venerdì 26 aprile 2013

il pesce e la notte - day 2



Sul ponte di Galata, che collega le due parti europee della città, si trovano i pescatori. Su entrambi i lati, a qualsiasi ora del giorno e della notte, puoi vedere canne da pesca lanciare ami nell'aria e poi aspettare. A quanto pare anche questo è in vendita. Per qualche lira si può godere del piacere di pescare nel Corno d'Oro affittando tutto l'occorrente direttamente qui, sul ponte. E poi, chissà, se non si prende nulla forse si può comprare anche qualche orata già pescata.
Non appena il ponte torna terra, sulla sinistra si trova il mercato del pesce, a due passi dal Corno d'Oro. Anche ora, che è quasi notte, i banchi sono aperti, le lampadine a ridisegnarne le mercanzie, costantemente annaffiate per mantenerle fresche, l'acqua che tracima, corre trai piedi dei clienti e si ricongiunge al mare. Gli ultimi ritardatari aspettano alla fermata del traghetto, manciate di turisti scattano foto al fascino dell'acqua nella notte, all'incanto antico del mercato del pesce.
Due bambine, poco più di una decina d'anni, se ne vanno in giro da sole in un posto del genere a quest'ora assurda della sera. Salutano e vengono salutate con calore dai banchi del mercato. C'è chi dà loro da dire e le risposte fanno sgorgare l'ilarità generale. A passo svelto dinnanzi a noi le bimbe cominciano a cantare e tamburellare su di un vecchio cembalo melodie orientaleggianti. Oltrepassato l'ultimo banco ci ritroviamo in una zona occupata da una distesa di tavolini di bar. Alla fioca luce di qualche lampada appesa qua e là diverse persone si stanno godendo il loro momento di ristoro nella fresca aria della sera. Le due bambine si avvicinano ai tavoli e cominciano a cantare per i commensali, passando da una coppia all'altra. Avvolti dalla nenia e dallo sciabordìo delle acque osserviamo l'altra riva, dove campeggiano imponenti le masse delle moschee, illuminate nella notte, e le loro gemelle nelle acque scure del Corno.

giovedì 25 aprile 2013

diciotto ore - day 2



- Italiani? - dice una voce qualche passo dietro di noi.
- Sì - rispondiamo con un certo sollievo, visto che è il primo che non ci confonde con gli ispanici.
- Da che città venite?
- Bologna. E dintorni.
- Sono stato a Bologna. Piazza Maggiore, le due torri.
Io cerco di minimizzare per andarmene, ma puntuale come diceva la guida arriva l'offerta.
- Venite dentro, che vi offro un tè.
Mentre cerco nel catalogo delle banalità diplomatiche un modo per divincolarci, tu infili la porta.
Il negozio è uno stanzone con tre grandi vetrate che danno su di una strada laterale, tra Taya Hatun e la ferrovia. Ci accomodiamo su due sedie in legno, di bella fattura, seduta e schienale di cuoio. Lui è un uomo sulla cinquantina abbondante, i capelli grigi, la barba ben rasata. Gli occhiali senza montatura lasciano trasparire uno sguardo malinconico, occhiaie stantie di preoccupazioni. Prende posto a tre metri da noi e spedisce la ragazza del negozio a procurarsi del tè.
Ci chiede dell'Italia. Di com'è vivere là ora, se è cambiata, com'è la situazione dopo Berlusconi. Spieghiamo i problemi della crisi, ore infinite di lavoro e pagamenti a singhiozzo, incerti e magri. Dice che anche lui ha vissuto per un certo periodo nel nostro Paese, ha studiato a Perugia qualche mese. Era giovane, neanche ventenne, e ha dormito un po' ovunque, alberghi, ospite in casa della gente, per strada, nelle stazioni, nei parchi. Ha girato in autostop e così ha imparato la lingua. Gli domandiamo com'è vivere in Turchia, vivere a Istanbul. Fa una pausa lunga. Bisogna lavorare tanto, ci rivela. C'è chi non fa niente, ma è perchè non vuole. Per chi vuole lavorare ci sono interminabili ore da affrontare per potersi pagare la vita. Lui, Ahmet, ha due figli ed ora dovranno andare all'università, a casa ha una moglie che ha problemi di testa, prende le medicine, forse è depressa. Ci rivela che lavora 18 ore al giorno (!!) e che dorme in negozio. Dice tutto questo come se stesse parlando di un fatto da nulla, senza rilievo. Gli occhi ci guardano senza cambiare espressione, senza accenti nelle parole, senza entusiasmo.
Infine arriva l'offerta. Se vogliamo prendere qualcosa, comprare qualche souvenir, ci farà un buon prezzo.
Lasciamo il negozio senza aver acquistato nulla, a parte uno strano senso di tristezza.

bosforo - day 2



Camminiamo lungo la riva, tempestati di offerte di cibo, tour, oggetti, guide. Decidiamo infine di prendere una barca per esplorare lo stretto. Appena accettiamo l'offerta il ragazzo ci chiede i soldi anticipati e ci dice di infilarci velocemente su di un pulmino fermo in sosta vietata. Niente biglietto, niente che dimostri che abbiamo pagato. Dopo qualche minuto il nove posti si riempie e comincia a scendere verso l'area di attracco. Sempre senza alcun tipo di controllo veniamo fatti montare, con un'improvvisata scaletta in legno, su di un barcone che ondeggia vistosamente. Quando il pulmino arriva per la seconda volta, carico di turisti, finalmente partiamo. Passiamo al di sotto del ponte di Galata, coi suoi locali, i suoi ambulanti e le sue canne da pesca, lasciamo il Corno d'Oro e ci dirigiamo verso il Bosforo. Costeggiamo la riva europea di Istanbul, con i suoi palazzi in legno abbandonati, dirigendoci verso nord, verso il Mar Nero, allontanandoci dalla città antica. Alle degradate ville a ridosso dell'acqua si sostituiscono edifici moderni, piccoli grattacieli, facciate moderne, vetro e acciaio, alternati ad attimi di pineta fitta. L'acqua tra le due rive è calma, mossa soltanto dal passaggio di altre imbarcazioni come la nostra. Sul ponte il comandante ci porta l'immancabile tè turco in bicchierini di vetro con decorazioni dorate. Un paio di zollette a testa. L'aria pungente del Bosforo si infila dentro la maglia, tra le orecchie, nella testa e ci ripulisce dalla confusione di una città dove tutto è in vendita, dove tutti sono indaffarati a mercanteggiare.
Di fianco a noi un gruppo di turisti fanno gli "italiani" gridando, gesticolando esageratamente, facendosi foto idiote. Una signora presumibilmente russa sfida in mezze maniche il freddo incipiente mettendosi in posa per essere immortalata dal suo compagno. Un paio di bambini si rifugiano sotto coperta.
Il sole si nasconde dietro le nubi e scende dietro le colline all'orizzonte. L'acqua diventa un liquido scuro, denso, le sponde silhouette trapuntate di piccole luci. L'imbarcazione fa un'inversione e ci porta sulla via del ritorno costeggiando la riva asiatica. La vegetazione continua con le sue incursioni, qualche villa in legno decrepita in stile europeo ci saluta di lontano. Ci avviciniamo lentamente ad un piccolo molo ed un ragazzo scende al volo dalla prua.
Passiamo sotto al ponte strallato che si staglia contro il cielo, disegnato da tante piccole luci che cambiano colore. Ci avviciniamo a Beyoglu e Fatih dove le moschee emergono dalla massa indistinta della città vecchia come gemme preziose.
Appena prima di attraccare il volume della musica sull'imbarcazione si alza improvvisamente e spara nell'aria un'inconfondibile Gnam gnam style, inno inconfondibile del "tutto il mondo è paese".

