domenica 9 giugno 2013

nothing arrived



I waited for something, and something died
So I waited for nothing, and nothing arrived

Villagers - Nothing arrived

martedì 4 giugno 2013

hablemos de lo que quieras, pero hablemos



hablemos de ruina y espina / hablemos de polvo y herida
de mi miedo a las alturas / lo que quieras pero hablemos
de todo menos del tiempo / que se escurre entre los dedos

hablemos para no oirnos / bebamos para no vernos
hablando pasan los dias / que nos quedan para irnos
yo al bucle de tu olvido / tu al redil de mis instintos
maldita dulzura la tuya / maldita dulzura la tuya
maldita dulzura la tuya

me hablas de ruina y espina / te clavas el polvo en la herida
me culpas de las alturas / que ves desde tus zapatos
no quieres hablar del tiempo / aunque este de nuestro lado


y hablas para no oirme / y bebes para no verme
yo callo y rio y bebo / no doy tregua ni consuelo
y no es por maldad lo juro / es que me divierte el juego
maldita dulzura la mia / maldita dulzura la mia
maldita dulzura la mia
maldita dulzura la nuestra

Vetusta Morla - Maldita dulzura

lunedì 3 giugno 2013

romàntico, vagabundo, aventurero



Romàntico: aquel que acaricia las ideas amorosamente, las ideas màs allà de su viabilidad. Vagabundo: aquel que concibe el mundo como un escenario de viaje permanente en el que no hay que apoltronarse y detenerse. Aventurero: aquel que concibe la vida como una aventura cuyas consecuencias resultan incalculables.

Paco Ignacio Taibo II

domenica 2 giugno 2013

e forse non avremo niente



Se esistesse un sindacato della vita probabilmente a questo punto sarebbe sceso in piazza con tutti gli stendardi e i megafoni a disposizione a protestare contro l'ingiustizia della storia che ci vede senza prospettiva, figli di quelli che non avevano quasi niente ed hanno costruito tutto, condannati ai sensi di colpa perchè noi siamo nati con tutto e forse non avremo niente.
O forse nemmeno questo, visto che in fondo siamo solo dei bamboccioni viziati, e la nostra storia probabilmente non sta simpatica a nessuno, visto che suona così poco eroica ed idealista.
Ma in fondo chi lo dice che la bellezza, il valore ed il piacere della vita si debbano misurare necessariamente secondo questi parametri?
Chi lo dice che dobbiamo essere della stessa felicità anni 50, e che non esista un altro tipo di soddisfazione, nascosta da qualche parte, nella vita?

Pastro

lo màs bonito



Es que, mira, lo màs bonito de esta vida
es el amor, y eso està claro
y lo màs dificil es mantener una pareja.

Asì que algo hicieron mal.

Esmeralda

domenica 26 maggio 2013

rosso


Le piogge dei giorni scorsi hanno fatto il loro lavoro ed i corsi d'acqua sono colmi. Il canale è ora un fiume, largo e irruento, di un verde limaccioso. Solo l'odore fetido è rimasto lo stesso.
Mi addentro per il sentiero che lo costeggia, accovacciandomi al di sotto di alberi franati al suolo, scavalcandone altri. E poi, poco prima di Corticella, ecco che l'argine si rifà ampio e compaiono piccole costruzioni provvisorie, baracche e strutture di giunchi a sostenere reti da polli. Raggruppati trai recinti di un orto scorgo alcuni ragazzi di chiara origine andina che stanno consumando il loro pasto domenicale di riso e carne alla brace.

Erano giovani. Tanti non arrivavano ai venti, qualcuno poco più. E qui, su questo sperone a strapiombo sul calanco, su questo trampolino che dà le spalle all'Appennino e guarda in faccia la città felisnea, vennero fucilati. I corpi rotolarono a valle, scaraventati dagli aguzzini, trascinati dalla neve e dalle piogge primaverili.
Qui, in questo luogo affascinante e carico di dramma, si trova il memoriale di Sabbiuno. Una parete in cemento alta come un uomo, fucili smaltati puntati verso la valle. Un groviglio di filo spinato rosso rotola verso il fondo valle, per decine di metri, tracciando l'ultimo viaggio di quei ragazzi, di quei corpi. Fino alla grande croce bianca.

sabato 25 maggio 2013

questa non è una storiella



E io: "Cosa intende dire?"
E a questo punto depose il libro. E mi guardò. E disse: "La vita non è giusta, Bill. Quando diciamo il contrario ai nostri figli, facciamo un grosso errore: non solo è una bugia, è una bugia crudele. La vita non è giusta, non lo è mai stata e non lo sarà mai". [...]
Questo libro dice "la vita non è giusta" e io vi prego, una volta per tutte, di crederci. Ho un figlio grasso e viziato che non conquisterà la donna più bella. E che sarà sempre grasso anche se diventerà pelle e ossa e sarà viziato per sempre e la vita non basterà a renderlo felice, e forse è colpa mia (datemi tutta la colpa, se volete). Il punto è che non veniamo creati uguali, la vita non è giusta. Ho una moglie fredda. È intelligente, stimolante, fantastica. Non c'è amore. Il che può anche andar bene purchè non continuiamo ad aspettarci che tutto in qualche modo si sistemi per noi prima che moriamo.
State a sentire (e gli adulti saltino questo paragrafo). Non voglio dire che questo libro abbia un finale tragico, ho già detto nella prima riga che è il mio libro preferito. Ma c'è del brutto in arrivo, alle torture siete già preparati, ma c'è di peggio. È in arrivo la morte, ed è meglio che afferriate questo punto: muoiono le persone sbagliate. Siate pronti. Questa non è una storiella.

William Goldman - La principessa sposa

giovedì 23 maggio 2013

piuttosto che fare



E quella industriosità anaffettiva che ci riduce a manovali ciechi, cani di pietra, formichine laboriose e incoscienti che non sollevano il capo. Pietre sul greto della storia che si fanno levigare senza opporsi.

Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.
Giovanni Falcone

martedì 21 maggio 2013

contadino



"Guardi Luisa, questa mattina sono venuti .. saranno stati in 5, tutti della mia età. Vengono da me e mi chiedono se ho le pere. Ma io dico, come si fa? In che mondo siamo finiti? Figli di contadini. Perchè quando ero piccolo io in Italia eravamo tutti figli di contadini, chi non era contadino? Io capisco se mi viene un giovane, uno che ha studiato e magari non ha mai visto un pero in vita sua - dice riferendosi a me, in un insulto senza offesa- e mi chiede delle pere a maggio, ma un contadino, un contadino! Vuol dire essere proprio fuori dal mondo. Non lo sanno che le pere si cominciano a raccogliere da metà giugno? Se le vogliono adesso arrivano dall'Argentina. Che mi va bene, va benissimo la varietà. Ma che venga da me, un produttore imolese, di prodotti tipici, a chiedere delle pere a maggio..."

lunedì 20 maggio 2013

sposiamoci



"Io sono il tuo Principe e tu mi sposerai" disse Humperdinck.
Buttercup mormorò:"Io sono la tua serva e rifiuto".
"Io sono il tuo Principe e non puoi rifiutare".
"Sono la tua serva fedele e l'ho appena fatto".
"Rifiutare significa morire".
"Uccidimi, allora".
"Sono il tuo Principe e non sono così male ... Come puoi preferire la morte piuttosto che sposarmi?"
"Perchè" replicò Buttercup "matrimonio significa amore, e non è il mio passatempo preferito. Ci ho provato una volta e mi è andata male e ho giurato che non amerò nessun altro".
"Amore?" disse il Principe. "E chi ha parlato di amore? Io no di sicuro. Ascolta: deve esserci sempre un erede maschio al trono di Florin. Adesso sono io. Una volta morto mio padre, non ci sarà più un erede, ma un re. Sono ancora io. Quando succederà, mi sposerò e proverò ad avere figli finchè non arriverò un maschio. Quindi hai due possibilità: sposarmi e diventare la donna più ricca e più potente nel raggio di mille miglia, regalare tacchini per Natale e darmi un figlio, o morire tra strazi e tormenti, in un futuro molto prossimo. A te la scelta".
"Non ti amerò mai".
"Non saprei che farmene, del tuo amore".
"Va bene, allora sposiamoci".

