dalla Guiana, pronta a trasferirsi in Estremo Oriente.

Si schiudono abbracci, si sciolgono parole di cui ci si potrebbe vergognare in altre occasioni. Si sigilla nuovamente la grandezza di quel che è stato. Si lascia agli sguardi ciò che le parole non sanno mai dire.

lunedì 8 luglio 2013

un camminatore



Infilo i passi uno dietro l'altro e percorro lentamente la cresta del calanco. Un ampio arco a picco sulle viscere aperte di Madre Terra. All'orizzonte, pericolosamente pendente su una delle ferite di argilla, un trattore incide la superficie erbosa, a pochi metri dal precipizio.
Il sentiero poi torna ad essere strada sterrata, fiancheggiata da palizzate ed appezzamenti di terreno. Mi fermo su questa soglia invisibile ad osservare calanchi e pendii. Dalla stradina emerge un signore, bastone ed abbigliamento tecnico un poco datato. Avanza con passo cadenzato, privo di fretta, il bastone a segnare la via poco prima di lui. Gli rivolgo un silenzioso cenno del capo
- Da solo? - mi domanda mentre mi sfila dietro senza fermarsi.
- Già - rispondo un poco sorpreso.
L'uomo passa oltre ed ho giusto il tempo di sentirlo dire "Un vero camminatore" prima che sia fuori portata per una risposta.

un'altra forma di destino



L'estuario di San Lorenzo era una risposta inattesa.
Alle spalle di Guy, seduta sul pagliericcio, Nancy Claus intratteneva le bambine. Spiegava che il fiume, migliaia d'anni prima, s'era scavato una via verso il mare. Aveva eroso il granito, strappato terra alle sponde, abbattuto foreste.
Guy pensò che a raccontarla in quel modo, sembrava che il fiume avesse deciso dove passare. In realtà, il San Lorenzo aveva eroso il granito che la corrente gli consentiva, non un granello di più. Aveva abbattuto foreste fin dove le piene riuscivano a salire e strappato la terra che si lasciava strappare.
A ben guardare, pur con tutta la forza delle sue acque, il San Lorenzo s'era dovuto accontentare dell'unico letto possibile. La scelta era soltanto un modo di dire, un punto di vista ristretto, che non teneva contro di troppi dettagli. Allo stesso modo, pensò, gli uomini si convincono di scegliere, ma il cammino che percorrono è sempre l'unico che hanno a disposizione.
Guy era il fiume. Pensò di aver preso la decisione migliore, ma solo perchè era l'unica possibile.
Il fiume doveva aprirsi la via fino al mare, per non finire in secca e morire.

Manituana - Wu Ming

venerdì 5 luglio 2013

orto dei giusti



Sette pelli. Sette grandi lenzuoli di cuoio. Sette tende nomadi, comprate a sette diverse famiglie Tuareg. Sette case di tela unite tra loro a formare un unico grande riparo sotto al cielo, tirate da cavi, lacci, fasce di cuoio. Sostenute da un reticolo di canne e bambù, puntellate da pali in legno scuro decorati da mani esperte, mani rifugiate in Paesi stranieri. E sotto tappeti, cuscini in pelle, in tessuto, enormi dischi di rame e stagno decorati con motivi mozarabici appoggiati su piedi in ferro battuto, tavoli pieghevoli, trasportabili. Sopra  piatti in ceramica spessa, pesanti, smaltati di colori sanguigni. Dentro ai piatti cous cous, falafel, salse piccanti e vegetariane. Intorno a noi tanti pantaloni arabeggianti e un unico, inimitabile, completo Tuareg, blu come la notte, a coprire da capo a piedi una pelle che sa di sole e di sabbia.

Ci guarda con aria serena ed un sorriso lunare. La barba lanosa, nera, scomposta da piccoli rasta naturali. Un copricapo in tessuto nero, una sorta di calza, ben calcata sul capo. Un vestito lungo, dai colori sgargianti, decorato all'inverosimile. Due grosse collane, due spessi anelli di cuoio striato di policromie pure. Due amuleti pensiamo, due regali diciamo, due doni ci risponde. Ci offre la sua bevanda, il caffè di Touba, una ricetta dove l'effetto della caffeina viene annullato aggiungendo un decimo di djar.

- Dove sei stato?
- Milano, Lombardia, Lecce, Sicilia, Campania
- E ti trovi bene qui?
- Qui o altrove, per me è uguale. Il cielo e la terra sono gli stessi ovunque. Avete solo pareti di cemento più alte.
- Eppure la gente è differente.
- Tutto sta nella testa.
Mi guarda e sorride.
- Però non puoi negare che ci siano luoghi dove si sta meglio che in altri.
Fissa gli occhi nella notte, pensieroso, e mi risponde.
- Hai ragione.
- E per te, quale è?
- Touba - mi dice-. C'è un posto, a Touba, che per me è quel posto, quello dove penso potrei stare bene.