martedì 23 aprile 2013

topkapi - day 2



Il palazzo è un misto di architettura araba ed europea. Gelosie, paraventi ed harem si uniscono ad elementi di gusto talvolta roccocò. Padiglioni, di stili e funzioni differenti, sono sparsi in tutta l'area del palazzo Topkapi, circondati da prati di tulipani in fiore.
Qui si decidevano le sorti della città. Qui, protetti dal suono di fontane e giochi d'acqua, si tramava contro il sultano. Le alternative erano poche: essere il futuro regnante o venire ucciso nella lotta per il potere. Solo gli eunuchi sopravvivevano indenni a questo conflitto interno primordiale.

Fuori dal palazzo c'è un ragazzo dalla pelle bruciata dal sole, una barba riccia incolta. Ha magnifici melograni sul suo carretto, chicchi giganteschi che scoppiano di sapore. Taglia a metà i frutti e poi li appoggia su di un macchinino metallico simile ad un macinino da caffè. Preme ed il succo viene raccolto in una caraffa di plastica. La giornata è calda e soleggiata, il succo rinfrescante con un retrogusto lievemente aspro. 

lunedì 22 aprile 2013

bazar - day 1



Il bazar è un dedalo. Una griglia di gallerie nella quale è impossibile orientarsi. Una spugna pregna di gente e merci. Ogni volta che ci si avvicina ad un negozio si viene abbordati dalla lingua che più verosimilmente corrisponde ai nostri caratteri somatici, nell'intento di venderci qualcosa. Pelle, tessuti, ceramiche, spezie, frutta secca, dolci, souvenir, gioielli. Tutto quanto un turista può pensare sia tipico qui trova il suo mercato.
Alla fine, non immuni al fascino assurdo di questo posto, ci lasciamo abbindolare anche noi, dimostrando la nostra pessima capacità di contrattazione.

lost




Bologna, Milano, Monteal, Tokio, Buenos Aires, Grenada.
Un treno che parte, uno che arriva, uno da cui non scendere, uno per fuggire; un aereo in attesa, una nave pronta a salpare. Una notte a finestre aperte, un risveglio tra edifici liberty. Anni lungo il lago, giorni alla finestra. Una terrazza a sorvegliare la città, un tramonto di fuoco.
Tutto si confonde in questa notte senza sonno. 

domenica 21 aprile 2013

dolmades - day 1



Saliamo una ripida scala in legno e ci sediamo al tavolo vicino alla finestra. Il pavimento, coperto qua e là di bei tappeti, è in legno lucidato color miele, come pure il perlinato alle pareti, intagliato a creare arabeschi sulle porte, ed il soffitto, le cui travi sono decorate da motivi floreali. Tulipani nel pieno del loro splendore campeggiano su ogni finestra. Le eleganti sedie in legno e pelle, i tavoli con incisioni sporadiche e raffinate completano il quadro. Al di fuori, una grande terrazza al piano terra incorniciata da alberi in fiore accoglie altri avventori. Di fronte qualche casa in legno scrostato dal tempo, tappeti a prendere aria. La sede della polizia locale in un isolato edificio in legno che sembra arrivare direttamente da qualche spiaggia statunitense. E poi l'arrosto, i dolmades, involtini di foglie di vite e agnello, il purè di melanzane affumicate, il tuo ayran. Ed un senso di pace, di sano ozio che sembra uscito da qualche libro.

venerdì 19 aprile 2013

blu - day 1



Il pavimento è soffice, ricoperto da una moquette a motivi floreali. Al di sopra uno spettacolo di blu e luce. Oltre ventunmila piastrelle in ceramica turchese incorniciano archi, cupole e le duecentosessanta finestre. L'immenso, maestoso e semplice lampadario cala dalla cupola fino a rasentare le teste dei fedeli. Un acre aroma di piedi di turisti (che ovviamente non indugiano in abluzioni purificatrici prima di entrare in questi luoghi) si spande e ci segue.
Anzi.
Forse sono proprio io.

acqua - day 1



Siamo in fila lungo la parete esterna della moschea, il sole a picchiare sulle nostre teste. I giapponesi riparano la pelle pallida con cappelli e sciarpe, capannelli di italiani sfilano sfoggiando stile e cliché internazionali.
Mentre ci muoviamo all'unisono, ebeti componenti del corpo invertebrato della fila, ecco che qualcosa mi attrae.
Protetti dalla stretta e lunga loggia uomini e bambini cominciano a radunarsi di fronte alle piccole fonti, a sedersi sugli scranni di pietra e legno. Arrotolano i pantaloni, le maniche delle camicie fino al gomito. E cominciano a lavarsi mani e piedi, purificando il corpo dopo il momento di preghiera collettivo. A fianco dei più vecchi, con le loro barbe antiche, stanno le nuove generazioni. Antiche calzature e Nike ultimo modello, il rito dell'acqua e la prosaica presenza di dispenser in plastica per il sapone.

martedì 16 aprile 2013

cimolais



Il mare è piatto, liscio con scaglie di cobalto. La spiaggia, impolverata di incuria umana, si infila stretta tra l'acqua e la pineta. E proprio sul confine stanno alcune curiose proto-costruzioni. Un intrico di rami e legname, di cannicciati e pallet, raccolti a cerchio. Alcove appollaiate di fronte al mare, nidi costruiti da uccelli giganteschi, verrebbe da dire. E mentre il sole infiamma le creste dei pini all'orizzonte e le zanzare si risvegliano per l'aperitivo crepuscolare, l'immagine di primitivi esseri umani che si raccolgono intorno al fuoco si fonde con quella dei nudisti di Caorle.

Scrocchia, la neve, sotto i piedi. Crepita e cede la piccola patina di ghiaccio alimentando il fiume delle nostre parole. La malga, ancora addormentata nel primo sole primaverile. Le montagne, alte e vestite di bianco, a denudarsi poco alla volta. La birra che scintilla d'oro nel sole basso, e mi ricorda gli insegnamenti dei crucchi ed il loro saper oziare.