La principessa sposa - William Goldman

mercoledì 15 maggio 2013

la prossima volta



Certo, avrei potuto dirti che andavamo verso i monti, verso il freddo, verso la neve. Ma dopo come avresti fatto ad arrabbiarti?

Nel paesino non c'era un'anima. Le prime ore del sabato pomeriggio annunciavano bufera, l'aria carica d'inverno pronta a scatenarsi. Tutti erano rintanati dietro spessi portoni, al riparo di camini fumanti.
Noi, seduti sulle doghe in legno del teatro all'aperto, consumavamo i nostri panini combattendo il freddo con una birra gelata.
Infilammo la porta della rocca che fuori cominciava lo spettacolo. Una tormenta coi fiocchi (propriamente) si riversava sul basso Appennino romagnolo sbiancando campi e tetti, cristallizzando uliveti e pinete. Percorremmo il cammino di ronda sferzati dal vento e dalla neve, attenti a dove poggiavamo i piedi. Sullo sperone di roccia di fronte a noi si trovava la torre dell'orologio, la sua immagine raspata dal bianco si confondeva, scompariva a riappariva in una corrente di fiocchi di nebbia.

Ed è da qui, dalla sommità del torrione di Brisighella, in una valle spatolata da una nevicata improvvisa e muta, che penso che effettivamente il piumino ci poteva stare. Magari la prossima volta te lo dico prima.

una mano lava l'altra



L'aria è calda nel primo pomeriggio domenicale. Le strade vuote, nuvole di pollini si sollevano per poi tornare a terra. In questa afa embrionale ci trasciniamo per la ChinaTown bolognese ed entriamo in un bar. Mentre aspettiamo il nostro caffè ci diamo un'occhiata intorno. Una signora non proprio anziana, tiene una piccola bimba dalla faccia lunare sulle sue gambe. Non la culla, non ci gioca, non le parla. Semplicemente la tiene in grembo. Un gruppo di giovani seduti al tavolo fuori stanno giocando a mahjong. Ribaltano grandi tessere che somigliano a quelle del domino e le spostano. Alle mie spalle un accento napoletano discute con un accento cinese.
Per la signora in qualche giorno dovremmo riuscire ad avere tutti i documenti - afferma serenamente la Campania.
D'accordo, e invece come facciamo per la ragazza ed i suoi figli? - si informa l'altro.

Lecito o no, non lo sapremo mai. Ma sembravano tanto due mafie che si davano una mano.

mercoledì 8 maggio 2013

hamami ancora - day 5



Ci dirigiamo a passo spedito in direzione del Gran Bazar. È tardi e tra poche ore dovremo fiondarci all'aeroporto, ma prima c'è una cosa che dobbiamo fare. Ci fermiamo in un piccolo negozietto che straripa frutta sulla strada, prendiamo un succo di melograno ed una spremuta d'arancia fatti al momento, due dolci e ci sediamo su una panchina a fare colazione. Intorno a noi la città si prepara per tornare ad essere quella galassia di mercati che è ogni giorno.
Entriamo nel Hamami Cemberlitas, uno dei bagni turchi più famosi ed antichi della città. L'edificio, progettato dall'architetto Sinan alla fine del XIV secolo, si offre con una corte coperta intorno alla quale corrono 3 piani di ballatoi in legno. Paghiamo e ci dividiamo. Io infilo la scala che mi porta alle piccole cellette vetrate al primo piano. Qui mi spoglio e vesto il telo tipico. Ridiscendo al piano terra ed entro da una grande porta. Immediatamente gli occhiali si appannano e tutto si immerge in una nebbiolina calda. La sala è molto ampia e su ognuno degli otto lati che la compongono si aprono nicchie con piccole fonti. Una maestosa cupola sovrasta lo spazio centrale lasciando penetrare la luce attraverso alcune piccole feritoie a forma di stella. Al di sotto della cupola una grande piattaforma ottagonale in pietra occupa il centro della sala. Mi ci sdraio, respirando affannosamente. La pietra è caldissima, al limite del sopportabile. Come prima cosa devo sudare, mi pare di aver capito da chi mi ha indirizzato qui dentro. E questo lo so fare.
Appoggio gli occhiali e mi rosolo su entrambi i lati lasciando che il pensiero vaghi per le nebbie e le ombre della stanza. Di fianco a me due ragazzi parlano tra loro in una lingua a me sconosciuta.
Poi entra il mio massaggiatore. Prende un guanto di crine e comincia a rasparmi mentre cerca di comunicare in un inglese basilare, al quale rispondo a monosillabi, tramortito dalla manipolazione. Mi sento un po' impacciato, sbattuto in ogni dove mentre un uomo che potrebbe essere mio babbo mi insapona. Said ha il fisico nerboruto e asciutto, il volto ricoperto di rughe, e lavora al hamami da 35 anni. Dopo avermi insaponato mi fa sedere di fianco ad una fonte e comincia a versarmi sulla testa secchiate di acqua bollente da togliere il respiro.
Finito il massaggio torno nella mia celletta e me ne rimango un quarto d'ora in contemplazione del soffitto. Caravanserraglio, madrassa, hamami, moschea. Cerco di immedesimarmi nella grande cultura che permeava l'impero ottomano, a cavallo tra fascino e ripugnanza dell'Occidente. Di certo anche loro, come i romani, sapevano rilassarsi.
Mi siedo trai tavoli della grande corte coperta ed osservo le altre persone passeggiare ai piani superiori, altri turisti come me che non sanno dove andare. Asciugamani vengono stesi ai fili e poi riposti con cura.
Quando mi raggiungi la tua faccia rasenta l'iconografia della visione mistica. E mi racconti del mondo che si trova dentro l'hammami femminile. Delle grandi donnone che ti manipolavano, delle pozze di acqua calda e fredda, dell'aroma, delle ragazze che dal nulla hanno cominciato a dimenarsi in un'improvvisata danza del ventre proprio sopra la grande pietra ottagonale, sotto la scena della cupola. Una visione di altri tempi.