Mi dà la mano, Djef, pelle ruvida e incartapecorita, un volto da ventenne e quasi quarant'anni nel passaporto. Ci salutiamo e ce ne andiamo, ognuno per la propria piccola strada.

giovedì 4 luglio 2013

responsabilidad de los arquitectos



Qué se puede esperar de una ciudad que le da la espalda a su río.
Buenos aires crece descontrolada e imperfecta: es una ciudad superpoblada en un país desierto. Una ciudad en la que se alzan miles y miles y miles de edificios, sin ningún criterio: al lado de uno muy alto hay uno muy bajo al lado de uno racionalista hay uno irracional al lado de uno estilo francés hay otro sin ningún estilo. Probablemente estas irregularidades nos reflejan perfectamente: irregularidades estéticas y éticas. Estos edificios que se suceden sin ninguna lógica demuestran una falta total de planificación. Exactamente igual es nuestra vida: la vamos haciendo sin tener la más mínima idea de cómo queremos que nos quede. Vivimos como si estuviéramos de paso en Buenos Aires. Somos los inventores de la cultura del inquilino.
[...]
 Yo por mi parte estoy convencido de que las separaciones y divorcios, la violencia familiar, el exceso de canales de cable, la incomunicación, la falta de deseo, la abulia, la depresión, los suicidios, las neurosis, los ataques de pánico, la obesidad, las contracturas, la inseguridad, el estrés, y el sedentarismo son responsabilidad de los arquitectos y empresarios de la construcción.
De estos males, salvo el suicidio, padezco todos.

Medianeras - Gustavo Tratto

domenica 30 giugno 2013

dalla tua pelle



Come un gruppo Metal / In un locale vuoto
Con due vecchi al bancone / Ti sentirai
Come un cecchino / Senza le munizioni
Al suo primo lavoro / Ti sentirai
Animale da ghiaccio ai tropici / Vegetariano costretto a tritare carne
Per campare...

Come quando / Sono a un palmo di naso

Dalla tua pelle / E non riesco a sfiorati 
Non riesco a sfiorarti

Naufrago leghista / Salvato da un rumeno

Residente a Milano
Aspira polvere nel deserto / Un nuovo sospettato

In un caso già chiuso

Come quando / Sono a un palmo di naso

Dalla tua pelle / E non riesco a sfiorati
Non riesco a sfiorarti

La distruzione di un amore - Colapesce

sabato 29 giugno 2013

virtuoso



Un solitario sarà sobrio, pio, porterà un cilicio; ebbene, egli sarà santo: ma io non lo chiamerò virtuoso che quando avrà compiuto qualche atto di virtù da cui gli altri uomini avranno tratto beneficio. Fintanto che è solo, non agisce nè bene nè male; per noi non è niente.

Voltaire, Dizionario filosofico

lunedì 24 giugno 2013

qualcosa in comune



Il Comune è un cristallo di cobalto nella notte calda. Sul prato che scende fino all'ingresso del palazzo stanno a gruppi i nuovi cittadini, coloro che sono ancora in grado di trasformare lo spazio pubblico spontaneamente. Tre bengalesi che chiacchierano sotto le stelle infuocate di giugno, alcune donne col velo sedute su tessuti variopinti, bambini dai lineamenti mediterranei che sfrecciano lungo le rampe con dei rudimentali skateboard, giovani dalla pelle scura che giocano a badminton nello spiazzo centrale.
Ed una sensazione di sollievo mi accompagna fino a casa.

domenica 9 giugno 2013

nothing arrived



I waited for something, and something died
So I waited for nothing, and nothing arrived

Villagers - Nothing arrived

martedì 4 giugno 2013

hablemos de lo que quieras, pero hablemos



hablemos de ruina y espina / hablemos de polvo y herida
de mi miedo a las alturas / lo que quieras pero hablemos
de todo menos del tiempo / que se escurre entre los dedos

hablemos para no oirnos / bebamos para no vernos
hablando pasan los dias / que nos quedan para irnos
yo al bucle de tu olvido / tu al redil de mis instintos
maldita dulzura la tuya / maldita dulzura la tuya
maldita dulzura la tuya

me hablas de ruina y espina / te clavas el polvo en la herida
me culpas de las alturas / que ves desde tus zapatos
no quieres hablar del tiempo / aunque este de nuestro lado


y hablas para no oirme / y bebes para no verme
yo callo y rio y bebo / no doy tregua ni consuelo
y no es por maldad lo juro / es que me divierte el juego
maldita dulzura la mia / maldita dulzura la mia
maldita dulzura la mia
maldita dulzura la nuestra

Vetusta Morla - Maldita dulzura

lunedì 3 giugno 2013

romàntico, vagabundo, aventurero



Romàntico: aquel que acaricia las ideas amorosamente, las ideas màs allà de su viabilidad. Vagabundo: aquel que concibe el mundo como un escenario de viaje permanente en el que no hay que apoltronarse y detenerse. Aventurero: aquel que concibe la vida como una aventura cuyas consecuencias resultan incalculables.