E poi il treno in ritardo, l'ultima coincidenza persa, la prospettiva di quattro ore di notte ad aspettare un convoglio che a Mestre non vuole arrivare. "Ciao. Sei in città per caso?" e via, verso una casa quasi sconosciuta, che onestamente non avrei più pensato di vedere, e la compagnia fortuita a riempire le ore della notte. Il treno dei disperati, stipati in un corridoio, il vagone che sa di fiato e di pelle, la polizia ferroviaria a seminare tensione. Un filo che scorre nella notte, la percezione appannata delle ore che si susseguono cullate dai binari. Ore di ritardo, noi fermi ad un passo dalla meta.
E, finalmente, casa. 

mercoledì 10 aprile 2013

indo hotel - day 1



Ci addentriamo per vicoli stretti seguendo il guardiano dell'hotel, che a quanto pare ha dormito vestito sul divano tutta la notte. La sua faccia da neorealismo italiano anni Venti ci interroga provando ad instaurare un dialogo. Sfiliamo di fianco a case in legno scorticate, abbandonate da tempo diresti, almeno finchè non fai caso alle tende stirate, alle persone che ci entrano, ai fiori sui balconi. Edifici che richiamano un passato europeo più che asiatico. Uno di questi è collassato su se stesso, le pareti a coprire le proprie rovine. Eppure è rimasto lì dov'era, nulla è stato spostato, ed ora è una rovina a cielo aperto, un parco giochi per animali randagi. Lo aggiriamo e ci infiliamo in un lotto sterrato tra alcune case in pessimo stato ed il retro di una moschea.
Il bancone del check-in dell'albergo, come volevasi dimostrare, è effettivamente lo stesso utilizzato dal bar. La signora ci guarda con occhi vuoti e recita il suo mantra di parole inglesi che descrivono la nostra colazione. Versiamo il tè turco nei piccoli bicchierini di vetro, un paio di zollette a testa. Del pane, qualche marmellata, cioccolata spalmabile. Un paio di uova sode, olive marinate. Io salato e tu, ovviamente, dolce.
Il tavolo è appoggiato ad una grande vetrata, su una strada che va a morire nel Mar di Marmara. In silenzio guardiamo fuori e ci lasciamo riempire gli occhi da questo mondo nuovo. Nel sole tiepido un uomo, parcheggiato ad un incrocio, pulisce la sua macchina con uno straccio, senza fretta. I finestrini, il lunotto, la carrozzeria. A quanto pare è un impegno così importante che un altro gli viene in soccorso, sempre senza fretta. Dall'altra parte della strada due signori stanno cambiando la gomma posteriore di un furgone. Parcheggiati a lato della strada, pericolosamente in salita, aggeggiano con crick e chiavi inglesi. La baracca del gommista è stretta tra due edifici, un muro grezzo con un buco per ingresso, un tetto in lamiera metallica a coprire il tutto.
I muezzin lanciano i loro canti nell'aria e noi ci addentriamo nei meandri della città vecchia.

martedì 9 aprile 2013

sultanahmet - day 0



Chiudo la porta scorrevole e partiamo. L'autista ha i capelli arruffati, leggermente brizzolati. Ha l'aria di chi non dorme tanto. Gli consegno un foglio su cui è scritto un indirizzo impronunciabile, sperando di evitare così incomprensioni. Lui comincia a leggerlo mentre si immette nella tangenziale cittadina, incurante degli altri taxi che ci sorpassano a destra e sinistra. Dopo un attimo di smarrimento prende il cellulare e comincia a chiamare. Suppongo sia il suo modo di avere un navigatore.
La strada che ci separa dal centro antico corre a quattro corsie tra gli edifici dell'estrema periferia ed un'ampia fascia verde che ci separa dalla costa. Qualche salotto, illuminato nella notte da grandi lampadari, si mostra nudo nella notte.
L'autista fa del suo meglio per guidare al peggio, sbandando, zigzagando tra le corsie, attirandosi il clacson di chi ci segue. Si fuma qualche semaforo rosso, quasi imbocca l'uscita sbagliata e a stento evita un bus che ci stava per attraversare la strada. Da allora penso di avere ancora le tue unghie piantate nella mia mano. Non mi stupisco che il lunotto anteriore sia decorato da due rose di schegge, due fori che si espandono circolarmente nel vetro temperato.
Il cartello recita Sultanahmet. Le strade si fanno piccole, si inerpicano per la collina. Il nostro autista si perde, fa inversione un paio di volte mentre è al telefono. Poi parcheggia in doppia fila e ci fa scendere. Un ragazzo ci viene incontro e ci chiede se stiamo cercando l'Indo Hotel. Entriamo in una reception che è il bancone di un bar, al primo piano. Dopo un rapido check-in veniamo affidati alle cure di un signore dal vestito a giacca che ci accompagna in macchina fino ad un altro edificio. Circondato da fatiscenti case in legno, dalle imposte segnate dall'incuria e le pareti scrostate dagli anni, sta il nostro "hotel". L'ingresso è un corridoio e a stento passiamo tra divano e parete. Appena prima delle scale, sulla destra, si trova la nostra camera: sarà tre metri per due, con il letto stretto tra le pareti e le finestre che affacciano sul marciapiede. Una finestra apre sul corridoio interno, una stufetta elettrica appoggiata su un microscopico tavolino è accesa per tentare di stemperare il freddo. Nel bagno non c'è acqua calda. Noncuranti ci sistemiamo e ci addormentiamo. La notte è segnata dal rumore di qualche macchina che sfreccia rombando a mezzo metro dalle nostre teste, dall'inquietante presenza del guardiano di notte, che dorme vestito sul divano, dall'altra parte della parete in cartongesso, un metro lontano dai nostri piedi.
E nel dormiveglia del primo mattino si insinua, come un profumo, il canto dei muezzin, che dagli altoparlanti chiamano i fedeli alla preghiera.
È questa l'accoglienza che volevo. Benvenuti a Istanbul.

giovedì 28 marzo 2013

senza filtro



Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. Una barba di molti anni si adagia sul petto. Un paio di occhi miti guardano senza turbamento i nuovi commensali e le loro strane lingue. Alì il turco, volto da vichingo, stazza da nano delle fiabe, un quadrato di muscoli, siede di fianco a noi mangiando con calma dal suo piatto di plastica.
Non è la domanda quello che importa, ma ciò che, in risposta, esce dalla sua bocca come spiegazione, consiglio, profezia.