martedì 7 maggio 2013

zeki - day 4



Risaliamo nuovamente la collina per poi ridiscendere in direzione del nostro hotel. Sfiliamo per queste vie silenziose che abbiamo imparato a conoscere, il passo sicuro sotto le stelle. Scolliniamo e ci ritroviamo sul palcoscenico della città, nel giardino dove Aya Sofia e la Moschea Blu si fronteggiano da secoli, silenziose. La fontana è in funzione e lancia nell'aria spruzzi colorati che si stagliano contro il cielo ed i volumi plastici delle due moschee. Gli ultimi reduci della notte, qualche coppietta ed alcuni irriducibili venditori ambulanti presidiano le panchine che circondano lo specchio d'acqua. Ci sediamo a goderci lo spettacolo, consci che domani tutto questo sarà solo un ricordo. I richiami dei muezzin che scandiscono le ore della giornata, come una volta le campane delle chiese. Gli uomini sempre indaffarati a vendere qualcosa, ovunque e qualsiasi tipo di merce, in questa città perennemente in vendita. Le donne intraviste nei quartieri poveri, nei parchi pubblici o in qualche bazar, intente ad arginare l'esuberanza di bambini cenciosi, a tenere insieme case decrepite, a lavorare nell'ombra. I dolci, bombe caloriche ad alta densità, l'onnipresente tè che viaggia per le vie della città su splendidi vassoi in metallo, l'aroma di narghilè, il cibo, ottimo ovunque lo abbiamo mangiato. E mentre ripasso mentalmente quello che questa città ci ha svelato di sè, dal cielo cominciano a scendere le prime gocce, ad interrompere il mio commiato ideale. Lentamente ci alziamo e procediamo sfilando sul lato della Moschea Blu. Lasciandomi alle spalle il parco Sultanahmet mi torna alla mente quando, per andare a casa, dovevo passare tra duomo e battistero, nelle notti fiorentine, sorprendendo la mole ricca e imponente di Santa Maria del Fiore assopita. E la meraviglia era un po' la stessa che provavo guardandoti, mentre dormivi al mio fianco.
Scartiamo tutti gli altri locali tipici e ci fiondiamo nei bassi fondi del nostro quartiere per l'ultima sera sotto l'egida della mezzaluna. La parete gialla e tanti piccoli vasi colorati appesi ci danno il benvenuto al bar reggae. Ci sediamo su poltrone fatte di copertoni e tavoli ricavati da botti in legno. Un ragazzo si avvicina tranquillamente e ci chiede cosa può portarci. Cappello da Indiana Jones, occhialetti, bretelle, torna verso il bancone non prima di averci lasciato la piacevole sensazione di essere in un posto accogliente.
Le birre si inseguono, il narghilè fomenta i pensieri e le parole, le patatine alimentano le disquisizioni notturne. E passiamo in rassegna tutto, passato e futuro, andando alla deriva sulle note di Elvis. Ed è un po' come ritrovare qualcosa, forse qualcosa che non si è mai avuto o che si è sempre temuto. Chissà. Tutto è confuso e sereno, ed i pensieri si fondono alle canzoni.
Zeki, così si chiama, ci chiede di fare una foto con lui e di lasciargli uno schizzo per il bancone. In preda al furore tracciamo visioni oniriche e scritti criptici, riversando sulla carta il manifesto desiderio di tornare qui, un giorno. Come se avessimo trovato un amico.

venerdì 3 maggio 2013

che pesci pigliare - day 4



Ancora una volta imbocchiamo la porta di un bar, piccolissimo, nei meandri di Galata. Davanti al bancone, un semplice e piccolo ripiano in legno,  l'unico tavolo è occupato da alcune ragazze presumibilmente canadesi. Ma non è questo ad averci attirato. Al di sopra del bancone si trova un tavolato in legno, un soppalco, e nascosto da mobili e cianfrusaglie d'epoca intravediamo un paio di sgabelli. Chiediamo di poter salire e l'anziano uomo ci dice che non c'è problema, ma che il tè dovremo portarcelo sù da soli. Per chiarirsi indica la scala: poco più che una scala a pioli.
I mattoni a vista e le voltine intonacate si sposano alla meraviglia con il tavolato inchiodato del soppalco, sul quale si trova il più piccolo bagno che io abbia visto: due pareti in perlinato appoggiate tra la scala ed il muro. Ed intorno a noi c'è un po' di tutto. Uno sgabello di reminiscenze romane, una cornice con un bassorilievo rappresentante un sole, una bandiera della Turchia, una credenza vetrata, scatoloni di ciarpame, bicchierini, tazzine e servizi da tè. Quando finalmente riesco a portare al nostro tavolo i chai, il barista mi urla da basso che lo zucchero lo trovo là, in alto sulla mensola, al di sopra della scala.

Facciamo ritorno nuovamente verso Sultanahmet, dove abbiamo in previsione di andare a mangiare in un ristorante con terrazza vista Mar di Marmara. Imbocchiamo la solita strada che ci porta fino al ponte di Galata ed al mercato del pesce. Il profumo di pesce alla brace che ci inonda è decisamente troppo allettante per ignorarlo e ci attardiamo per l'ennesima volta trai banchi. Una bancarella, una griglia ambulante, offre pesce arrostito. La tentazione è troppo forte e ne prendo uno. Il ragazzo sceglie un pesce cui ha già asportato testa e coda e lo appoggia sulla graticola. Con un arnese simile ad un attizzatoio comincia a spellarlo e poi, con perizia degna di un samurai, incide e spina il pesce senza tagliarlo, con mosse di una rapidità impensabile. Una volta pronto mette il pesce tra due fette di pane, lo guarnisce con insalata, verdure e salse varie e la mia cena è pronta. Per meno di cinque euro. Ottimamente spesi.
Oltrepassato il ponte vediamo la stessa scena sull'altra sponda, ma questa volta i pesci vengono cotti sulle barche attraccate, sorte di piccole imbarcazioni che sembrano uscite da un film su Singapore, ed i panini lanciati direttamente ai clienti che stanno sulla riva.

Mentre consideriamo di ignorare il ristorante per vagare ancora per i vicoli, ci infiliamo nella Moschea Nuova. Da poco i muezzin hanno chiamato a raccolta i fedeli ed il loro canto ha risuonato per tutta la città. Dietro di noi giunge un ragazzo in giacca e ventiquattrore, cammina spedito fino alla fonte. Si lava mani e piedi e poi si infila difilato nella grande sala della moschea. Noi restiamo nel cortile, a guardare le stelle fare capolino trai minareti e a discutere di prospettive. Gli occhi stanchi e contenti di tanto vedere, i piedi di tanto andare.

mercoledì 1 maggio 2013

venticinque aprile



Però, vedete, se voi desiderate prendere una lepre, che le diate la caccia con i cani o col falco, a piedi o a cavallo, resterà sempre una lepre. La libertà, invece, non rimane mai la stessa, cambia a seconda della caccia. E se addestrate dei cani a catturarla per voi, è facile che vi riportino una libertà da cani.

Wu Ming - Altai

narghilè - day 4



Scendendo per Soğuk Çeşme Sokak ci imbattiamo nuovamente in un microscopico bar che avevamo già notato in precedenza. Il chioschino di fatto consiste in un bancone ed una serie di terrazzamenti che seguono la pendenza della strada. Su ognuno di questi, panche in ferro battuto con cuscini ricamati da motivi orientaleggianti raccolte intorno a bassi tavolini. Il sole batte dolce sulle mura di cinta che fanno da scenario alla visione. Un richiamo ineludibile.
Dopo averci portato i consueti tè, il ragazzo ci fa odorare un composto e ci chiede se vogliamo provarlo. Attraversa la piccola stradina, armeggia al piano basso di una casa in legno diroccata e, guardando il gatto che sonnecchia sul divano di fronte a lui, avvicina la fiamma ossidrica per accendere il carbone. Poco dopo ritorna con il nostro narghilè e l'impasto di tabacco e mele comincia a spandere il suo aroma morbido nell'aria.
Un altro ragazzo si siede di fianco a noi sulla panca e comincia a chiacchierare mentre predispone davanti a sè una serie di piccoli recipienti in terra cotta. Ci racconta con un sorriso che questi dieci giorni sono pieni di lavoro, che tanta gente in Europa ha le ferie e viene a passarle a Istanbul. Mentre parla apre un pacco di cellophane, ne estrae il tabacco aromatizzato e comincia a riempire i piccoli contenitori. Li ricopre con abilità uno per uno con un foglio di carta stagnola, la fora leggermente, et voilà, i narghilè per il primo pomeriggio sono pronti.
All'improvviso di lontano si insinua un canto, seguito poi da tanti altri a fargli eco, vicini e lontani. I muezzin hanno cominciato a richiamare i fedeli alla preghiera in tutta la città. I ragazzi si avvicinano all'impianto hi-fi e lo spengono. Non penso siano particolarmente osservanti, non sembra, ma per tutto il tempo della preghiera la musica rimane spenta, mentre loro continuano a lavorare. Come consuetudine, continuano a riempirci i bicchierini di chai, il tè turco, almeno finchè non appoggiamo il cucchiaino di traverso sul bordo del bicchiere stesso. E così, storditi dal sole e dal tabacco, ci spostiamo in cerca di un posto dove mangiare qualcosa.
Risalendo nuovamente verso Aya Sofia adocchiamo un locale che ci ispira fiducia ed chiediamo due kebap da portare via. Mi volto per cercare la cassa e mi ritrovo una sorridente ed allucinata faccia dai lineamenti inconfondibilmente nipponici che mi domanda se abbiamo già ordinato. Gli rispondo di sì e lui, tutto felice, mi chiede se sono italiano. Sì, perchè? - mi informo incuriosito. Perchè solo gli italiani invece di dire yes dicono yeeeeeeeeeeeees. E ci facciamo quattro risate.