Paco Ignacio Taibo II

domenica 2 giugno 2013

e forse non avremo niente



Se esistesse un sindacato della vita probabilmente a questo punto sarebbe sceso in piazza con tutti gli stendardi e i megafoni a disposizione a protestare contro l'ingiustizia della storia che ci vede senza prospettiva, figli di quelli che non avevano quasi niente ed hanno costruito tutto, condannati ai sensi di colpa perchè noi siamo nati con tutto e forse non avremo niente.
O forse nemmeno questo, visto che in fondo siamo solo dei bamboccioni viziati, e la nostra storia probabilmente non sta simpatica a nessuno, visto che suona così poco eroica ed idealista.
Ma in fondo chi lo dice che la bellezza, il valore ed il piacere della vita si debbano misurare necessariamente secondo questi parametri?
Chi lo dice che dobbiamo essere della stessa felicità anni 50, e che non esista un altro tipo di soddisfazione, nascosta da qualche parte, nella vita?

Pastro

lo màs bonito



Es que, mira, lo màs bonito de esta vida
es el amor, y eso està claro
y lo màs dificil es mantener una pareja.

Asì que algo hicieron mal.

Esmeralda

domenica 26 maggio 2013

rosso


Le piogge dei giorni scorsi hanno fatto il loro lavoro ed i corsi d'acqua sono colmi. Il canale è ora un fiume, largo e irruento, di un verde limaccioso. Solo l'odore fetido è rimasto lo stesso.
Mi addentro per il sentiero che lo costeggia, accovacciandomi al di sotto di alberi franati al suolo, scavalcandone altri. E poi, poco prima di Corticella, ecco che l'argine si rifà ampio e compaiono piccole costruzioni provvisorie, baracche e strutture di giunchi a sostenere reti da polli. Raggruppati trai recinti di un orto scorgo alcuni ragazzi di chiara origine andina che stanno consumando il loro pasto domenicale di riso e carne alla brace.

Erano giovani. Tanti non arrivavano ai venti, qualcuno poco più. E qui, su questo sperone a strapiombo sul calanco, su questo trampolino che dà le spalle all'Appennino e guarda in faccia la città felisnea, vennero fucilati. I corpi rotolarono a valle, scaraventati dagli aguzzini, trascinati dalla neve e dalle piogge primaverili.
Qui, in questo luogo affascinante e carico di dramma, si trova il memoriale di Sabbiuno. Una parete in cemento alta come un uomo, fucili smaltati puntati verso la valle. Un groviglio di filo spinato rosso rotola verso il fondo valle, per decine di metri, tracciando l'ultimo viaggio di quei ragazzi, di quei corpi. Fino alla grande croce bianca.

sabato 25 maggio 2013

questa non è una storiella



E io: "Cosa intende dire?"
E a questo punto depose il libro. E mi guardò. E disse: "La vita non è giusta, Bill. Quando diciamo il contrario ai nostri figli, facciamo un grosso errore: non solo è una bugia, è una bugia crudele. La vita non è giusta, non lo è mai stata e non lo sarà mai". [...]
Questo libro dice "la vita non è giusta" e io vi prego, una volta per tutte, di crederci. Ho un figlio grasso e viziato che non conquisterà la donna più bella. E che sarà sempre grasso anche se diventerà pelle e ossa e sarà viziato per sempre e la vita non basterà a renderlo felice, e forse è colpa mia (datemi tutta la colpa, se volete). Il punto è che non veniamo creati uguali, la vita non è giusta. Ho una moglie fredda. È intelligente, stimolante, fantastica. Non c'è amore. Il che può anche andar bene purchè non continuiamo ad aspettarci che tutto in qualche modo si sistemi per noi prima che moriamo.
State a sentire (e gli adulti saltino questo paragrafo). Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che è il mio libro preferito. Ma c'è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c'è di peggio. È in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate. Siate pronti. Questa non è una storiella.

William Goldman - La principessa sposa

giovedì 23 maggio 2013

piuttosto che fare



E quella industriosità anaffettiva che ci riduce a manovali ciechi, cani di pietra, formichine laboriose e incoscienti che non sollevano il capo. Pietre sul greto della storia che si fanno levigare senza opporsi.

Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.
Giovanni Falcone

martedì 21 maggio 2013

contadino



"Guardi Luisa, questa mattina sono venuti .. saranno stati in 5, tutti della mia età. Vengono da me e mi chiedono se ho le pere. Ma io dico, come si fa? In che mondo siamo finiti? Figli di contadini. Perchè quando ero piccolo io in Italia eravamo tutti figli di contadini, chi non era contadino? Io capisco se mi viene un giovane, uno che ha studiato e magari non ha mai visto un pero in vita sua - dice riferendosi a me, in un insulto senza offesa- e mi chiede delle pere a maggio, ma un contadino, un contadino! Vuol dire essere proprio fuori dal mondo. Non lo sanno che le pere si cominciano a raccogliere da metà giugno? Se le vogliono adesso arrivano dall'Argentina. Che mi va bene, va benissimo la varietà. Ma che venga da me, un produttore imolese, di prodotti tipici, a chiedere delle pere a maggio..."

lunedì 20 maggio 2013

sposiamoci



"Io sono il tuo Principe e tu mi sposerai" disse Humperdinck.
Buttercup mormorò:"Io sono la tua serva e rifiuto".
"Io sono il tuo Principe e non puoi rifiutare".
"Sono la tua serva fedele e l'ho appena fatto".
"Rifiutare significa morire".
"Uccidimi, allora".
"Sono il tuo Principe e non sono così male ... Come puoi preferire la morte piuttosto che sposarmi?"
"Perchè" replicò Buttercup "matrimonio significa amore, e non è il mio passatempo preferito. Ci ho provato una volta e mi è andata male e ho giurato che non amerò nessun altro".
"Amore?" disse il Principe. "E chi ha parlato di amore? Io no di sicuro. Ascolta: deve esserci sempre un erede maschio al trono di Florin. Adesso sono io. Una volta morto mio padre, non ci sarà più un erede, ma un re. Sono ancora io. Quando succederà, mi sposerò e proverò ad avere figli finchè non arriverò un maschio. Quindi hai due possibilità: sposarmi e diventare la donna più ricca e più potente nel raggio di mille miglia, regalare tacchini per Natale e darmi un figlio, o morire tra strazi e tormenti, in un futuro molto prossimo. A te la scelta".
"Non ti amerò mai".
"Non saprei che farmene, del tuo amore".
"Va bene, allora sposiamoci".

La principessa sposa - William Goldman

mercoledì 15 maggio 2013

la prossima volta



Certo, avrei potuto dirti che andavamo verso i monti, verso il freddo, verso la neve. Ma dopo come avresti fatto ad arrabbiarti?

Nel paesino non c'era un'anima. Le prime ore del sabato pomeriggio annunciavano bufera, l'aria carica d'inverno pronta a scatenarsi. Tutti erano rintanati dietro spessi portoni, al riparo di camini fumanti.
Noi, seduti sulle doghe in legno del teatro all'aperto, consumavamo i nostri panini combattendo il freddo con una birra gelata.
Infilammo la porta della rocca che fuori cominciava lo spettacolo. Una tormenta coi fiocchi (propriamente) si riversava sul basso Appennino romagnolo sbiancando campi e tetti, cristallizzando uliveti e pinete. Percorremmo il cammino di ronda sferzati dal vento e dalla neve, attenti a dove poggiavamo i piedi. Sullo sperone di roccia di fronte a noi si trovava la torre dell'orologio, la sua immagine raspata dal bianco si confondeva, scompariva a riappariva in una corrente di fiocchi di nebbia.

Ed è da qui, dalla sommità del torrione di Brisighella, in una valle spatolata da una nevicata improvvisa e muta, che penso che effettivamente il piumino ci poteva stare. Magari la prossima volta te lo dico prima.

una mano lava l'altra



L'aria è calda nel primo pomeriggio domenicale. Le strade vuote, nuvole di pollini si sollevano per poi tornare a terra. In questa afa embrionale ci trasciniamo per la ChinaTown bolognese ed entriamo in un bar. Mentre aspettiamo il nostro caffè ci diamo un'occhiata intorno. Una signora non proprio anziana, tiene una piccola bimba dalla faccia lunare sulle sue gambe. Non la culla, non ci gioca, non le parla. Semplicemente la tiene in grembo. Un gruppo di giovani seduti al tavolo fuori stanno giocando a mahjong. Ribaltano grandi tessere che somigliano a quelle del domino e le spostano. Alle mie spalle un accento napoletano discute con un accento cinese.
Per la signora in qualche giorno dovremmo riuscire ad avere tutti i documenti - afferma serenamente la Campania.
D'accordo, e invece come facciamo per la ragazza ed i suoi figli? - si informa l'altro.