- No expectations. Nessuna aspettativa.

giovedì 21 marzo 2013

confetti



È un pulcino, ristretta dagli anni. I capelli ricci si son fatti radi, il naso un becco rosato.
- Come stai?, le chiedono.
Stranamente non risponde canonicamente, non sfoggia un protocollo di vuoti convenevoli.
- Mi manca, dice.
- Ancora?
- Mi mancherà sempre, risponde.
Non c'è pateticità nella sua voce, nè desiderio di ricevere compassione. C'è l'evidenza di un fatto, inopinabile.
- Voi l'avete conosciuto. Non si può dimenticare un uomo come lui.
Lo sguardo fermo non indugia. La voce non chiede altro che di crederle, senza cerimoniali sentimentali.

E in quella frase c'erano tutti i libri del mondo, dall'inizio fino alla fine dei tempi.
Compreso questo.

elogio dell'ozio



I think that there is far too much work done in the world, that immense harm is caused by the belief that
work is virtuous, and that what needs to be preached in modern industrial countries is quite different from what always has been preached. [...] Whenever a person who already has enough to live on proposes to engage in some everyday kind of job he or she is told that such conduct takes the bread out of other people's mouths, and is therefore wicked. If this argument were valid, it would only be necessary for us all to be idle in order that we should all have our mouths full of bread. What people who say such things forget is that what a man earns he usually spends, and in spending he gives employment. As long as a man spends his income, he puts just as much bread into people's mouths in spending as he takes out of other people's mouths in earning. The real villain, from this point of view, is the man who saves. If he merely puts his savings in a stocking, like the proverbial French peasant, it is obvious that they do not give employment. [...]I want to say, in all seriousness, that a great deal of harm is being done in the modern world by belief in the virtuousness of work, and that the road to happiness and prosperity lies in an organized diminution of work. [...] The conception of duty, speaking historically, has been a means used by the holders of power to induce others to live for the interests of their masters rather than for their own. [...] Leisure is essential to civilization, and in former times leisure for the few was only rendered possible by the labors of the many. But their labors were valuable, not because work is good, but because leisure is good. And with modern technique it would be possible to distribute leisure justly without injury to civilization. [...] The wise use of leisure, it must be conceded, is a product of civilization and education. A man who has worked long hours all his life will become bored if he becomes suddenly idle. But without a considerable amount of leisure a man is cut off from many of the best things. [...] We keep a large percentage of the working population idle, because we can dispense with their labor by making the others overwork. [...] Four hours' work a day should entitle a man to the necessities and elementary comforts of life, and that the rest of his time should be his to use as he might see fit. [...] The pleasures of urban populations have become mainly passive: seeing cinemas, watching football matches, listening to the radio, and so on. This results from the fact that their active energies are fully taken up with work; if they had more leisure, they would again enjoy pleasures in which they took an active part. [...] Good nature is, of all moral qualities, the one that the world needs most, and good nature is the result of ease and security, not of a life of arduous struggle.

In Praise of Idleness - by Bertrand Russell (1932)


Penso che ci sia troppo lavoro fatto nel mondo, che sia immenso il danno causato dalla convinzione che il lavoro sia di per sé virtuoso, e che ciò che si deve predicare nei moderni paesi industriali sia molto diverso da quello che si è sempre predicato. [...] Ogni volta che una persona che ha già abbastanza da vivere si impegna in qualche forma di lavoro quotidiano possiamo dire che ruba il pane di bocca ad altre persone, ed è quindi malvagio. Se questo ragionamento fosse valido, sarebbe sufficiente indugiare nell'ozio in modo che tutti noi dovremmo avere la bocca piena di pane. Ciò che le persone che affermano queste cose dimenticano è che ciò che un uomo guadagna in genere lo spende, e nella spesa produce occupazione. Nello spendere il suo reddito l'uomo mette il pane in bocca ad altra gente, tanto quanto ne prende dalla bocca di altre guadagnando. Il vero malvagio, da questo punto di vista, è l'uomo che conserva. Se egli si limita a conservare i suoi risparmi, come il contadino proverbiale francese, è ovvio che essi non danno occupazione. [...] Voglio dire, in tutta serietà, che una grande quantità di danni è stata fatta nel mondo moderno dalla fede nella virtuosità del lavoro, e che la strada verso la felicità e la prosperità si trova in una diminuzione organizzata del lavoro . [...] La concezione del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo usato da parte dei detentori del potere per indurre altri a vivere per gli interessi dei loro padroni, piuttosto che per il proprio. [...] Il tempo libero è essenziale per la civiltà, e nei tempi passati il tempo libero per pochi è stato reso possibile solo grazie alle fatiche di molti. Ma le loro fatiche erano preziose non perché il lavoro è buono, ma perché il tempo libero è buono. E con la tecnica moderna, sarebbe possibile distribuire il tempo libero giustamente senza danno per la civiltà. [...] L'uso sapiente del tempo libero, si deve ammettere, è un prodotto della civiltà e dell'educazione. Un uomo che ha lavorato molte ore per tutta la vita si annoierà se diventerà improvvisamente inattivo. Ma senza una notevole quantità di tempo libero un uomo è tagliato fuori da molte delle cose migliori. [...] Manteniamo una grande percentuale della popolazione attiva al minimo, perché possiamo sopperire al loro lavoro con il superlavoro di altri. [...] Un lavoro di quattro ore al giorno dovrebbe essere sufficiente ad un uomo per le necessità e le comodità elementari della vita, e che il resto del suo tempo possa usarlo come più gli aggrada. [...] I piaceri delle popolazioni urbane sono diventate per lo più passive: andare al cinema, guardare le partite di calcio, ascoltare la radio, e così via. Ciò è dovuto al fatto che le loro energie attive sono completamente utilizzate dal lavoro; se avessero più tempo libero tornerebbero a godere dei piaceri in cui prendono parte attiva. [...] Una buona natura è, tra tutte le qualità morali, quella di cui il mondo ha maggiormente bisogno, ed una buona natura è il risultato di semplicità e sicurezza, non di una vita di dura lotta.

domenica 27 gennaio 2013

futura



Orione campeggia silenzioso sulla cima del tetto. Una magnolia, maestosa, regna al centro del cortile nobiliare, osservata da una famiglia di colonne ed archi, e da un paio d'occhi. Di lontano mi giunge, vaga, la melodia di Futura.
Certo, il profumo è diverso. La stagione lo è, la musica, l'entusiasmo. L'età. Eppure mi torna in mente quella notte, anni fa, in cui il cortile era un patio, la balaustra una collezione di motivi arabeggianti e nell'aria si spandeva un elettrizzante flamenco.  Sui tetti, sopra le tende, riposava l'Orsa Maggiore, i nostri piedi erano nudi e noi in cerca di avventura.

da un'altra parte



Succedono un sacco di cose nella vita che non si vogliono ricordare ed è per questo che ci si trasferisce da un'altra parte, dove si possono dimenticare le cose spiacevoli, come una fattoria bruciata, e ricominciare tutto daccapo, mettendo insieme dei bei ricordi.