Il parco Gülhane si estende tra Aya Sofia, il palazzo Topkapi ed il Corno d'Oro. Giardini ben tenuti, erba rasata, grandi sempreverdi secolari a fare ombra ad aiuole disegnate da fiori sgargianti. Sugli alberi ancora spogli si intravedono le cicogne ed i loro nidi, mentre grandi merli e piccoli pappagalli ci volano intorno.
Ci sdraiamo nel sole finalmente caldo del primo pomeriggio e divoriamo i migliori kebap che abbiamo mai assaggiato, attorniati da gruppi di turchi e turisti che fanno lo stesso. Il tempo diventa labile, si scioglie il nodo del "fare" e compare uno strano senso di pace che non conosco. Prendo uno dei miei libri preferiti e comincio a leggere. E così, al di sotto del palazzo del Sultano, comincia a farsi strada nella mia mente una campagna lontana ed una fattoria, quella di Mato Rujo, che dimora cieca, scolpita in nero contro la luce della sera.

martedì 30 aprile 2013

aya sofia - day 4



Aya Sofia, Santa Sofia. La chiesa dedicata alla Divina Saggezza. La chiesa distrutta e ricostruita continuamente nell'arco dei secoli. Incendi, guerre, saccheggi, profanazioni, terremoti. E risorgeva, come l'araba fenice, ogni volta. Ogni volta rinasceva più grande, più ardita, più spettacolare. Chiesa, poi moschea ed infine museo.
Come spesso succede quando l'aspettativa è troppo alta o quando si conosce troppo qualcosa prima di vederlo, l'incontro con Aya Sofia è meno meravigliante di quanto avrebbe dovuto e potuto. Troppe foto, troppe piante, troppe righe di libri affollano la mia mente; troppe persone, troppe parole, troppe impalcature ingombrano lo spazio intorno a me.
Eppure si impara anche questo viaggiando. Soprattutto se in compagnia. Le reazioni spontanee che ci contraddistinguono da quando abbiamo memoria mutano e si adeguano. Attimi di repentina insofferenza possono senza motivo sciogliersi. Ed è, questa, una liberazione. Si torna liberi di guardare con occhi diversi cose che mai ci hanno interessato, si finisce per osservare da nuove prospettive situazioni conosciute.
I medaglioni con le scritte in arabo che campeggiano immensi sui pennacchi; la grande cupola traforata alla base come se non avesse peso; il mihrab, il minbar, la qibla; i trafori nei capitelli delle colonne in pietra, le gelosie nei divisori in legno e oro; i mosaici, tante volte visti sui libri, ed ora finalmente vibranti e splendidi; i lampadari che ricordano le altre moschee della città. E, come sempre, mi fermo ad immaginare come sarebbe dovuto essere all'epoca, per chi non avesse avuto altro che i racconti a tracciarne l'immagine, la scoperta di una tale grandiosità. Di tanta altezza, luce, spazio, oro, artigianato. Quanta suggestione doveva suscitare. 

lunedì 29 aprile 2013

beyoğlu - day 3



Risaliamo verso Tunel e poi puntiamo in direzione di Taksim, percorrendo senza entusiasmo İstiklal Caddesi ed i suoi negozi moderni. Ci facciamo sfilare di fianco il tram, unico superstite di un tempo passato, e ci addentriamo per Pera. Tutta quest'area rimase inabitata per secoli tanto che il suo nome deriverebbe dalla contrazione dell'espressione "il campo di fichi sull'altra sponda" o, semplicemente, "l'altro lato", in contrapposizione alla città antica. Questo almeno finchè gli europei, ed in particolare i genovesi (che costruirono la torre di Galata) ed i veneziani, non arrivarono a stabilirvisi. La comunità italiana divenne così importante che dal Cinquecento l'area venne ribattezzata  Beyoğlu (il figlio del Signore) come omaggio al figlio dell'importante ambasciatore veneziano Lodovico Gritti.
Tra le impalcature di un cantiere vi sono alcuni ragazzi seduti a terra: chitarra, violino ed un grande cembalo. Ancora una volta la musica ci rapisce ed i gridi lanciati nell'aria dalla cantante ci ricordano quelli dei muezzin che cinque volte al giorno si sentono risuonare in tutta la città. La melodia è così piacevole che per poco noi e un'altra decina di persone non rischiamo di essere travolti dal tram.
Ci infiliamo in una delle vie traverse per cercare un locale meno internazionale e curarci con l'ennesimo tè. Appena i bicchieri vengono appoggiati sul nostro tavolino fuori si scatena un'improvvisa tempesta e scrosci inaspettati bagnano le strade.
Passato il temporale arriviamo fino alla deludente piazza Taksim e da lì proviamo a perderci per le strade che dovranno poi portarci, nuovamente, verso il ponte di Galata. Dopo aver assaggiato i baklava, gli immancabili dolci turchi ricchi di frutta secca e miele, ci addentriamo nei meandri di vie che salgono e scendono per la collina. Intravvediamo bar in stile parigino, irlandese, terrazze all'italiana. Ci fermiamo su di una scala che scende a picco e apre uno squarcio tra gli edifici fino a mostrarci il faro, dall'altra parte del Bosforo.
Vagando veniamo catturati da una serie di negozi di antiquariato, stanze di rigattieri, botteghe di oggetti vintage. E così finiamo per sederci in un locale dalle pareti in mattoni a vista e l'atmosfera ambrata. La cameriera, di evidenti origini francesi, ci porta i nostri tè ed io mi preoccupo di perdere con dignità a scacchi.

domenica 28 aprile 2013

luppolo di mare - day 3



Percorriamo nuovamente il mercato del pesce sfilando tra le bancarelle e la banchina di attracco del traghetto. Begli esemplari di cui io misconosco i nomi guizzano dentro a grandi tinozze azzurre colme d'acqua. Oltrepassato una sorta di varco ci troviamo in una zona sterrata colonizzata dai tavolini dei vari locali che si affacciano su questa parte del Corno d'Oro. Baretti e chioschi con la pretesa d'esser ristoranti. È ancora presto ed i tavoli sono tutti vuoti. Ci sediamo ed ordiniamo due orate. Memore della scorsa volta lasci perdere l'ayran e bissiamo con una coppia di birre. A pochi passi da noi un uomo, che gli stenti hanno privato di un'età riconoscibile, armeggia su di un carretto. Protetto da uno spartano berretto da baseball, propone verdura e frutta fresca, spremute di arance e melograni. Poco oltre, a pochi passi dall'acqua, una coppia, probabilmente britannica, non sa decidersi su cosa ordinare. Dopo qualche minuto al nostro fianco si vengono a sedere due coppie di anziani tedeschi in villeggiatura. Tipico abbigliamento, tipiche espressioni, tipica giovialità vacanziera. E l'immancabile pinta tra le mani.
Nel sole di questo strano pranzo di pasqua osservo il liquido chiaro come il miele e le bollicine risalire lente alla superficie per respirare. Penso alle parole che Michi mi ha voluto scrivere usando lo scritto di Russell. E non posso fare a meno di constatare che i crucchi (i miei crucchi, almeno) siano maestri in questo, nell'arte pura dell'oziare, concepito nel suo senso più elevato e ormai, per noi, smarrito. Contemplo la birra (novello Amleto del luppolo) e non mi resta che ammettere che qualcosa, in fondo, ho imparato dalla convivenza con loro. E non solo ad apprezzare il gusto di una Pilsen nel sole pallido di una primavera che non vuole arrivare.

la rotta del caffè



Lei non ha posto obiezioni. Sapeva, aveva sempre saputo che il viaggiatore del mondo non può fermarsi, c'è sempre un altro luogo da vedere prima di chiudere gli occhi, un posto sconosciuto dove essere sepolti. Che il vecchio Ismail se ne andasse per la rotta del caffè, era scritto nel suo destino.