Lecito o no, non lo sapremo mai. Ma sembravano tanto due mafie che si davano una mano.

mercoledì 8 maggio 2013

hamami ancora - day 5



Ci dirigiamo a passo spedito in direzione del Gran Bazar. È tardi e tra poche ore dovremo fiondarci all'aeroporto, ma prima c'è una cosa che dobbiamo fare. Ci fermiamo in un piccolo negozietto che straripa frutta sulla strada, prendiamo un succo di melograno ed una spremuta d'arancia fatti al momento, due dolci e ci sediamo su una panchina a fare colazione. Intorno a noi la città si prepara per tornare ad essere quella galassia di mercati che è ogni giorno.
Entriamo nel Hamami Cemberlitas, uno dei bagni turchi più famosi ed antichi della città. L'edificio, progettato dall'architetto Sinan alla fine del XIV secolo, si offre con una corte coperta intorno alla quale corrono 3 piani di ballatoi in legno. Paghiamo e ci dividiamo. Io infilo la scala che mi porta alle piccole cellette vetrate al primo piano. Qui mi spoglio e vesto il telo tipico. Ridiscendo al piano terra ed entro da una grande porta. Immediatamente gli occhiali si appannano e tutto si immerge in una nebbiolina calda. La sala è molto ampia e su ognuno degli otto lati che la compongono si aprono nicchie con piccole fonti. Una maestosa cupola sovrasta lo spazio centrale lasciando penetrare la luce attraverso alcune piccole feritoie a forma di stella. Al di sotto della cupola una grande piattaforma ottagonale in pietra occupa il centro della sala. Mi ci sdraio, respirando affannosamente. La pietra è caldissima, al limite del sopportabile. Come prima cosa devo sudare, mi pare di aver capito da chi mi ha indirizzato qui dentro. E questo lo so fare.
Appoggio gli occhiali e mi rosolo su entrambi i lati lasciando che il pensiero vaghi per le nebbie e le ombre della stanza. Di fianco a me due ragazzi parlano tra loro in una lingua a me sconosciuta.
Poi entra il mio massaggiatore. Prende un guanto di crine e comincia a rasparmi mentre cerca di comunicare in un inglese basilare, al quale rispondo a monosillabi, tramortito dalla manipolazione. Mi sento un po' impacciato, sbattuto in ogni dove mentre un uomo che potrebbe essere mio babbo mi insapona. Said ha il fisico nerboruto e asciutto, il volto ricoperto di rughe, e lavora al hamami da 35 anni. Dopo avermi insaponato mi fa sedere di fianco ad una fonte e comincia a versarmi sulla testa secchiate di acqua bollente da togliere il respiro.
Finito il massaggio torno nella mia celletta e me ne rimango un quarto d'ora in contemplazione del soffitto. Caravanserraglio, madrassa, hamami, moschea. Cerco di immedesimarmi nella grande cultura che permeava l'impero ottomano, a cavallo tra fascino e ripugnanza dell'Occidente. Di certo anche loro, come i romani, sapevano rilassarsi.
Mi siedo trai tavoli della grande corte coperta ed osservo le altre persone passeggiare ai piani superiori, altri turisti come me che non sanno dove andare. Asciugamani vengono stesi ai fili e poi riposti con cura.
Quando mi raggiungi la tua faccia rasenta l'iconografia della visione mistica. E mi racconti del mondo che si trova dentro l'hammami femminile. Delle grandi donnone che ti manipolavano, delle pozze di acqua calda e fredda, dell'aroma, delle ragazze che dal nulla hanno cominciato a dimenarsi in un'improvvisata danza del ventre proprio sopra la grande pietra ottagonale, sotto la scena della cupola. Una visione di altri tempi.