American Dust - Richard Brautigan

domenica 20 gennaio 2013

troppo vecchio



Sono troppo vecchio per parlare d'amore, una cosa che ho relegato agli angoli della vita e che sono sempre riuscito a sacrificare, negandomi l'intimità di istanti come questo, la possibilità stessa di prolungali negli anni, concedendo loro di cambiare il destino.

Q - Wu Ming

giovedì 17 gennaio 2013

atto primo



Così. Solo perchè avevo voglia di ricordare della bella gente, in un bel posto, che è sempre casa mia.
E un luogo felice.
Anche quando non lo è.

venerdì 28 dicembre 2012

una cosa



Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perchè è non-umana l'esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l'uomo è stato una cosa agli occhi dell'uomo.

Primo Levi

domenica 16 dicembre 2012

bravo



Le luci si abbassano, la musica comincia. Devo fare uno sforzo per allontanare da me le considerazioni  su questo locale che il mio mestiere mi impone. Fingere di non vedere. Immaginare.
Immaginare che oltre quelle tende, dietro ai musicisti, ci sia un altro spettacolo che non quello di via Mascarella, ci siano spazi diversi e un'altra atmosfera. Credere che nascondano vetrate, che ci sia una grande città, magari la Senna, sì, la Senna, mansueta e metallica nei suoi riflessi notturni. E allora la musica torna al suo posto. La tromba recupera la sua voce, la fisarmonica la sua schizofrenia nell'opposto ritmare di accordi e svolazzare di note.
È per mantenere questa visione ed aiutarmi ad ascoltare le loro voci che distolgo lo sguardo e cerco un nido dove possa riposare, sopito, mentre le orecchie sono in festa.
È una piccola immagine quella che mi viene in soccorso. Seduto al mio lato un uomo attempato, maglioncino scuro e camicia, sta riprendendo il concerto con una videocamera. I suoi piedi, inutile appendice gettata in un posto dove nessuno guarderebbe in questo momento e quindi, di fatto, inesistenti, si stagliano contro una nicchia illuminata sopra le scale.
È un rifugio sufficiente. Accolta da quell'alcova di nulla, la mia mente torna alla musica, alla varietà di suoni che Bosso riesce a staccare da quella tromba, alle corse su prati di suono di Biondini.

giovedì 13 dicembre 2012

era questa la felicità



il punto è che mi manca trovarti addormentato alla TV
cercarti fuori dalla chiesa
andare insieme a fare la spesa
le sigarette sul comodino, il cruciverba poco più in là
mica l'avevo capito che era quella la felicità

Brunori Sas - Bruno mio dove sei

mercoledì 12 dicembre 2012

genio



Ogni persona è un genio.
Ma, se giudichi un pesce dalla sua capacità di scalare un albero, passerà tutta la sua vita pensando di essere stupido. 

Albert Einstein

domenica 9 dicembre 2012

turbina



La musica scroscia tintinnii e ampollosità. I movimenti sono lenti e calibrati, anche se goffi. La penombra regna sulla grande sala.
Eppure.
Eppure mi fa sorridere questa pratica nata trai suoni d'oriente, in una cultura dove l'ombra ed il silenzio sono più espressivi dei loro opposti, dove la natura è un libro aperto, dove il ritmo è quello del respiro; muove in me un certo sorriso vedere la saggezza millenaria iniettata qui, tra le pareti spoglie e fredde di un capannone industriale convertito in palestra, qui dove le pause dei nostri respiri sono riempite dai tonfi della sala boxe dall'altra parte del muro, o del fitness. Un sorriso amaro quando constato che la grazia ed evanescenza di un popolo abituato a pensare per ideogrammi (che magnifica complicazione del pensiero!) venga tradotta in spontaneità corporea poco controllata, toni di voce da hot-line, ginnastica per la terza età con sottofondi new-age.

Apro gli occhi e, inaspettatamente, quel che vedo mi conforta. Su uno spartito di ombre che rigano con archi la copertura voltata della sala, dall'alto campeggia imponente una turbina. E mi guarda dritto negli occhi. Un grosso corpo, quasi un oggetto da aviazione, un'elica ricca di lamelle sagomate.
È questo figlio della civiltà industriale, dimenticato là dove nessuno guarda, incastonato nel cuore della Bolognina, circondato da vecchi palazzi e capannoni, a darmi la speranza di una qualche ibridazione che salvi l'assurda insensatezza di questo trapianto di cultura. 

aldina



Ci sediamo nell'angolo, il tavolo ruotato. Dietro di me si trova una finestra bassa, le tendine in pizzo traforato, il bancale in legno chiaro. Mi affaccio e vedo il bel mercato Liberty proprio di fronte, nella sua veste ferro e vetro.
La trattoria, insensatamente al primo piano dell'edificio, era probabilmente la casa della signora ed ora incarna lo spirito della più tipica delle osterie emiliane e, in particolare, modenesi. Tortelloni di zucca, gramigna, lasagne, arrosti, grigliate, purè, polenta, lambrusco. Così combattiamo il freddo alle membra lasciato dalla prima neve.

sabato 8 dicembre 2012

natura



Una persona può essere sola anche se molti le vogliono bene, perchè non è "la persona amata" di nessuno.
[...]
Per tutti quelli che hanno paura, si sentono soli o infelici, il sistema migliore è certamente uscire, andare in un posto in cui si è completamente soli, soli col cielo, con la natura e con Dio. Perchè soltanto allora, solo allora si avverte che tutto è come deve essere e che Dio vuole che gli uomini siano felici nella natura semplice ma bella.
Finchè esiste questo, ed esisterà sempre, so che in qualsiasi circostanza può esserci consolazione. E sono fermamente convinta che la natura può cancellare molte miserie.
[...]
Non è una mia fantasia che vedere il cielo, le nuvole, la luna e le stelle mi dia un senso di tranquillità e di attesa. [...] La natura è l'unica cosa per cui non ci possono essere sostituti!

Annelies Marie Frank - Diario

venerdì 7 dicembre 2012

giustizia



La vita non è giusta. È solo più decente della morte, tutto qui.