Altai - Wu Ming

sinan - day 3



Certo, non c'era paragone con il progetto che aveva previsto per la moschea Selimiye a Edirne. Impianto centrale, pianta ottagonale coperta da una cupola contraffortata da otto semicupole, un apparato decorativo di una grazia e ricchezza mai viste. Il mihrab splendente di luce naturale. Il tutto circondato da ospedale, madrassa, biblioteca, hammam, negozi.
Sarebbe stata il suo orgoglio, il suo capolavoro.
Eppure Sinan guardò la Suleymaniyyè, la moschea imperiale che aveva terminato da qualche anno, e non ebbe dubbi. Istanbul era Istanbul, e non una qualsiasi città della periferia dell'Impero. Non che gli fosse riuscita male, intendiamoci. Solimano non l'avrebbe mai permesso. La moschea intitolata al figlio deceduto prematuramente doveva essere maestosa ed affascinante. Il modello che aveva scelto, poi, era di tutto rispetto. Lo schema planimetrico era sostanzialmente il medesimo di Aya Sofia, la grande chiesa che Giustiniano aveva fatto costruire a suo tempo,  e che tanto stupore ancora destava. Giardini curati in ogni dettaglio davano accesso al cortile dove si trovava la fontana per le abluzioni. Sul lato opposto un cimitero si estendeva approssimativamente della stessa dimensione del cortile. All'interno della moschea un apparato decorativo prezioso ma semplice sottolineava quasi unicamente la presenza della grande cupola. Il mihrab era rivestito di maioliche di Ïznik e circondato di vetrate policrome.
Seduto qui, ad un passo dalla sua opera, la guardò con attenzione, come chi valutasse il futuro. Ed infine si decise. "Il Grande Architetto", come lo chiamavano ormai, sarebbe stato sepolto dentro la sua più grande opera, nella capitale dell'Impero, dentro la Suleymaniyyè.
Volse lo sguardo altrove. Sopra le cupole delle madrasse, oltre i tetti delle case di Fatih, seminascosta da volute di fumo che salivano nel cielo plumbeo (o forse era la sua vista?), stava la moschea di Fatih con i suoi minareti a puntare verso l'alto. Ferita dal terremoto di qualche anno prima, eppure ancora lì, solida, a resistere al tempo che passava.
Si guardò le mani. Le pieghe incartapecorivano i suoi palmi di ottantenne, un leggero tremolio le scuoteva. Chi l'avrebbe mai detto, Sinan, si disse. Un albanese come te, un cristiano ortodosso albanese come te. Niente di tutto questo sarebbe stato creato se l'Impero non ti avesse prelevato, imberbe, e reclutato,  addestrato per essere spedito alla guerra. E ogni volta tornavi. E ogni volta che tornavi scalavi un gradino della gerarchia militare, sù, fino a diventare ufficiale. Non c'era altro modo, d'altronde, per conoscere il mondo. Non c'era un'altra via per vedere le grandezze costruite dall'uomo e diventare così mastro, costruttore, architetto. Di più. L'architetto del sultano. Con queste mani e questo ingegno hai plasmato le più importanti opere degli ultimi trent'anni. Hai creato qualcosa di immortale, di una bellezza imperitura.
Sospirò, alzandosi lentamente dal prato, le giunture che cigolavano.
Cara, disse rivolgendosi mentalmente alla sua opera, staremo insieme per l'eternità.

sabato 27 aprile 2013

cisterna della basilica - day 3



Infiliamo la scala e cominciamo a scendere. L'aria si fa umida e fresca, qualche goccia comincia a cadere dai soffitti sulle nostre teste. Arrivati in fondo ci si para innanzi una foresta di oltre trecento colonne alte nove metri, illuminate scenograficamente dal basso. Fusti e capitelli sono di varia provenienza, riciclati come si usava fare all'epoca. La Cisterna della Basilica, infatti, fu costruita nel VI secolo e raccoglieva le acque di uno dei più lunghi acquedotti dell'era romana. Passeggiamo tra le colonne come in una sorta di bosco di pietra, sentendoci per un attimo creature di un mondo fantastico. Sotto i nastri delle passerelle l'acqua è perfettamente trasparente e si vedono i numerosi e corpulenti pesci nuotare tranquilli. Verso il fondo dell'ampio salone vi sono due colonne alquanto singolari. Il basamento è costituito da giganteschi dadi sui quali è incisa a bassorilievo la testa della Medusa. Alquanto curioso, considerato che si trovavano in uno spazio ipogeo, privo di illuminazione ed al di sotto del livello dell'acqua.

la città che non dorme - day 2



Il ritorno è rigorosamente a piedi. Riscendiamo fino al ponte superando il mercato del pesce, ormai chiuso e passando tra gli immancabili venditori ambulanti di carne alla griglia, pesce, riso, dolci. Mentre osservo i gruppi di uomini che stanno pescando dal parapetto mi domando se siano tutti affetti da qualche strana forma di insonnia, da disagi familiari o se semplicemente provino reale piacere a pescare a quest'ora. Sotto il ponte i locali notturni (una batteria di pub e piccole discoteche di vario genere) sono affollati di gente. Sul cammino per tornare nella città vecchia incontriamo persone occupate nelle più assurde offerte commerciali, soprattutto considerata l'ora. Un signore dai capelli corti, quasi completamente bianchi, sta appoggiato con le spalle al parapetto del ponte offrendo la sua bilancia da casa a chi volesse pesarsi. Un uomo seduto sulle scale del sottopassaggio guarda il nulla sperando che qualcuno acquisti uno dei suoi topi di plastica. Scampoli di tessuto sono appesi a delle grucce lungo la banchina, mentre paia di scarpe sportive stanno esposte su pile di scatole, poco lontano.
Il bazar delle spezie riposa nella penombra delle luci artificiali. Percorriamo strade illuminate e vuote, risalendo verso Sultanahmet.
La fame comincia a farsi sentire e poco dopo mezzanotte ci fermiamo a cenare in uno dei tavoli all'aperto di un ristorantino. Sento distintamente di fianco a noi tre ragazze civettare con uno degli inservienti dell'hotel dove evidentemente risiedono. Un gruppo di persone di lingua tedesca danno spettacolo offrendo da bere shots ai camerieri.
Risaliamo la collina costeggiando il parco Gulhane e le mura del palazzo Topkapi. La città vecchia è vuota e silenziosa. Prima di imboccare la strada che ridiscende la collina per riportarci all'hotel passiamo nel cuore di Istanbul. In quello che era il fulcro della meraviglia religiosa di un tempo e la congestione dei flussi turistici odierni. Alle due estremità del parco Sultanahmet, con le sue siepi e le sue fontane, si trovano infatti Aya Sofia e la Moschea Blu. Viste a quest'ora, spogliate della confusione della città e del perenne mercato che circonda i visitatori, appaiono come degli immensi gioielli che trafiggono la notte con i loro minareti.
Al rientro in albergo per fortuna ci è stata cambiata la stanza. Questa notte si dorme nel sottotetto mansardato. E, gran lusso, acqua calda per la doccia.