martedì 7 maggio 2013

zeki - day 4



Risaliamo nuovamente la collina per poi ridiscendere in direzione del nostro hotel. Sfiliamo per queste vie silenziose che abbiamo imparato a conoscere, il passo sicuro sotto le stelle. Scolliniamo e ci ritroviamo sul palcoscenico della città, nel giardino dove Aya Sofia e la Moschea Blu si fronteggiano da secoli, silenziose. La fontana è in funzione e lancia nell'aria spruzzi colorati che si stagliano contro il cielo ed i volumi plastici delle due moschee. Gli ultimi reduci della notte, qualche coppietta ed alcuni irriducibili venditori ambulanti presidiano le panchine che circondano lo specchio d'acqua. Ci sediamo a goderci lo spettacolo, consci che domani tutto questo sarà solo un ricordo. I richiami dei muezzin che scandiscono le ore della giornata, come una volta le campane delle chiese. Gli uomini sempre indaffarati a vendere qualcosa, ovunque e qualsiasi tipo di merce, in questa città perennemente in vendita. Le donne intraviste nei quartieri poveri, nei parchi pubblici o in qualche bazar, intente ad arginare l'esuberanza di bambini cenciosi, a tenere insieme case decrepite, a lavorare nell'ombra. I dolci, bombe caloriche ad alta densità, l'onnipresente tè che viaggia per le vie della città su splendidi vassoi in metallo, l'aroma di narghilè, il cibo, ottimo ovunque lo abbiamo mangiato. E mentre ripasso mentalmente quello che questa città ci ha svelato di sè, dal cielo cominciano a scendere le prime gocce, ad interrompere il mio commiato ideale. Lentamente ci alziamo e procediamo sfilando sul lato della Moschea Blu. Lasciandomi alle spalle il parco Sultanahmet mi torna alla mente quando, per andare a casa, dovevo passare tra duomo e battistero, nelle notti fiorentine, sorprendendo la mole ricca e imponente di Santa Maria del Fiore assopita. E la meraviglia era un po' la stessa che provavo guardandoti, mentre dormivi al mio fianco.
Scartiamo tutti gli altri locali tipici e ci fiondiamo nei bassi fondi del nostro quartiere per l'ultima sera sotto l'egida della mezzaluna. La parete gialla e tanti piccoli vasi colorati appesi ci danno il benvenuto al bar reggae. Ci sediamo su poltrone fatte di copertoni e tavoli ricavati da botti in legno. Un ragazzo si avvicina tranquillamente e ci chiede cosa può portarci. Cappello da Indiana Jones, occhialetti, bretelle, torna verso il bancone non prima di averci lasciato la piacevole sensazione di essere in un posto accogliente.
Le birre si inseguono, il narghilè fomenta i pensieri e le parole, le patatine alimentano le disquisizioni notturne. E passiamo in rassegna tutto, passato e futuro, andando alla deriva sulle note di Elvis. Ed è un po' come ritrovare qualcosa, forse qualcosa che non si è mai avuto o che si è sempre temuto. Chissà. Tutto è confuso e sereno, ed i pensieri si fondono alle canzoni.
Zeki, così si chiama, ci chiede di fare una foto con lui e di lasciargli uno schizzo per il bancone. In preda al furore tracciamo visioni oniriche e scritti criptici, riversando sulla carta il manifesto desiderio di tornare qui, un giorno. Come se avessimo trovato un amico.

venerdì 3 maggio 2013

che pesci pigliare - day 4



Ancora una volta imbocchiamo la porta di un bar, piccolissimo, nei meandri di Galata. Davanti al bancone, un semplice e piccolo ripiano in legno,  l'unico tavolo è occupato da alcune ragazze presumibilmente canadesi. Ma non è questo ad averci attirato. Al di sopra del bancone si trova un tavolato in legno, un soppalco, e nascosto da mobili e cianfrusaglie d'epoca intravediamo un paio di sgabelli. Chiediamo di poter salire e l'anziano uomo ci dice che non c'è problema, ma che il tè dovremo portarcelo sù da soli. Per chiarirsi indica la scala: poco più che una scala a pioli.
I mattoni a vista e le voltine intonacate si sposano alla meraviglia con il tavolato inchiodato del soppalco, sul quale si trova il più piccolo bagno che io abbia visto: due pareti in perlinato appoggiate tra la scala ed il muro. Ed intorno a noi c'è un po' di tutto. Uno sgabello di reminiscenze romane, una cornice con un bassorilievo rappresentante un sole, una bandiera della Turchia, una credenza vetrata, scatoloni di ciarpame, bicchierini, tazzine e servizi da tè. Quando finalmente riesco a portare al nostro tavolo i chai, il barista mi urla da basso che lo zucchero lo trovo là, in alto sulla mensola, al di sopra della scala.

Facciamo ritorno nuovamente verso Sultanahmet, dove abbiamo in previsione di andare a mangiare in un ristorante con terrazza vista Mar di Marmara. Imbocchiamo la solita strada che ci porta fino al ponte di Galata ed al mercato del pesce. Il profumo di pesce alla brace che ci inonda è decisamente troppo allettante per ignorarlo e ci attardiamo per l'ennesima volta trai banchi. Una bancarella, una griglia ambulante, offre pesce arrostito. La tentazione è troppo forte e ne prendo uno. Il ragazzo sceglie un pesce cui ha già asportato testa e coda e lo appoggia sulla graticola. Con un arnese simile ad un attizzatoio comincia a spellarlo e poi, con perizia degna di un samurai, incide e spina il pesce senza tagliarlo, con mosse di una rapidità impensabile. Una volta pronto mette il pesce tra due fette di pane, lo guarnisce con insalata, verdure e salse varie e la mia cena è pronta. Per meno di cinque euro. Ottimamente spesi.
Oltrepassato il ponte vediamo la stessa scena sull'altra sponda, ma questa volta i pesci vengono cotti sulle barche attraccate, sorte di piccole imbarcazioni che sembrano uscite da un film su Singapore, ed i panini lanciati direttamente ai clienti che stanno sulla riva.