William Goldman

martedì 4 dicembre 2012

kaffekoppen



Non poteva finire diversamente. Vagando, di stradina in stradina, scoprendo le viscere antiche della città, gli interni luminosi dei locali, le luci soffuse dei bar. Meravigliarsi della piazza alta e poi finire a cenare in un interrato, volte in pietra, candelabri e scritte alle pareti. Il tempo che torna a fermarsi fuori dalla porta. Le portate che arrivano senza fretta, la cameriera stranamente gentile che ci domanda da dove veniamo e che ci sussurra con un occhiolino di non preoccuparci se vogliamo trattenerci, che a lei la pagano di più se chiude tardi.
E poi il "Buscais algo?" che risuona così strano in questa terra. Consigli in spagnolo da un ragazzo svedese, la metro, le parole nella notte, ed il pub, ultima salvezza per chi aspetta l'aereo del mattino. Che poi ci sia un assurdo karaoke metal non è che l'ennesima sorpresa.

chana



È senza preavviso che si ripresenta alla memoria.
La visione nitida della gamba di una delle sedie, metallica, un cilindro riflettente nella luce della sera. Poi, pian piano, come un foglio che si bagna e lascia trasparire in filigrana quel che nasconde, ricompaiono i dettagli. Gli edifici intorno, il grande e disordinato piazzale, il retro della periferia al confine col nulla, a due passi dalla ferrovia. Un cartello campeggia alto, sopra il tendone del bar: Cruzcampo. L'aria fresca, le tapas, una spensieratezza irrecuperabile, la fame di mangiarsi il destino. E la Sierra sopra a tutto.

domenica 2 dicembre 2012

attesa



Come della gioia, della paura, del dolore medesimo, così anche dell'attesa ci si stanca.

Primo Levi - Se questo è un uomo

giovedì 29 novembre 2012

nulla e così sia



Aspetto, seduto alla fermata, un casottino in legno con una finestrella. Intorno l'aria grigia regna, convertendo il primo pomeriggio in un momento senza tempo. Guardo in lontananza tra gli scheletri degli alberi comparire sagome di case di campagna, specchi d'acqua, strisce d'asfalto che se ne vanno verso l'orizzonte, vuote.
Buttato qui, in mezzo al niente, e magnificamente a mio agio.

liste



(Se vi sembra idiota pensare di consolarsi con simili liste di suoni meravigliosamente evocativi, sappiate che siete nel torto, o che non sapete veramente cosa siano certe crepe dell'anima, e di riflesso il valore dei linimenti che le possono curare. Non solo. Mi permetto di aggiungere che se non avete almeno una persona a cui trovereste sensato regalare liste del genere in segno d'amore - nella certezza che ne sarebbe deliziata - vi state perdendo qualcosa)

Alessandro Baricco - Una certa idea di mondo

martedì 27 novembre 2012

diritto



Riusciamo maledettamente a rovinarci la vita con le nostre stesse mani quando dimentichiamo che abbiamo il diritto ad essere felici. O, almeno, a provare ad esserlo.

lunedì 26 novembre 2012

cristallo



È di notte che questa città dà il meglio di sè. Quelli che con la luce del sole sono edifici di poco conto, la ripetizione poco fantasiosa di uno stile consolidato, di notte si trasformano in spugne di cristallo mostrando il loro contenuto di vita. Le finestre, grandi e senza tende, si accendono e gli appartamenti diventano vetrine, le case cavità dalla luce calda e gli interni chiari. Un catalogo di umanità srotolato sulle facce della città. Un elogio alla trasparenza.

boreale



È ritornando verso casa, con le mani cariche di cibo, solcando la campagna che ormai già riconosco, fendendo il buio costellato di finestre fluorescenti, che guardiamo il cielo, insolitamente luminoso. Un bagliore sulfureo lo anima, in piena notte. Dicono che sono le luci delle serre, mi dici. O un'anteprima di aurora boreale, pensiamo.

domenica 25 novembre 2012

fienile - svartsjö



Un vortice, un papillon di isole che si sfrangiano dal centro, dal nucleo antico della città. Strade come tentacoli grigi che tengono insieme porzioni di terra arsa dal freddo. Case, fattorie sparse, ventose che si diradano allontanandosi dal corpo centrale. Lontano dal cuore pulsante, nel mezzo dell'isola di Svartsjö, a due passi dal Mar Baltico, seminato tra campi di foraggio ed una rada boscaglia, sta un fienile in legno, dipinto di rosso, le finestre bianche. Al di sopra del magazzino, circondati da doghe in legno sbiancato, tra le falde del tetto, stiamo seduti al tavolino, bianco anch'esso. Un buon tè, caffè, pane ai cereali tostato, burro, biscotti, spumini ricoperti di cioccolata. Fuori la luce è grigia e spande su tutto un aroma malinconico, un'aria da domenica mattina. Una chitarra, due voci, il tempo che rotola senza scosse. Il vuoto intorno, l'estinzione della ricerca di un senso diverso dal semplice esserci.

sabato 24 novembre 2012

controsenso



Le cose migliori che ho fatto sono state, in fondo, quelle prive di senso.
Non che fossero realmente insensate, intendiamoci. Semplicemente non rientravano nella catena consequenziale degli eventi. Un salto nella logica della vita. La carta Imprevisti del Monopoli.
Via, pensateci bene. Quale sequenza logica porta un mite studente, privo di grilli per la testa, a scegliere la futura città dove abitare in base al suono del suo nome? Al suono. Quel rotolare di gutturale-nasale-dentale che evocava tante immagini nella sua testa. Cosa lo porta a rifiutare una borsa di studio (vinta) per un'altra città (dal suono peraltro niente male, ma non quello che aveva in mente) e tornare a farne domanda l'anno successivo, con ostinata e immotivata persistenza, ancora una volta per Granada? Quale moto dell'animo incompatibile con il mio carattere mi ha spinto a mandarti l'sms che ci ha fatto conoscere, quando non eri altro che un nome esotico? Così non saprei spiegarmi perchè venni a casa tua, quel pomeriggio di domenica, senza nessun'altra intenzione che l'aiutarti a sfangare quella gamba rotta. Non che ti avessi notato alla festa. E allora perchè?
Nulla di assurdo in tutto ciò, solo non è logico. Non esiste un filo che porti a dire che quella scelta era meglio di altre. Semplicemente, in quel momento, senza pensieri, sapevo quale fosse la scelta giusta. E non sono sicuro che si tratti di sentire, di una sensazione. Io sapevo che era quella. Nel bivio tra A e B sapere di dover passare per i campi.
Come quando decisi di passare un mese ospite in casa altrui, di città in città, con l'armadio in macchina. Come avrei potuto conoscerti, diversamente?