venerdì 26 aprile 2013

galata - day 2



Risaliamo una lunga scalinata che si addentra per il pendio. Incontriamo gruppi di giovani e turisti che si muovono nella notte. Poi infiliamo una stradina ricca di locali e negozi. Un bar al primo piano, aperto sulla strada, propone con una grafica accogliente dolci tipici; una vetrina d'artigianato espone orecchini ed anelli d'argento; un negozio poco distante esibisce filati e souvenir. La strada fa una curva secca e ci appare, improvvisa, la torre di Galata. Illuminata nella notte, spunta tra i tetti degli edifici quasi fosse di fuoco a ricordare l'antica funzione di avvistamento degli incendi.
Ai suoi piedi si trova la terrazza di un bar, riparata da una pergola e affacciata sul panorama. Mentre indugiamo sul da farsi veniamo attirati da una voce che si muove nell'aria. Un gruppo di giovani turchi è seduto a un lato della piazzetta ed intorno si è creato un semicerchio di persone rapite dal momento. Un cajon de flamenco ed un violino accompagnano l'anima del gruppo che suona una chitarra classica e canta. Ci sediamo anche noi a godere di questa melodia sorridente e malinconica. La sera e tiepida e la fretta non abita più in noi.
La via che risale la collina fino a piazza Tunel, nel cuore di Beyoglu, è illuminata dai piccoli negozietti che vi si affacciano. Bar, negozi di vestiti, souvenir, strumenti musicali, bigiotteria. Intorno a noi turisti e turchi si mischiano senza sosta diretti in chissà quale locale. Un Staffordshire Bull Terrier con collare di borchie e Rayban gialli specchiati scende con stile incredibile verso la torre.
Poi una delle solite folgorazioni. Una scala che scompare nel solaio di un microscopico bar stile Starbucks, ricompare al piano di sopra, per scomparire di nuovo. Ci guardiamo ed entriamo. Sono le dieci di sera, nel locale non c'è nessuno a parte una giovane barista. Saliamo fino al terzo piano e, da lì, una ripida scala in metallo ci porta sulla copertura. Una decina di tavolini abitano la piccola terrazza quadrata che si erge sopra gli altri edifici. La notte è limpida, gli aerei tracciano scie di luce nel cielo.
E mentre sorseggiamo il nostro tè non posso fare a meno di constatare, ancora una volta, come l'amore per la periferia, per l'imperfetto, per il degradato siano fortemente radicati in me. Guardo i balconi delle vie traverse, ingombri di incuria e residui di vita come in tutte le altre parti del mondo, gli angoli meno illuminati delle strade, i tetti sotto di noi, le cucine attraverso le finestre aperte. Guardo tutto questo e mi vengono in mente le parole di Junichiro Tanizaki ed il culto che il Giappone ha sempre nutrito per i segni che la vita lascia sugli oggetti, il rispetto reverenziale per il tempo che passa. Una forma di rispetto e di affetto che l'Occidente, in genere, non conosce.

il pesce e la notte - day 2



Sul ponte di Galata, che collega le due parti europee della città, si trovano i pescatori. Su entrambi i lati, a qualsiasi ora del giorno e della notte, puoi vedere canne da pesca lanciare ami nell'aria e poi aspettare. A quanto pare anche questo è in vendita. Per qualche lira si può godere del piacere di pescare nel Corno d'Oro affittando tutto l'occorrente direttamente qui, sul ponte. E poi, chissà, se non si prende nulla forse si può comprare anche qualche orata già pescata.
Non appena il ponte torna terra, sulla sinistra si trova il mercato del pesce, a due passi dal Corno d'Oro. Anche ora, che è quasi notte, i banchi sono aperti, le lampadine a ridisegnarne le mercanzie, costantemente annaffiate per mantenerle fresche, l'acqua che tracima, corre trai piedi dei clienti e si ricongiunge al mare. Gli ultimi ritardatari aspettano alla fermata del traghetto, manciate di turisti scattano foto al fascino dell'acqua nella notte, all'incanto antico del mercato del pesce.
Due bambine, poco più di una decina d'anni, se ne vanno in giro da sole in un posto del genere a quest'ora assurda della sera. Salutano e vengono salutate con calore dai banchi del mercato. C'è chi dà loro da dire e le risposte fanno sgorgare l'ilarità generale. A passo svelto dinnanzi a noi le bimbe cominciano a cantare e tamburellare su di un vecchio cembalo melodie orientaleggianti. Oltrepassato l'ultimo banco ci ritroviamo in una zona occupata da una distesa di tavolini di bar. Alla fioca luce di qualche lampada appesa qua e là diverse persone si stanno godendo il loro momento di ristoro nella fresca aria della sera. Le due bambine si avvicinano ai tavoli e cominciano a cantare per i commensali, passando da una coppia all'altra. Avvolti dalla nenia e dallo sciabordìo delle acque osserviamo l'altra riva, dove campeggiano imponenti le masse delle moschee, illuminate nella notte, e le loro gemelle nelle acque scure del Corno.

giovedì 25 aprile 2013

diciotto ore - day 2



- Italiani? - dice una voce qualche passo dietro di noi.
- Sì - rispondiamo con un certo sollievo, visto che è il primo che non ci confonde con gli ispanici.
- Da che città venite?
- Bologna. E dintorni.
- Sono stato a Bologna. Piazza Maggiore, le due torri.
Io cerco di minimizzare per andarmene, ma puntuale come diceva la guida arriva l'offerta.
- Venite dentro, che vi offro un tè.
Mentre cerco nel catalogo delle banalità diplomatiche un modo per divincolarci, tu infili la porta.
Il negozio è uno stanzone con tre grandi vetrate che danno su di una strada laterale, tra Taya Hatun e la ferrovia. Ci accomodiamo su due sedie in legno, di bella fattura, seduta e schienale di cuoio. Lui è un uomo sulla cinquantina abbondante, i capelli grigi, la barba ben rasata. Gli occhiali senza montatura lasciano trasparire uno sguardo malinconico, occhiaie stantie di preoccupazioni. Prende posto a tre metri da noi e spedisce la ragazza del negozio a procurarsi del tè.
Ci chiede dell'Italia. Di com'è vivere là ora, se è cambiata, com'è la situazione dopo Berlusconi. Spieghiamo i problemi della crisi, ore infinite di lavoro e pagamenti a singhiozzo, incerti e magri. Dice che anche lui ha vissuto per un certo periodo nel nostro Paese, ha studiato a Perugia qualche mese. Era giovane, neanche ventenne, e ha dormito un po' ovunque, alberghi, ospite in casa della gente, per strada, nelle stazioni, nei parchi. Ha girato in autostop e così ha imparato la lingua. Gli domandiamo com'è vivere in Turchia, vivere a Istanbul. Fa una pausa lunga. Bisogna lavorare tanto, ci rivela. C'è chi non fa niente, ma è perchè non vuole. Per chi vuole lavorare ci sono interminabili ore da affrontare per potersi pagare la vita. Lui, Ahmet, ha due figli ed ora dovranno andare all'università, a casa ha una moglie che ha problemi di testa, prende le medicine, forse è depressa. Ci rivela che lavora 18 ore al giorno (!!) e che dorme in negozio. Dice tutto questo come se stesse parlando di un fatto da nulla, senza rilievo. Gli occhi ci guardano senza cambiare espressione, senza accenti nelle parole, senza entusiasmo.
Infine arriva l'offerta. Se vogliamo prendere qualcosa, comprare qualche souvenir, ci farà un buon prezzo.
Lasciamo il negozio senza aver acquistato nulla, a parte uno strano senso di tristezza.