Mentre consideriamo di ignorare il ristorante per vagare ancora per i vicoli, ci infiliamo nella Moschea Nuova. Da poco i muezzin hanno chiamato a raccolta i fedeli ed il loro canto ha risuonato per tutta la città. Dietro di noi giunge un ragazzo in giacca e ventiquattrore, cammina spedito fino alla fonte. Si lava mani e piedi e poi si infila difilato nella grande sala della moschea. Noi restiamo nel cortile, a guardare le stelle fare capolino trai minareti e a discutere di prospettive. Gli occhi stanchi e contenti di tanto vedere, i piedi di tanto andare.

mercoledì 1 maggio 2013

venticinque aprile



Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.

Wu Ming - Altai

narghilè - day 4



Scendendo per Soğuk Çeşme Sokak ci imbattiamo nuovamente in un microscopico bar che avevamo già notato in precedenza. Il chioschino di fatto consiste in un bancone ed una serie di terrazzamenti che seguono la pendenza della strada. Su ognuno di questi, panche in ferro battuto con cuscini ricamati da motivi orientaleggianti raccolte intorno a bassi tavolini. Il sole batte dolce sulle mura di cinta che fanno da scenario alla visione. Un richiamo ineludibile.
Dopo averci portato i consueti tè, il ragazzo ci fa odorare un composto e ci chiede se vogliamo provarlo. Attraversa la piccola stradina, armeggia al piano basso di una casa in legno diroccata e, guardando il gatto che sonnecchia sul divano di fronte a lui, avvicina la fiamma ossidrica per accendere il carbone. Poco dopo ritorna con il nostro narghilè e l'impasto di tabacco e mele comincia a spandere il suo aroma morbido nell'aria.
Un altro ragazzo si siede di fianco a noi sulla panca e comincia a chiacchierare mentre predispone davanti a sè una serie di piccoli recipienti in terra cotta. Ci racconta con un sorriso che questi dieci giorni sono pieni di lavoro, che tanta gente in Europa ha le ferie e viene a passarle a Istanbul. Mentre parla apre un pacco di cellophane, ne estrae il tabacco aromatizzato e comincia a riempire i piccoli contenitori. Li ricopre con abilità uno per uno con un foglio di carta stagnola, la fora leggermente, et voilà, i narghilè per il primo pomeriggio sono pronti.
All'improvviso di lontano si insinua un canto, seguito poi da tanti altri a fargli eco, vicini e lontani. I muezzin hanno cominciato a richiamare i fedeli alla preghiera in tutta la città. I ragazzi si avvicinano all'impianto hi-fi e lo spengono. Non penso siano particolarmente osservanti, non sembra, ma per tutto il tempo della preghiera la musica rimane spenta, mentre loro continuano a lavorare. Come consuetudine, continuano a riempirci i bicchierini di chai, il tè turco, almeno finchè non appoggiamo il cucchiaino di traverso sul bordo del bicchiere stesso. E così, storditi dal sole e dal tabacco, ci spostiamo in cerca di un posto dove mangiare qualcosa.
Risalendo nuovamente verso Aya Sofia adocchiamo un locale che ci ispira fiducia ed chiediamo due kebap da portare via. Mi volto per cercare la cassa e mi ritrovo una sorridente ed allucinata faccia dai lineamenti inconfondibilmente nipponici che mi domanda se abbiamo già ordinato. Gli rispondo di sì e lui, tutto felice, mi chiede se sono italiano. Sì, perchè? - mi informo incuriosito. Perchè solo gli italiani invece di dire yes dicono yeeeeeeeeeeeees. E ci facciamo quattro risate.

Il parco Gülhane si estende tra Aya Sofia, il palazzo Topkapi ed il Corno d'Oro. Giardini ben tenuti, erba rasata, grandi sempreverdi secolari a fare ombra ad aiuole disegnate da fiori sgargianti. Sugli alberi ancora spogli si intravedono le cicogne ed i loro nidi, mentre grandi merli e piccoli pappagalli ci volano intorno.
Ci sdraiamo nel sole finalmente caldo del primo pomeriggio e divoriamo i migliori kebap che abbiamo mai assaggiato, attorniati da gruppi di turchi e turisti che fanno lo stesso. Il tempo diventa labile, si scioglie il nodo del "fare" e compare uno strano senso di pace che non conosco. Prendo uno dei miei libri preferiti e comincio a leggere. E così, al di sotto del palazzo del Sultano, comincia a farsi strada nella mia mente una campagna lontana ed una fattoria, quella di Mato Rujo, che dimora cieca, scolpita in nero contro la luce della sera.