strand



- Certo, da quella parte. Andate verso l'acqua, scendete a destra poi a sinistra fino al molo. Lì lo troverete.
Scendiamo lungo l'argine, al di sotto del livello della strada. Lo Strand è composto da tre locali, uno a lato dell'altro: un ristorante, un pub, una discoteca. Di fronte, un paravento di arbusti, il mare, ed un ponte che ci lega alla terraferma.
Nel pub c'è già diversa gente. Prendiamo posto e poco dopo il gestore introduce il gruppo che fa il suo debutto stasera. Nel videoclip che viene proiettato compare una ragazza di colore dai lineamenti assurdamente malinconici ed un costume da bagno di più di mezzo secolo fa. La cantante, un'androgina ragazza in giacca e cravatta, algida nella sua dolce impassibilità, mangia dolci seduta su una terrazza vista mare.
In fondo il video era meglio della performance, e allora raccogliamo lo zaino e ci spostiamo nella discoteca, in attesa del concerto dei Twin Shadow. Il gruppo che apre il concerto è composto da due gemelle di Stoccolma, una bionda e una mora, poco più che ventenni. Minigonna e pantaloni di pelle aderenti, tacco alto, espressione da superdive. Il canto laconico e circolare delle terre del nord, rianimato da un buon ritmo di batteria. Ma, in fondo, niente di eccezionale.
E poi arrivano loro, gli statunitensi, e la storia cambia. Una carica che a queste terre manca, la leggerezza del sole e della superficialità, uno stupido ottimismo. Un look senza stile che ha fatto scuola.
Poi la stanchezza. I duemila chilometri si fanno sentire, le venti ore sveglio zaino in spalla pure, e ci avviamo verso casa. Una metro, un'altra, l'attesa a Brommaplan. All'una e mezza prendiamo il bus che esce dalla città, supera i sobborghi, si addentra per una piccola strada che corre sinuosa a raggiungere le isole che circondano il centro. Ci lascia nel mezzo del nulla, su un piccolo marciapiede da dove saltiamo sul primo bus e di lì un'altra mezz'ora verso il nulla della notte. Al secondo cartello Äppelfabriken scendiamo. Per venti minuti camminiamo lungo la stradina bordata di alberi scheletrici, senza un solo lampione, senza una luce pubblica. Qua e là le cucine delle fattorie con la loro lampada accesa, a orientarci. Costellazioni di stelle artificiali.
Ed infine il tuo fienile. L'odore forte della fermentazione delle mele, delle composte, delle marmellate, dei succhi. Una ripidissima scala a pioli ci porta nel sottotetto dove sdraiarsi finalmente, e riposare, custoditi da un guscio di liscio legno bianco.

lola



Le basse volte in mattoni a vista, mangiati dal tempo. Un freddo ipogeo leggermente scaldato dagli avventori del bar. Qualche tavolino, tazze di tè, un piattino con delle crêpes, un pezzo di torta. Il mio zaino da montagna anni ottanta appoggiato alla sedia. E noi che ci scaldiamo al fuoco della tua nuova idea.
Los metasasenados. Una serie di omicidi ideali, di soppressioni di vecchie consuetudini, e per ognuna una canzone. Il tuo nuovo nome, il logo. E comporre dalla vetrata di una sauna che affaccia sulle viscere del mare arenate nella periferia isolana di Stoccolma.
È pomeriggio. È notte. E qua sotto, due rampe di scale al di sotto della Västerlånggatan, nel quartiere vecchio, il tempo si è scordato di noi.

lunedì 19 novembre 2012

distanza in stanza



Un bus. Un treno, venti minuti a piedi, una doccia. Preparo lo zaino in fretta e riparto. Venti minuti a piedi e poi di nuovo treno. Una cena in compagnia ed un letto di fortuna. Sveglia presto, dieci minuti a piedi, metropolitana, aerobus. Aereo e poi aerobus.
Rimini, Bologna, Milano, Bergamo, Stoccolma.
Mezz'ora di bus, un'ora e mezzo di treno, quaranta minuti a piedi, un'ora di treno, metropolitana e un'ora di aerobus. Due ore e mezzo di aereo, un'ora e mezzo di aerobus.
Quattro chilometri, centoventi chilometri, quattro, duecentoventi, tre, cinquanta, milleseicento chilometri.
Un giorno di viaggio, completo.
E tutto per arrivare qui, su questo molo, nel nostro primo tramonto scandinavo.

sabato 3 novembre 2012

mica matto



- Shlomo, perchè sei tu il matto?
- Per caso. Io volevo fare il rabbino ma il posto era già preso. Visto che mancava il matto ho pensato: "Fai il matto se no lo fanno loro, fallo al posto loro".
- E non ti senti un po' solo?
- Oh no, non sono i matti che mancano.
- No, intendevo una donna. Perchè non hai moglie, Shlomo, dei bambini, una casa.
- Oh, no, non sono mica matto. [...] Li avrei amati troppo. Sarei morto d'amore. Impazzito. No no no.

Train de vie

giovedì 1 novembre 2012

incontentabile



Poichè tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l'uomo è incontentabile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una sempre insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si dà un solo nome, quella della sua causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, e allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n'è un'altra; e in realtà, una serie di altre.

Primo Levi

martedì 30 ottobre 2012

a casa




Via del Mastelletta, Bologna, quattro italiani. Via Boccaccio, Firenze, nove. Via Orcagna, Firenze, sette. Calle Spinola, Granada, un tedesco, uno spagnolo, un marocchino. Calle de la Concepción, Granada, un tedesco, uno spagnolo, un francese. Via Orcagna, Firenze, uno spagnolo e cinque italiani. Carrer Muntaner, Barcellona, tre italiani, due francesi, una spagnola, un argentino, due brasiliane, due venezuelane, due russi. Calle Baltasar del Alcázar, Siviglia, tre italiani. Via Massarenti, Bologna, quattro italiani. Via Goldoni, Bologna, un'italiana, un albanese, una francese, un'iraniana, un indiano. Via Jacopo di Paolo, Bologna, uno spagnolo, un polacco.

sabato 27 ottobre 2012

le prime nebbie



E mentre torno a casa in bicicletta, gli occhiali pieni della nebbia ottobrina della Pianura Padana, gli occhi carichi di acqua e stanchezza, vi rivedo tutti. I nomi confusi, gli uni sovrapposti agli altri. Gli israeliani che erano più di noi, le ragazze che avevano preparato un mare di cibo, buonissimo, tutto fatto a mano. I ragazzi di una gran simpatia, allegri, che trincavano come nessuno. C'era chi stava per finire medicina e chi stava iniziando. E poi c'era lui, di cui non ricordo il nome. Originario di Gerusalemme ("la città più bella del mondo", dice, e posso crederci), di madre francese, trasferitosi a Bologna a diciannove anni per studiare. Mi parla di Fantozzi, di Sordi. Scherza imitando il dialetto veneto, il napoletano, l'abruzzese. È incredibile. Tutto ciò ha dell'incredibile.