bosforo - day 2



Camminiamo lungo la riva, tempestati di offerte di cibo, tour, oggetti, guide. Decidiamo infine di prendere una barca per esplorare lo stretto. Appena accettiamo l'offerta il ragazzo ci chiede i soldi anticipati e ci dice di infilarci velocemente su di un pulmino fermo in sosta vietata. Niente biglietto, niente che dimostri che abbiamo pagato. Dopo qualche minuto il nove posti si riempie e comincia a scendere verso l'area di attracco. Sempre senza alcun tipo di controllo veniamo fatti montare, con un'improvvisata scaletta in legno, su di un barcone che ondeggia vistosamente. Quando il pulmino arriva per la seconda volta, carico di turisti, finalmente partiamo. Passiamo al di sotto del ponte di Galata, coi suoi locali, i suoi ambulanti e le sue canne da pesca, lasciamo il Corno d'Oro e ci dirigiamo verso il Bosforo. Costeggiamo la riva europea di Istanbul, con i suoi palazzi in legno abbandonati, dirigendoci verso nord, verso il Mar Nero, allontanandoci dalla città antica. Alle degradate ville a ridosso dell'acqua si sostituiscono edifici moderni, piccoli grattacieli, facciate moderne, vetro e acciaio, alternati ad attimi di pineta fitta. L'acqua tra le due rive è calma, mossa soltanto dal passaggio di altre imbarcazioni come la nostra. Sul ponte il comandante ci porta l'immancabile tè turco in bicchierini di vetro con decorazioni dorate. Un paio di zollette a testa. L'aria pungente del Bosforo si infila dentro la maglia, tra le orecchie, nella testa e ci ripulisce dalla confusione di una città dove tutto è in vendita, dove tutti sono indaffarati a mercanteggiare.
Di fianco a noi un gruppo di turisti fanno gli "italiani" gridando, gesticolando esageratamente, facendosi foto idiote. Una signora presumibilmente russa sfida in mezze maniche il freddo incipiente mettendosi in posa per essere immortalata dal suo compagno. Un paio di bambini si rifugiano sotto coperta.
Il sole si nasconde dietro le nubi e scende dietro le colline all'orizzonte. L'acqua diventa un liquido scuro, denso, le sponde silhouette trapuntate di piccole luci. L'imbarcazione fa un'inversione e ci porta sulla via del ritorno costeggiando la riva asiatica. La vegetazione continua con le sue incursioni, qualche villa in legno decrepita in stile europeo ci saluta di lontano. Ci avviciniamo lentamente ad un piccolo molo ed un ragazzo scende al volo dalla prua.
Passiamo sotto al ponte strallato che si staglia contro il cielo, disegnato da tante piccole luci che cambiano colore. Ci avviciniamo a Beyoglu e Fatih dove le moschee emergono dalla massa indistinta della città vecchia come gemme preziose.
Appena prima di attraccare il volume della musica sull'imbarcazione si alza improvvisamente e spara nell'aria un'inconfondibile Gnam gnam style, inno inconfondibile del "tutto il mondo è paese".

martedì 23 aprile 2013

topkapi - day 2



Il palazzo è un misto di architettura araba ed europea. Gelosie, paraventi ed harem si uniscono ad elementi di gusto talvolta roccocò. Padiglioni, di stili e funzioni differenti, sono sparsi in tutta l'area del palazzo Topkapi, circondati da prati di tulipani in fiore.
Qui si decidevano le sorti della città. Qui, protetti dal suono di fontane e giochi d'acqua, si tramava contro il sultano. Le alternative erano poche: essere il futuro regnante o venire ucciso nella lotta per il potere. Solo gli eunuchi sopravvivevano indenni a questo conflitto interno primordiale.

Fuori dal palazzo c'è un ragazzo dalla pelle bruciata dal sole, una barba riccia incolta. Ha magnifici melograni sul suo carretto, chicchi giganteschi che scoppiano di sapore. Taglia a metà i frutti e poi li appoggia su di un macchinino metallico simile ad un macinino da caffè. Preme ed il succo viene raccolto in una caraffa di plastica. La giornata è calda e soleggiata, il succo rinfrescante con un retrogusto lievemente aspro. 

lunedì 22 aprile 2013

bazar - day 1



Il bazar è un dedalo. Una griglia di gallerie nella quale è impossibile orientarsi. Una spugna pregna di gente e merci. Ogni volta che ci si avvicina ad un negozio si viene abbordati dalla lingua che più verosimilmente corrisponde ai nostri caratteri somatici, nell'intento di venderci qualcosa. Pelle, tessuti, ceramiche, spezie, frutta secca, dolci, souvenir, gioielli. Tutto quanto un turista può pensare sia tipico qui trova il suo mercato.
Alla fine, non immuni al fascino assurdo di questo posto, ci lasciamo abbindolare anche noi, dimostrando la nostra pessima capacità di contrattazione.

lost




Bologna, Milano, Monteal, Tokio, Buenos Aires, Grenada.
Un treno che parte, uno che arriva, uno da cui non scendere, uno per fuggire; un aereo in attesa, una nave pronta a salpare. Una notte a finestre aperte, un risveglio tra edifici liberty. Anni lungo il lago, giorni alla finestra. Una terrazza a sorvegliare la città, un tramonto di fuoco.
Tutto si confonde in questa notte senza sonno. 

domenica 21 aprile 2013

dolmades - day 1



Saliamo una ripida scala in legno e ci sediamo al tavolo vicino alla finestra. Il pavimento, coperto qua e là di bei tappeti, è in legno lucidato color miele, come pure il perlinato alle pareti, intagliato a creare arabeschi sulle porte, ed il soffitto, le cui travi sono decorate da motivi floreali. Tulipani nel pieno del loro splendore campeggiano su ogni finestra. Le eleganti sedie in legno e pelle, i tavoli con incisioni sporadiche e raffinate completano il quadro. Al di fuori, una grande terrazza al piano terra incorniciata da alberi in fiore accoglie altri avventori. Di fronte qualche casa in legno scrostato dal tempo, tappeti a prendere aria. La sede della polizia locale in un isolato edificio in legno che sembra arrivare direttamente da qualche spiaggia statunitense. E poi l'arrosto, i dolmades, involtini di foglie di vite e agnello, il purè di melanzane affumicate, il tuo ayran. Ed un senso di pace, di sano ozio che sembra uscito da qualche libro.

venerdì 19 aprile 2013

blu - day 1



Il pavimento è soffice, ricoperto da una moquette a motivi floreali. Al di sopra uno spettacolo di blu e luce. Oltre ventunmila piastrelle in ceramica turchese incorniciano archi, cupole e le duecentosessanta finestre. L'immenso, maestoso e semplice lampadario cala dalla cupola fino a rasentare le teste dei fedeli. Un acre aroma di piedi di turisti (che ovviamente non indugiano in abluzioni purificatrici prima di entrare in questi luoghi) si spande e ci segue.
Anzi.
Forse sono proprio io.

acqua - day 1



Siamo in fila lungo la parete esterna della moschea, il sole a picchiare sulle nostre teste. I giapponesi riparano la pelle pallida con cappelli e sciarpe, capannelli di italiani sfilano sfoggiando stile e cliché internazionali.
Mentre ci muoviamo all'unisono, ebeti componenti del corpo invertebrato della fila, ecco che qualcosa mi attrae.
Protetti dalla stretta e lunga loggia uomini e bambini cominciano a radunarsi di fronte alle piccole fonti, a sedersi sugli scranni di pietra e legno. Arrotolano i pantaloni, le maniche delle camicie fino al gomito. E cominciano a lavarsi mani e piedi, purificando il corpo dopo il momento di preghiera collettivo. A fianco dei più vecchi, con le loro barbe antiche, stanno le nuove generazioni. Antiche calzature e Nike ultimo modello, il rito dell'acqua e la prosaica presenza di dispenser in plastica per il sapone.

martedì 16 aprile 2013

cimolais



Il mare è piatto, liscio con scaglie di cobalto. La spiaggia, impolverata di incuria umana, si infila stretta tra l'acqua e la pineta. E proprio sul confine stanno alcune curiose proto-costruzioni. Un intrico di rami e legname, di cannicciati e pallet, raccolti a cerchio. Alcove appollaiate di fronte al mare, nidi costruiti da uccelli giganteschi, verrebbe da dire. E mentre il sole infiamma le creste dei pini all'orizzonte e le zanzare si risvegliano per l'aperitivo crepuscolare, l'immagine di primitivi esseri umani che si raccolgono intorno al fuoco si fonde con quella dei nudisti di Caorle.