martedì 30 aprile 2013

aya sofia - day 4



Aya Sofia, Santa Sofia. La chiesa dedicata alla Divina Saggezza. La chiesa distrutta e ricostruita continuamente nell'arco dei secoli. Incendi, guerre, saccheggi, profanazioni, terremoti. E risorgeva, come l'araba fenice, ogni volta. Ogni volta rinasceva più grande, più ardita, più spettacolare. Chiesa, poi moschea ed infine museo.
Come spesso succede quando l'aspettativa è troppo alta o quando si conosce troppo qualcosa prima di vederlo, l'incontro con Aya Sofia è meno meravigliante di quanto avrebbe dovuto e potuto. Troppe foto, troppe piante, troppe righe di libri affollano la mia mente; troppe persone, troppe parole, troppe impalcature ingombrano lo spazio intorno a me.
Eppure si impara anche questo viaggiando. Soprattutto se in compagnia. Le reazioni spontanee che ci contraddistinguono da quando abbiamo memoria mutano e si adeguano. Attimi di repentina insofferenza possono senza motivo sciogliersi. Ed è, questa, una liberazione. Si torna liberi di guardare con occhi diversi cose che mai ci hanno interessato, si finisce per osservare da nuove prospettive situazioni conosciute.
I medaglioni con le scritte in arabo che campeggiano immensi sui pennacchi; la grande cupola traforata alla base come se non avesse peso; il mihrab, il minbar, la qibla; i trafori nei capitelli delle colonne in pietra, le gelosie nei divisori in legno e oro; i mosaici, tante volte visti sui libri, ed ora finalmente vibranti e splendidi; i lampadari che ricordano le altre moschee della città. E, come sempre, mi fermo ad immaginare come sarebbe dovuto essere all'epoca, per chi non avesse avuto altro che i racconti a tracciarne l'immagine, la scoperta di una tale grandiosità. Di tanta altezza, luce, spazio, oro, artigianato. Quanta suggestione doveva suscitare. 

lunedì 29 aprile 2013

beyoğlu - day 3



Risaliamo verso Tunel e poi puntiamo in direzione di Taksim, percorrendo senza entusiasmo İstiklal Caddesi ed i suoi negozi moderni. Ci facciamo sfilare di fianco il tram, unico superstite di un tempo passato, e ci addentriamo per Pera. Tutta quest'area rimase inabitata per secoli tanto che il suo nome deriverebbe dalla contrazione dell'espressione "il campo di fichi sull'altra sponda" o, semplicemente, "l'altro lato", in contrapposizione alla città antica. Questo almeno finchè gli europei, ed in particolare i genovesi (che costruirono la torre di Galata) ed i veneziani, non arrivarono a stabilirvisi. La comunità italiana divenne così importante che dal Cinquecento l'area venne ribattezzata  Beyoğlu (il figlio del Signore) come omaggio al figlio dell'importante ambasciatore veneziano Lodovico Gritti.
Tra le impalcature di un cantiere vi sono alcuni ragazzi seduti a terra: chitarra, violino ed un grande cembalo. Ancora una volta la musica ci rapisce ed i gridi lanciati nell'aria dalla cantante ci ricordano quelli dei muezzin che cinque volte al giorno si sentono risuonare in tutta la città. La melodia è così piacevole che per poco noi e un'altra decina di persone non rischiamo di essere travolti dal tram.
Ci infiliamo in una delle vie traverse per cercare un locale meno internazionale e curarci con l'ennesimo tè. Appena i bicchieri vengono appoggiati sul nostro tavolino fuori si scatena un'improvvisa tempesta e scrosci inaspettati bagnano le strade.
Passato il temporale arriviamo fino alla deludente piazza Taksim e da lì proviamo a perderci per le strade che dovranno poi portarci, nuovamente, verso il ponte di Galata. Dopo aver assaggiato i baklava, gli immancabili dolci turchi ricchi di frutta secca e miele, ci addentriamo nei meandri di vie che salgono e scendono per la collina. Intravvediamo bar in stile parigino, irlandese, terrazze all'italiana. Ci fermiamo su di una scala che scende a picco e apre uno squarcio tra gli edifici fino a mostrarci il faro, dall'altra parte del Bosforo.
Vagando veniamo catturati da una serie di negozi di antiquariato, stanze di rigattieri, botteghe di oggetti vintage. E così finiamo per sederci in un locale dalle pareti in mattoni a vista e l'atmosfera ambrata. La cameriera, di evidenti origini francesi, ci porta i nostri tè ed io mi preoccupo di perdere con dignità a scacchi.