giovedì 25 ottobre 2012

se questo è un uomo



Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
   Considerate se questo è un uomo
   Che lavora nel fango
   Che non conosce pace
   Che lotta per mezzo pane
   Che muore per un sì o per un no.
   Considerate se questa è una donna,
   Senza capelli e senza nome
   Senza più forza di ricordare
   Vuoti gli occhi e freddo il grembo
   Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scopitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
   O vi si sfaccia la casa,
   La malattia vi impedisca,
   I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

martedì 23 ottobre 2012

verso casa - day 9



Poi il ritorno sono chilometri di strada. Un nastro che corre in mezzo al Paese, da ovest a est, prendendo la via più veloce per la capitale. Una sosta in una piazzola attrezzata nel mezzo del nulla, circondata dal bosco. La pioggia e il sole. Distese di campi e animali a brucare, contee bucate senza conoscerne neppure il nome.
La notte è Dublino, nuovamente. Torniamo a bazzicare per Temple Bar e i suoi locali affollati. Ci rifugiamo in un posticcino appartato, una stanza con qualche tavolo, in stile francese. Mangiamo in silenzio, sfiniti.
Poi l'aeroporto. La manciata di ore dormite sui sedili della macchina e poi via, verso casa.


cliffs parte seconda - day 9



È quasi senza pensare che dirigiamo, poi, nuovamente verso le Cliffs. Dal litorale di Doolin, infatti, parte uno dei sentieri che permettono di percorrere tutte le Cliffs of Moher da nord-est a sud-ovest, fino al punto più alto e ancora oltre.
Poco più avanti il sentiero che costeggia il profilo della scogliera è sbarrato da un cartello: "Clare Co. Council. Caution. Very dangerous cliffs ahead". Scavalchiamo il cancello e ritroviamo il nostro sentiero. Il manto erboso comincia ad alzarsi notevolmente, piano piano, a salire mentre sulla destra le rocce scendono verticali fino al livello dell'oceano. Passiamo da un campo di capre, scavalchiamo qualche altro steccato, attraversiamo ponticelli improvvisati che permettono di passare da uno sperone all'altro, camminando su decine di metri di vuoto.
A pochi metri dalla costa alcune foche stanno cercando di procacciarsi il cibo quotidiano, nuotando senza fretta.
A volte il sentiero taglia dritto per i campi di foraggio e la scogliera sparisce, ingoiata dalle rotonde forme di madre terra. Altre si fa ardito e sfiora il precipizio, quella parete di roccia stratificata e scura che si inabissa nelle acque.
Non si capisce bene se sia ancora il nostro stanco stato di catatonia a farci proseguire, o la consapevolezza che questo mastodontico monumento naturale è il nostro addio a questa terra. In ogni caso continuiamo a camminare per oltre un'ora, risalendo il pendìo, godendoci il sole e la pioggia irlandesi per un'ultima volta, rimandando senza rimorsi la partenza ora dopo ora.
In fondo, tornare a Galway è già quasi un tornare a casa. Perchè Galway è città, perchè è già conosciuta, perchè è una tappa breve. Perchè l'Irlanda è il non civile, il non-antropizzato.

la stessa



Ci vedremo, in un'altra terra con un'altra lingua. Tu sarai la stessa, ma con un altro nome, un'altra storia, un altro sguardo. Eppure io avrò ancora tutti gli oggetti che mi hai lasciato in tutti questi anni, quando eri tu senza saperlo.
Quel portachiavi a forma di tartaruga, imbarazzante per uno della mia età. Quell'anello, così tanto più grande del mio dito. Le scarpe che comprammo insieme, che dovevano cedere col tempo, e che invece continuano a martoriarmi i piedi. I boxer, quelli rossi da pugile, che comprai perchè ti piacevano e che quindi, in fondo, sono tuoi. Il cactus che era piccolo piccolo, e che ora scoppia di salute. Le scarpe da venti euro che mi facesti comprare, che vissero senza di me, che viaggiarono la penisola ispanica senza il proprio padrone, passando di mano in mano, di lingua in lingua, finchè tornarono a me, anni dopo, in un'altra città di un altro Paese. Il pupazzo di carta che mi costruisti per esorcizzare la scimmia che aveva il sopravvento su di me e che è ancora appeso alla parete di camera mia. La cintura che mi desti per evitare che perdessi i pantaloni per le strade di Madrid. Lo scampolo di tessuto di quel blu elettrico inguardabile, che conservo solo perchè tu ci cucisti sopra un gigantesco bottone. Il braccialetto di cuoio da quattro soldi, quello con i buchi, che ci legammo al polso nell'ascensore di Barcellona, prima che questa crisi venisse a rubarci i nostri sogni di gloria. La collana che mi portasti dal Brasile, al ritorno da casa. I calzetti con l'antiscivolo, orribili. E tutti quegli oggetti intangibili che sono i ricordi.
Li avrò tutti con me. E forse, consegnandoteli, sarò finalmente libero.

sabato 20 ottobre 2012

doolin - day 9



Mi alzo abbastanza presto, tutto sommato. In camera sono rimasti solo un paio di ragazzi. Vado verso la cucina che pullula di gente più o meno sveglia che si prepara la colazione. Io vago un po' in tondo, per orientarmi. La stanza è larga quasi quattro metri con il piano della cucina su tre dei quattro lati. Il lavello, ovviamente, sotto la finestra. Il piano è disseminato ordinatamente di pan carrè, marmellate, miele, burro, succo, latte, cereali, bollitori, tostapane, tazze, piatti, tutto gentilmente offerto dalla casa. Mi metto in coda, silenzioso, e mi preparo le mie fette di toast e mi siedo ad uno dei due tavoli che stanno al centro della stanza. La gente si divide, chi sui tavoli, chi sul piano cucina, chi esce dalla portafinestra e fa colazione al sole.
Mentre persevero nel mio stato catatonico sento dall'altro tavolo parlare spagnolo. Ci sono due ragazze, capelli castani lunghi, che stanno guardando su un portatile da dieci pollici gli autobus per andare verso Galway. Noi veniamo da Galway dico, nel caso avessero bisogno di qualche informazione sugli ostelli.
Le ragazze hanno poco più di vent'anni. Finita la scuola hanno deciso di venire in Irlanda per qualche anno. Cosa fanno? Baby-sitter. Stanno in famiglia, imparano un po' di inglese e nel frattempo, appena possono, girano il Paese. Ironizzo sul solito vero clichè degli italiani e spagnoli come peggiori parlatori di inglese in Europa. Mi confermano di aver avuto molti problemi, soprattutto all'inizio. Ma ora sono tranquille, e dopo un anno tutto si è perfettamente sistemato.
Nel frattempo Lompa passa dietro di me in silenzio. La faccia non è delle migliori e la colazione a base di Maalox. Le sette pinte di ieri notte han lasciato il segno. Direi che stamattina non se ne parla di mettersi al volante. Scendiamo verso il paese, che scopriamo essere semplicemente un addensarsi delle case che stanno sulla via principale, prima del porto. Scendiamo a fare quattro passi lungo gli scogli, lastre di pietra erose dall'acqua e dalla salsedine. Ci godiamo il tepore di questo sole irlandese mentre di fronte a noi continuano a passare i traghetti che fanno la spola tra Doolin e le Aran.