Scrocchia, la neve, sotto i piedi. Crepita e cede la piccola patina di ghiaccio alimentando il fiume delle nostre parole. La malga, ancora addormentata nel primo sole primaverile. Le montagne, alte e vestite di bianco, a denudarsi poco alla volta. La birra che scintilla d'oro nel sole basso, e mi ricorda gli insegnamenti dei crucchi ed il loro saper oziare.

E poi il treno in ritardo, l'ultima coincidenza persa, la prospettiva di quattro ore di notte ad aspettare un convoglio che a Mestre non vuole arrivare. "Ciao. Sei in città per caso?" e via, verso una casa quasi sconosciuta, che onestamente non avrei più pensato di vedere, e la compagnia fortuita a riempire le ore della notte. Il treno dei disperati, stipati in un corridoio, il vagone che sa di fiato e di pelle, la polizia ferroviaria a seminare tensione. Un filo che scorre nella notte, la percezione appannata delle ore che si susseguono cullate dai binari. Ore di ritardo, noi fermi ad un passo dalla meta.
E, finalmente, casa. 

mercoledì 10 aprile 2013

indo hotel - day 1



Ci addentriamo per vicoli stretti seguendo il guardiano dell'hotel, che a quanto pare ha dormito vestito sul divano tutta la notte. La sua faccia da neorealismo italiano anni Venti ci interroga provando ad instaurare un dialogo. Sfiliamo di fianco a case in legno scorticate, abbandonate da tempo diresti, almeno finchè non fai caso alle tende stirate, alle persone che ci entrano, ai fiori sui balconi. Edifici che richiamano un passato europeo più che asiatico. Uno di questi è collassato su se stesso, le pareti a coprire le proprie rovine. Eppure è rimasto lì dov'era, nulla è stato spostato, ed ora è una rovina a cielo aperto, un parco giochi per animali randagi. Lo aggiriamo e ci infiliamo in un lotto sterrato tra alcune case in pessimo stato ed il retro di una moschea.
Il bancone del check-in dell'albergo, come volevasi dimostrare, è effettivamente lo stesso utilizzato dal bar. La signora ci guarda con occhi vuoti e recita il suo mantra di parole inglesi che descrivono la nostra colazione. Versiamo il tè turco nei piccoli bicchierini di vetro, un paio di zollette a testa. Del pane, qualche marmellata, cioccolata spalmabile. Un paio di uova sode, olive marinate. Io salato e tu, ovviamente, dolce.
Il tavolo è appoggiato ad una grande vetrata, su una strada che va a morire nel Mar di Marmara. In silenzio guardiamo fuori e ci lasciamo riempire gli occhi da questo mondo nuovo. Nel sole tiepido un uomo, parcheggiato ad un incrocio, pulisce la sua macchina con uno straccio, senza fretta. I finestrini, il lunotto, la carrozzeria. A quanto pare è un impegno così importante che un altro gli viene in soccorso, sempre senza fretta. Dall'altra parte della strada due signori stanno cambiando la gomma posteriore di un furgone. Parcheggiati a lato della strada, pericolosamente in salita, aggeggiano con crick e chiavi inglesi. La baracca del gommista è stretta tra due edifici, un muro grezzo con un buco per ingresso, un tetto in lamiera metallica a coprire il tutto.
I muezzin lanciano i loro canti nell'aria e noi ci addentriamo nei meandri della città vecchia.

martedì 9 aprile 2013

sultanahmet - day 0



Chiudo la porta scorrevole e partiamo. L'autista ha i capelli arruffati, leggermente brizzolati. Ha l'aria di chi non dorme tanto. Gli consegno un foglio su cui è scritto un indirizzo impronunciabile, sperando di evitare così incomprensioni. Lui comincia a leggerlo mentre si immette nella tangenziale cittadina, incurante degli altri taxi che ci sorpassano a destra e sinistra. Dopo un attimo di smarrimento prende il cellulare e comincia a chiamare. Suppongo sia il suo modo di avere un navigatore.
La strada che ci separa dal centro antico corre a quattro corsie tra gli edifici dell'estrema periferia ed un'ampia fascia verde che ci separa dalla costa. Qualche salotto, illuminato nella notte da grandi lampadari, si mostra nudo nella notte.
L'autista fa del suo meglio per guidare al peggio, sbandando, zigzagando tra le corsie, attirandosi il clacson di chi ci segue. Si fuma qualche semaforo rosso, quasi imbocca l'uscita sbagliata e a stento evita un bus che ci stava per attraversare la strada. Da allora penso di avere ancora le tue unghie piantate nella mia mano. Non mi stupisco che il lunotto anteriore sia decorato da due rose di schegge, due fori che si espandono circolarmente nel vetro temperato.
Il cartello recita Sultanahmet. Le strade si fanno piccole, si inerpicano per la collina. Il nostro autista si perde, fa inversione un paio di volte mentre è al telefono. Poi parcheggia in doppia fila e ci fa scendere. Un ragazzo ci viene incontro e ci chiede se stiamo cercando l'Indo Hotel. Entriamo in una reception che è il bancone di un bar, al primo piano. Dopo un rapido check-in veniamo affidati alle cure di un signore dal vestito a giacca che ci accompagna in macchina fino ad un altro edificio. Circondato da fatiscenti case in legno, dalle imposte segnate dall'incuria e le pareti scrostate dagli anni, sta il nostro "hotel". L'ingresso è un corridoio e a stento passiamo tra divano e parete. Appena prima delle scale, sulla destra, si trova la nostra camera: sarà tre metri per due, con il letto stretto tra le pareti e le finestre che affacciano sul marciapiede. Una finestra apre sul corridoio interno, una stufetta elettrica appoggiata su un microscopico tavolino è accesa per tentare di stemperare il freddo. Nel bagno non c'è acqua calda. Noncuranti ci sistemiamo e ci addormentiamo. La notte è segnata dal rumore di qualche macchina che sfreccia rombando a mezzo metro dalle nostre teste, dall'inquietante presenza del guardiano di notte, che dorme vestito sul divano, dall'altra parte della parete in cartongesso, un metro lontano dai nostri piedi.
E nel dormiveglia del primo mattino si insinua, come un profumo, il canto dei muezzin, che dagli altoparlanti chiamano i fedeli alla preghiera.
È questa l'accoglienza che volevo. Benvenuti a Istanbul.

giovedì 28 marzo 2013

senza filtro



Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. Una barba di molti anni si adagia sul petto. Un paio di occhi miti guardano senza turbamento i nuovi commensali e le loro strane lingue. Alì il turco, volto da vichingo, stazza da nano delle fiabe, un quadrato di muscoli, siede di fianco a noi mangiando con calma dal suo piatto di plastica.
Non è la domanda quello che importa, ma ciò che, in risposta, esce dalla sua bocca come spiegazione, consiglio, profezia.

- No expectations. Nessuna aspettativa.

giovedì 21 marzo 2013

confetti



È un pulcino, ristretta dagli anni. I capelli ricci si son fatti radi, il naso un becco rosato.
- Come stai?, le chiedono.
Stranamente non risponde canonicamente, non sfoggia un protocollo di vuoti convenevoli.
- Mi manca, dice.
- Ancora?
- Mi mancherà sempre, risponde.
Non c'è pateticità nella sua voce, nè desiderio di ricevere compassione. C'è l'evidenza di un fatto, inopinabile.
- Voi l'avete conosciuto. Non si può dimenticare un uomo come lui.
Lo sguardo fermo non indugia. La voce non chiede altro che di crederle, senza cerimoniali sentimentali.

E in quella frase c'erano tutti i libri del mondo, dall'inizio fino alla fine dei tempi.
Compreso questo.